Autenticità – Veridicità Vangeli

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AUTENTICITA’ DEI VANGELI

1. La nostra indagine sulla credibilità del Cristianesimo ha affrontato, nel capitolo precedente, il problema della esistenza di Gesù Cristo e abbiamo visto, grazie alla documentazione in nostro possesso, che si tratta di un dato storicamente accertato.

2. Ora, tra i documenti che abbiamo preso in considerazione non abbiamo incluso i quattro Vangeli. E ciò non perché essi non siano da considerarsi storici, ma soltanto perché non abbiamo ancora esaminato il loro spessore di testimonianze affidabili, di documentazione attendibile. È ciò che cominceremo a fare ora.

3. Il cattolico sa che: “La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima che i quattro Vangeli, di cui afferma senza alcuna esistenza la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza” (Dei Verbum, 19). Sulla scorta di questa definizione, tratta da una Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, il cattolico non nutre alcun dubbio che i Vangeli siano documenti storici autentici e veritieri.

4. Poiché quanto insegnato dalla Dei Verbum ha valore normativo solo per i cattolici, per accertare l’attendibilità storica dei Vangeli, e convincere di ciò chi la contesta, il cattolico deve percorrere altre strade, quelle tracciate dalla ricerca storica.

5. Molto semplificando, possiamo dire che la disciplina storica, quando incontra un documento scritto che riporta fatti accaduti in passato, solitamente percorre queste strade:
– in primo luogo, ne accerta l’autenticità;
– poi verifica l’integrità del contenuto;
– quindi esamina quanto è scritto per accertare se corrisponde a fatti real¬mente accaduti.

6. Ora, per mostrare a chi non crede che i Vangeli sono documenti storici, che riportano con fedeltà fatti realmente accaduti, il cattolico percorre la stessa strada indicata dallo storico.

7. Che cosa significa indagare sull’autenticità dei Vangeli? Vuol dire appurare in primo luogo che essi risalgano effettivamente all’età apostolica, ossia al I secolo, e poi che siano stati scritti realmente dagli autori cui sono attribuiti.

8. Che cosa significa indagare sull’integrità dei Vangeli? Vuol dire accertarsi che i Vangeli oggi in nostro possesso, quelli che abitualmente leggiamo, corrispondano nel contenuto esattamente a quelli che hanno redatto Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Sarà necessario, dunque, sgomberare il campo da ogni possibile sospetto di manomissione, di mutilazione e di correzione del testo evangelico originale.

9. Che cosa significa indagare sulla veridicità dei Vangeli? Vuol dire:
– in primo luogo, controllare che i Vangeli siano stati scritti in epoca vicina ai fatti che narrano (e qui riprenderemo il discorso sull’autenticità dei Vangeli).
– poi, recuperare informazioni sui loro autori, perché interessa sapere se sono persone meritevoli di fiducia, competenti in materia e testimoni attendibili dei fatti che raccontano.
– infine, e questa è forse la parte più importante, accertare che i fatti narrati siano realmente accaduti.

Solo se le nostre tre piste di ricerca – autenticità, integrità, veridicità dei Vangeli – dovessero condurci a risultati positivi, solo in questo caso noi saremo autorizzati a trattare i Vangeli come documenti storici attendibili, credibili, meritevoli della nostra considerazione.

10. Una tradizione bimillenaria, giunta ininterrottamente fino a noi, attribuisce i Vangeli a quattro autori di nome Matteo, Marco, Luca e Giovanni, tutti vissuti – si dice – nel I secolo d.C. Come possiamo verificare la fondatezza di questa tradizione?

11. Il punto di partenza della nostra ricerca è un dato storico indiscutibile, perché di esso possediamo molte testimonianze. Subito dopo la morte di Gesù, il Cristianesimo si diffonde in numerose e vaste regioni dell’Impero di Roma. Proprio di questa capillare presenza rimangono molte tracce, anche archeologiche, che perfino un turista distratto può facilmente notare solo che viaggi in Terra Santa o in Asia Minore.

12. A Cipro, a Tessalonica, ad Atene, a Efeso, a Corinto (Grecia), in certe zone dell’Asia Minore (Panfilia, Pisidia, Galazia, Iconio e Colossi), Paolo fonda comunità cristiane che presto diventano fiorenti e si dotano, fin dal I secolo, di una certa struttura gerarchica e di una organizzazione.

13. A Gerusalemme, a Cesarea, ad Antiochia, a Joppe (Giaffa) e in Samaria, Pietro fonda altre comunità cristiane. Anche a Rorna, probabilmente fu Pietro il fondatore della locale comunità cristiana.

14. Altri Apostoli fondano comunità in Egitto, nella Cappadocia, in Armenia e in zone dell’Asia Minore (Porto, Frigia, Bitinia).

15. Una presenza così numerosa di focolai di Cristianesimo è attestata da fonti storiche non cristiane. Abbiamo ricordato, nel capitolo precedente, la lettera di Plinio il Giovane (anno 112) all’imperatore Traiano, nella quale si legge: “Il Cristianesimo è professato da un gran numero d’ambo i sessi, di ogni età e classe sociale” e nella quale si dice che questa nuova Religione è ormai diffusa non solo nelle città ma anche nei villaggi e nelle campagne.

16. Queste comunità cristiane sono tra loro assai distanti e soprattutto sono spesso indipendenti una dall’altra. Tra alcune di esse non mancheranno scontri e rivalità che sfoceranno, talvolta, in dure lotte di carattere dottrinale, fino a giungere successivamente a dolorose separazioni.

17. Ma su di un punto esse concordano sempre: nel ritenere gli scritti di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni i soli autentici Vangeli, realmente scritti dai quattro personaggi suddetti, tutti vissuti nel I secolo d.C.

18. Questo è un primo dato che gioca a favore dell’autenticità dei Vangeli, da prendere in seria considerazione. Ma ve ne sono altri.

19. Tra il 95 ed il 150 d.C. visse Papia, che fu anche vescovo di Gerapoli, in Asia Minore. Papia fu discepolo di un altro grande della Chiesa, san Policarpo, vescovo di Smirne. E san Policarpo fu amico e discepolo di san Giovanni Apostolo, l’autore del quarto Vangelo.

20. Nelle sue “Spiegazioni dei detti del Signore”, di cui ci parla lo storico Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, III, 39), Papia scrive: “Questo diceva il Presbitero: Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse con accuratezza, ma non con ordine, tutto ciò che ricordava delle parole o dei fatti del Signore. Egli, infatti, non aveva udito il Signore né era stato suo discepolo, ma più tardi, come dicevo, aveva accompagnato Pietro, il quale impartiva le sue istruzioni secondo i bisogni, ma senza fare esposizione ordinata dei detti del Signore, cosicché non commise colpa Marco scrivendo alcune cose così come le ricordava. Egli ebbe una sola preoccupazione, di non omettere nulla di quanto aveva inteso e di non introdurre alcun errore…
Quanto a Matteo, egli in lingua ebraica ordinò i detti del Signore e ciascuno l’interpretò come era capace di fare”.

21. Nella testimonianza di Papia si fa cenno ad un “Presbitero”. A detta degli studiosi si tratta proprio di san Giovanni apostolo, le cui parole furono riferite a Papia probabilmente proprio da quel Policarpo discepolo dell’autore del quarto Vangelo.

22. Siamo davanti ad una testimonianza preziosa, la cui fonte potrebbe risalire, con la mediazione di san Policarpo, nientemeno che ad Lui Apostolo del Signore, autore di un Vangelo. Papia parla solo di un Vangelo di Matteo e di uno di Marco; tace sugli altri due e così facciamo, – per ora, anche noi. Segnala che Marco era “interprete di Pietro” e “aveva accompagnato” il Principe degli Apostoli. Pertanto, Marco è certamente vissuto in età apostolica e il suo Vangelo va datato al I secolo.

23. La documentazione storica ci offre altre testimonianze importanti a conferma dell’autenticità dei Vangeli.

24. Nell’anno 185, Ireneo, vescovo di Lione (Gallia), scrive: “Matteo fra gli Ebrei nella propria lingua di essi produsse un Vangelo, nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa. Quindi, dopo la dipartita di costoro, Marco, discepolo e segretario di Pietro, ci trasmise anch’egli per iscritto le cose predicate da Pietro. A sua volta, Luca, compagno di Paolo, compose in un libro il Vangelo predicato da quello. Infine, Giovanni, il discepolo del Signore, quello che riposò pure sul petto di Lui, anch’egli pubblicò un Vangelo, mentre dimorava in Efeso d’Asia… Esistono dunque solo quattro Vangeli né più né meno. Come quattro sono le parti del mondo e quattro i venti principali (…) È manifesto quindi che il Verbo ci ha dato il Vangelo quadriforme, permeato da un solo spirito” (Adversus Haereses, III, 1, 1).

25. Dunque, al tempo di Ireneo, sul finire del II secolo, è assodato che gli unici Vangeli ai quali la Chiesa attribuisce valore sono quelli di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni. Ireneo ci offre una datazione dei Vangeli ancora generica, ma molto significativa: Matteo scrive “nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa”, quindi prima del 64/67 d.C., anno della loro morte. Ci informa, inoltre, che Luca, autore del terzo Vangelo, era compagno di Paolo mentre Giovanni, autore del quarto, era apostolo di Gesù. Dunque, tutti uomini vissuti nel primo secolo, che scrissero i Vangeli certamente in età apostolica.

26. La testimonianza di Ireneo è preziosa sia per l’autorevolezza della fonte, perché egli fu uomo di profonda cultura e di grande prestigio e autorità nella Chiesa primitiva, sia perché, sebbene giovanissimo, conobbe personalmente san Policarpo, discepolo dell’Apostolo Giovanni.

27. Un altro testimone che conferma l’autenticità dei Vangeli è Clemente Alessandrino (Atene 150 ca. – 212 ca.), di cui ci siamo già occupati quando abbiamo esaminato il pensiero cattolico riguardo l’esistenza di Dio. Uomo coltissimo, educato nel paganesimo, conosceva perfettamente i filosofi greci e il Nuovo ed Antico Testamento, citati nei suoi scritti per almeno 3.500 volte.

28. Ricordando le sue Ipotiposi, una raccolta in otto libri di appunti sulla Sacra Scrittura, Eusebio di Cesarea scrive: “In questi stessi libri Clemente espone, circa la serie dei Vangeli, la tradizione degli antichi presbiteri che è questa. Egli dice che sono stati scritti dapprima i Vangeli che contengono le genealogie del Salvatore (Matteo, Luca), e che quello secondo Marco ha avuto la seguente origine. Avendo Pietro predicato pubblicamente a Roma la Parola di Dio ed esposto il Vangelo in virtù dello Spirito Santo, i molti che erano stati presenti esortarono Marco come colui che l’aveva seguito da gran tempo e si ricordava delle cose dette, di mettere per iscritto le cose pronunciate. Avendo fatto ciò, Marco consegnò il Vangelo a quelli che l’avevano pregato. Pietro risaputo ciò non volle esplicitamente né impedire né incitare. Ultimo, pertanto, è Giovanni: vedendo che negli Evangeli precedenti erano state manifestate le cose corporee (ea quae ad corpus Christi pertinent), spinto dagli amici, divinamente portato dallo Spirito Santo, produsse un Vangelo spirituale” (Historia Ecclesiastica, VI, 14).

29. Come si può notare, anche Clemente Alessandrino attesta i nomi degli Evangelisti e l’epoca in cui furono scritti, certamente il I secolo, offrendoci un ulteriore dato storico in favore della loro autenticità.

30. Un altro testimone in favore dell’autenticità dei Vangeli è un discepolo di Clemente Alessandrino, suo successore, a partire dall’anno 203, nella Scuola di Alessandria. Stiamo parlando di Origene, autore di un Commentario in Matteo, in cui scrisse: “Ecco quanto appresi dalla tradizione intorno ai quattro Vangeli, che sono gli unici ammessi senza controversia dalla Chiesa di Dio. Dapprima fu composto il Vangelo secondo Matteo, il quale una volta era pubblicano e in seguito divenne Apostolo di Gesù Cristo. Egli pubblicò il Vangelo in lingua ebraica per i Giudei convertiti alla fede. Il secondo è quello composto da Marco dietro quanto gli aveva espo¬sto Pietro… Il terzo è quello secondo Luca, il Vangelo raccomandato da Paolo, scritto a favore dei Gentili. L’ultimo quello secondo Giovanni” (Euse¬bio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, VI, 25).

31. Un’altra testimonianza è quella di Tertulliano, autore del Libro contro Marcione, scritto intorno al 200. Egli scrive: “Abbiamo stabilito prima di tutto che lo strumento evangelico ha per autori gli Apostoli ai quali il Signore stesso diede l’incarico di promulgare il Vangelo. Quando ne furono autori dei discepoli, non rimasero però isolati, bensì in comunione con gli Apostoli; poiché la predicazione dei discepoli potrebbe essere sospettata di una gloria, se non fosse garantita dall’autorità dei maestri, anzi dall’auto¬rità di Cristo che conferì il magistero agli Apostoli. Così, tra gli Apostoli, Giovanni e Matteo ci hanno comunicato la fede; tra i loro discepoli, Luca e Marco la rinnovano” (Adversus Marcionem, IV 2).

32. Fino ad ora abbiamo esaminato una serie di testimonianze molto antiche, tutte concordi sull’autenticità dei quattro Vangeli. Dobbiamo ricordare che queste testimonianze provengono da uomini autorevoli, prestigiosi, di grande cultura anche se diversi tra loro per sensibilità e formazione. Tutti però attestano che la Chiesa primitiva riteneva ispirati, dunque canonici, solo i Vangeli di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni, che furono scritti nel I secolo.

33. A questa serie di documenti ne possiamo aggiungere un altro di incomparabile valore. Si tratta del celebre Canone Muratoriano, un rammento datato verso la metà del II secolo d.C., scoperto dallo storico Ludovico Antonio Muratori (1672 – 1750) nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e reso pubblico nell’anno 1742.

34. È un frammento incompleto. Contiene il catalogo dei Libri del Nuovo Testamento, ma è privo dell’inizio e della fine. Pur così mutilato, esso esordisce affermando”… il terzo Vangelo è di Luca, medico, compa¬gno di Paolo,… il quarto è di Giovanni, uno dei discepoli”.

35. In realtà, prima dell’esordio sopra ricordato, vi sono alcune parole che concludono una frase precedente, della quale non si ha l’inizio, andato perso. Gli studiosi concordano che si riferisca al Vangelo di Marco. Ma a noi importa notare come il Codice Muratoriano enumera i Vangeli di Luca e di Giovanni, definendoli rispettivamente “il terzo” e “il quarto”.

36. Non è proprio difficile credere, anche sulla base delle altre testimonianze che abbiamo ricordato, che i primi due Vangeli, dei quali certamente il Codice Muratoriano riferiva, dovevano essere quelli di Matteo e di Marco.

37. A questo punto della nostra ricerca si impone una conclusione. Tutti i dati storici che abbiamo riferito concordano nel ritenere i Vangeli scritti nel primo secolo e proprio dai noti quattro Evangelisti. Dunque, la loro autenticità è pienamente confermata. Nello stesso secolo in cui Cristo era vissuto, dopo la sua morte e risurrezione, vi sono testimoni che hanno messo per iscritto ciò che avevano visto o udito. Il dato è di straordinaria importanza.

38. Quelle che abbiamo ricordato fino ad ora sono prove che gli studiosi definiscono “esterne” ai Vangeli. Vi sono anche prove “interne”, cioè prove che possiamo ricavare da un attento esame del testo evangelico. Qui ne proponiamo soltanto due.

39. La prima. Se si pone attenzione alla Chiesa così come è descritta nei Vangeli, essa ci appare certamente dotata di un “Capo” (“Tu sei Pietro”) e di una primitiva scala gerarchica, occupata dagli Apostoli. Ma nei Vangeli non vi è alcun cenno di quella struttura gerarchica più complessa, che nasce subito ma che ci è ricordata da altri scritti del Nuovo Testamento, composta di Vescovi, presbiteri e diaconi.

40. Questa mancanza si spiega solo se si ammette che i Vangeli sono stati scritti prima che la Chiesa si strutturasse completamente, quindi in un tempo estremamente vicino alla morte del Signore, avvenuta nel 30 d.C.

41. La seconda. Stando ai Vangeli, gli unici avversari che incontra Gcsù Cristo sono Farisei, Sadducei e Scribi. Manca qualsiasi riferimento ai primi terribili avversari del Cristianesimo primitivo: Gnostici, Doceti, Montanisti, etc. Neppure si trova nei Vangeli alcun riferimento alle persecuzioni scatenate periodicamente dalle autorità dell’Impero di Roma che ebbero, però, una notevole ripercussione sulla vita delle prime comunità cristiane.

42. Questo silenzio su eventi che sconvolsero la vita della Chiesa primitiva si spiega solo ammettendo che i Vangeli sono stati scritti quando le eresie e le persecuzioni sopra ricordate non erano ancora avvenute, quindi proprio a ridosso della vita terrena di Gesù di Nazareth.

43. La nostra ricerca sull’autenticità dei Vangeli andrebbe completata esaminando più a fondo la data della loro composizione. Fino ad ora, abbiamo visto che furono scritti nel I secolo, ma possiamo essere più precisi.

44. Affronteremo questo tema nel capitolo dedicato alla “veridicità” dei Vangeli. Prima, dobbiamo accertare se questi documenti sono giunti fino a noi integralmente, senza alterazioni. È ciò che faremo nelle pagine che seguono immediatamente.

 

VERIDICITA’ DEI VANGELI

1. Il cattolico, sulla scorta dell’insegnamento della Chiesa e di un’abbondante documentazione, sa che i Vangeli sono documenti autentici, scritti nel I secolo da Matteo, Marco, Luca e Giovanni, giunti integralmente fino a noi. Ma per essere certi della loro piena attendibilità storica, bisogna rispondere ad un’ultima domanda: i Vangeli sono anche documenti veritieri? Il loro contenuto è credibile?

2. Prima di offrirli alla lettura e alla meditazione di quanti si dichiarano non credenti, perché prendano atto delle parole pronunciate e dei fatti compiuti da Gesù di Nazareth – parole e fatti, specie i miracoli, che se giudicati, anche solo dal punto di vista storico, come realmente accaduti non possono non suscitare crepe impressionanti nell’edificio delle convinzioni ateistiche – il cattolico deve dotarsi di un’ulteriore argomentazione, quella che dimostra che i Vangeli non sono pure invenzioni.

3. In questo capitolo ci proponiamo:
– di sapere con più precisione quando i Vangeli sono stati scritti, se in tempi vicini ai fatti narrati o in tempi lontani.
– di verificare che i loro autori siano persone meritevoli di fiducia, competenti in materia, testimoni dei fatti che raccontano.
– di accertare, infine, che i Vangeli non sono favole, invenzioni, racconti fantastici e fantasiosi.

4. Come è noto, chi nega il valore della storicità dei Vangeli sostiene che sono stati composti parecchi decenni dopo la morte di Gesù. In questo tempo, la Chiesa primitiva, in via di formazione e di auto-organizzazione, avrebbe elaborato una propria dottrina, attribuendo a Gesù parole mai pronunciate e miracoli mai compiuti, con lo scopo di guadagnare nuovi adepti.

5. Stando così i fatti, al momento della stesura dei Vangeli, i testi¬moni oculari della vera vita di Gesù erano per la maggior parte già defunti. Non sarebbe stato dunque possibile un confronto tra quanto raccontato da Matteo, Marco, Luca e Giovanni e coloro che potevano confermare o negare veridicità ai racconti evangelici.

6. Al contrario, se i Vangeli risultassero composti in anni molto vicini agli eventi che raccontano, quando innumerevoli testimoni oculari potevano dire la loro sulle parole e i fatti attribuiti a Gesù dai Vangeli, in questo caso la possibilità di una falsificazione artificiale si sarebbe ridotta praticamente a zero.

Datazione dei Vangeli

7. Per scoprire se i Vangeli sono opera di disonesti falsificatori e di imbroglioni, cominciamo con l’affrontare il problema della loro datazione.

8. Il dato che abbiamo già acquisito, nei capitoli precedenti, è che essi risalgono all’età apostolica, dunque al I secolo d.C. Ma possiamo essere più precisi, senza dimenticare che allo stato attuale delle ricerche nessuno è ancora in grado di datarli perfettamente, di calcolare in quale anno preciso siano stati esattamente composti.

9. Tutti concordano nel ritenere il Vangelo di Giovanni composto per ultimo. Fino a qualche decennio fa, gli studiosi lo datavano alla fine del I secolo, intorno all’anno 100 d.C, vale a dire 70 anni dopo la morte di Gesù di Nazareth.

10. Ma oggi questa datazione comincia ad esser messa in discussione, a vacillare. Sembra che la data della sua composizione, per lo meno di alcune parti di esso, vada abbondantemente anticipata.

11. Julian Carròn, professore di Sacra Scrittura presso il Centro Studi teologici San Damaso di Madrid, direttore dell’edizione spagnola della rivista internazionale “Communio”, in un saggio apparso sul prestigioso trimestrale “Il Nuovo Areopago” alla fine del 1994, sostiene che il Vangelo di Giovanni contiene molti “elementi che si possono spiegare solo prima della distruzione di Gerusalemme”, avvenuta, come è noto, nell’anno 70 d.C. (JULIAN CARRÓN, Un caso di ragione applicata. La storicità dei Vangeli, in Il Nuovo Areopago, anno 13, n. 3 [51], autunno 1994, p. 16).

12. A sostegno della sua tesi, Carròn cita, tra gli altri, un chiaro esempio che merita di essere riportato: “Nel racconto della guarigione del malato che aspettava per essere guarito l’agitazione delle acque nella piscina – contenuto nel Vangelo di Giovanni – si dice: “C’è (estin) in Gerusalemme, vicino alla porta delle Pecore, una piscina chiamata in ebraico Betzaetà che ha cinque portici” (Gv 5, 2). Il presente dell’indicativo in cui viene data la notizia dell’esistenza della piscina (estin), mentre tutto il racconto è scritto in aroisto (cioè al passato), come se facesse riferimento a un fatto succeduto nel passato, mostra che quando questi racconti furono scritti esisteva ancora quella piscina. E questo si poteva affermare solo prima della distruzione di Gerusalemme, nell’anno 70″ (ibidem, p. 17).

13. Dunque, sembra ci siano buone ragioni per retrodatare almeno una parte del Vangelo di Giovanni di circa 30 anni. Ma c’è qualche studioso che si spinge oltre. Il noto teologo protestante Oscar Culmann, in una intervista apparsa su “Il Sabato” del 20 febbraio 1993, sostiene che il Vangelo di Giovanni va datato intorno al 50 d.C. e promette di render pubblici i suoi calcoli.

14. Per la datazione del Vangelo di Giovanni a prima dell’anno 70 si sono schierati altri studiosi di prim’ordine, tra i quali Carsten Peter Thiede (“Gesù, storia o leggenda?”, Bologna 1992), Hugo Staudinger (“Credibilità storica dei Vangeli”, Bologna 1991), e Craig Blomberg (“Indagine su Gesù”, Casale 1991).

15. Riguardo la datazione dei Vangeli, il dato più importante, che ha suscitato il maggior numero di discussioni, ci è offerto dal famosissimo frammento 7Q5, un minuscolo frammento di papiro trovato nella grotta n. 7 di Qumran, contenente 20 lettere disposte su 5 righe. È il frammento più antico e più prezioso. Per questa ragione, dobbiamo raccontarne la storia.

16. Qumran è il nome di una località situata sulla riva occidentale del Mar Morto. Ai tempi di Gesù era abitata da una fiorente comunità di monaci Esseni. Le rovine del loro monastero sono ancora oggi visibili.

17. Nell’anno 68 d.C. arrivano a Qumran i Romani. I monaci abbandonano precipitosamente la loro residenza, nascondendo in alcune grotte delle vicinanze i rotoli preziosissimi che conservavano nella loro biblioteca. Tra essi, interi libri della Sacra Scrittura dai quali traevano il loro nutrimento spirituale. Per quasi 1900 anni, nessuno si preoccupa di recuperare questa straordinaria documentazione.

18. Ma nel 1947, alcuni pastori palestinesi scoprono, casualmente, in una di quelle grotte, delle anfore piene di rotoli, proprio quelli nascosti dalla comunità essena. Iniziano le ricerche e in altre 10 grotte si tro¬vano anfore e rotoli, contenenti la loro biblioteca, nella quale non mancava l’Antico Testamento.

19. Si procede all’identificazione del materiale ritrovato. Ma un frammento, classificato con la sigla 7Q5 (“7 sta ad indicare il numero della grotta dove venne rinvenuto, “Q” sta per Qumran, “5” è il numero delle righe sulle quali sono disposte le lettere che lo compongono) non trova collocazione in alcuna parte dell’Antico Testamento. Sarebbe stato destinato a passare nel novero di quelli non identificati, se uno studioso di prim’ordine, il gesuita José O’Callaghan, papirologo di fama internazionale e docente del Pontificio Istituto Biblico di Roma, non avesse dato retta ad una sua intuizione: 7Q5 poteva riportare un testo del Nuovo Testamento.

20. Inizia ricerche accurate e nel 1972 annuncia un risultato clamoroso: 7Q5 contiene una minuscola parte del Vangelo di Marco, precisamente alcune lettere dei versetti 52 e 53 del capitolo VI.

21. Il mondo degli studiosi è scosso. Su O’ Callaghan si abbattono le critiche violentissime dei teologi e degli esegeti, quasi tutti convinti allora che prima dell’anno 70 nessun Vangelo fosse stato scritto. Queste critiche ottengono un risultato: per 14 anni nessuno parlerà più del frammento 7Q5 e di José O’ Callaghan.

22. Ma 14 anni dopo, lo studioso luterano Carsten Peter Thiede, papirologo di fama internazionale, riprende gli studi di O’Callaghan sul frammento 7Q5 e giunge agli stessi risultati.

23. Scoppia, come 14 anni prima, un’altra violentissima polemica, un’altra campagna di accuse, ma questa volta i tempi sono cambiati. Il numero degli esperti che attribuisce 7Q5 al Vangelo di Marco cresce enormemente: Vanhoye, Ghiberti, De La Potterie, Barsotti, Galbiati, Betz, Sordi e Montevecchi, tutti illustri studiosi, anche di discipline diverse, noti nel mondo degli specialisti. Questa volta non si ripete il vergognoso abbandono cui era stato lasciato José O’ Callaghan.

24. Le ricerche prendono slancio. I paleografi Sehubart e C. H. Roberts datano il frammento 7Q5 studiandone il tipo di scrittura e il papiro, senza curarsi del suo contenuto. Il risultato delle loro ricerche è strabiliante: quel papiro è stato scritto nell’anno 50, soltanto due decenni dopo la morte di Gesù Cristo. Dunque, in un tempo estremamente vicino ai fatti narrati, circolava una testimonianza scritta dei fatti riguardanti Gesù di Nazareth. Ma non è finita.

25. Il più grande conoscitore della lingua ebraica ed aramaica del nostro secolo, Jean Carmignac, recentemente scomparso, ci ricorda che il frammento 7Q5, con le sue 20 lettere in lingua greca, non è stato materialmente scritto dall’Evangelista Marco. È una copia dell’originale, che fu scritto in aramaico. 7Q5 risulta così essere una traduzione in lingua greca, giunta a Qumran.

26. Ne consegue che Marco ha scritto il suo Vangelo qualche anno prima. Sappiamo che lo scrisse a Roma sotto dettatura di Pietro, probabilmente nell’anno 42, quando Pietro arriva nella capitale dell’impero e comincia a predicare in città. Dunque, Marco ha scritto il suo Vangelo soltanto una dozzina d’anni dopo la morte di Gesù Cristo.

27. A confermare questi dati è la nota specialista di storia greca e romana Marta Sordi, che “partendo dalle scoperte del 7Q5, sostiene, con solidi argomenti tratti dalle fonti della tradizione, la tesi che il vangelo di Marco sarebbe stato scritto a Roma intorno al 42 in base alla predicazione di Pietro” (30 GIORNI, maggio 1994, pp. 40-44).

28. È giunto il tempo di trarre qualche considerazione. Il Vangelo di Marco è stato scritto quando innumerevoli testimoni oculari erano ancora vivi e potevano facilmente contestare i fatti narrati, se – ovviamente – fossero stati inventati. Ma di questa contestazione non si ha traccia, sebbene non mancassero i nemici di Gesù. È una contestazione che da sola sarebbe stata sufficiente a distruggere l’impianto sul quale si fondava la nascente Religione cristiana. Ma nessuno, tra i numerosi nemici della Chiesa, pensò mai di avanzarla.

29. Gesù muore crocifisso nell’anno 30. Marco scrive nel 42. Giovanni, lo abbiamo visto, scrive prima del 70. In mezzo a queste due date vi sono i Vangeli di Matteo e di Luca. Tre frammenti antichissimi di papiro in lingua greca, custoditi in una teca dell’Università di Oxford, contenenti brani del Vangelo di Matteo, sono stati datati dal Carsten Peter Thiede tra l’anno 60 e l’anno 70.

30. Anche per Matteo vale quanto si è detto per Marco. Matteo scrisse in lingua aramaica, mentre i frammenti custoditi ad Oxford sono in lingua greca. Sono dunque una traduzione, una copia. L’originale, pertanto, deve necessariamente risalire a diversi anni prima, comunque ad un tempo straordinariamente vicino agli eventi storici vissuti da Gesù di Nazareth.

31. È davvero estremamente improbabile che gli Evangelisti abbiano inventato di sana pianta le storie contenute nei loro Vangeli. Hanno scritto in tempi troppo vicini ai fatti accaduti, troppi testimoni oculari potevano facilmente smentire i loro racconti, anche quelli relativi ai miracoli.

32. La conclusione si impone: la vicinanza cronologica tra i fatti tramandati dai Vangeli e la persona storica di Gesù Cristo, che di questi fatti era autore e protagonista, segna un punto decisivo in favore della veridicità dei Vangeli, della loro attendibilità come documenti storici.

Gli autori dei Vangeli

33. Si possono e si devono fare altre considerazioni riguardanti la veridicità dei Vangeli. Le prime riguardano i loro autori. Perché una testimonianza sia credibile, anche l’autore deve essere credibile, degno di fede, meglio se testimone oculare. Chi erano, dunque, i quattro Evangelisti? Di tutti abbiamo notizie scarne, ma precise.

34. Matteo era un apostolo di Gesù. Ex esattore delle imposte, figlio di un certo Alfeo. Di lui ci parlano sia Marco che Luca, che ricordano diversi episodi della sua vita. Per tre anni ha seguito personalmente Gesù di Nazareth. È un testimone oculare dei fatti che racconta.

35. Marco abitava a Gerusalemme, dicono gli Atti degli Apostoli e altri scritti del Nuovo Testamento. Era cugino di Barnaba, è stato compagno di Paolo in uno dei suoi viaggi. Era con Paolo a Roma e collaborò con Pietro, divenendo suo segretario. Ha scritto il suo Vangelo ascoltando la predicazione del Principe degli Apostoli e ha tratto dunque le sue informazioni dalla fonte più autorevole che si possa pensare fra i testimoni oculari della vita di Gesù.

36. Luca è stato compagno e discepolo di Paolo. Scrive di avere svolto “ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi” (Le 1,3). È una affermazione impegnativa, che apre il suo Vangelo, certo incomprensibile e soprattutto controproducente se avesse avuto in mente di mitologizzare la figura del Maestro.
37. Giovanni fu apostolo di Gesù, testimone oculare dei fatti che racconta.

38. Dunque: due degli autori dei Vangeli sono testimoni oculari e gli altri due sono discepoli che riportano con cura, talvolta dopo ricerche accurate, quanto hanno sentito dire da altri testimoni. Vi è materia abbondante per ritenere sostanzialmente autorevoli questi “cronisti” dell’avvenimento cristiano. Di essi ci parlano altre fonti, che abbiamo già incontrato nel capitolo dedicato all’autenticità dei Vangeli.

Credibilità dei racconti evangelici

39. A questo punto, ci resta un solo tassello da collocare nel mosaico della nostra ricerca. Sono credibili le cose che raccontano gli autori dei Vangeli?

40. Prima di rispondere dobbiamo ricordare che i Vangeli sono stati scritti essenzialmente per due ragioni:
– per informare tutti gli uomini di quanto era accaduto in Palestina in merito alle vicende che riguardavano Gesù di Nazareth;
– per convincere i lettori della necessità di fidarsi di Gesù, di avere fede nelle sue promesse e nei suoi insegnamenti.

41. I Vangeli avevano, ed hanno ancora, uno scopo preciso: guadagnare anime a Gesù Cristo, convincere il maggior numero di uomini della necessità di credere nel Dio di Gesù Cristo per salvarsi, per ottenere la vita eterna, per guadagnarsi il Paradiso, il Regno dei Cieli.

42. Ora, ipotizziamo pure che gli Evangelisti avessero voluto, dopo previo accordo, falsificare la figura di Gesù. In realtà era solo un uomo, ma per renderlo interessante, degno di fede, lo avrebbero divinizzato, attribuendogli poteri – quello di far miracoli, per esempio – straordinari, unici, ma che in realtà non avrebbe posseduto.

43. Proprio qui sta il punto. Se gli autori dei Vangeli fossero stati disposti a mentire, per guadagnare adepti, avrebbero dovuto inventare un racconto molto diverso da quello che ci hanno tramandato. Ricordiamo che gli Ebrei si aspettavano un Messia dai tratti eroici, liberatore di popoli oppressi, Re e sovrano visibile e vincitore sul mondo. Invece, incomprensibilmente, di tutto questo nei Vangeli non vi è traccia.

44. In “Ipotesi su Gesù”, di Vittorio Messori, è possibile trovare interi capitoli dedicati a illustrare queste stranezze: se i Vangeli, come abbiamo detto, hanno chiara funzione apologetica, vogliono convincere i lettori, soprattutto gli Ebrei, ma senza escludere i pagani, ciò che essi raccontano è quanto di meno ci si sarebbe aspettato. Questo dimostra che non possono essere stati inventati.

45. Come possiamo spiegare questo manifesto autolesionismo degli Evangelisti? Prima di rispondere, vediamo alcuni dei fatti che risultano incomprensibili se i Vangeli fossero invenzioni e non racconti di fatti realmente accaduti.

46. Per convincere gli Ebrei della bontà della persona di Gesù e della sua dottrina, l’ultima cosa che un falsificatore avrebbe pensato era quella di divinizzarlo. Per gli Ebrei, Dio è il totalmente “Altro” dall’uomo. Anche il suo nome non lo scrivono mai per intero, ma solo con il sacro tetragramma “JHWH”. Ora, scrivere che Gesù di Nazareth, per quanto grande, era nientemeno che Dio fattosi uomo equivaleva letteralmente a scrivere una bestemmia.

47. Scrivere che Gesù è Dio è un clamoroso autogoal. Per suscitare l’interesse degli Ebrei e guadagnarli alla causa della nuova Religione era più conveniente non divinizzare Gesù. Tuttavia, contro ogni logica di falsificazione o di invenzione, tutti gli Evangelisti concordano, senza nessuna esitazione, nel credere alla divinità di Gesù. E lo scrivono.

48. Perché? Non vi è che una sola risposta plausibile. Perché avendo saputo e visto della sua divinità non potevano nasconderla, pronti anche a giocarsi il successo del loro messaggio apologetico piuttosto che mentire, falsificare, inventare.

49. Altri fatti risultano incomprensibili, se i Vangeli fossero una invenzione.

50. Gesù dice: “Bevete il mio sangue”, infrangendo così uno dei tabù più rigidi dell’ebraismo. L’astensione dal sangue è un precetto ebraico. Se gli Evangelisti registrano queste parole di Gesù, pur così contro-producenti per la loro causa, è perché sono obbligati ad accettare un messaggio per certi versi sconvolgente e blasfemo. Obbligati, perché Cristo deve avere certamente pronunciato quelle parole.

51. Ancora. Tutto si poteva inventare per avere successo e guadagnare discepoli tranne che la storia della morte in croce. Proprio il capo, proprio il fondatore di una nuova religione fa la fine meno invitante, che non può suscitare alcun interesse, una fine incapace di esercitare un sia pur minimo sentimento di stima per il condannato. Perché inventarla se gli Ebrei erano – sono ancora oggi – in attesa di un Messia vincitore e liberatore – e se per i Romani la morte di croce era la più ignobile?

52. Ancora. Tra i Cristiani era ferma convinzione che il messaggio di Gesù fosse destinato non solo agli Ebrei ma anche ai pagani. Ora, se i Vangeli fossero solo una serie di fatti inventati per motivi propagandistici, come si può spiegare l’incredibile autogoal causato dal maldestro tentativo di far credere che un uomo, dopo essere stato ucciso, sia anche risorto? Chi poteva credere una cosa del genere?

53. E infatti, quando Paolo si reca all’Areopago di Atene, i greci lo ascoltano parlare di Dio, ma lo respingono quando annuncia che i corpi risorgeranno. Per convincere i pagani, la Risurrezione non era certo argomento da mettere in campo, un evento da inventare.

54. Ricorda Messori: perché se si voleva a tutti i costi convincere i lettori della verità della Risurrezione, i Vangeli narrano che la prima apparizione del Risorto sia stata riservata a delle donne? Non sapevano gli Evangelisti – tutti Ebrei – che “nessuno in Israele, dai giudici di tribu¬nale all’ultimo contadino, ammetteva alcun valore alla testimonianza femminile?” (VITTORIO MESSORI, Ipotesi su Gesù, XV ed., Sei, Torino 1977, p. 199).

55. Ecco un altro dato incomprensibile se i Vangeli fossero una invenzione. Gli Evangelisti chiedono che i lettori prestino fiducia alle loro parole. Ci raccontano che Cristo ha fondato la sua Chiesa su Pietro e questi, con il collegio apostolico, ha il compito di evangelizzare il mondo intero.

56. Che cosa ci si aspetta, logicamente, a questo punto? Che i Vangeli descrivano gli Apostoli come uomini coraggiosi, virtuosi, temerari, forti, leaders capaci di guidare il popolo e di infondere speranze e certezze.

57. Invece, niente di tutto questo. Dai Vangeli emergono dati inquietanti. Pietro, il Capo degli Apostoli, la colonna della Chiesa, rinnega per tre volte Gesù. Tutti gli altri, escluso Giovanni, scappano al momento della prova. Uno, Giuda Iscariota, scelto personalmente da Gesù, lo tradisce per denaro. Due di loro, Giacomo e Giovanni, sono scoperti a litigare fra loro per questioni futili. Infine, più volte, Cristo ha rimproverato gli Apostoli di essere gente di poca fede.

58. Come poteva incrementare la fiducia dei lettori nella Chiesa tutto ciò che è stato scritto nei Vangeli, se gli Apostoli erano uomini di tal fatta? Eppure, se i Vangeli ci parlano così di loro, rischiando l’insuccesso, la ragione non può che essere una sola: le cose sono andate veramente così e non si potevano modificare, pena – tra le altre cose – il pericolo di essere smentiti da testimoni oculari.

59. Sentiamo ancora Vittorio Messori: “Nel Vangelo di Luca, nel proemio che ha giusto il compito di situare nel tempo e nei luoghi l’inizio della predicazione di Gesù, il testo enumera ben sette distinti capi religiosi e politici, tutti con i loro nomi e titoli e tutti trovati rigorosamente esatti: “L’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, essendo governatore della Giudea Ponzio Pilato, tetrarca della Galilea Erode, tetrarca dell’Iturea e del territorio della Traconitide suo fratello Filippo e tetrarca dell’Abilene Lisania, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio fu su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto…” (V. MESSORI, Ipotesi su Gesù, XV ed., Sei, Torino 1977, p. 220).

60. Un bel coraggio, quello di Luca, se avesse avuto in mente di raccontare una favola per pie donne, quello di storicizzare così dettagliatamente gli episodi di cui si proclama narratore. A meno che, sapendo bene di non mentire, egli non temeva di fornire dati storici che potevano tranquillamente essere verificati da chiunque lo avesse voluto.

Conclusione

61. Siamo giunti al termine di un cammino durato gli ultimi tre capitoli. Abbiamo constatato che i Vangeli sono documenti autentici, scritti nel primo secolo da testimoni attendibili, tramandati fino a noi integralmente, e soprattutto sono racconti credibili, perché veritieri, perché narrano fatti realmente accaduti soltanto pochi anni prima della loro redazione.

“Stando alla datazione che sinora fa testo quasi ovunque, Marco sarebbe stato composto verso l’anno 70, data cruciale perché è quella della distruzione di Gerusalemme da parte dei romani, con la conseguente sparizione di quel mondo ebraico che era stato quello di Gesù e dei suoi primi discepoli; Matteo e Luca tra l’80 e il 90; Giovanni alla fine del secolo (anche se qualcuno si era spinto addirittura sino all’anno 170…). Osservava Carmignac (e con lui Robinson, Tresmontant ed altri esegeti che spuntano qua e là) che già attorno all’anno 50 il cristianesimo esplode fuori dall’ambito palestinese. Dunque, a partire da allora sarebbe stato inutile, anzi dannoso, scrivere in una lingua locale i documenti della fede. Se l’originale dei Vangeli è davvero semita, è perché sono stati scritti subito, tra il 30 (data probabile della morte di Gesù) e il 50 o poco più”. (VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul Cristianesimo, Oscar Mon¬dadori, 1993, p 133).

62. Il cattolico si deve far forte di queste argomentazioni. A chi non crede ma desidera conoscere la verità di quanto accaduto intorno alla persona di Gesù di Nazareth, a chi si definisce ateo e non vede all’orizzonte un esplicito atto di Fede che dia inizio alla sua conversione, il cattolico non manchi di proporre la credibilità, documentata storicamente, del racconto evangelico.
 
[Fonte: apologetica.altervista.org]

 

IL PRIMO VATICANO

Una delle innumerevoli conferme della credibilità storica dei Vangeli.

La casa di Pietro, a Cafarnao, prima abitazione del Principe degli Apostoli. E’ il primo Vaticano. Si trova sulle rive del lago di Genesaret (o di Galilea, o di Tiberiade) una delle innumerevoli conferme della credibilità storica dei Vangeli.

Parliamo della casa di Pietro, il Principe degli Apostoli, che è stata localizzata dal francescano Virgilio Corbo – una vera autorità in materia di archeologia cristiana – una trentina d’anni orsono nel villaggio di Cafarnao, dove Pietro abitava e Cristo era ospitato nella sua casa. L’annuncio del ritrovamento fu dato da papa Paolo VI il 29 giugno 1968. Quando il Pontefice si era recato, quattro anni prima, pellegrino in Terra Santa, giunto a Cafarnao, qualcuno, mostrandogli il luogo dove si riteneva avesse abitato Pietro, gli aveva indicato argutamente che quello era il primo Vaticano. I dubbi sono ormai fugati. E il merito va ai padri francescani, archeologi di prima linea. Esplorando i resti di un antico santuario bizantino del V secolo a due passi dal lago, sotto l’impianto ottagonale della chiesa, fu ritrovata la “domus ecclesiae”, l’inconfondibile casa-chiesa che per prima al mondo fu dedicata a san Pietro, nel luogo stesso in cui l’Apostolo visse e fece coabitare il Maestro per almeno un anno della sua vita pubblica. Il santuario bizantino aveva ricoperto il locale dove si riunivano i giudeo-cristiani, i primi cristiani della Palestina, ebrei praticanti che riconoscevano in Gesù il Figlio di Dio e in Pietro il suo testimone più autorevole e il capo dei suoi seguaci. Proprio quel locale, fatto unico in tutto il villaggio, aveva il pavimento intonacato in battuto di calce, tipo di decorazione ritenuta ai tempi più preziosa del mosaico, segno della particolare venerazione cui fu fatto oggetto quel luogo. Ma poi, sulle pareti, graffiti antichissimi in aramaico, siriaco, greco e latino, identificati chiaramente come invocazioni a Cristo stesso e al principe degli Apostoli. E poi oggetti, resti di lucerne, una lampada erodiana, una pentola, tutti datati ai tempi della Chiesa primitiva.
Gli scavi archeologici hanno in sostanza confermato quanto le testimonianze dei pellegrini dei primi secoli ci hanno tramandato. Una di loro, Egeria, che si recò in Terra Santa quando era ancora vivo sant’Ambrogio, lasciò un preziosissimo diario nel quale descriveva i luoghi visitati; e tra questi, la “casa dell’Apostolo Pietro”.
Soltanto un secolo dopo, un altro importantissimo “giornale di viaggio”, scritto da un anonimo piacentino, descriveva la basilica costruita sulla casa di san Pietro. Si trattava del santuario bizantino, di forma ottagonale, scavato poi da padre Corbo. Alla sua morte, il benemerito frate-archeologo, che dissotterro` con le sue mani la “domus ecclesiae” di Cafarnao, è stato sepolto tra le rovine di quell’ambiente a cui aveva ridato luce.
Dunque, il racconto dei vangeli, e specialmente quello di Marco, vero segretario del Principe degli Apostoli, il primo umile “segretario di Stato”, trova un’altra conferma storica.
Vi sono persino i resti di un’imponente sinagoga del V secolo, costruita sulla base della precedente, certo meno grandiosa, ma frequentata da Gesù, che vi pronunciò il discorso sul pane di vita che troviamo nel sesto capitolo di Giovanni. Dunque non sono favole quelle che riguardano san Pietro, il villaggio dove abitava, i miracoli che vi compì il Maestro. Una conferma della credibilità storica dei vangeli, della attendibilità di questi racconti, degna di considerazione. La fede cattolica poggia su un fatto, storicamente documentabile, che può negare solo chi rinuncia a ragionare.

[Il Timone n. 1, maggio/giugno 1999]

 

TITULUS CRUCIS

“Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: ’Gesù il Nazareno, il re dei Giudei’…era scritta in ebraico, in latino e in greco” (Gv. 19,19-20).

Una nuova conferma dell’autenticità della tavoletta recante la famosa iscrizione (I.N.R.I.), conservata nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, ci giunge dagli studi del giovane giornalista e antropologo Michael Hesemann.
Il ricercatore, dopo aver compiuto sulla reliquia un’indagine storica e dopo averla sottoposta a un’analisi di paleografia comparata, avendo ricevuto conferme da esperti studiosi (Carsten Peter Thiede e Leah Di Segni, ma anche qualche perplessità da parte del prof. Werner Eck), ha deciso di rendere noti i risultati delle sue ricerche. E cioè che:

1) il legno della tavoletta è anteriore al IV secolo d.C.

2) la scrittura, in particolare quella latina, risale molto probabilmente al I secolo d.C.

3) il testo è sostanzialmente lo stesso del Vangelo di Giovanni, testimone oculare dell’evento.

4) la sacra reliquia, ritrovata a Roma, vi fu portata dalla madre dell’imperatore Costantino, Elena, nel 325 da Gerusalemme.

Se queste conclusioni sono vere, il “Titulus Crucis” rappresenterebbe non solo un’ulteriore prova storica dell’esistenza e della morte in croce (con tanto di motivazione della sentenza che, in realtà, fu pronunziata dal “politico” Pilato per compiacere il Sinedrio e la folla; Gesù, infatti fu ucciso per motivi religiosi, per essersi proclamato Figlio di Dio) di Gesù Cristo, ma anche un’ulteriore conferma della veridicità storica dei Vangeli.

[Da “Il Timone” – Anno III, numero 11 – Gennaio/Febbraio 2001]

 

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