Quanto costa all’Italia la fobia delle paritarie

Fondi Ue solo per le statali nonostante l’intervento dei ministri Fedeli, De Vincenti e le associazioni di scuole e genitori. E non è colpa dell’Europa
 
Intervista a Maria Grazia Colombo, vicepresidente Forum delle associazioni familiari
 
«Non stiamo parlando di vizi di forma ma di fobia, una vera e propria fobia, lo ha appena ricordato Berlinguer: in Svezia non esistono scuole statali, in Olanda sono solo il 30 per cento. Soltanto in Italia c’è questa distinzione tra scuola statale e non statale». Maria Grazia Colombo, vicepresidente Forum delle associazioni familiari, rilancia il duro attacco sferrato su Avvenire dall’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer all’indomani dell’ennesima esclusione delle scuole non statali dai bandi ministeriali che assegnano i fondi europei per la scuola: «Siamo di fronte a un errore tecnico del ministero – ha detto il padre della legge 62/2000 sulla parità scolastica –. Soltanto il ministero italiano, sbagliando, ha fatto introdurre la distinzione tra scuola statale e non statale, che nelle intenzioni del legislatore europeo non ha ragione di esistere».

A quale errore si riferisce Berlinguer?
A qualcosa che è successo nel 2014, l’anno in cui vengono individuate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, le priorità strategiche del settore fino al 2020 attraverso il Programma operativo nazionale (Pon) finanziato con i fondi strutturali europei. Ma le scuole paritarie non possono accedervi. Finché, a settembre del 2016, chiedo e ottengo un colloquio con un funzionario del ministero: il punto dolente è l’Accordo di partenariato per l’impiego di fondi strutturali e di investimento europei sottoscritto nel 2014 tra commissione europea e dal ministero dell’Istruzione italiana, in base al quale per “istituzioni scolastiche” si intendono soltanto le scuole statali. In pratica il ministero ha dichiarato alla commissione che il sistema scolastico è fatto solo da scuole di sua proprietà e che solo queste avrebbero potuto accedere alle risorse dell’Europa.

Quindi è stato sottoscritto un accordo che disattende pienamente la legge 62/2000 sulla parità scolastica?
Esatto: abbiamo immediatamente allertato i ministri dell’Istruzione e della Coesione territoriale Valeria Fedeli e Claudio de Vincenti, i quali hanno scritto alla commissaria europea per la Politica regionale, Corina Cretu, richiedendo subito la modifica dell’Accordo di partenariato. La lettera ha dei passaggi a mio parere decisivi per il riconoscimento della scuola paritaria e fissa princìpi che non sono frutto di una concessione dello Stato, ma di un riconoscimento pieno della funzione pubblica che supera la paternità della gestione degli istituti italiani e di cui si fa garante lo stesso ministero: «Non può sfuggire – scrivono Fedeli e De Vincenti – il fondamentale ruolo d’interesse pubblico svolto da tutte le scuole che appartengono al Sistema nazionale di istruzione, comprese le scuole paritarie, per il raggiungimento degli obiettivi nazionali in tema di istruzione ed educazione che la Costituzione italiana assegna alla scuola». Non solo, anche i capi dipartimento del Miur e delle Politiche di coesione, Carmela Palumbo e Vincenzo Donato, hanno scritto alla Commissione: «Si ritiene utile – dice questa seconda comunicazione – riconoscere alle scuole paritarie un ruolo fondamentale di presidio dei territori al fine di poter esercitare, in sinergia con le scuole statali, una funzione di supporto alle azioni volte a ridurre il fallimento formativo precoce e a contrastare la dispersione scolastica».

Il pressing di ministri e associazioni di scuole paritarie e genitori dura per tutto il 2017, e finalmente il 13 ottobre un comunicato ufficiale del Miur dichiara di avere acquisito l’assenso della Commissione alle modifiche richieste. Escono bandi nuovi, i beneficiari restano tuttavia ancora le scuole statali. Cosa ha pensato quando ha letto gli avvisi?
Io sono come San Tommaso, aspettavamo con ansia questo momento e finalmente escono i bandi destinati alle scuole di ogni ordine e grado per realizzare in tutte le Regioni italiane (ad eccezione della Valle d’Aosta e della provincia autonoma di Trento) progetti di inclusione scolastica e lotta al disagio e alla dispersione, dall’apertura delle scuole oltre l’orario scolastico a progetti di potenziamento delle competenze di base in chiave innovativa: 130 e 150 milioni di euro. Progetti che sono nel dna della scuola paritaria, ma delle modifiche richieste non c’è traccia: le paritarie sono escluse. Nell’avviso si legge che ancora una volta sono state accantonate risorse specifiche «in attesa della modifica del Programma operativo nazionale», ma sappiamo benissimo che fine fanno gli accantonamenti se non vengono sbloccati da normative adeguate. Erano stati accantonati dalla finanziaria dello scorso anno anche i 50 milioni per scuole materne paritarie e comunali, e sono stati poi allocati nel capitolo formazione. Qui non c’è in ballo solo una questione di soldi, ma di rispetto delle leggi. I soldi sono la conseguenza di un diritto rispettato, la battaglia che ci troviamo a portare avanti, quindi, a 18 anni dalla legge sulla parità scolastica, è ancora quella per il riconoscimento dei nostri istituti, relegati a partecipare a bandi ma non come capofila e solo su invito delle scuole statali. Le paritarie però non sono un’appendice del sistema.

Come è stata giustificata l’esclusione da questi ultimi due bandi?
Rallentamenti burocratici. In Italia la questione burocratica giustifica tutto. Per questo ci vuole l’intervento della politica: non davamo per scontata l’alleanza con Fedeli e De Vincenti, invece la loro adesione è stata immediata e concreta, sono intervenuti perché fosse rispettata la legge già in vigore e l’articolo 3 della Costituzione contro ogni discriminazione. Non sono solo la vicepresidente di un forum che raggruppa quattro associazioni (Age, Agesc, Faes e Aimc, l’associazione di maestri cattolici italiani, il 99 per cento dei quali insegna in istituti statali), ma anche una madre che non sta chiedendo di godere di un privilegio gentilmente concesso dallo Stato quando manda i propri figli alla paritaria, bensì di affermare un diritto costituzionale.

La Uil ha protestato a Bruxelles contro la rimozione delle clausole che escludevano le paritarie dall’accesso ai fondi. Il refrain è il solito, “prendono già i soldi dallo Stato e dalle famiglie”.
Lo sa quanto prende dallo Stato un ragazzo che va alle paritarie? Circa cinquecento euro. I dati li trova in finanziaria: circa 500 milioni di euro per oltre un milione di ragazzi che frequentano gli istituti non statali. Si calcola che uno studente per andare alle statali costi invece allo Stato dai 6 mila agli 8 mila euro. Spero a questo proposito che il lavoro iniziato dalla commissione di studio sul costo standard per alunno, costituita da Fedeli e presieduta da Berlinguer, prosegua il prima possibile: applicando i costi standard sul modello della sanità – parlo di una emulazione intelligente e controllata –, ogni alunno di ogni scuola costerebbe a Stato e famiglie molto meno, verrebbe garantito il diritto all’istruzione senza discriminazioni e restituita alla famiglia la libertà di scelta.

L’8 maggio il Comitato di sorveglianza dovrebbe validare le modifiche: sarà l’ultimo atto?
L’8 maggio saremo arrivati alla fine della scuola e ancora non sappiamo chi sarà al governo. Abbiamo avuto dalla nostra due ministri, eppure i burocrati dei loro dipartimenti hanno continuato a prendere posizioni a dir poco avventurose contro il diritto delle nostre scuole ad avere pari dignità e opportunità delle scuole di proprietà dello Stato. Diritto sancito dalla legge. La stessa legge che qualcuno non vuole applicare e che il M5s ha annunciato di volere abolire.

 
(fonte: Tempi, 20.03.18)