Aneurisma all’ottavo mese di gravidanza, salvate madre e bimba

MOTHER, CHILD, BORN

Purché tutto vada bene, si dice pensando al mistero di una nascita. E se non fosse così? Siamo tutti dentro questa contesa tra la luce e il buio che è la vita
 
All’ottavo mese di gravidanza la valigia per l’ospedale è pronta; più o meno se non altro. La guardi, quando la incroci con gli occhi vicino alla porta dell’ingresso dove l’hai messa, e pensi al momento in cui servirà; uscirai di casa per andare a partorire. La valigia è lì a dare forma ancora più concreta all’attesa. Oltre al pancione che pesa, eccome, oramai.

All’ottavo mese di gravidanza si è già tutti protesi alla nascita, ma c’è ancora un po’ di tempo. A volte vorresti che arrivasse subito il momento di vedere tuo figlio faccia a faccia, a volte sei titubante perché la paura del parto c’è. Tutto l’orizzonte dei pensieri si concentra sull’esplosione di novità che è la vita che nasce; alla fine, non riuscendo mai a sbrogliare fino in fondo la matassa di emozioni, ti ritrovi a dire: purché tutto vada bene.

Eppure sappiamo bene che niente e nessuno è al sicuro dagli tsunami del destino che osiamo chiamare le visite della Provvidenza. Talvolta è profondamente incomprensibile il bene dietro un evento drammatico, ma talvolta è così lampante da risvegliarci dal torpore dell’incredulità.

Pochi giorni fa l’Ausl Romagna  ha reso pubblica una storia accaduta all’ospedale Bufalini di Cesena nei mesi scorsi: una madre all’ottavo mese di gravidanza è stata ricoverata con un aneurisma, in serio pericolo di vita. Sono intervenute equipe mediche dai reparti di Ostetricia e di Neurochirurgia per compiere, anzi per essere le braccia operose di un possibile miracolo: salvare due vite, quella della creatura in grembo e quella della mamma. C’è da immaginarsela l’energia sprigionata da un evento simile: un affaccendarsi di gente attorno alla donna; tutte le risorse di ogni dottore, accanto ai colleghi, tirate fuori dalla testa e dal cuore, magari avendo sulle spalle un’intensa giornata lavorativa. Chissà. E chissà quanti angeli custodi dentro la sala di Neurochirurgia, ciascuno a sostenere ogni parte in causa della scena.

Vita e morte insieme sullo stesso tavolo operatorio: il taglio cesareo d’urgenza fa nascere la bimba, che vede la luce in modo così inatteso, e intanto sua madre rischia di morire.

Il tempo, il succedersi di minuti decisivi, ospita la tremenda ipotesi che due persone così legate come madre e figlia possano non conoscersi mai. Può accadere che l’ombra scura della morte strappi la mamma alla bimba che ha appena compiuto il suo primo respiro. Questa tremenda possibilità accompagnerà la vita di entrambe per il resto della loro storia. E sarà un pugno, ma anche una benedizione.

La madre è stata salvata, i medici hanno guardato con stupore l’evento a cui hanno partecipato.

Noi possiamo solo intuire, sbirciando da lontano, con quale meraviglia tremante una donna avrà messo gli occhi addosso per la prima volta alla sua bambina. Un pugno forte allo stomaco, e insieme una benedizione. Possiamo solo immaginare quante volte, da grande, quella bimba si farà raccontare una storia così incredibile o la racconterà a se stessa. Magari, in un cantuccio della testa salirà sempre su il pensiero: «Ma poteva anche succedere che… bastava poco e …». Bastava poco, bastava pochissimo e tutto poteva finire nel peggiore dei modi. Accade.

Vero è che in ogni piccola storia quotidiana si riverbera, anche se fioco, l’eco dell’evento clamoroso accaduto a Cesena: essere in pericolo di vita è la condizione umana. Esserci è questa battaglia tra la luce della presenza e il buio del nulla che si ripete di minuto in minuto. E che ruolo abbiamo noi in questa grande avventura della Creazione? Più di uno. Siamo tutti figli nati all’improvviso, abbiamo ricevuto la vita come un dono quasi violento, l’aria che di botto entra nei polmoni e mette in moto il tumulto di un’anima.

Siamo pazienti feriti, portiamo addosso i segni delle botte forti e meno forti degli imprevisti del destino. Più spesso, forse quotidianamente, dovremmo essere medici in senso lato: gente con le maniche rimboccate e gli occhi sgranati – nell’eterna contesa tra vita e morte – per mettere, se possibile, le nostre mani a sostegno della cura di chi c’è sempre accanto, di chi incontriamo per caso, pure di chi facciamo finta di non vedere.
 

(fonte: Aleteia)