Il fisico Steven Weinberg e la sorprendente nostalgia di Dio

fisica atei

Certamente uno dei principali fisici teorici viventi è Steven Weinberg, premio Nobel (1979) e titolatissimo accademico americano. Tra i suoi meriti principali quello di aver enormemente contribuito all’elaborazione della teoria elettrodebole.

Weinberg è anche spesso citato dai critici del teismo e del cristianesimo in quanto dichiaratamente ateo, autore di questa famosissima frase: «Quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo» (S. Weinberg, “The First Three Minutes: A Modern View of the Origin of the Universe”, Basic Books 1977). Ovvero, con il procedere della scoperte scientifiche, diminuirebbe sempre più la percezione di uno scopo della vita e dell’universo.

Rispettiamo questo punto di vista, ricordando soltanto però che si tratta semplicemente di una opzione filosofica da lui semplicemente scelta: nessun dato naturale e/o scientifico ci costringe o porta necessariamente ad abbracciare questo estremo nichilismo.

Ci ha colpito molto leggere poco tempo fa un chiarimento dello stesso Weinberg circa la sua celebre citazione. «Nel mio libro del 1977, “I primi tre minuti”», ha scritto, «fui tanto imprudente da osservare che “più l’universo appare comprensibile, più appare senza scopo”. Non volevo dire che la scienza c’insegna che l’universo è senza scopo, ma che l’universo stesso non ci suggerisce nessuno scopo, e subito dopo aggiungevo che noi stessi possiamo inventare uno scopo della vita, magari quello di cercare di capire l’universo. Ma ormai il guaio era fatto, e da allora quella frase mi ha sempre perseguitato. […]. La risposta che mi è piaciuta di più è stata quella dell’astronomo Gerard de Vaucouleurs, mio collega all’Università del Texas, il quale disse di trovare “nostalgica” la mia osservazione. Lo era davvero; era piena di nostalgia per un mondo nel quale i cieli narrano la gloria di Dio» (S. Weinberg, Il sogno dell’unità dell’universo, Mondadori 1993, pp. 263-264).

Perché mai, vorremmo chiedergli, il suo animo percepisce tale nostalgia verso la gloria di Dio? Come si spiega il contrasto tra la sensazione di inutilità suggeritagli dall’universo e il desiderio interno a lui, inestirpabile, di un Significato? E’ forse un fatale inganno della nostra natura, averci creato con questa inesauribile sete di un Dio? Ancora una volta la risposta è affidata ad ognuno: o la nostra natura è crudelmente menzognera oppure non lo è.

Se Weinberg ha arbitrariamente deciso che l’universo non suggerisce (a lui) alcuno scopo, occorre precisare che molti suoi colleghi, invece, la pensano diversamente: «Secondo la mia opinione e quella di un crescente numero di scienziati», ha ad esempio affermato il noto fisico Paul Davies, «la scoperta che la vita e l’intelletto siano emersi come parte dell’esecuzione naturale delle leggi dell’universo è una forte prova della presenza di uno scopo più profondo nell’esistenza fisica. Invocare un miracolo per spiegare la vita è esattamente quello di cui non c’è bisogno per avere la prova di uno scopo divino nell’universo» (P. Davies, Conferenza pronunciata a Filadelfia su invito della John Templeton Foundation e diffusa da Meta List on “Science and Religion”).

Il premio Nobel per la fisica, C.H. Townes, ha voluto rispondere direttamente al suo amico Weinberg con queste parole: «Noi dobbiamo prendere le decisioni in base ad un giudizio, certo, ma abbiamo anche qualche prova per rispondere. Credo, ad esempio, che una di queste si avvale del riconoscimento che questo universo è appositamente progettato, è un universo molto particolare e dev’esserci stato un fine, uno scopo […]. Steve Weinberg ha un giudizio facile, ha detto che tutto è accidentale e senza scopo. Io ho un diverso tipo di giudizio» (C.H. Townes, discorso durante l’assegnazione del Premio Templeton 2005).

Tornando alla nostalgia professata da Weinberg, ci è anche sembrata molto opportuna l’osservazione dell’astrofisico italiano Marco Bersanelli, docente presso l’Università di Milano: «L’interrogativo è inevitabile: non ammettere la possibilità che il mondo fisico rimandi ad altro oltre a sé equivale a negare la possibilità di un senso. E talvolta anche chi afferma che tali domande sarebbero nostre invenzioni in fondo spesso nasconde la nostalgia di un significato pieno e totale» (M. Bersanelli e M. Gargantini, Solo lo stupore conosce, Rizzoli 2003, p.270).

fonte: UCCR, 10.03.07