Alessandro D’Avenia: “Carezze al mondo ferito. Leopardi eroe moderno”

L’insegnante e scrittore: così ci insegna ad amare la felicità
 
di ENRICO GATTA

(quotidiano.net, 21.03.19)
 
Sono 200 anni che L’infinito di Giacomo Leopardi parla al cuore degli uomini. A parte qualche brano di Dante, è un caso quasi unico nella poesia italiana. Ed è sorprendente che quindici versi scritti da un giovane di 21 anni in un periferico borgo delle Marche – ancora dopo due secoli e in questi tempi di grande distrazione – possano far parte così profondamente nella nostra vita. Come sia possibile, lo spiega molto bene Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore poco più che quarantenne tra i più letti in Italia, autore del long-seller L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, diffusissimo nelle scuole.

Professore, perché la poesia di Leopardi svetta anche nel mare magnum della Rete, sotto un bombardamento di informazioni pronte per l’uso?

“Le informazioni possono risolvere il come della vita, non il perché. E senza un perché la vita si spegne. I capolavori della letteratura, come L’infinito, non servono a fare le interrogazioni a scuola ma a rimanere collegati alle fonti della vita, quelle che l’autore per primo ha cercato di liberare e far scaturire a prezzo del suo corpo e della sua anima. Le informazioni muoiono presto e non ci salvano, i classici hanno attinto al pozzo della vita e noi torniamo a bere proprio perché stiamo morendo di sete. L’infinito di Leopardi custodisce la fonte”.

Il suo discorso su Leopardi nasce dall’esperienza nella scuola. Come accolgono gli studenti la poesia di un quasi coetaneo del 1819?

“Gli studenti sentono in Leopardi le loro stesse lotte, l’eroismo che si nutre della fragilità. Accolgono Leopardi non perché è uguale a loro, ma proprio perché è diverso: lotta per le stesse cose, in questo è simile, ma a differenza di loro ha indicato il modo di abitare la condizione umana”.

Leopardi è considerato un campione del pessimismo: lei sembra considerarlo una risorsa…

“Chi sa leggere Leopardi sa che la sua poesia è nutrita di cose fragili che lottano per trovare compimento, dallo sguardo interrotto dalla siepe alla ginestra, dal passero solitario al pastore errante, da Silvia all’Islandese… Ogni riga di Leopardi ci racconta di questa lotta dell’uomo per trovare risposta a una promessa che gli arriva proprio dal suo essere fragile: “ove tende questo vagar mio breve?” si chiede il pastore errante dell’Asia. Pessimistico è il pensiero filosofico leopardiano ma Leopardi non può essere ridotto a una formula, un poeta è il suo atto creativo e un pessimista non crea, come ha fatto Leopardi, fino all’ultimo istante della sua vita. Leopardi fa dell’atto creativo il baluardo contro il nulla che lo attanaglia. È il contrario di un pessimista”.

Perché Leopardi, in vita così infelice, le ha cambiato la vita?

“Vorrei saper chi nella propria vita non attraversa l’infelicità. La dobbiamo smettere con questa retorica della felicità. Leopardi smaschera questa finzione, nella vita umana c’è sofferenza, ma non ha mai l’ultima parola. Sta a noi rispondere creativamente e trasformare la fragilità in risorsa. Per questo mi ha cambiato la vita: quando ascoltai per la prima volta Il canto notturno del pastore errante dell’Asia dal mio professore, che la recitò a memoria, capii che quell’uomo era riuscito a dare forma a tutte le mie paure, all’indicibile del dolore e della fatica di vivere, e lo aveva trasformato in bellezza. Non era fuggito, era rimasto lì a fronteggiare il destino. Io volevo fare come lui: trovare lo spazio di riscatto anche quando la vita ci atterra. L’eroismo di Leopardi è una delle cose che oggi serve di più”.

Che cosa può insegnarci l’amore di Leopardi per la bellezza?

“La bellezza fu la religione di Leopardi. Perse la fede a cui era stato educato, perché la trovava arida e inadeguata alle sue domande, ma non rinunciò mai alla sete di trascendenza e di infinito che il suo cuore gli imponeva. Era rapito dalla bellezza delle cose e sapeva che in quella bellezza c’era la promessa di qualcosa che sempre gli sfuggiva ma che indagò e cercò per tutta la vita. Per questo in uno degli ultimi pensieri dello Zibaldone scrisse che un giorno sarebbe stato felice di rileggere i suoi Canti, perché avrebbe avuto la certezza “di aver fatto qualcosa di bello al mondo, che fosse o no riconosciuta da altrui”. Per il nostro tempo che soffoca nell’individualismo è una sfida grandiosa: fare qualcosa di bello al mondo, indipendentemente dai like. E la bellezza da lui creata è una carezza eroica a un mondo ferito”.