Bertocco. Domande che incalzano, la cura non si nega

di Gian Luigi Gigli*

Alzarsi e leggere la lettera in cui Loris Bertocco ha ricostruito il suo calvario e comunicato la decisione di darsi un suicidio assistito è stato come ricevere un pugno nello stomaco. Loris era un uomo amante della vita, fino al punto di impegnarsi in un movimento, quello per la Vita Indipendente, che ha come finalità la rivendicazione per i gravi disabili del diritto a un’assistenza completa e finanziata. Malgrado la grave doppia disabilità che gli aveva prima impedito di muovere gli arti e successivamente tolto anche la vista, era un uomo che aveva vissuto una vita piena, mettendo su famiglia, impegnandosi socialmente e politicamente, realizzando una intensa presenza sui social e sui media, fino al punto di candidarsi alle elezioni tra gli ambientalisti. Quale sia stato il percorso di amarezze, disillusioni, perdita di affetti, solitudine che possa averne minato l’istinto vitale possiamo immaginarlo da ciò che lui stesso ha raccontato delle sue vicende personali e familiari.

Quel che è certo però, per sua stessa ammissione, è che la decisione di gettare la spugna è stata dovuta a difficoltà di ordine economico che lo avevano privato di una cura qualitativamente adeguata alle sue pesanti condizioni cliniche. «Se avessi avuto i mezzi per pagare qualcuno che si prendeva cura di me, non avrei forse deciso in questo senso». Loris non ha rivendicato un astratto diritto di darsi la morte, ma ha scelto di morire perché non era garantito il suo diritto alla cura. Questo è il tremendo atto d’accusa che egli ha rivolto alla società dei sani.

Questo è il pugno allo stomaco per chi crede in una concezione solidaristica dei rapporti sociali. Questo è l’interrogativo con il quale dovrà confrontarsi in futuro una società, come quella italiana, per la quale le tendenze demografiche stanno disegnando una composizione fatta sempre più da vecchi afflitti da malattie croniche invalidanti e sempre meno da giovani in età da lavoro. Siamo in campo da decenni, costretti a rivendicare forme di solidarietà capaci di assicurare nei fatti la libertà di non abortire. E oggi, in una società che non voglia arrendersi alle logiche che portano al suicidio assistito, è giunto il tempo di farsi carico fino in fondo di una equa ridistribuzione delle risorse, per evitare che qualcuno, soprattutto anziani e disabili, possa sentirsi ospite indesiderato al banchetto della casa comune, e proprio qui nella nostra Italia. Il suicidio assistito, per ogni motivo, ma a maggior ragione per cause economiche, segnerebbe la fine della comunità e il trionfo dell’individualismo egoista. La scelta di morte compiuta da Loris Bertocco ci lancia anche un’altra provocazione.

Egli denuncia di aver trovato per assisterlo solo la disponibilità di «personale improvvisato, che provava a fare il ‘lavoro di cura’ pensando che potesse ridursi a piazzare il paziente davanti a un televisore o a metterlo a letto dandogli ogni tanto un’occhiata. Per non dire di peggio». Un’accusa terribile, che mette a nudo l’abbandono e la solitudine esistenziale in cui versano tanti anziani e tanti disabili gravi e che interroga anche il nostro volontariato. Un’accusa che lascia trasparire la disumanità dei rapporti verso cui anche un Paese come l’Italia è ormai avviato e che, se progredisse, spingerebbe inesorabilmente la nostra società verso scenari eutanasici. «Porto con me l’amore ricevuto», ha lasciato scritto Loris. Forse non ne ha ricevuto abbastanza, se ha preferito congedarsi così dalla scena di questo mondo… Rivolgendosi ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, pochi giorni fa il Papa ha ammonito: «Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli come dalla comunità», aggiungendo che una società che ha smarrito il senso della ‘cura’ e «nella quale tutto questo può essere soltanto comprato e venduto, burocraticamente regolato e tecnicamente predisposto, è una società che ha già perso il senso della vita».

Una politica italiana in affanno a ogni legge di bilancio per confermare i magri stanziamenti per i non autosufficienti sembra non averlo compreso. Tanto più allora si fa impegnativo il nostro compito di volontari e di cristiani: «L’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari».

*Presidente del Movimento per la Vita Italiano

(fonte: Avvenire, 13.10.17)

 
 

Dopo il caso Bertocco. Disabili gravi, la libertà di vivere

di Francesco Ognibene 

Nella lettera di commiato il 59enne veneziano paralizzato e cieco si dice «sfinito» per il braccio di ferro con la burocrazia sanitaria. Ma c’è chi lo usa per la legge sulle Dat
 
Pur assai diversa dal caso di Fabo, la tragica vicenda di Loris Bertocco, il 59enne veneziano paralizzato e cieco che ha scelto il suicidio assistito in un centro specializzato di Zurigo, ricorda quella del dj milanese per due aspetti: entrambi gravemente disabili ma non terminali, hanno scelto di farla finita in una ‘clinica’ elvetica per la morte a pagamento; tutte e due le morti sono coincise nel loro impatto mediatico con un momento critico per l’iter della controversa legge sul fine vita. E se in febbraio la fine di Fabo ebbe un ruolo non secondario nel portare la legge fuori dal duro confronto in commissione per arrivare all’approvazione dall’aula della Camera il 20 aprile, ora l’affiorare della drammatica fine di Bertocco – attivista dei Verdi ma non certo deciso a fare della sua morte uno strumento di battaglia politica – cade alla vigilia del passaggio forse decisivo per il disegno di legge sulle «disposizioni anticipate di trattamento » (Dat). La relatrice Emilia De Biasi (Pd) ha infatti dato tempo fino a martedì agli oppositori della legge, ora all’esame della Commissione Sanità in Senato, per ritirare le centinaia di emendamenti che con la legislatura agli sgoccioli possono far impantanare definitivamente il ddl. «In caso contrario – aggiunge la senatrice – il relatore si dimette e si invia il fascicolo alla Conferenza dei capigruppo, che può decidere di andare direttamente in Aula senza dare mandato al relatore». A Marco Cappato (Associazione radicale Luca Coscioni), che ne approfitta per invocare a gran voce l’approvazione della legge sulle Dat («troverebbero finalmente una risposta almeno quelle persone che vorrebbero interrompere senza soffrire un trattamento sanitario che li tiene in vita»), fa eco in Parlamento Roberto Speranza (Mdp) per il quale «sul testamento biologico non si può aspettare neanche un giorno» rimandando alle parole di Bertocco. Che però nella lunga e toccante lettera di commiato apparsa ieri su Repubblica dedica poche righe all’auspicio che la legge arrivi in porto dedicando invece quasi per intero il suo scritto a spiegare in modo puntiglioso e accorato come a una decisione estrema come la sua abbia concorso in modo decisivo non già l’impossibilità di far valere un documento con le volontà di fine vita ma l’assistenza che col tempo si è rivelata del tutto insufficiente per un caso come il suo: «Avrei potuto fare ricorso al Tar – scrive spiegando il rigetto per ben due volte della sua domanda alla Regione Veneto di accedere ai fondi straordinari pure esistenti – ma ormai ero deluso, stanco, sfinito dalle mille quotidiane difficoltà, di fronte a tanta incomprensione, per altro mai decentemente argomentata». Un grido che impressiona e che chiede una risposta assistenziale e sanitaria, non certo il diritto di morire o la libertà di interrompere i supporti vitali. C’è chi ha ben chiaro che la vita e la morte di Loris Bertocco non possono essere usate come grimaldello emotivo sull’opinione pubblica come invece si fece con Fabo (per la morte del quale peraltro Cappato dovrà rispondere in novembre davanti al Tribunale di Milano, avendolo accompagnato in Svizzera, come poi ha fatto anche con Davide Trentini, morto il 13 aprile sempre per suicidio assistito oltre confine): «Quello che c’è dietro la vicenda di Loris – commenta Fulvio De Nigris, direttore del Centro studi per la ricerca sul coma – è la stessa solitudine di gruppi familiari che chiedono assistenza», ovvero «percorsi di cura, aiuti, una condivisione che faccia rinascere un nuovo progetto di vita». Se è vero che «mancano i soldi», quello che però manca davvero secondo De Nigris «è la volontà di farsi carico di una cittadinanza troppo spesso definita di serie B e sulla quale si investe ancora troppo poco. È qui, in Italia, che va riversato l’aiuto, in tutto il percorso di vita di cui la morte è la parte finale. Un Paese civile non può abbandonare così i suoi cittadini».
 
(fonte: Avvenire, 13.10.17)