“Incivile uno Stato che uccide i disabili”

Dopo Charlie Gard, ad Albione un altro bambino gravemente malato rischia di morire per mano dello Stato, che sostiene così di fare il suo “miglior interesse”. Se fosse passato lo stesso principio oltre settant’anni fa, a Roma, oggi Antonio Guidi, medico ed ex ministro, non avrebbe potuto rilasciare questa intervista a InTerris…
 
l cielo sopra Londra torna ad assumere una tinta più plumbea del solito. Sei mesi dopo la morte del piccolo Charlie Gard, a un altro bambino, contro il volere dei propri genitori, stanno per essere staccate le spine che lo tengono in vita.

Prima i medici del King’s College Hospital, dove è ricoverato, e poi l’Alta Corte britannica hanno deciso: il “miglior interesse” per Isaiah Haastrup, di appena undici mesi, affetto da un grave danno celebrare, è morire.

“Mi chiedo come sia possibile che un tribunale si sostituisca così al volere di un genitore, come se una madre che ha portato in grembo un bimbo non sia in grado di decidere secondo coscienza e amore”. Così Antonio Guidi, neurologo e psichiatra, già ministro per la Famiglia a metà anni Novanta, oggi membro dell’ufficio di presidenza di Fratelli d’Italia e candidato alle prossime elezioni come capolista per il Senato nel seggio dell’Umbria. Lui, nato con una grave asfissia per un parto prolungato, affetto da tetraparesi spastica, è particolarmente sensibile a vicende di questo tipo. In Terris lo ha intervistato.

Prof. Guidi, dopo il caso Charlie, in Gran Bretagna un altro bambino è destinato alla morte contro il volere dei genitori…
“C’è un punto dirimente su cui queste vicende invitano a riflettere. Non è giustificabile, ma è comprensibile, quando un cittadino, in preda a depressioni o paure, assume la decisione di togliersi la vita. Ma quando è lo Stato, attraverso la magistratura, che impone la morte di una persona, e soprattutto di un bambino, si compie un enorme passo indietro nella civiltà”.

Lei lo definisce un enorme passo indietro, altri lo chiamano diritto ad una morte dignitosa…
“Questa seconda affermazione è figlia di una cultura, voluta soprattutto dalla sinistra, per cui la libertà coincide sempre con la morte. Si pensi all’eutanasia, all’aborto… Mentre il mantenimento della vita viene fatto passare per un concetto retrogrado, oscurantista, addirittura limitativo della libertà. A mio avviso è esattamente il contrario: tanto più la civiltà progredisce, tanto più bisogna difendere la vita, che è un valore irrinunciabile. Il primo punto di ogni democrazia è proprio quello di salvaguardare la vita di una persona. Ecco, con questa cultura accade l’inverso. Io non vedo nessun diritto affermarsi, piuttosto vedo trionfare una forma di razzismo”.

A cosa si riferisce?
“Ogni volta che si innesca l’automatismo tra problematiche genetiche del bambino nascente e aborto, si induce una specie di selezione della razza. Nulla è più razzista dell’aborto automatico di bambini con difficoltà genetiche. Anch’io sono nato con una disabilità, quindi difendendo la vita degli altri difendo il mio passato remoto. E guardi, tutte le persone che hanno avuto il privilegio di sopravvivere a questo vero e proprio genocidio, testimoniano concretamente che la vita, anche nelle difficoltà maggiori, è sempre degna di essere vissuta”.

Il suo passato remoto, cioè il momento della sua nascita, assume una forte carica di significato rispetto al tema della dignità della vita anche nelle difficoltà…
“Sì, è molto significativo. Appena io nacqui, nel 1945, molti medici dissero ai miei genitori, a mio padre che era anch’egli medico e a mia madre che si stava ancora riprendendo dalla faticosissima esperienza delle doglie per il parto, che sarebbe stato meglio se io fossi morto. Credo che già da allora, insieme ai miei primi vagiti, iniziai a combattere questo “negativismo” medico. Tant’è che, proprio quando in famiglia mi fu raccontata questa storia, decisi che da grande sarei diventato io stesso medico. Con il camice bianco ho intrapreso una battaglia in favore della vita che si prolunga anche attraverso l’impegno politico”.

Lei prima ha fatto riferimento al genocidio…
“Basti guardare ai numeri dell’aborto. Io amo molto la storia romana, per questo sono un attento osservatore delle sue testimonianze visive. Tante volte sono passato davanti alla rupe tarpea, a due passi dal Campidoglio, specie quando ricoprivo l’incarico di delegato per le politiche della disabilità al Comune di Roma, e ho sempre sperato che il ritorno a quella nefandezza non avvenisse mai. Purtroppo oggi, nel 2018, dobbiamo di nuovo contrapporci alla cultura della rupe tarpea: e questo mi dà tanta tristezza, ma anche tanta forza per combattere”.

Casi come quello di Charlie e di Isaiah potrebbero avvenire anche in Italia con la legge sulle Dat?
“Secondo me no, anche perché ci saremo noi, culturalmente e politicamente, a sbarrare la strada a questo scempio. La speranza è che le prossime elezioni diano un indirizzo diverso alla maggioranza parlamentare. Devo dire, purtroppo, che gli ultimi presidenti del Consiglio, dinanzi all’esplosione dei temi etici, si sono espressi a favore di questa cultura oppure hanno agito come Ponzio Pilato, che è passato per essersi lavato le mani avallando un’orribile crocifissione. Ma il problema, a mio avviso, oltre che legislativo è giuridico”.

Avverte una tendenza da parte dei giudici a privilegiare posizioni contro il diritto alla vita?
“Avverto un pregiudizio negativo nei tribunali dei minori nei confronti della famiglia: troppo spesso si sceglie la strada più breve per dirimere problemi familiari, per cui i bambini vengono allontanati dai genitori e mandati in istituti o case d’accoglienza. Ecco, in molti casi questi problemi potrebbero essere ridotti se non risolti con un sostegno psicologico o economico. Consideri che lo Stato spende migliaia di euro al mese per tenere un bambino fuori casa, producendo un dolore che non cesserà mai, quando magari quei soldi potrebbero essere spesi per intervenire all’interno della famiglia mantenendo saldi i legami. Questa tendenza non mi lascia ben sperare rispetto a casi simili a quelli di Charlie o di Isaiah”.

Culturalmente, come si contrasta la cultura della morte?
“È importante, cominciando dalle scuole, ad insegnare ai ragazzi quanto è importante il dono che hanno avuto venendo in vita. La cultura della morte, della droga, del successo ad ogni costo passa anche per i media, per il cinema. Per questo c’è bisogno di storie esemplari, che vanno raccontate ai giovani, dimostrando che scegliere la vita è la scelta migliore, in ogni caso”.
 
fonte: interris