E’ inaccettabile affittare l’utero? Sì

Maternità surrogata

di Stefano Ojetti

(interris.it, 20.11.18)
 
Nonostante la surrogazione di maternità sia espressamente vietata nel nostro Paese dall’art. 12 comma 6, della legge 40 del 2004, il Tribunale di Milano ha recentemente ordinato agli uffici di Stato civile di rettificare l’atto di nascita di una bimba figlia di due padri. Tale decisione non è stata avvallata in toto dal consiglio comunale che ha visto una parte della maggioranza dissociarsi dal sindaco Beppe Sala relativamente alla trascrizione degli atti di nascita di bambini “figli di due padri”. Torna così all’attenzione dei media l’annoso dibattito relativo alla pratica dell’utero in affitto.

Tutto nasce, negli ultimi decenni, dall’errata interpretazione che ha visto confondere il desiderio con il diritto ad avere un figlio. Da questo assunto sono nate nuove prospettive scientifiche che spesso, in termini etici, hanno calpestato la naturalezza della procreazione e della gestazione. Mi riferisco al cosiddetto utero in affitto il cui termine, per attenuarne l’impatto semantico, si è cercato di edulcorare con quello di maternità surrogata o di gravidanza per altri (Gpa) cosicché in qualche modo se ne possa nascondere la triste gravità. Con questa procedura si assiste di fatto ad un doppio attentato alla dignità umana,  con la cosificazione del corpo femminile e con la condanna dei bambini, come affermava San Giovanni Paolo II nella sua Lettera alle famiglie, ad “esser orfani dei loro genitorivivi”.

Si tratta di fatto  di  avere in prestito, per il periodo gestazionale, l’utero di una donatrice per impiantarvi un embrione confezionato  con gameti esterni o della coppia committente, poco importa se etero o omosessuale, la quale diventerà quindi la coppia genitoriale sociale. In altri termini, come in ogni contratto, si stabilisce un pactum tra due parti contraenti in cui, secondo un prezzo stabilito, una è la parte committente e l’altra la ricevente, ciò in nome di un sostegno alla coppia che deve essere padrona, comunque e ad ogni costo, del diritto ad avere un figlio. Poco importa infatti se, a fronte di cifre che negli Stati Uniti possono arrivare finanche a 100mila dollari, le gestanti siano giovani donne che soprattutto in paesi quali l’India sono costrette a mercificare il proprio corpo per qualche migliaio di rupie, senza tutela sanitaria e non potendo poi accampare alla nascita diritti sul bambino che comunque per nove mesi hanno portato nel loro grembo.

Su questa linea di pensiero del resto era  anche l’illustre clinico prof. Umberto Veronesi quando affermava  che “migliorare sensibilmente il proprio tenore di vita, per aiutare i figli a pagarsi gli studi”  e proseguiva : “in una società in cui il minatore affitta i suoi muscoli alla compagnia mineraria, e in cui l’ingegnere affitta il suo cervello all’impresa edilizia, la domanda è: davvero è così inaccettabileaffittare l’utero?”.

Si rimane  perplessi riguardo a tali affermazioni e sconcertati davanti alla mercificazione di valori che non possono essere considerati semplicemente come confessionali, ma piuttosto come valori etici universali ed appartenenti in toto al mondo femminile. Il rendere una donna come puro corpo mercificato per ottenere un vantaggio economico non la discosta molto infatti dalla vendita di se stessa agli stessi fini utilitaristici monetari. L’utero in affitto rappresenta pertanto quanto di più triste, abietto ed avvilente per una donna la quale per sopravvivere, in una sorta di schiavitù a favore del mondo occidentale, è costretta suo malgrado a sottoporsi ad un “canone” si remunerativo ma altrettanto terribilmente umiliante per il genere femminile.
 
Stefano Ojetti – Vicepresidente nazionale Amci (Associazione Medici Cattolici Italiani)