Gabriele Dell’Otto: un artista con la matita

Le mani di Gabriele Dell’Otto producono immagini meravigliose. Da molti anni è tra le firme di punta della Marvel, ma da poco è uscito un libro dal titolo Inferno, che commenta i primi trentatré canti della Divina Commedia. L’ha scritto Franco Nembrini – tra i più grandi esperti del poeta toscano – con la prefazione di Alessandro D’Avenia. Le illustrazioni sono di Gabriele Dell’Otto. Abbiamo raccolto la sua testimonianza in due articoli, il primo sul suo lavoro come illustratore, il secondo sulla esperienza per il libro su Dante.
 
(cittanuova.it)
 
Chiedo a Gabriele una sua definizione professionale…

Nasco come illustratore prestato al fumetto. Mi chiamano anche fumettista, ma propriamente non lo sono. Al fumetto mi sento prestato. Negli ultimi anni mi chiamano anche artista.
 
Ti ci senti?

Non vedo confini netti. A volte non mi sento un artista, ma un artista crea, perché non dovrebbe esserlo un disegnatore di fumetti, che è un creativo a tutti gli effetti?
 
Tra i vari quale preferisci?

Il termine illustratore me lo sento bene addosso.
 
Quali sono le tappe fondamentali del tuo percorso?

Ne vedo quattro. Una è che disegno da sempre. Mia madre narra che le mie prime due parole siano state carta e penna. A volte le mamme esagerano, ma i miei primi ricordi sono con una matita in mano.
 
Le altre tappe?

Il secondo anno di liceo artistico: una professoressa mi chiese, vedendo che disegnavo sempre a matita, perché non usassi i colori. Risposi in maniera infantile: «Non mi piacciono i colori». E lei, con atteggiamento materno, proseguì con una domanda: «Perché non li sai usare?»
 
Ti provocò?

Mi toccò nel vivo. Ammisi che aveva ragione. «Se vuoi ti insegno io», aggiunse, e mi introdusse alla mia prima tecnica pittorica di colore: le matite colorate.
 
Questa era la seconda tappa..

La terza, fondamentale, è stata durante l’Istituto Europeo. Un insegnante mi chiese di collaborare col suo studio. Conobbi lì il mio maestro: Gianni Mazzoleni. Mi ha insegnato tutto! Soprattutto la psicologia lavorativa: essenziale per il lavoro. Fu la “bottega”…
 
Mancherebbe la quarta tappa…

Mia moglie Margherita, che conosco dal 1998. Le parlavo dei miei disegni e mi chiese di farglieli vedere. Tentennavo, anche per la paura di essere giudicato negativamente. Per fortuna non accadde. Con gli anni ho capito che lei ha un gusto incredibile e raffinato: sa capire il bello e cosa non funziona.
 
Che consigli ti diede?

Mi disse di far vedere in giro i miei lavori. «Tra poco ci sarà una fiera di fumetti – mi spiegò – vacci». Era l’Expo Cartoon, oggi Romics. Il primo giorno non trovai nessuno e mi arrabbiai: avevo speso 12.000 lire e non era accaduto nulla. O quasi, nel senso che mi proposero di tornare l’indomani. «Tornaci domani!», mi disse Margherita. Mi convinse di nuovo, e se oggi sono ciò che sono – professionalmente e non solo – è grazie a lei.
 
Le devi tanto…

Anche perché durante certi passaggi molto critici, mi è stata sempre accanto. Momenti di evoluzione professionale, banchi di prova delicati. Senza di lei avrei perso occasioni importanti. Se sono sotto pressione, io posso bloccarmi. Lei no, e questa complementarietà ci ha sempre aiutato.
 
Un sostegno prezioso…

Ricordo che proprio per Expo realizzai un’illustrazione di Wolverine, e lei mi disse che era molto bella, ma un paio di cose non la convincevano. In particolare un certo uso del verde, molto acceso. Non la presi benissimo. «Tu ti occupi di architettura – la bruciai – lasciamo perdere». Il giorno dopo andai da Gianni Mazzoleni e mi disse la stessa cosa: «Questo verde spara troppo». Li capii che nello sguardo di Margherita c’è sempre della verità. Che certo devo mediare, ma spesso ha ragione.
 
Tra i tuoi soggetti principali ci sono i supereroi. Come li hai conosciuti?

In famiglia si leggevano fumetti europei come Blueberry, Jeremiah, e poi tutta roba Bonelli, Tex, Dylan Dog, Martin Mistére. Mio padre era un grande appassionato. Poi c’era un’altra cosa. Per me era il Sacro Graal: i fumetti della Marvel in italiano, delle Edizioni Corno.
 
Chi c’era?

Daredevil, I vendicatori, I difensori, Licantropus, Dracula, Adam Warlok, Conan. L’uomo ragno e I fantastici quattro.
 
A quale sei affezionato di più?

Molto a Wolverine, perché è semplice. Grezzo, ma molto umano. Più degli altri. Lo paragonavo un po’ – per affetto – al personaggio della controparte Dc: Batman.
 
I supereroi sono il tuo mondo o una tappa del viaggio?

Non mi sono mai fatto troppe domande sul mio lavoro. Mai avrei sperato di arrivare a tanto. Già nello studio d’illustrazione ero felicissimo. Ricordo che nel 2004, quando lavoravo già da cinque/sei anni, conobbi Jim Lee a una fiera in Germania. Fu molto cordiale e tornato a Roma ripensai ai giorni tedeschi: io che leggevo i suoi fumetti, ero diventato come lui, facevo il suo stesso lavoro..
 
C’è una tua frase sui supereroi che mi ha colpito: nella vita noi cerchiamo lo straordinario; i supereroi cercano l’ordinario…

Ognuno di noi è insoddisfatto, per tanti motivi. È la nostra quotidianità. Perciò cerchiamo emozioni nuove e straordinarie. Per il supereroe è il contrario. Lui, straordinario, lo è tutti i giorni.
 
Allora desidera la normalità?

La bellezza della normalità. Perché Superman vuole essere Clark Kent? Perché ha trovato Lois?
 
Non dovremmo sottovalutarla, la nostra normalità…

Anche nell’ultimo film della saga Awengers, Infinity War, il personaggio più potente, Visione, molla tutto per farsi una vita normale. Un po’ come i replicanti in Blade Runner, che aspirano a essere umani. Perché nell’umanità c’è la felicità, anche se l’uomo non se ne rende conto.
 
Però dobbiamo anche mirare a una grande bellezza…

Dobbiamo aspirare allo straordinario nella quotidianità. Dobbiamo capire che ognuno di noi ha qualcosa di grande da dare, solo che spesso non se ne rende conto. Che anche i piccoli gesti sono importanti: anche una parola o un sorriso in più. Nel mio caso, per esempio, a un fan che conosco, che magari in quel momento ne ha bisogno.
 
Franco Nembrini dice che ha imparato da te quanto i supereroi siano la versione moderna di un desiderio che l’uomo ha di infinito, di bene e di grandezza..

Franco ha messo in relazione i miti greci e i supereroi di oggi. Quando l’uomo ancora non conosce Dio cerca di esserlo lui stesso, ma fallisce. Poi arriva l’uomo medioevale, come Dante, che capisce di non poter essere Dio, ma di potervi arrivare attraverso fede, speranza e carità. L’uomo moderno perde la coscienza di Dio, e queste tre virtù teologali vengono sopperite da avidità, lussuria e potere. E da cosa vengono combattute? Da qualcosa che riporta all’antica Grecia: i supereroi. Rimane intatta l’umana aspirazione a qualcosa di alto, anche se non capiamo bene cos’è. Il supereroe ti fa presente che questa direzione è giusta, anche se la devi seguire a modo tuo, sapendo che non sarai mai Thor o Spider-Man, ma te stesso. Non capisci che è Dio, vista la grande crisi di fede c’è, ma questa verità è nel tuo cuore.
 
Ma Dante e i supereroi, hanno qualcosa in comune?

Il filo rosso lo vedo nell’amore di Dante e dei supereroi per la modernità. Dante parla del suo tempo e i supereroi anche. Soprattutto le produzioni Marvel. Come l’11 settembre, per esempio, che all’inizio consideravo di cattivo di gusto. Quando mi chiesero di realizzare un’immagine memoriale e commemorativa della tragedia, spiegai che non ero certo di sentirmela. Alla fine accettai senza chiedere soldi, dopo un’epifania.
 
Quale?

Vedendo le scene dei soccorsi, pensai di inserire un omaggio a chi aveva agito donando la propria vita, come i supereroi. Realizzai Spider-Man con un casco dei pompieri in mano, distrutto e affranto. Non potevo fare altro per quelle persone, se non un lavoro di quel tipo. Ecco che ognuno può fare il suo.