«La sedazione profonda non è eutanasia»

di Marcello Ricciuti
 
(da Noi Famiglia&Vita, supplemento mensile di Avvenire – Ottobre 2017)
 
Nel dibattito sul tema del fine vita, sostenuto dalla proposta di legge sulle Dat, ancora in discussione in Parlamento, entra, non senza equivoci, l’argomento della sedazione profonda, o meglio della sedazione palliativa e terminale. E già, perché le parole contano e possono anche confondere le carte in tavola: infatti il termine “sedazione profonda”, proprio nella “profondità” sembra quasi voler celare la volontà di condurre volutamente la persona verso una morte dolce, cioè di essere in sostanza un equivalente dell’eutanasia, pur se mascherata. In realtà, la sedazione è una pratica propria delle cure palliative. Queste, lo ricordiamo, sono cure finalizzate ad un accompagnamento nel percorso di fine vita, al sollievo dai sintomi gravosi delle malattie e al sostegno psicologico e spirituale del malato. Tra i sintomi il dolore, innanzitutto, e poi la dispnea, il delirium, ma anche il grave distress esistenziale, in sostanza il “dolore totale”, ben delineato da Cicley Saunders, fondatrice del movimento delle cure palliative e degli hospice.

Proprio quando i sintomi, soprattutto il dolore, diventano refrattari a ogni altro trattamento, negli ultimi giorni di vita, essi possono necessitare di essere alleviati dalla somministrazione controllata di sedativi, i quali hanno la finalità di ridurre o abolire la coscienza, e con ciò la sofferenza, senza però, con questo intervenire deliberatamente sul tempo della vita, né anticipandone la fine, né procrastinandola. La sedazione si decide, spesso si pianifica da parte di tutta l’equipe curante con il paziente stesso, quando possibile, o con la sua famiglia; i dosaggi dei farmaci utilizzati sono somministrati in quantità modulate per ottenere l’effetto sedativo e non altro, e, solitamente, per un tempo limitato a ore o giorni, coincidenti con gli ultimi della vita del paziente.

L’esperienza, anche personale, di anni di cure palliative in hospice (ma la sedazione può essere applicata anche nelle cure palliative domiciliari, alle stesse condizioni) insegna che la sedazione palliativa terminale è effettivamente una pratica necessaria in una percentuale pur minoritaria dei pazienti seguiti e finisce per coincidere effettivamente con la fase propriamente terminale della vita, non già determinandola, ma rendendola dignitosa a fronte di sintomi intollerabili. Del resto studi scientifici pubblicati in letteratura dimostrano la non influenza della sedazione sul tempo di sopravvivenza (Maltoni, Annals of Oncology 20: 1163-1169, 2009), così come accade con l’utilizzo di alte dosi di farmaci oppioidi per il controllo del dolore (Bengoechea, J Palliat Med. 2010 Aug 28).

In sostanza si può affermare con certezza che la sedazione palliativa terminale, che può essere più o meno profonda a seconda della efficacia nel controllo dei sintomi refrattari (può anche essere intermittente o continua), non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. Quest’ultima prevede la somministrazione di un farmaco in dose mortale, proprio con la finalità di porre fine alla vita del paziente, laddove con la sedazione si intende solo ridurre o abolire la coscienza con dosi proporzionali di un farmaco sedativo per dare sollievo alla sofferenza del paziente. Dunque sono ben diverse le intenzioni oltre che le modalità (farmaci e dosi) di applicazione.

Quest’ampia puntualizzazione si rende necessaria per evitare equivoci e confusioni, con lo scopo di tirare le cure palliative dalla parte dell’eutanasia, come sta accadendo nei Paesi Bassi (si vedano in proposito le dichiarazioni del dottor Schuurmans, in una intervista sull’inserto “È vita ” di Avvenire del 21 settembre). Occorre, pertanto, mettere in guardia da un possibile uso distorto della “sedazione profonda”, somministrata al di fuori delle indicazioni e dei tempi descritti, cioè anticipandola nel tempo per venire incontro al desiderio di allontanarsi dalla vita per l’insostenibilità della vita stessa, per un disagio esistenziale non correlato agli ultimi giorni di vita ed in assenza di una sofferenza intrattabile.

Un altro uso improprio della sedazione profonda è quello finalizzato a mascherare la sofferenza del paziente a cui sono state sospese idratazione e nutrizione, con l’obiettivo di anticiparne la morte.

In conclusione, nella pratica corrente delle cure palliative la sedazione non è eutanasia di per sé, ma può diventarlo con un utilizzo distorto nelle finalità e nei mezzi, contro la sua natura e la sua vera finalità. A fare la differenza, ancora una volta, sarà la coscienza del medico nella sua azione professionale.