Dopo il restauro. La Resurrezione di Piero della Francesca ritrova la sua luce

La Resurrezione di Piero della Francesca a Sansepolcro dopo il restauro

La Resurrezione di Piero della Francesca a Sansepolcro dopo il restauro

Domani pomeriggio verrà presentato al pubblico presso il Museo civico di Sansepolcro il restauro della Resurrezione, capolavoro supremo dell’arte di Piero della Francesca. L’intervento, durato tre anni, è stato realizzato dall’Opificio delle pietre dure di Firenze sotto la direzione di Cecilia Frosinini. Dal restauro, che ha consolidato e ripulito la superficie pittorica dallo sporco e da interventi ottocenteschi, è emersa nuovamente la luce adamantina di Piero che si spande nel cielo è tornato azzurro e terso, donando nuovo vigore e volume ai corpi e lucentezza ai colori. Nel paesaggio (da tempo in gran parte perduto a causa di un lavaggio scellerato con acqua e soda caustica) sono tornati visibili castelli ed edifici. Pubblichiamo un testo, scritto per l’occasione da Timothy Verdon, direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze e grande studioso della pittura sacra del Rinascimento, e alcune immagini che mettono a confronto il dipinto prima e il dopo restauro.

La nuovamente restaurata Resurrezione di Cristo di Piero della Francesca, nel Palazzo Pubblico di Borgo Sansepolcro, è un’icona del cristianesimo rinascimentale. Eseguita intorno al 1463 con una tecnica tra l’affresco e la pittura “a secco”, mette in grande evidenza l’elemento da cui la cittadina prende nome, il sepolcro di Gesù, e – sebbene il restauro che viene presentato domani al pubblico abbia confermato un antico spostamento del muro su cui la Resurrezione è dipinta – verosimilmente l’opera fu concepita per la sede governativa. Riprende l’assetto della identitaria Resurrezione dipinta per l’altar maggiore del duomo di Borgo nel Trecento, ma aggiorna la pala medievale con un Cristo in cui traspare l’ammirazione per la statuaria greco-romana. Continua a leggere

A Jesolo il presepe si fa con la sabbia

 
Le colossali sculture a grandezza naturale rimarranno esposte sino a febbraio e l’anno prossimo approderanno in Vaticano
 
(da La Stampa, 8.12.17)
 
Giuseppe abbraccia Maria e il piccolo Gesù su un giaciglio di paglia, scaldati dal respiro del bue e dell’asinello. Niente di strano, se non fosse che questa natività è stata realizzata a grandezza naturale esclusivamente con la sabbia, e fa parte di un presepe monumentale che ogni Natale, dal 2002, prende forma a Jesolo, a pochi passi dal litorale veneto.

A ispirare gli scultori della sabbia ogni anno è un tema diverso: quello di questa edizione, che s’inaugura proprio oggi, 8 dicembre, è «Va’ e anche tu fa’ lo stesso», ispirato alle parabole e ad episodi del Vangelo incentrati sull’amore per il prossimo.

Uno spettacolo mozzafiato, in grado di emozionare e stupire. Non si può che rimare a bocca aperta davanti alla maestosità delle opere esposte, ricchissime di dettagli e particolari. Difficile da credere che per modellare la sabbia – ben 1500 tonnellate! – sia stata utilizzata solo acqua. Continua a leggere

Chagall, la luce della croce che illumina il Novecento

di Michele Canali
 
Il Novecento è stato archiviato come il secolo più orribile della storia. Non sono solo i catastrofisti ad affermarlo, ma è una considerazione ormai unanime. Mai l’uomo ha vissuto tragedie tanto grandi quanto concentrate in un così breve spazio di tempo: due guerre mondiali, la crudeltà delle ideologie comunista e nazionalsocialista, i genocidi di armeni, ebrei, ucraini, quelli in Africa, quelli nell’ex Jugoslavia, quelli in Cambogia, per non ricordare che i principali.

Nel 1937, uno dei massimi geni artistici del secolo scorso, il pittore spagnolo Pablo Picasso (1881- 1973), immortalò con il quadro Guernica, la catastrofe vissuta dalla cittadina basca vittima di un tremendo bombardamento tedesco a sostegno del generale Francisco Franco (1892-1975). Nella tela, si perde la bellezza delle forme, lo spettatore è coinvolto nella disperazione e nella protesta, i colori cedono lo spazio a un monocromatismo malinconico. In breve tempo, Guernica è divenuto il dipinto più significativo del secolo, e per pubblico e critica il miglior manifesto del secolo XXI.

Eppure c’è stato un altro modo per raccontare i drammi di quel tempo.

Marc Chagall (1887-1985), pittore bielorusso ma naturalizzato francese e di origine ebraica, usava dire: «Io sono nato morto». Questo perché nel giorno in cui vide la luce il suo villaggio natale fu attaccato dai cosacchi durante un pogrom e la sinagoga frequentata dalla sua famiglia data alle fiamme. Chagall visse cioè sulla propria pelle quella violenza ideologica che poi ha attraversato tutto il Novecento.  Eppure non sono mai stati né il risentimento né la ribellione i protagonisti della sua opera. Anzi, la religione, la Bibbia e l’amore sono la sua costantemente fonte d’ispirazione.  Fu così che nel 1938 Chagall, non sentendosi rappresentato da Guernica ha risposto al suo autore spagnolo. Ne è nata la Crocifissione bianca, uno dei suoi capolavori, anche se spesso la critica la trascura. Il quadro confuta, infatti, la sfiducia di Picasso. Continua a leggere

Con la donna, nel mistero

Con la donna, nel mistero

Nel suo nuovo libro Alessandro D’Avenia ripercorre la storia dell’arte e della letteratura in una prospettiva tutta femminile facendo emergere la forza salvifica dell’amore
 
Recensione di Alessandro Zaccuri

(Avvenire, 28.10.17)
 
Nadežda è unica, ma non è sola. La moglie del poeta russo Osip Mandel’štam, rimasta celebre per aver salvato dalla distruzione, imparandole a memoria, le poesie del marito imprigionato nel gulag, è una delle figure di donna che Alessandro D’Avenia convoca nel suo nuovo libro, Ogni storia è una storia d’amore (Mondadori, pagine 324, euro 20,00, disponibile dal 31 ottobre). Una scelta che potrà apparire sorprendente, questa di ripercorrere la storia dell’arte e della letteratura in una prospettiva tutta femminile, ma che procede in perfetta coerenza rispetto al precedente libro di D’Avenia, L’arte di essere fragili (pubblicato lo scorso anno da Mondadori, che ha in catalogo tutta la produzione dell’autore, e all’origine di un fortunato tour teatrale).

Lì, dopo la trilogia romanzesca inaugurata nel 2010 dal best seller Bianca come il latte, rossa come il sangue e proseguita con Cose che nessuno sa del 2011 e Ciò che inferno non è del 2014, D’Avenia aveva deciso di far coincidere ulteriormente i due aspetti della sua attività, quella del narratore e quella dell’insegnante. Certo, un professore d’eccezione era presente anche nei romanzi, proiezione riconoscibilissima della pedagogia dell’ascolto caratteristica anche del sito http://www.profduepuntozero.it e dei frequenti interventi di D’Avenia su Avvenire. Con L’arte di essere fragilil’autore si era spinto più in là, mettendo letteralmente in scena se stesso in un dialogo – immaginario e documentatissimo – con Giacomo Leopardi. Continua a leggere

Il Mistero trasforma il carcere oscuro nel tempio divino

di Giovanni Fighera

Se il poeta è come un albatro che si può inabissare nel fango della terra, il mondo appare a Baudelaire talvolta come carcere abitato da ragni e altre volte come tempio meraviglioso in cui ogni elemento ha un’intima connessione con tutti gli altri. Due celebri poesie ci mostrano questa contradditorietà dell’uomo (la sua aspirazione all’assoluto e la fragilità che lo fa precipitare verso le tenebre) e della realtà (miracolo e carcere): Spleen e «Corrispondenze». Solo il Mistero rende il mondo affascinante e meraviglioso. Quando il mondo è deprivato del Mistero, la realtà ci appare come una prigione tetra da cui si desidera scappare. È una questione di sguardo e di attenzione ai particolari.

In Spleen l’anima geme, oppressa da un cielo che offusca ogni luce, più nero che la notte, pesante come un coperchio. La Speranza cerca di scappare, come un pipistrello che sbatte contro i muri. La pioggia disegna le sbarre di una prigione, mentre i ragni sembrano intessere le ragnatele nel nostro cervello. La Speranza è, infine, vinta e l’angoscia può trionfare issando la sua bandiera nera sul cranio del poeta. Un mondo senza luce, senza senso, assurdo e ormai svuotato di ogni ragione e speranza: è uno scenario che anticipa le rappresentazioni di tanti artisti e letterati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Continua a leggere

L’astrofisico. «Il fascino delle stelle e la religiosità»

La celeberrima «Notte stellata» di Van Gogh sarebbe stata dipinta all’alba del 19 giugno 1889 dall’ospedale Saint-Rémy de Provence

 
Marco Bersanelli: per la prima volta dalla nascita dell’uomo, la nostra generazione non sembra più desiderosa di alzare gli occhi al cielo.
 
Ormai non ci sorprende più un cielo stellato, eppure fermarsi e alzare lo sguardo in una notte buia e limpida è un gesto iscritto dentro di noi se era già comune agli uomini delle caverne. Abbiamo smesso di “desiderare”: un verbo che non a caso rimanda alle stelle (dal latino de-sidera). Ma non possiamo farne a meno perché sentiamo forte la mancanza di qualcosa più grande di noi. È allora suggestivo il percorso tracciato da Marco Bersanelli, uno che di astri se ne intende, nel libro Il grande spettacolo del cielo. Otto visioni dell’universo dall’antichità ai nostri giorni( Sperling & Kupfer, pp. 288, euro 18). Continua a leggere

La vita è cosi curiosa e sorprendente

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“La vita è cosi curiosa e sorprendente e infinitamente piena di sfumature, a ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa… E persino dalla sofferenza si può attingere forza”.

(Etty Hillesum)

 
*Dipinto di Félix Vallotton “Panorama del borgo di Rocamadour” (1925)

fonte: facebook