“Allarme pillola del giorno dopo. Overdose di vendite”

da Noi Famiglia&Vita, supplemento mensile di Avvenire – Febbraio 2018
 
di Antonio Casciano
 
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della legge 194, che, come noto, ha introdotto nel nostro ordinamento, era il 1978, la disciplina dell’aborto volontario (Ivg). Come prescritto dall’articolo 16 del testo normativo, il ministro della Salute presenta ogni anno al Parlamento una relazione concernente lo stato di attuazione della legge, sulla base dei dati forniti dalle regioni, raccolti dal Sistema di sorveglianza operante presso l’Istituto superiore di Sanità ed elaborati dall’Istat. La relazione di quest’anno si apre inanellando una serie di dati a conferma dell’andamento decrescente del numero di aborti praticati in Italia. Si legge infatti: «Per il terzo anno di seguito il numero totale delle Igv è stato inferiore a 100.000 [esattamente 84.926 nel 2016, di cui 59.423 a carico di cittadine italiane], più che dimezzato rispetto ai 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia». Il ricorso all’aborto appare in diminuzione in ogni fascia d’età, ancorché la percentuale delle minorenni che vi accedono pare essere rimasta invariata negli ultimi anni. Per ciò che riguarda istruzione, occupazione e condizione familiare, si può rilevare che il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito nel 2016 era in possesso di licenza media superiore, il 47.4% era occupato, il 57,8% nubile, il 43,9% non aveva ancora avuto prole. Diverse le criticità che emergono a una disamina attenta del documento. Infatti, la diminuzione degli aborti è molto meno evidente in termini percentuali se si tiene conto della diminuzione della popolazione femminile in età fertile. Inoltre nella relazione si accenna solo timidamente alla pesante incidenza che, sulla riduzione del numero di Ivg, ha avuto il ricorso all’aborto precoce da farmaci che ostacolano l’annidamento dell’embrione nell’utero materno. Non è un caso che le confezioni di EllaOne vendute in Italia, siano passate dalle 7.796 unità del 2012 alle 189.589 del 2016, così come le confezioni di Norlevo dalle 161.888 unità del 2015 alle 214.532 del 2016 (p. 13 della relazione). Dunque, nell’esporre la multiforme quantità di cause che possono aver contribuito a ridurre il ricorso, negli anni, all’Ivg, si dovrebbe debitamente segnalare che il numero assoluto degli aborti non è affatto calato, se nello spettro delle pratiche volte a provocare un’interruzione volontaria della gravidanza si considerano anche quelle che la gravidanza la impediscono con assunzione di farmaci intercettivi o contragestativi come quelli segnalati. Insufficiente anche l’esame della stretta connessione che esiste, specie tra i più giovani, tra il ricorso ai metodi contraccettivi, intercettivi o contragestativi, e il ricorso alla Ivg. Per la verità la relazione ammette che in Italia si assiste a «una minore diffusione della contraccezione ormonale, rispetto ad altri Paesi europei con cui siamo soliti confrontarci (Svezia, Gran Bretagna, Francia), dove a un utilizzo nettamente maggiore della pillola contraccettiva corrisponde tuttavia un altrettanto maggiore tasso di abortività (p. 7 della relazione). Tuttavia il Ministero evita di trarre le dovute conclusioni: l’aborto si associa proprio al diffondersi della mentalità contraccettiva, di una tendenza cioè che mira a sancire su larga scala la definitiva rottura tra il momento unitivo e quello procreativo dell’atto sessuale. L’esperienza degli altri Paesi europei mostra che il diffondersi della contraccezione alimenta la deresponsabilizzazione relazionale, la reificazione personale, la banalizzazione e strumentalizzazione dell’attività sessuale, che spingono naturalmente verso l’opzione abortiva quando la gravidanza indesiderata si verifica. Seppur tra le righe è costretto ad ammetterlo anche il Ministero, visto che proprio riguardo al rapporto tra giovani generazioni ed uso dei contraccettivi, nella Relazione si evidenzia, seppure brevemente, il ruolo svolto dalle famiglie italiane, osservando che, «rispetto agli altri Paesi europei, siamo ancora distanti dalla diffusione più massiccia della pillola contraccettiva […]. Nonostante ciò le giovani italiane si osserva una percentuale bassa di gravidanze e una bassa abortività. Ciò può essere parzialmente spiegato dal fatto che i nostri giovani, rispetto ai paesi Nord Europei, restano più a lungo in famiglia» (p. 7 della relazione). Dunque appare evidente come non è offrendo un incondizionato accesso ai mezzi contraccettivi e abortivi che si possono creare persone più libere e consapevoli, semmai è promuovendo una interconnessione sempre più forte tra libertà personale, educazione, fertilità, maternità, famiglia che si può pervenire alla diffusione di una autentica cultura della vita. Meritevole di attenzione appare anche il dato relativo all’aumento del numero assoluto di Ivg nella fascia d’età comprese tra i 35 e i 44 anni, un dato significativo se si considera che l’età media nella quale le donne arrivano al matrimonio è di molto aumentata. Esso sembra indicare che con sempre maggiore frequenza vi sono donne che scelgono l’Ivg proprio quando l’esistenza di una famiglia e l’approssimarsi della fine dell’età fertile dovrebbero suggerire altrimenti. Così come appare curioso l’aumento, parimenti fatto registrare nel 2016, del numero di donne ‘occupate’ che ricorrono all’Ivg, quando invece negli anni precedenti veniva segnalato il peso delle motivazioni di ordine economico-sociale sulla scelta dell’opzione abortiva. Sempre più spesso, dunque, donne mature, vicine alla fine dell’età fertile, professionalmente affermate, magari sposate, ricorrono all’Ivg. Sarà dunque difficile che anche valide politiche a sostegno della famiglia possano restringere il fenomeno dell’aborto, se non si avvia un cambiamento dei paradigmi culturali tipici della mentalità secolarizzata, che privilegia la ricerca del piacere e dell’autoaffermazione personale sulla logica dell’amore come dono e servizio alla vita.
 
“Un aborto su dieci è ancora clandestino”
 
Tra i dati più significativi emersi dalla Relazione sulla 194 figura quello relativo al numero degli aborti clandestini. Autentica piaga sociale che l’avvento di una normazione disciplinante il ricorso all’Ivg avrebbe dovuto estirpare del tutto e che invece permane con tassi sostanzialmente invariati rispetto agli anni precedenti. Il numero degli aborti clandestini praticati nel 2016, infatti, sarebbe compreso, secondo le stime Istat, tra i 10 e i 13.000, numero decisamente minore rispetto a quelli registrati negli anni precedenti, ma proporzionalmente ancora significativo se si considera che il numero delle Ivg effettuate legalmente è stato nello stesso anno di 84.926 unità. Dunque più di un aborto su 10 viene ancora praticato clandestinamente. È significativo che la nota ministeriale ponga in evidenza la stretta connessione che esiste tra grado di scolarizzazione e ricorso all’aborto, sottolineando come «le donne con istruzione più elevata sono quelle che maggiormente hanno migliorato le loro conoscenze e i loro comportamenti sul controllo della fecondità». Sarebbe stato allora interessante poter leggere, nella medesima relazione, un paragrafo dedicato all’elenco delle iniziative concretamente messe in campo, magari su scala nazionale, per promuovere non solo l’empowerment culturale della donna, ma anche le sue conoscenze in tema di fisiologia della riproduzione sessuale, magari profittando dell’occasione per divulgare quel know-how che è alla base dei sistemi di regolazione naturale della fertilità con cui si potrebbe infrangere la cultura che privilegia solo la dimensione biologica della procreazione e porre al centro la persona con la sua irriducibile ricchezza ontologica e relazionale. Leggendo la nota ministeriale si ha come l’impressione che ad oggi continui a prevalere una cultura che, malgrado le affermazioni di principio della 194, considera l’aborto come un mezzo di controllo delle nascite. Lo si evince dalla sempre maggiore determinazione con cui gli organismi sovranazionali, Onu in primis, promuovono programmi di sviluppo delle popolazioni più povere per mezzo della diffusione capillare di strumenti e strutture finalizzati a favorire l’aborto; la sempre maggiore convinzione con cui si è inclini ad accogliere e promuovere, più o meno consapevolmente, la cultura dell’uso strumentale della sessualità e, dunque, della persona umana; l’ossessione con cui si promuove la salute riproduttiva della donna basandola unicamente sulla libertà e facilità di accesso alle soluzioni abortive; una generale cultura della banalizzazione della vita e della dignità umana. Si tratta di un’emergenza culturale i cui nefasti effetti sembrano sfuggiti tanto al legislatore, quanto ai tecnici del ministero.
 
“Medici obiettori, nessuna emergenza”
 
C’è anche il problema del numero degli ginecologi non-obiettori operanti nelle strutture pubbliche nella Relazione sulla 194. Nella nota si evidenzia «un aumento in numero assoluto dei ginecologi non obiettori, negli ultimi due anni, e una sostanziale stabilità del numero dei non obiettori nel corso dei quasi 40 anni di applicazione della legge, a fronte di un più che dimezzamento delle Ivg» (p. 52 della relazione). A conferma di ciò, i dati suggeriscono altresì che «nella maggior parte di questi casi, il numero dei non obiettori risulta superiore a quello necessario a rispondere adeguatamente alle richieste di Ivg, e quindi una parte dei non obiettori viene assegnata ad altri servizi (ricordiamo che gli interventi di Ivg sono sempre programmati, quindi ci sono le condizioni per distribuire il personale in coerenza con le richieste)» (p. 6). Dunque è fondamentale continuare a garantire, al personale sanitario la libertà di esercizio dell’obiezione di coscienza, diritto fondamentale e non conculcabile le cui radici sono da rinvenirsi direttamente nella libertà di coscienza e di credo affermate in tutte le Carte, sia costituzionali che sovranazionali. La medesima Relazione sembra aver invece glissato sulla questione del ruolo attivo svolto dai consultori familiari nel ridurre le intenzioni di aborto. Ci si limita, sotto questo aspetto, a segnalare che «il fatto che il numero di colloqui Ivg sia superiore al numero di certificati rilasciati, potrebbe indicare l’effettiva azione per aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza». Il carattere eroico di questa attività di promozione della vita tutt’altro che marginale è accresciuto dal fatto che «il numero degli obiettori di coscienza nei consultori, pur nella non sempre soddisfacente copertura dei dati, è molto inferiore rispetto a quello registrato nelle strutture ospedaliere e tende a diminuire (29.7% vs 70.5% nel 2015 e 23.1% vs 70.9% nel 2016)» (p. 57). Una diminuzione che si deve anche all’emarginazione e all’ostracismo di cui gli obiettori sono fatti oggetto, con il pretesto che essi non garantiscono l’attività di certificazione e/o di prescrizione dei ‘contraccettivi’ di emergenza. Vi è infine un altro aspetto degno di nota che la Relazione pare aver ignorato del tutto. Come noto, il processo di implosione demografica in tutto il mondo occidentale deriva dall’invecchiamento delle popolazioni e porta con sé il crescente bisogno di risorse da destinare a servizi per la terza età. Si tratta di un processo che non può non significare meno risorse per le giovani generazioni e le famiglie. La promozione di politiche pronatalità avrebbe come effetto certo la riduzione immediata del numero delle Ivg e l’aumento del numero di nati, risultati che lungi dal potersi considerare meri auspici sociali, assumono il carattere di ineludibile necessità per il superamento dell’inverno demografico.