Il nostro cuore desidera l’Infinito

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di Giovanni Fighera
 
Pochi autori sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita. Esso può essere paragonato ad un recipiente «capace» di infinito (capax è il termine latino per indicare la capacità di contenere),  perché non è mai colmo: puoi, infatti, riempirlo di bevande differenti in continuazione, ma il liquido non giungerà mai all’orlo del contenitore. Quante volte facciamo l’esperienza di avere apparentemente colmato il nostro desiderio di felicità, ma subito dopo l’esperienza dell’amarezza e della tristezza si fa largo. Questa peculiarità è tipica soltanto dell’uomo. Leopardi scrive nello Zibaldone «Tutto è o può essere contento di se stesso eccetto l’uomo,  il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose». Noi uomini siamo «miseri inevitabilmente ed essenzialmente per natura nostra […]. Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti». Nella stessa pagina del testo miscellaneo Leopardi arriva ad affermare che «una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima è la infelicità dell’uomo paragonato alle bestie che sono felici o quasi felici». Queste riflessioni, poste quasi all’inizio del suo diario filosofico ed esistenziale, richiamano alla mente la distanza tra il pastore e il gregge nel «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia»: il pastore è assalito dal tedio, quando giace oziando, mentre il gregge non sembra essere angustiato da nessun pungolo, non sembra conoscere la noia.

È chiaro che il Recanatese non vuole, qui, porre  una distinzione solo tra l’uomo e gli altri esseri viventi, ma anche tra chi è uomo, compos sui,  presente a se stesso, cosciente della propria natura (il pastore che rappresenta il filosofo, nel senso di chi si interroga sull’esistenza, sulla vita, chi si pone con la semplicità del cuore che gli è stato donato fin dalla nascita, chi non recede dalla propria natura rinnegando la fibra più originaria del proprio essere) e chi vive dimentico di sé, come un bruto, soffocando o rinnegando il proprio cuore.

Dobbiamo avere rispetto di questo religioso sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, di questa tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, di quel sentimento che Leopardi definisce laconicamente  col termine  «noia». La noia è il sentimento che denuncia in maniera inconfondibile la statura umana, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda al proprio cuore. La ragione umana riconosce questa incapacità dell’uomo a soddisfarsi, la necessità che ci si imbatta in qualcos’altro. «La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci» e Leopardi arriva ad affermare che «l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione». E ancora «l’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto non può essere felice sodamente se non in uno stato (ma veramente) religioso…».

Ciò che dà consistenza alle cose è solo «la persuasione di un’altra vita. Ma questa ci deve persuadere; dunque bisogna che la religione ci persuada».Dunque il giovane Leopardi, formato secondo la cultura illuministica, arriva a riconoscere che la ragione non è ratio sui et universi, misura di sé e di tutta la realtà, bensì al suo culmine giunge a riconoscere il Mistero e la propria incapacità a darci la felicità da soli. Quale distanza dall’ottimismo e dallo scientismo tanto millantati dai suoi contemporanei intellettuali, chiamati filosofi o ideologi, dai letterati poligrafi, eruditi, enciclopedici, umanitari  e cosmopoliti. Nelle pagine dello Zibaldone Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto  la grandezza dell’uomo proprio nell’essere «canna pensante». Leopardi  in maniera lucida pone la grandezza dell’uomo nel suo «sentire» (alla latina: «percepire con la testa, con la ragione»), che coglie la piccolezza di sé di fronte all’infinito, all’immensità. L’uomo è l’unico punto di autocoscienza del creato: di fronte all’immensità delle stelle l’uomo percepisce la sua pochezza e nel contempo intende «cose superiori alla sua natura». A tal proposito c’è grande sintonia tra il pensiero di Leopardi e uno dei salmi biblici che meglio descrivono la miseria/grandezza dell’uomo. Il Salmo 8 della Bibbia recita, infatti, così: «Se guardo il cielo/ nato dalle tue dita, la luna/ e le stelle che tu hai fissato,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,/ cos’è il figlio di un uomo perché te ne curi?// Eppure lo diminuisti di poco agli angeli,/ di gloria, d’onore lo hai incoronato:/ potere gli hai dato sulle opere  delle tue mani,/ tutto hai lasciato ai suoi piedi».

Una  domanda simile riecheggia nei versi di Leopardi del canto «Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima» dove il Poeta si chiede: «Natura umana, or come/ Se frale in tutto e vile,/ Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?».Leopardi pensa ad una bellissima ragazza, morta. Che cos’è la sua bellezza ora se non polvere e immagine sbiadita nel ricordo? Perché se non siamo altro che polvere abbiamo la possibilità di innalzarci tanto in alto e di percepire e immaginare «cose» tanto più grandi di noi? Da cosa si comprende che l’uomo è così grande da poter essere considerato solo un gradino più sotto degli angeli? Leopardi risponderebbe così: «Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità de’ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degl’infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensità delle cose, e si trova quasi smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare di essere cosa piccola o in sé o rispetto all’altre cose, eziandio ch’ei sia, quanto al corpo, una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire dell’animo».

Queste affermazioni sono uno schiaffo alle pretese dell’uomo di conoscere tutto il reale attraverso le nuove acquisizioni scientifiche e il progresso e rappresentano, quindi,  un deciso ridimensionamento  dell’ottimismo scientista. Non sono certo un abbassamento del valore e della dignità dell’uomo, ché,  anzi, proprio in questa autocoscienza (unica nel cosmo) risiede la nobiltà e la grandezza dell’animo umano. Le parole di Leopardi servono, senz’altro, a ben inquadrare la polemica leopardiana contro la presunzione umana intendendola, tale polemica, non tanto come regressione dell’uomo al livello delle altre creature (così come qualcuno ha voluto intendere nel «Dialogo tra il folletto e lo gnomo»), bensì come demistificazione della pretesa umana di poter manipolare e violentare a proprio uso e consumo la natura e la realtà.
 
(fonte: La ragione del cuore)