Eutanasia. I paladini perduti di Vincent Lambert

Dovrebbero essere i paladini dell’autodeterminazione i primi a battersi per la vita di Vincent Lambert. Ma è vero che è l’autodeterminazione la vera posta in gioco in vicende come questa?
 
di Assuntina MorresiAvvenire 14 maggio 2019
 
Dovrebbero essere i paladini dell’autodeterminazione a battersi per primi per la vita di Vincent Lambert, il 42enne francese per il quale un lungo contenzioso giudiziario ha stabilito l’interruzione di alimentazione e idratazione artificiale, cioè la morte come per Terry Schiavo ed Eluana Englaro. I fatti sono noti: Vincent è tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11 anni, per via di un incidente. È un disabile grave con funzioni vitali stabili: non è in fin di vita, non è attaccato a nessuna macchina, e l’ospedale in cui è ricoverato non può offrirgli trattamenti riabilitativi.

Gli è impedito però di trasferirsi altrove: i giudici francesi ritengono che nutrirlo e idratarlo sia una «ostinazione irragionevole» e perciò vada lasciato morire, come chiedono sua moglie e una parte della sua famiglia di origine, mentre un’altra parte di quella stessa famiglia, compresi i suoi genitori, sta lottando per la sua vita. Vincent non ha elaborato direttive anticipate né scritto altro relativamente alle proprie volontà, e non ha nominato una persona di fiducia che lo potesse, eventualmente, rappresentare. La moglie ha dichiarato che Vincent le avrebbe confidato, prima dell’incidente, di non voler vivere in stato di totale dipendenza. Un’affermazione generica e neppure comparabile a un consenso informato o a un biotestamento, secondo il Tribunale amministrativo che si è pronunciato nel gennaio 2014; una dichiarazione attendibile invece, per l’opinione del Consiglio di Stato espressa nel giugno successivo.

L’ultima perizia medica ufficiale, del gennaio 2018, ha stabilito che il suo stato è irreversibile, ma è stata contestata pubblicamente da 55 specialisti del settore perché condotta con metodi non validati. Al tempo stesso, comunque, i medesimi medici ufficialmente incaricati hanno dichiarato che non è un’ostinazione irragionevole continuare a nutrirlo artificialmente. I tribunali, però, alla fine hanno concluso ugualmente per la sua morte. Un complesso alternarsi di pronunce e orientamenti diversi: anche per questo motivo dovrebbero essere innanzitutto i sostenitori della libertà a oltranza a lottare per consentirgli di vivere, dovrebbe essere in prima linea chi rivendica che al bivio fra la vita e la morte sia sempre la scelta libera, perché consapevole e informata del singolo a dover prevalere su tutto. D’altra parte, sia chi non vuole trattamenti di sostegno vitale, sapendo che poi morirà, sia chi domanda di essere ucciso con un atto diretto, deve dare il suo assenso anche al modo con cui sarà portato alla morte: sicuramente Vincent non ha mai espresso la volontà di morire disidratato e affamato.

Ma d’altra parte, diciamolo con onestà intellettuale: chi vorrebbe farla finita così? Ma veramente pensiamo che qualcuno possa scegliere consapevolmente di morire di fame e di sete? Ricordo che Dj Fabo si è fatto accompagnare in Svizzera proprio perché non voleva morire come ormai avrebbe potuto fare legalmente in Italia, per interruzione di alimentazione e/o respirazione artificiale, opportunamente sedato. È in nome di questa ‘libertà di scelta’ che sempre qui in Italia la Consulta ha aperto una porta alla depenalizzazione del suicidio assistito, in forme che potrebbe delineare il prossimo 24 settembre se il Parlamento non interverrà prima. Sarebbe quindi logico che quei politici, giuristi, bioeticisti, tutti coloro che vogliono che nel nostro Paese si consenta l’assistenza al suicidio in nome della libertà di scelta anche di morire pretendessero pure per Vincent Lambert la possibilità di scegliere su di sé.

Fortunatamente è intervenuto in extremis il comitato Onu, che monitora l’applicazione della Convenzione sui diritti dei disabili: interpellato dai genitori di Lambert, ha chiesto alla Francia di non procedere nell’esecuzione delle sentenze interne e aspettare un suo approfondimento della situazione. Fra 6 mesi avremo la risposta in merito, se al medico che nei giorni scorsi ha annunciato di voler portare a morte il paziente non verrà imposto di rispettare la richiesta arrivata dalle Nazioni Unite. Proprio per questo il silenzio dell’opinione pubblica intorno agli ultimi sviluppi su Lambert lascia perplessi. Se fosse veramente l’esercizio della propria libertà personale a essere al centro dell’interesse, le persone disabili nelle condizioni di Vincent – non in fine vita, senza certezza sulle sue volontà pregresse, con la famiglia drammaticamente divisa e medici e giudici in disaccordo tra loro – sarebbero lasciate vivere.

Probabilmente non è la totale autodeterminazione della persona l’ultima parola, la vera posta in gioco in casi come questi: è forte il dubbio che a prevalere sia piuttosto l’idea che ci siano vite che non valga più la pena vivere, che in certe condizioni quella non sia più vita, e l’«ostinazione irragionevole » sia proprio continuare a vivere. Il non detto e non dicibile, le vite degne e le non degne. Vincent Lambert, e tanti altri come lui: déjà vu . Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.