La profezia di Tocqueville. E la speranza che fa ripartire

di Giovanni Fighera

Il percorso sulla contemporaneità è giunto ormai al termine. Nella prima parte abbiamo evidenziato la condizione di solitudine e di disagio dell’uomo odierno. Quell’individualismo che nel Settecento illuministico era presentato come fine dell’affrancamento dell’uomo dalla superstizione religiosa e dalle false autorità del passato appare sempre più come esito nefasto di una società che fatica a sollevarsi, ad aiutare il più debole, a collaborare per uno sviluppo buono e comune. La conseguenza di un individualismo vissuto nella tranquillità e nella finta pace domestica, che non considera l’altrui miseria e sopravvive nella dimenticanza di una giustizia per gli altri, è il disinteresse per l’ambito pubblico e per la politica. L’individualismo corrisponde così ad una torre d’avorio isolata che può prosperare solo fino a quando non arriveranno le «truppe degli invasori» scontenti.

Già nell’Ottocento il saggista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: «Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui “rinchiusi nei loro cuori” è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione». Tocqueville chiama questo nuovo dispotismo «morbido», «mite e paternalistico». «Non sarà una tirannia del terrore e dell’oppressione, come nel tempo andato». In maniera profetica Tocqueville ha descritto alcuni aspetti della contemporaneità. Il declino della partecipazione, il disinteresse per la politica, lo statalismo che dissolve il valore delle associazioni e della sussidiarietà pongono la persona sola «di fronte al gigantesco Stato burocratico» e si verifica l’alienazione dalla sfera pubblica. Si accentua il circolo vizioso dell’individualismo narcisistico che si è costruito la dimora dorata in cui coltivare il proprio orto e assaporare le proprie ricchezze.

Eppure, celebre è la definizione che Aristotele dà dell’uomo come «animale sociale», ovvero essere che per natura tende ad aggregarsi e a vivere associato, consapevole dei vantaggi e delle convenienze di quello che il filosofo J. J. Rousseau avrebbe poi chiamato il «patto sociale». L’affermazione di Aristotele sottolinea la naturalezza dell’impegno politico, nel senso ampio del termine. L’uomo è per natura portato a giocarsi nella rete di rapporti con i propri simili per affrontare i problemi non da un punto di vista individualistico, ma comunitario.

Molti secoli più tardi Dante avrebbe dato un’altra bellissima definizione dell’impegno politico. Siamo nel canto VI dell’Inferno, laddove Dante incontra tra i golosi il compaesano Ciacco e gli chiede dove siano coloro che «a ben far puoser li ‘ngegni», come Farinata, Arrigo, Mosca. Con la laconicità che lo contraddistingue Ciacco risponde che Dante potrà vederli se scenderà più in basso nell’Inferno, perché essi sono collocati nella parte più bassa. La risposta di Ciacco non vuole senz’altro significare che l’attività politica schiuda di per sé le porte dell’Inferno, ma ribadisce come non basti il «ben far», cioè non è sufficiente dedicare il proprio tempo al vivere associato, occorre che la propria dedizione sia illuminata, occorre una sorta di purificazione dell’agire politico.

Nella contemporaneità, e soprattutto nelle società più ricche, si è diffusa sempre più «l’illusione di poter «risolvere» la questione della vita buona della società civile e degli organismi istituzionali che la governano attraverso «l’elaborazione e l’applicazione» di teorie circa le forme «ideali» di organizzazione sociale». L’esperienza ha mostrato il fallimento di questa utopia sociale e politica. Le ideologie non rispondono al problema antropologico, alla domanda di felicità e di compimento che alberga nel cuore dell’uomo. Nel contempo, le vicende storiche hanno una volta ancora dimostrato la fragilità dell’uomo e la sua incapacità a creare un mondo perfetto. L’uomo non può darsi la felicità da solo, per dirla con Leopardi, e ha bisogno di qualcuno che lo salvi. Che cosa può purificare l’agire politico? Scrive il Cardinale Scola: «L’incontro con Gesù Cristo, attraverso la fede nella comunità ecclesiale, si propone all’uomo come strada e forza per questa purificazione anche sociale. Di purificazione non ha bisogno solo l’amore interpersonale (eros-agape), ma anche quello sociale (giustizia-carità)».

Oggi, invece, domina gli scenari nazionali e internazionali l’insegnamento di Machiavelli secondo il quale «il fine giustifica i mezzi». Il codice di comportamento e di riferimento etico sembra mutare in relazione al fatto che ci si trovi in una dimensione privata o sociale o politica. Convinzioni religiose e ideali possono aver valore solo nella dimensione privata. Nella sfera politica vige un codice deontologico differente. Machiavelli docet, è l’ipse dixit sottaciuto, di cui si misconosce magari il valore, ma che invece si applica in ogni ambito. L’uomo politico, il principe, può essere simulatore e dissimulatore, fingere e, nel contempo, fingere di non aver finto. È bene ricordare che i diritti e il valore della persona non sono certo fondati sullo Stato, ma sono connaturati all’uomo. I politici non si possono dimenticare che «il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica» (Papa Benedetto XVI). In questo senso non può esistere pace senza giustizia. «Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?» afferma sant’Agostino.

Lo Stato non si sostituisce all’agire dei singoli né della comunità, non deve eliminare l’attività sociale (anche se talvolta, in maniera erronea e violenta, l’ha fatto, ad esempio all’indomani dell’unificazione italiana con la soppressione di ordini religiosi e di associazioni caritatevoli), ma deve favorire la libertà, l’iniziativa, la creatività dei gruppi.

Non ci si deve sfiduciare di fronte a tempi che sembrano incerti e di crisi morale. La fiducia e la speranza non vengono dalla politica. Ideale e politica possono procedere a braccetto quando la politica rispetta la cultura della libertà, della ricerca della felicità, dell’esercizio della carità, quando lo Stato non si sostituisce al singolo e al popolo, ma garantisce lo spazio per l’esercizio della loro attività.

Da che cosa proviene allora la speranza? Da cosa possiamo ripartire in un’epoca di profondo stravolgimento, di fronte ad un cambiamento d’epoca come il passaggio dall’impero romano al Medioevo dopo il crollo del 476, quando venne deposto l’ultimo imperatore romano Romolo Augustolo? Gioverà qui solo ricordare un fatto. Un impero, quello romano, in cui la donna poteva essere uccisa dal marito per adulterio o se trovata in stato di ebbrezza, in cui la schiavitù reggeva un sistema imperialistico basato sulla guerra, è stato stravolto dall’annuncio di un fatto, della buona novella, della possibilità di un mondo nuovo, di una città diversa, più umana già su questa Terra. La più grande rivoluzione che possa modificare una realtà, qualsiasi realtà, anche quella politica, è quella dell’amore. Una civiltà nuova, più unita, più umana, più attenta ai bisogni dell’altro sorge da persone cambiate. Allora si opera perché si vedono altre persone cambiate che si danno da fare per il bene di tutti e si collabora per realizzare anche in una dimensione piccola un mondo nuovo. Così sono nate tutte le realtà assistenziali sulle ceneri dell’impero romano. Di fronte ai barbari che avanzano e stanno per conquistare tutto l’Impero, all’inizio del V secolo d. C. sant’Agostino può scrivere un’opera audace e profetica, quel De civitate dei in cui il grande pensatore mostra come sia già avvenuta la cittadinanza nuova sulla Terra, quel regno di Dio che è un’umanità cambiata che opera per il bene di sé e dell’altro. Scrive sant’Agostino: «L’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio ha generato la città terrena; l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé ha generato la città celeste».  Subito dopo si chiarisce come debba essere inteso il disprezzo di sé e di Dio quando sant’Agostino scrive:

«in quella (la città terrena) i principi e le nazioni che sottomette sono soggiogati dalla passione del dominio; in questa (città celeste) si presentano reciprocamente uniti nella carità i capi del comandare e i sudditi dell’obbedire. Quella, nei suoi principi, ama la propria forza; questa dice al suo Dio: amerò te, o Signore, mia fortezza».
 
(fonte: La ragione del cuore)