Francesco e sua figlia Erika. La grandezza di un padre e del bene (non) impossibile

di Daniele Mencarelli
 
Esistono vicende capaci di trasformarsi in emblema, sintesi profonda dell’esperienza umana, nel loro svolgersi riescono a toccare ogni sentimento possibile, sino a diventare paradigmatiche della nostra storia. E del nostro destino. La vicenda di Erika De Nardo, la ragazzina che assieme a Omar, suo coetaneo, nell’ormai lontano 2001 uccise a Novi Ligure la madre e il fratellino, parte con le tinte della tragedia criminale, efferata e inspiegabile. Una ragazzina di 16 anni che uccide madre e fratello, che lo fa in modo brutale, assieme al suo fidanzato di un anno più grande.

Tutto il Paese fu attraversato da un brivido d’orrore, si urlò al fatto epocale, un crimine come mai sentito prima. In buonissima fede, in molti diedero alla vicenda i galloni del primato: qualcosa di mai accaduto era successo, un punto di non ritorno.

Invece, nella sua ferocia disumana, nel suo impietoso svolgimento, la vicenda di Erika e Omar è non più di altre accadute prima, e dopo, un triste stigma che si ripete nel corso dei secoli. È il peccato cui poi servirà la vita intera per essere emendato, e perdonato.

Se il male, come spesso accade all’uomo, è l’incosciente e scandaloso punto di partenza della storia, ecco poi, silenzioso e sotterraneo, accorrere il bene. Giorno dopo giorno, nel silenzio assordante della normalità, di piccoli gesti fatti di tenerezza, il bene ricuce e sana, anche laddove non sembra possibile. Come nel cuore di Erika, per molti un pozzo avvelenato, da chiudere, seppellire per sempre.

Il bene non urla, lavora di nascosto, di notte, con riserbo, pudore. Ma ha bisogno di mani che lo incarnino, che lo trasmettano malgrado tutto, che siano presenti quando altre non lo sono.

In questa vicenda paradigmatica, le mani che sono corse in aiuto, che hanno curato sfuggendo da qualsiasi clamore, sono quelle di Francesco De Nardo, il padre di Erika. Francesco, in quel lontano febbraio del 2001, quando lo scempio era ancora caldo, aveva immediatamente intuito che in quella tragedia, a seconda del suo comportamento, i familiari persi potevano essere due o tre. Che i due morti per sempre lo fossero per mano della terza familiare era meno importante rispetto alla domanda delle domande: salvare l’unica rimasta o abbandonare anche lei? Francesco quel terzo familiare, sua figlia Erika, l’efferata omicida di sua moglie e suo figlio, ha deciso di non lasciarla, di starle vicino, come un padre, come i padri di tutti i tempi e di tutte le terre.

Un giorno alla volta, assieme a don Antonio Mazzi e a tutti quelli che hanno creduto nella rinascita, questo padre ha lavorato, nel silenzio dei giusti, di chi non ha bisogno di sirene per sapere che sta contribuendo a qualcosa di grande. Ed Erika, anno dopo anno, è approdata alla normalità, la vita di tutti, una laurea, il matrimonio, notizia proprio di questi giorni. Dal male più profondo e inaudito, da un peccato che in molti avrebbero voluto come mortale, irrimediabile, è rinata una vita.

Francesco di Nardo non lo sa, ma nella sua presenza silenziosa, nella disponibilità delle sue azioni, è passata l’intera storia umana, quella che parte e approda nelle mani di un Padre, misericordioso oltre le nostre capacità e la nostra ragione. La storia di noi tutti, peccatori che sperano di essere salvati da un amore più grande dei nostri sbagli.
 
(Avvenire, 14 dicembre 2019)