Uomini

dongnocchi

di Antonio Giuliano
 
Le catastrofi naturali, così come ogni forma di sofferenza, ripropongono un quesito insopprimibile: il senso del male e del dolore innocente. Soprattutto quando a farne le spese sono i più piccoli, i più  indifesi. E se la sola ragione ci conduce nel vicolo cieco dell’assurdo, anche per i credenti la fede è messa a dura prova: com’è possibile che un Dio di giustizia e d’amore permetta la sofferenza degli innocenti?

È un mistero che ha segnato la vita di don Carlo Gnocchi (1902-1956), padre dei «mutilatini» e fondatore di un’opera di carità che oggi si prende cura di ogni genere di disabilità. Originario di San Colombano al Lambro, don Gnocchi, sacerdote a 23 anni, fu assistente d’oratorio a Cernusco sul Naviglio e a Milano, dove si rivelò appassionato educatore. Ma decisiva fu la seconda guerra mondiale. Partito per il fronte come cappellano volontario degli alpini e scampato per miracolo alla morte in Russia, maturò in quel contesto drammatico l’idea di dedicarsi totalmente ai più deboli.

Cominciò con gli orfani di guerra, i «mutilatini», i poliomielitici, per poi accogliere e asciugare le lacrime di tutti i bambini più fragili. «Quando si arriva a comprendere il significato del dolore dei bimbi, si ha in mano la chiave per comprendere ogni dolore umano e chi riesce a sublimare la sofferenza degli innocenti è in grado di consolare la pena di ogni uomo percosso ed umiliato dal dolore». Così in un testo prezioso, Pedagogia del dolore innocente (San Paolo, pp. 142, euro 10), testamento spirituale ripubblicato con le riflessioni del cardinale Angelo Scola e del filosofo Salvatore Natoli.

Se molti mali sono dovuti all’uomo (guerre, povertà, disuguaglianze), il dolore innocente genera scandalo. La difficoltà maggiore – spiegava don Gnocchi – è una «concezione esclusivamente individualistica e punitiva del dolore stesso; in quanto si crede che nell’uomo la sofferenza sia un affare del tutto personale e un’espiazione rigorosamente commisurata alle colpe individuali. Nulla di più falso». Il cristianesimo abbraccia l’umanità ferita con una solidarietà “verticale” (la fragilità dell’uomo di ogni tempo in virtù del peccato originale) e “orizzontale”: «Tutto quello che avrete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 10,42). Nei volti sfigurati degli alpini come in quelli affranti dei bambini don Gnocchi ha visto Cristo. È questa la chiave della «pedagogia soprannaturale del dolore», sconosciuta anche a molti cristiani, teorizzata dal sacerdote beatificato nel 2009.

Una pedagogia valida per tutti gli educatori, anche quelli di bambini sani e felici perché prima o poi faranno i conti con momenti bui. La risposta di don Gnocchi non è un’astratta spiegazione filosofica, ma una carità fattiva che nasce dalla relazione con la passione e resurrezione di Gesù: «L’unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e giustificazione: Cristo crocifisso». Sanare il dolore «non è soltanto un’opera di filantropia, ma è un’opera che appartiene strettamente alla redenzione di Cristo».

Un testo più che mai attuale in un mondo in cui la morte e la malattia sono diventate inaccettabili, che non ammette imperfezioni e censura alla nascita i disabili. Non a caso allora don Gnocchi ricorda la pagina di Vangelo in cui Gesù davanti al cieco nato smonta la logica dei discepoli che gli chiedevano di chi fosse la colpa. Dio ci insegna a guardare non più la causa, ma il fine delle cose. Riconoscere che nella vita accadono anche avvenimenti inspiegabili, ma che c’è un piano più grande capace di rendere persino il male strumento di salvezza.

Chi soffre può allora trasformare il patire in dono e spingere gli altri a una generosità incondizionata. «Il dolore degli innocenti è dunque permesso perché siano manifeste le opere di Dio e degli uomini», ripete don Gnocchi. Anche gli eventi più tristi che ci accadono possono servire a qualcun altro e diventare la strada per cominciare ad amare.

Avvenire, 12/11/2016

fonte: antoniogiuliano.wordpress.com