Saint-Exupéry

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di Antonio Giuliano
 
Ci sono libri che non finiscono di stupire. E Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) di certo lo è. Non è un caso se oggi – pare- sia il volume più tradotto al mondo (257 traduzioni) dopo la Bibbia, con oltre 140 milioni di copie vendute dal 1943, quando uscì in piena guerra mondiale. Siamo però sicuri che i numeri da record, gli adattamenti cinematografici e il successo commerciale non abbiano svilito o addirittura alterato il messaggio reale del libro? Possiamo dire di aver compreso lo spirito dell’autore o ne abbiamo fatto una fiaba cult, ecologista e all’insegna del volemose bene?

Una banalizzazione da cui ci aveva messo in guardia lo stesso Saint-Exupéry sin dall’incipit del suo racconto. «Tutti gli adulti sono stati bambini. Ma pochi se ne ricordano»: se abbiamo perso la capacità di stupirsi dei più piccoli e non proviamo a guardare la realtà andando al di là delle apparenze, cercando «non con gli occhi che sono ciechi ma con il cuore», potremmo parlare «solo di bridge, di golf, di politica e di cravatte». Cioè di tutte quelle cose banali o di minor conto con le quali gli adulti hanno perso la capacità di guardare oltre.

«L’essenziale è invisibile agli occhi», la frase più celebre del libro, non può essere ridotta ad aforisma da social. È l’esito di una lunga e tormentata ricerca interiore, la spia della profonda personalità dell’autore. Come testimonia anche un’altra opera, a torto scarsamente considerata, dello scrittore-aviatore francese scomparso misteriosamente in volo il 31 luglio 1944: la Citadelle (Cittadella), di cui fu pubblicata una prima riduzione in italiano da Borla nel 1965 e quest’anno un’antologia a cura delle Edizioni Terra Santa che nel titolo riprende le parole dell’autore: La verità si scava come un pozzo (pp. 128, euro 12).

La Citadelle nella sua interezza comprende 985 pagine dattiloscritte di appunti e brogliacci spesso illeggibili che Saint-Exupéry portava sempre con sé in quella valigetta di cuoio da cui si separò soltanto prima dell’ultimo volo per affidarla all’amico Georges Pélissier. Un testo quindi non di facile lettura, frammentario, che mescola stili diversi, dalla prosa alla poesia. Un’opera incompiuta che il suo autore avrebbe voluto e dovuto rivedere e che invece uscirà postuma nel 1948. Ma è un compendio interessante, che offre meditazioni elevate sui temi al centro poi de Il piccolo principe: l’amore per la rosa distinta dai generici roseti, l’educazione di sé attraverso l’altro (l’addomesticamento della volpe), l’amore, l’amicizia, la preghiera, il silenzio di Dio, il dolore, la morte, il lavoro e la fatica, il materialismo degli uomini.

Scritti e appunti che abbondano di suggestive metafore: la cittadella è metafora dell’uomo, il cammino nel deserto simboleggia la vita, il padre richiama Dio, il palazzo del padre e il tempio evocano la Chiesa. C’è dentro tutta l’insaziabile sete di assoluto di Saint-Exupéry: «Appari a me, Signore, perché tutto è molto faticoso quando si perde il gusto di Dio». Lo scrittore aveva capito che la peggiore infelicità della nostra epoca è quella di aver svuotato la dimensione spirituale.

In una società che ha smesso di interrogarsi, in cui la nuova ideologia è quella della superficialità e dello zapping, il “principino”, racchiuso in fondo in ognuno di noi, è uno che invece vuole andare a fondo, che non fugge di fronte alle difficoltà della vita e ha a cuore il destino e la salvezza dell’uomo. Guarda con ammirazione e meraviglia alla forza segreta della Creazione, alla precisione con cui ogni cosa è disegnata, e intuisce anche la risposta e l’approdo definitivo al problema più grande, quello della fine dei giorni su questa Terra: «Signore, quando un giorno riporrai nel granaio la tua Creazione, spalancaci le porte e facci penetrare là dove non ci verrà più risposto perché non ci sarà più alcuna risposta da dare, ma solo la beatitudine, soluzione di ogni domanda e volto che appaga».
 
fonte: Avvenire, 24-11-2016