Sulla nostra capacità affettiva

Sulla nostra capacità affettiva, sulla evoluzione della nostra capacità affettiva cosa possiamo costruire di stabile, cosa possiamo costruire di sicuro? E’ una domanda che appartiene alla grande domanda che si può fare su qualsiasi nostro impeto umano, su qualsiasi nostro impegno umano: che conto si può fare sulla fedeltà, sulla capacità, sulla lealtà, sula trasparenza? …
O vittime di ciò che ci circonda. Perciò l’affezione, che è la cosa più fragile in noi, resta la più immediatamente rovinata e scartata. Quindi il mondo ci scarta, scarta il meglio di noi (perché l’affettività è il meglio di noi! Quando ci si guarda con amicizia, con simpatia, si capisce che l’affettività è il meglio di noi: guardarci con simpatia o con amicizia vale di più che avere i soldi. …)
Oppure, seconda cosa, siamo disperati perché, se prendiamo sul serio, a differenza del mondo, la nostra affettività, a un certo punto ci troviamo di fronte a un’incapacità che appare più drammatica, terribile. Per esempio, il suo culmine, la gratuità, si capisce che diventa impossibile.
Cosa è accaduto? E’ accaduto che il mistero di Dio, cioè lo Spirito che ha fatto il mondo, è entrato dentro il mondo, è entrato dentro l’umanità, è venuto tra noi, e nel rapporto con Lui la nostra capacità affettiva è stata presa, ed essa, che sarebbe stata pietra scartata, è diventata la pietra d’angolo, cioè è diventata la cosa su cui l’uomo è ricostruito. Perché l’uomo è ricostruito sull’amore, e la vita della società è ricostruita sul volersi bene.

(Luigi Giussani, “Affezione e dimora”, pag 448-449-450)