Omogenitorialità e diritti di ogni figlio. Nascere orfani?

di Mariolina Ceriotti Migliarese
(Avvenire, 25 giugno 2018)
 
Certamente non sono rari nella storia umana i casi di bambini cresciuti solo dalle donne; nei tempi di guerra come nei tempi di pace è successo spesso che i padri fossero assenti: morti in guerra, lontani per lavoro, oppure semplicemente latitanti, magari dopo aver messo incinta la donna madre del bambino. Tante donne coraggiose si sono rimboccate le maniche, si sono aiutate tra loro, hanno amato, accudito e fatto crescere figli che l’assenza del padre non ha necessariamente reso patologici o incapaci di vivere.

Perché dunque ci sconcerta e ci interroga la notizia che diversi sindaci, a Milano, a Torino e in altre città italiane, hanno voluto riconoscere bambini “figli di due madri”?

Pensiamo forse che queste donne non possano essere capaci, in quanto omosessuali, di dare ai bambini l’amore di cui hanno bisogno? Pensiamo forse di negare a questi bambini, in nome di qualche astratto principio, l’amore a cui hanno diritto? Che differenza c’è, dunque, tra l’essere cresciuti da due donne perché il padre è scomparso, ed essere cresciuti da due donne che hanno scelto di mettere al mondo un figlio senza il padre? Malgrado le apparenze, la differenza c’è ed è molto importante: solo nel secondo caso, infatti, gli adulti decidono consapevolmente che il bambino nasca orfano di padre.

Orfano è una parola che significa “privo di un genitore” e genitore significa “colui che ha generato”. Comunque si considerino le cose, ognuno di noi è generato senza possibilità di eccezione dai gameti di un uomo e di una donna, che sono dunque biologicamente nostro padre e nostra madre: il legame con loro è innegabile e ineludibile, perché impresso nel nostro corpo attraverso un patrimonio genetico fatto sia di caratteristiche fisiche che di inclinazioni temperamentali, che ci accompagneranno per sempre. Il legame biologico da solo è certamente insufficiente a fondare la genitorialità, ma rimane un legame potente; chi si occupa di adozioni sa bene ad esempio che qualsiasi adottivo, anche se accolto fin dai primi giorni di vita in una famiglia che ama e che lo ha amato, porta in sé una forte domanda sulle sue origini, che lo spinge sempre a cercare di scoprire chi erano i suoi genitori biologici. 

Non a caso la necessità di tale ricerca si fa sentire soprattutto a partire dall’adolescenza, età nella quale si affacciano alla coscienza le principali domande sul sé, legate al tema della propria identità; a partire da questo momento il tema delle origini diventa cruciale sulla strada per diventare adulti e poter dunque a nostra volta generare, in una catena di relazioni che lega tra loro padri, madri e figli.

Il padre non è più importante della madre, e nemmeno la madre lo è più del padre: ognuno di noi sa bene, se analizza se stesso con sincerità, che entrambi sono o almeno sono stati cruciali per la sua vita. La loro presenza come la loro assenza, il loro essere stati figure positive o negative, lasciano in noi una traccia che non possiamo negare e con la quale facciamo i conti per tutta l’esistenza: tutto dunque può essere detto delle figure del padre e della madre, tranne che possano essere irrilevanti o indifferenti.

Proprio per questo è necessario che entrambi possano essere presenti, almeno nel nostro immaginario: il bambino orfano di guerra, il bambino figlio di madre nubile, il bambino abbandonato e adottato, tutti indifferentemente sanno di essere stati generati dall’incontro tra un uomo e una donna. Pur nella mancanza di uno o dell’altro genitore possono riconoscere che la loro origine dipende da entrambi: scoprono che il maschile e il femminile non si bastano da soli, e che hanno lo stesso valore perché sono entrambi indispensabili a generare la vita. Solo l’omogenitorialità può decretare di fatto l’assoluta irrilevanza di uno dei sessi: le due donne che fanno dell’uomo solo un donatore di seme, o i due uomini che fanno della donna una donatrice di ovulo e/o un’incubatrice per il feto, stanno dichiarando al bambino l’assoluta irrilevanza dell’altro sesso, che pure ha contribuito a generarlo e di cui porta in sé una parte così rilevante.

Nessun bambino può esser ‘figlio’ di due donne o di due uomini; il bambino di una coppia omogenitoriale può certamente essere frutto della scelta di due adulti che lo chiamano al mondo perché vogliono amarlo: ma sono adulti che, senza volerlo, lo fanno nascere orfano di un genitore e privo della possibilità almeno simbolica della sua esistenza.

Davanti a questioni di questo tipo, la nostra risposta appare confusa e spesso timorosa perché si è diffusa in modo drammatico la convinzione che tra i diritti di un adulto ci sia anche quello di avere bambini; questo modo di pensare non riguarda solo le coppie omosessuali, ma anche molte coppie eterosessuali, creando un clima propizio per il diffondersi del fenomeno. Ma i bambini, come ogni persona, possono solo essere soggetto di diritti e non certamente oggetto: dobbiamo tornare a vederli come un dono della vita, un regalo spesso immeritato, che non può essere preteso, ma solo accolto con riconoscenza e rispetto.

È dunque di estrema urgenza avviare una riflessione, per evitare che i dati di fatto prendano rapidamente il sopravvento, portando a ‘normalizzare’ ciò che non può essere normalizzato. Quando nasce un bambino, la prima cosa da fare, la più importante, è sempre quella di festeggiare la sua nascita come un dono per il mondo: una piccola persona nuova ha visto la luce, un miracolo che si ripete malgrado tutti i possibili errori. Comunque sia stato generato, un bambino ha il diritto di essere amato, e i bambini già nati hanno certamente pieno diritto di cittadinanza tra noi. Ma se davvero amiamo i bambini, dovremmo in primo luogo fermarci con decisione, e domandarci quali sono i loro veri diritti, quali le migliori opportunità per il loro sviluppo.

E se non troviamo un accordo, che valgano almeno per tutti il rispetto della legge e la saggezza del principio di precauzione, che utilizziamo in tanti ambiti certo meno decisivi.