Ghedina: “Promuovo lo sport per disabili ma in realtà sono io che imparo da loro”

Ghedina: "Promuovo lo sport per disabili ma in realtà sono io che imparo da loro"

Il più grande velocista dello sci italiano parla del suo impegno per promuovere lo sport tra persone diversamente abili, dall’incontro con Zanardi alla collaborazione con la onlus SciAbile
 
di ALESSANDRA RETICO
 
E’ stato il più grande velocista dello sci italiano, Kristian Ghedina: 13 successi in Coppa del mondo, di cui 12 in discesa. “Un record, che però presto verrà infranto dal campione azzurro Dominik Paris cui manca un solo centro per raggiungermi”. Però molte qualità di Ghedo, com’è chiamato da tutti, quelle sono inimitabili. La celebre spaccata poco prima dell’arrivo nella libera più famosa e temuta del circuito, la Streif di Kitzb?hel: nei locali austriaci la foto dell’impresa del cortinese nel 2004 viene esposta nelle vetrine come biglietto da visita. “Vengo ricordato più per quella pazzia, che feci dopo una scommessa con un amico, che per la vittoria nel ’98 sul tracciato sacro di Kitz”. Dopo il ritiro dalle nevi nel 2006, Ghedina, 49 anni, si è dedicato all’automobilismo, ha fatto da “cavia” per lo sviluppo di nuove tecnologie come l’air bag, ha partecipato a corsi e campagne per promuovere lo sport tra le persone diversamente abili.

Ci racconta le sue esperienze con la disabilità? 
“La prima: Alex Zanardi. A lui devo moltissimo. Mi ha fatto crescere e mi ha coinvolto in un mondo incredibile, che prima conoscevo poco. Mi ha insegnato che ognuno di noi ha dentro risorse che nemmeno conosce e che, scioccamente, non sfrutta. Che il mondo paralimpico non vuole essere commiserato, ma guardato e rispettato per le qualità che mostra e porta in campo. Avete presente la sua foto sulla pista a Londra 2012, dove ha vinto due ori e un argento nell’handbike? Lui che solleva la bici in aria, con quell’espressione di fatica, felicità e orgoglio? Un’immagine che è una lezione completa non sulla disabilità, ma sullo sport e la volontà umana. Alex non si è mai fermato dopo l’incidente nel 2001 in Formula Cart: nonostante l’amputazione degli arti inferiori, ha voluto continuare a correre con tutti i mezzi, esplorando ogni limite della sua passione. Una personaggio bestiale”.

Fu Zanardi, peraltro, a introdurla nel mondo dell’automobilismo. 
“Sì. Quando ho lasciato lo sci, ho ripreso in mano l’altro mio amore, quello per i motori. Volevo entrare nel racing e Alex mi ha aiutato. Ho iniziato con delle gare nel  Gran Turismo e poi con la Formula 3000. Ho trovato delle similitudini con lo sci: l’adrenalina e nello stesso tempo la capacità mentale di gestire la gara. I limiti vanno cercati, ma mai superati”.

Insieme siete testimonial di molti progetti per lo sci paralimpico. 
“Collaboriamo con SciAbile, una onlus che lavora da più di 15 anni in questo campo e che è nata dalla collaborazione tra BMW Italia e la scuola di sci Sauze d’Oulx Project. L’idea è quella di permettere a persone con varie tipologie di disabilità, fisiche e mentali, di sciare e fare snowboard gratuitamente. Alla fine, siamo noi che impariamo più da loro che loro da noi. Lo dico anche grazie a un’altra esperienza fondamentale, quella di un amico di Cortina anche lui, Fabrizio Zardini, che dopo un un incidente con il deltaplano nel ’90 è diventato paraplegico, due anni dopo era già in pista: sullo slittino dello sci di fondo alle Paralimpiadi di Tignes-Albertville del ’92, mentre a quelle di Salt Lake City nel 2002 ha vinto l’oro sugli sci nel superG e il bronzo in discesa. Come Alex, è uno sportivo nel senso più profondo e completo. Tra le variabili e le molte combinazioni dello sport, quello che conta è sempre la stessa cosa per tutti, abili e diversamente abili: il lavoro, l’allenamento, i sacrifici, la fatica, la passione”.

Per altre informazioni su Sport e disabilità: OSO – Ogni sport oltre
 

(fonte: Repubblica,