Enrica Perucchietti: «Quote rosa? Le discriminazioni contro le donne sono altre»

Nel giorno della Festa della Donna, anche quest’anno, le femministe sono scese in piazza per il loro ormai tradizionale “Lotto Marzo”. Avanzando rivendicazioni contro il “patriarcato”, il “sessismo”, l’“omofobia” e persino il “razzismo”, queste manifestazioni hanno decisamente perso di vista le vere discriminazioni e i veri soprusi che le donne di oggi ancora subiscono: dalla non adeguata retribuzione sul lavoro, fino a veri e propri mercimoni come lo sfruttamento della prostituzione e l’utero in affitto. Pro Vita ne ha parlato con Enrica Perucchietti, caporedattrice del Gruppo Editoriale Uno. La trentacinquenne giornalista e scrittrice torinese sarà tra i relatori al prossimo Congresso Mondiale delle Famiglie (Verona, 29-31 marzo), intervenendo al workshop La donna nella storia.
 
L’8 marzo, per le femministe di oggi si deve marciare contro discriminazioni e sfruttamenti. Ma cos’è discriminazione e cosa sfruttamento?

«La discriminazione della donna sul lavoro rappresenta ancora una questione irrisolta: sopravvive una forma di patto sociale per cui gli uomini guadagnano di più anche quando le donne lavorano di più e sono spesso sottoposte ad angherie e molestie. Non è declinando i nomi al femminile o facendo ricorso alla neolingua e neppure con le quote rosa (che si fondano sul principio della differenziazione mentre, a mio dire, servirebbero le “quote per merito”) che si può risolvere questo problema. Va cambiata la forma mentis, in quanto le diversità di genere sono e dovrebbero essere riconosciute come una ricchezza e non livellate verso un impossibile egualitarismo. Dovremmo avere pari diritti e opportunità pur rimanendo diversi. La donna non dovrebbe chiedere privilegi o “recinti” ma norme che la aiutino a conciliare il lavoro e la cura della famiglia, senza essere obbligata a scelte drastiche fra carriera e affetti.
Ancora oggi, infatti, per una donna, vi è la difficoltà di conciliare casa, impiego e famiglia. Un esempio: la mancanza di aiuti alle madri, dall’asilo a un sostegno quotidiano, sui quali poter fare affidamento durante l’orario di lavoro. Di fatto, alle donne che lavorano, in Italia, non è consentito fare figli e ciò spiega il motivo per cui 5,5 milioni di donne italiane fertili (il dato è dell’Istat) tra i 18 e i 49 anni, non diventano madri. Non possono permetterselo né da un punto di vista economico né di gestione del tempo e del nucleo familiare, per cui si rinvia sempre di più la nascita del primo figlio. Per questo, il nostro indice di natalità è il più basso d’Europa».
 
E fuori dal lavoro?

«Esistono poi molteplici forme di sfruttamento femminile, dalla prostituzione alla maternità surrogata, che nonostante le proibizioni vigenti nel nostro Paese sono sempre più radicate e tollerate. Se la prostituzione è un problema antico quanto il mondo, ma non per questo meno importante, negli ultimi anni stiamo assistendo a una strisciante legittimazione, tramite i media e lo spettacolo, della maternità per procura. Per legittimare una pratica del genere, evidentemente classista, riservata solo ai ricchi, è in atto una forma sofisticata di indottrinamento mentale grazie a pubblicazioni editoriali e film, spettacoli, tribune politiche. Oggi l’utero in affitto è percepito dalle masse come un gesto di altruismo invece che per quello che realmente è: una compravendita di bambini! Ogni cosa è diventata merce, anche la vita. Il corpo della donna viene equiparato a un forno e il prodotto che ne deriva può essere ceduto come semplice merce. La nascita tramite maternità surrogata altro non è che una “cessione di neonato” a pagamento e dovrebbe essere riconosciuta come un reato universale, senza scappatoie di alcun genere».
 
Una “supermamma” di undici figli è stata oggetto di polemiche femministe e di insulti sui social: il Corriere della sera avrebbe la colpa di aver dato spazio a un modello sbagliato. Fare figli è una follia? Uno Stato che aiuta la donna anche a procreare è sbagliato?

«Le rivoluzioni culturali, o meglio antropologiche degli ultimi decenni, hanno ridisegnato l’intera società, in particolare i ruoli maschio/femmina, andando verso una direzione sempre più fluida. Paradossalmente, però, l’acuirsi dell’intensità delle rivendicazioni dal femminismo di terza generazione in poi ha portato a una recrudescenza dei toni e a una reazione dell’uomo che dopo un suo smarrimento/crisi sta reagendo in maniera sempre più violenta nei confronti della donna, portando a un inasprimento del conflitto tra i ruoli. Alcune femministe hanno modellato la propria immagine sullo stereotipo di donna-strega sempre più aggressivo e violento, snaturando le caratteristiche tradizionali della donna e finendo, all’opposto, per parodiare l’uomo. L’apparente emancipazione porta con sé una perdita di femminilità. La crisi del maschio porta a un inasprimento di irrazionalità, che comprende violenza e rabbia. Sembra infatti che il maschio non sia più in grado di gestire le proprie emozioni e l’emancipazione femminile, da cui il fenomeno dei femminicidi. Dall’altra va riscontrato come in diversi ambiti, a partire da quello legale e della sicurezza (si pensi, ad esempio, allo stalking), la donna risulti ancora poco tutelata, troppe volte abbandonata a se stessa.
Abbiamo bisogno di donne coraggiose che sappiano mettersi in gioco, rimanendo se stesse, indipendentemente dai costrutti culturali cui sono sottoposte, restando vigili e allenando la propria coscienza critica. Donne che sappiano combattere per cosa realmente vogliono e sognano, senza sottostare a vecchi o nuovi stereotipi. Ma abbiamo anche bisogno di norme e tutele che aiutino la donna a costruirsi il proprio futuro nella nostra società senza dover rinunciare alla famiglia o alla carriera né temere di essere giudicate, molestate, maltrattate o aggredite».
 
L’idea della famiglia, specie se numerosa, suscita in molti reazioni sprezzanti, forse invidiose, spesso aggressive, come è avvenuto di recente per la supermamma di undici figli, oggetto di insulti sui social. Come si spiegano queste forme di degrado umano? 

«La nostra società è ormai omologata al pensiero unico e a una narrativa erede del pensiero neomalthusiano secondo cui siamo in troppi sul pianeta e la natalità andrebbe ridotta e, in ogni caso, disgiunta dall’atto sessuale in modo da poter legittimare la maternità surrogata (e in futuro l’ectogenesi). Si sta diffondendo inoltre una nuova moda tra le giovanissime, quella della sterilizzazione femminile volontaria. In quest’ottica le famiglie numerose rappresentano una forma di cortocircuito contro cui si scatena la rabbia anche generalizzata del popolo del web, aizzato dallo sdegno quotidiano della cultura radical chic che vede nei valori della famiglia un retaggio “fascista”. Fare figli ormai è diventato un atto di coraggio».
 
Marta Moriconi

(fonte: provita.it)