La morte di Dino non è eutanasia ma normale sedazione: sciacallaggio mediatico

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Alla Camera inizierà a breve una discussione sul testamento biologico. Prepariamoci alla solita campagna mediatica che, tuttavia, è già iniziata oggi strumentalizzando una normale morte per sedazione diventata sui quotidiani il “primo caso di eutanasia”. Come dire, legalizziamola tanto è già presente, seppur “clandestinamente”.

Si tratta del caso di Dino Bettamin, malato di Sla. Dopo l’ennesima crisi respiratoria ha chiesto e ottenuto la sedazione profonda, praticata abitualmente quando il caso clinico del paziente non lascia alcuna speranza. La morte è vicina e ogni intervento aggraverebbe soltanto la situazione, diventando accanimento terapeutico. Gran parte dei quotidiani sta scrivendo, copiandosi a vicenda, che si tratta di eutanasia e “del primo caso di sedazione profonda di un malato di Sla”. Due falsità.

La filosofa Michela Marzano ha subito usato il povero Dino come eroe dell’eutanasia. Addirittura Il Giornale ha pubblicato un commento dell’ex radicale Giordano Bruno Guerri, che da sempre tenta aprire le porte dell’eutanasia nel centrodestra (assieme al direttore Vittorio Feltri). «Ufficialmente è la prima volta in Italia», ha scritto Guerri, «e questo significa che l’eutanasia legale è ormai possibile anche da noi, sia pure con un’ipocrisia di fondo».
Dopo aver paragonato il caso a Piergiorgio WelbyEluana Englaro, ha concluso: «Dino invece ha voluto e potuto morire in pace e nel silenzio. Ha incontrato dei medici che, senza dover rischiare la galera, hanno interpretato in modo estensivo la legge e l’hanno liberato da una sofferenza inutile. Dunque non è stata inutile quella di Welby e di Eluana. Anche la morte sarà più dolce, senza clamore e nel pieno rispetto della vita».Un indebito sciacallaggio su un caso normalissimo, come tanti, previsto dalla legge (e dalla Chiesa).

Un malato terminale su dieci sceglie la strada percorsa da Dino: «Ma sia chiaro che non si addormenta nessuno per farlo morire ma soltanto per non costringerlo a soffrire», ha precisato Assuntina Morresi, del Comitato nazionale di bioetica. La stessa moglie del paziente, Maria Pellizzari, ha detto che «non si tratta di eutanasia». E anche il direttore generale dell’Ulss 2, Francesco Benazzi, ha subito chiarito: «Non si parli di eutanasia: il paziente può chiedere di sospendere certe terapie perchè oltrepassarle sarebbe un accanimento terapeutico. Dal punto di vista etico i nostri medici hanno la strada segnata del Comitato di bioetica, hanno assolto il loro compito in scienza e coscienza».

La sedazione profonda non c’entra nulla con l’eutanasia. Italo Penco, presidente della Società Italiana di cure palliative ha affermato: «questo non è il primo caso di un malato di Sla che muore in sedazione, sono anni che accade. E’ il paziente che deve chiederla ed è lui a dichiarare di non riuscire più a sopportare un sintomo, non avrebbe senso sedare un paziente incosciente che non è in grado di esprimere questo desiderio, anche perché essendo incosciente non ha bisogno di sedazione. E’ un atto terapuetico, non si accelera la morte come nell’eutanasia, ma lo si accompagna e lo si aiuta quando i sintomi non sono più gestibili con i farmaci. Le persone impiegano lo stesso tempo a morire, ma senza sedazione avrebbero sofferto».

Un atto, quello della sedazione palliativa e profonda, pienamente accettato anche dalla Chiesa. Il Fatto Quotidiano si è inventato una “preoccupazione” in Vaticano. Mons. Antonio Genovese, parroco di Montebelluna, ha riferito: «Dino ha detto, con parole sue, ciò che ha detto San Giovanni Paolo II: “Lasciatemi andare al Padre”. Non è stata eutanasia: l’abbiamo accompagnato all’incontro finale con il Signore, che ha raggiunto nel sonno, senza soffrire, ma anche senza che alcuna spina fosse staccata. Ha voluto essere lucido per ricevere l’unzione degli infermi, ha pregato con me e con la sua famiglia, e la sua ultima parola, insieme al sorriso che porterò con me per sempre, è stata “grazie”».

La stessa scelta di Dino venne infatti intrapresa da Giovanni Paolo II e dal card. Carlo Maria Martini. Anche alla morte dell’ex arcivescovo di Milano vi furono tentativi del genere, addirittura dal suo “figlio spirituale” Vito Mancuso, che cercò in tutti i modi di far passare come eutanasia la morte del cardinale, usandola e strumentalizzandola verso la legalizzazione della “dolce morte”. Un tradimento di cui il teologo non ha mai chiesto scusa.

«Il tentativo di far passare la vicenda di Montebelluna per il caso con cui viene sdoganata l’eutanasia in Italia è semplicemente una forzatura a fini ideologici», ha scritto Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita Italiano. Prepariamoci perché ce ne saranno molti altri, i media agiscono così per fare leva sull’opinione pubblica.
 
(fonte: UCCR, 15.02.17)