Sulla Sindone il sangue vero di una persona torturata

Sacra Sindone

Parla il prof. Di Lazzaro, coordinatore di uno studio sorprendente sul sangue del famoso lenzuolo
 
di Federico Cenci

(interris, 8.08.18)
 
 un lenzuolo di lino di origine antica. Misura circa quattro metri e mezzo per uno. Ma l’umile qualità del tessuto e le dimensioni ridotte sono inversamente proporzionali all’ampio e intenso dibattito che da sempre la Sindone suscita. L’uomo di cui è visibile l’immagine è Gesù Cristo? I segni di maltrattamenti sono quelli subiti dal Nazareno durante la passione? Queste domande interrogano comunità scientifica e persone comuni. E lo hanno fatto anche nell’ultimo mese. È stata pubblicata a luglio dal Journal of Forensic Sciences una ricerca secondo la quale parte delle macchie di sangue presenti sul lenzuolo sarebbero false. Risale invece a questa settimana un altro studio sempre italiano, pubblicato sulla rivista Applied Optics, il quale sembrerebbe indicare che il sangue sulla Sindone apparterrebbe a un individuo duramente percossoIn Terris ha intervistato il coordinatore di quest’ultimo lavoro, il prof. Paolo Di Lazzaro, dirigente dell’Enea e vicedirettore del Centro internazionale di Sindonologia.

Prof. Di Lazzaro, come siete arrivati alla conclusione che il sangue presente sulla Sindone sarebbe appartenuto a una persona che ha subito torture?
“È già noto che le macchie di sangue sulla Sindone contengono livelli elevati di bilirubina: ci sono diverse misure sulla Sindone del 1978 da parte del gruppo di scienziati statunitensi dello STuRP (Shroud of Turin Research Project, Progetto di Ricerca sulla Sindone di Torino) e confermate da altre misure del prof. Baima Bollone. La bilirubina è una sostanza presente in eccesso nel sangue umano in due casi: quando la persona è malata di ittero oppure quando la persona è stata duramente percossa. Sembra quindi assai probabile che l’uomo della Sindone sia stato torturato”.

La vostra ricerca indaga anche sul colore del sangue…
“La ricerca è indirizzata a questo problema: capire perché le macchie di sangue sulla Sindone hanno un colore rossastro, mentre il sangue rappreso su tessuti diventa marrone scuro dopo alcune ore. Abbiamo scoperto che il sangue con elevata bilirubina non si scurisce dopo 4 anni se viene irraggiato da luce ultravioletta poche ore dopo essere stato assorbito da un tessuto di lino. In pratica, il colore del sangue non scurisce a causa dell’interazione fotochimica tra luce ultravioletta e bilirubina in eccesso contenuta nel sangue della persona percossa. Inoltre, nelle nostre misure ottiche sulla Sindone abbiamo trovato un indizio spettroscopico che rivela la presenza di metemoglobina nel sangue sindonico. La metemoglobina è una forma di emoglobina fortemente ossidata, tipica del sangue antico. In questo ambito, le nostre misure confermano per l’ennesima volta che nel sangue sindonico c’è sangue antico. Non possiamo però quantificare l’età delle macchie”.

Quindi non è ancora possibile datare la Sindone?
“Non lo sappiamo con certezza. Le misure di radio datazione della Sindone tramite C-14 del 1988 hanno fornito come risultato un’età risalente al medioevo, ma da scienziato io vedo che ci sono molti dubbi su quella misura. In particolare, un approfondito studio statistico del prof. Riani dell’Università di Parma ha permesso sia di evidenziare una probabile contaminazione dei campioni della Sindone usati per la datazione, sia di svelare che uno dei 4 lembi dati ai Laboratori non fu mai datato. Questo ultimo fatto è stato tenuto segreto per 22 anni e rivela un comportamento non trasparente e censurabile di almeno uno dei laboratori che hanno partecipato alla misura del 1988. In un mio articolo su Academia.edu ho riassunto alcuni dei principali problemi di affidabilità della misura di datazione effettuata nel lontano 1988”.

A proposito di studi sulla Sindone e polemiche. Che idea si è fatto di quello pubblicato meno di un mese fa secondo cui molte macchie di sangue sarebbero false? 
“Gli esperimenti di cui lei parla, effettuati dai dottori Borrini e Garlaschelli, si proponevano di simulare il percorso del sangue fuoriuscito dalle ferite al polso e al costato dell’uomo della Sindone: gli inglesi lo chiamano blood pattern analysis (analisi del percorso del sangue). Per fare un esperimento di questo tipo, bisogna avere a disposizione almeno tre cose: 1) sangue con densità e fluidità simile a quella dell’uomo sindonico disidratato e morente; 2) un sistema per spillare questo sangue alla stessa velocità da cui uscirebbe da un polso inchiodato e da una ferita al costato e alla stessa frequenza determinata dal battito cardiaco irregolare di un uomo sfinito, con difficoltà respiratorie a causa della crocifissione e quasi morente; 3) una superficie simile alla pelle sporca, sudata, con peli e con rilievi da ecchimosi sparse ovunque come quella dell’uomo della Sindone. Potete quindi immaginare la mia sorpresa quando ho letto l’articolo sul Journal of Forensic Science: gli autori usano un manichino di plastica su cui premono un bastone con attaccata una spugna contenente sangue artificiale per simulare la ferita al costato, e in un’altra prova usano sangue vero ma con anticoagulante spinto da una pompetta a mano in un tubicino che termina sul polso del dottor Garlaschelli, che per sua fortuna non aveva ecchimosi e non era né sudato, né sporco. Insomma, nell’esperimento gli autori hanno usato condizioni completamente diverse da quelle che si volevano riprodurre. Ovviamente si tratta di un tentativo grossolano e dilettantesco: chiunque è in grado di capire che in questo modo non è possibile riprodurre realisticamente il flusso di sangue di un uomo disidratato e morente, e nemmeno la superficie su cui scorre il sangue, che è una pelle sporca, sudata e piena di ecchimosi. Come era da aspettarsi, in questo esperimento il sangue ha seguito percorsi diversi da quelli osservati sull’uomo della Sindone. Sarebbe stato sorprendente il contrario.Le conclusioni dell’articolo di Borrini e Garlaschelli non tengono conto dei limiti grossolani dell’esperimento, il quale, date le condizioni molto lontane dal modello che si intende simulare, non consentono di giungere a nessun esito certo”.

Prima ha fatto riferimento all’interazione tra luce ultravioletta e sangue della Sindone: il che fa pensare al concetto di “esplosione di luce” con cui Benedetto XVI ha descritto la Resurrezione. Possiamo ritenere che l’uomo della Sindone sia Gesù Cristo?
“Da un punto di vista strettamente scientifico, la risposta è negativa: non credo potremo mai avere la certezza matematica che l’uomo che ha lasciato la doppia immagine sulla Sindone sia il Nazareno. La Sindone, in effetti, è un oggetto archeologico in cui ci sono molti indizi, ma nessuna prova scientificamente assoluta. Ma poi, abbiamo davvero bisogno di saperlo? Mi viene in mente un’affermazione del mio amico Barrie Schwortz, membro del gruppo STuRP, il quale dice: ‘Oggi sappiamo quello che la Sindone non è – non è un dipinto, non è una fotografia, non è una bruciatura del tessuto, non è ottenuta tramite sfregamento –  ma non conosciamo nessun meccanismo che può realizzare un’immagine con le stesse caratteristiche chimiche e fisiche dell’immagine della Sindone’. E aggiunge: ‘Spesso la gente mi chiede se è la prova della Resurrezione, ma la risposta ad una domanda di fede non si trova sulla Sindone, ma negli occhi e nel cuore di coloro che la guardano’. Una sintesi perfetta, che condivido”