Londra. Il giudice ordina di staccare la spina al piccolo Alfie

Kate James e Tom Evans, i giovani genitori di Alfie

Anche al piccolo Alfie, come Charlie, verrà staccata la spina. I genitori non sono d’accordo, ma anche questa volta decideranno lo Stato e i giudici. Il motivo è sempre lo stesso: la sua vita non è ritenuta degna di essere vissuta.
Questo caso, se possibile, è ancora più assurdo in quanto i medici non hanno ancora definito la diagnosi.

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(Avvenire, 21.02.18)

«Sono convinto che il continuo sostegno di un respiratore non sia più nell’interesse di Alfie». E ancora: «Il bambino ha bisogno di silenzio e privacy e di buone cure palliative per concludere in pace la sua vita». Con queste parole il giudice Justice Hayden dell’Alta Corte di Londra ha di fatto messo la parola fine alla vita del piccolo di 21 mesi colpito da una malattia neurologica degenerativa senza diagnosi e senza cura. È la prima sentenza nella coraggiosa battaglia legale dei genitori, appena ventenni, Tom Evans e Kate James, che avevano espresso la speranza di poter trasportare il piccolo all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma così che venisse dato un nome alla condizione che ha colpito il figlio e trovata una cura. Mamma e papà avrebbero la possibilità di ricorrere alla Corte Suprema britannica, ma sinora non hanno manifestato l’intenzione di intraprendere questa strada. Proprio perché il rapporto di fiducia tra i genitori e gli specialisti dell’Alder Hey Children Hospital di Liverpool, dove Alfie è stato ricoverato nel dicembre 2016, si era interrotto, questi ultimi avevano deciso di ricorrere all’Alta Corte. Continua a leggere

Il genetista. Ibridi uomo-pecora: «C’è un limite da rispettare»

Il genetista Domenico Coviello: confini chiari, i malati non vanno illusi
 
«In questo caso non sono stati fusi i genomi, ma non si può manipolare l’embrione, rischiando di alterare la natura dell’uomo. Va ricordato che le differenze tra le specie non sono barriere facili da superare, e senza rischi». Commentando l’annuncio che viene dagli Stati Uniti di un esperimento con cellule umane inserite in un embrione di pecora Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di genetica umana dell’ospedale Galliera di Genova, sottolinea un altro aspetto: «Avere organi per i trapianti in questo modo è ben lungi dall’essere a portata di mano: non si devono illudere i malati». 
 
Qual è il significato scientifico di questo esperimento?

Va chiarito che in questo esperimento non c’è stata una fusione di cellule, una commistione del genoma umano con quello animale. L’embrione è partito totalmente autonomo, con genoma animale, e solo dopo l’inizio dello sviluppo le cellule ovine sono state affiancate da cellule umane: non quelle embrionali – in grado di formare un individuo – ma cellule adulte riprogrammate, quindi portate indietro nello sviluppo per essere molto più “elastiche”, in grado di adattarsi all’ambiente. 
 
Quali gli obiettivi?

L’idea è di poter avere organi compatibili con la sopravvivenza in un organismo umano. Ma l’esperimento è durato veramente poco tempo, solo 28 giorni. Lodevole pensare di giovare a persone che aspettano un organo da trapiantare e sono sospese nella loro sofferenza, ma la strada è ancora molto lunga: da questo esperimento a poter avere un organo che possa condividere queste cellule umane in un organo animale ne corre. Diciamo che è un tentativo verso questo traguardo.  Continua a leggere

Usa. Creato embrione pecora-uomo per trapianto organi

Creato embrione pecora-uomo per trapianto organi

Per la prima volta è stato creato in laboratorio un embrione ibrido uomo-pecora, in cui una cellula su 10.000 è umana. Un anno fa circa era stato realizzato un embrione di uomo e maiale
 
di Francesco Ognibene

(Avvenire, 19.02.18)
 
Ricorda lo xenotrapianto, ma è assai più simile alla chimera. La notizia diffusa dalla Stanford University, e resa nota dal quotidiano inglese «Guardian», sa di già sentito ma ha elementi di novità sui quali è bene fare qualche prima considerazione evitando facili entusiasmi (già dilaganti nelle prime reazioni italiane) e censure preventive.

I fatti: un’équipe americana ha sviluppato embrioni di pecora contenenti cellule umane, in un rapporto di una a 10mila, allo scopo di far crescere organi compatibili con l’uomo all’interno di animali. L’obiettivo è ottenere una “fabbrica” potenzialmente illimitata di pezzi di ricambio personalizzati e dunque senza pericolo di rigetto. Si tratta di una tecnica che ricorda il principio degli xenotrapianti, ovvero l’uso per l’uomo di organi animali (in particolare da suini), ma se ne differenzia per l’incrocio tra cellule e dunque tra patrimoni genetici dell’uomo e dell’animale (la pecora, nel caso di Stanford). La tecnica più vicina a questo nuovo esperimento, che ha dato luogo a embrioni misti uomo-ovino fatti sviluppare fino al 28esimo giorno, un’estensione di tempo che dovrebbe essere sufficiente a verificare la formazione di organi destinati al trapianto sull’uomo, anche perché sinora pare che non vi sia traccia di ciò che si immaginava di trovare.

L’esperimento del gruppo di ricerca guidato dal giapponese Hiro Nakauchi che da anni conduce studi sulla medicina rigenerativa e le cellule staminali, punta a ottenere nell’animali un pancreas efficiente che garantisca al paziente diabetico dal quale provengono le cellule per la creazione dell’ibrido la soluzione della sua patologia. «Abbiamo già creato un pancreas di topo nei ratti – ha dichiarato Nakauchi al quotidiano britannico – e poi lo abbiamo trapiantato in un esemplare di topo diabetico curandolo quasi completamente».  Continua a leggere

Milano. Morte di dj Fabo, alla Consulta il parere sul reato di «aiuto al suicidio»

Marco Cappato a processo a Milano (Lapresse)

La Corte d’Assise sospende il processo a Marco Cappato e trasmette gli atti alla Consulta affinché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio
 
(Avvenire 14.02.18)
 
La Corte d’Assise di Milano ha deciso di trasmettere gli atti alla Consulta affinché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio nel processo all’esponente dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, imputato per la morte di Fabiano Antoniani, 40 anni, noto come dj Fabo, in un centro specializzato svizzero tramite suicidio assistito il 27 febbraio 2017.

I pm chiedevano l’assoluzione; in subordine avevano proposto l’eccezione di illegittimità costituzionale, tesi dunque integralmente accolta dal collegio giudicante nell’ordinanza che conclude questa tappa della vicenda giudiziaria, intrecciata per mesi a quella della discussa legge sul biotestamento (approvata in via definitiva al Senato in dicembre proprio nei giorni in cui era in corso il dibattimento a Milano).

Il processo a Cappato davanti alla Corte presieduta da Ilio Mannucci Pacini (a latere Ilaria Simi De Burgis e sei giudici popolari) era iniziato lo scorso 8 novembre. Ed è scaturito prima dall’autodenuncia dello stesso Cappato ai carabinieri di Milano il 28 febbraio 2017, il giorno dopo la morte nella clinica Dignitas di Antoniani, e poi dalla decisione del gip Luigi Gargiulo, che respinse la richiesta di archiviazione della Procura e ordinò l’imputazione coatta per l’esponente radicale spiegando che l’imputato non solo aiutò
Fabo a suicidarsi, ma lo avrebbe anche spinto a ricorrere al suicidio assistito, “rafforzando” il suo proposito.  Continua a leggere

Per Gori la Lombardia ha un problema: troppa libertà educativa e pochi aborti

da Tempi.it

Giorgio Gori ha le idee chiare in fatto di diritto allo studio: per il candidato Pd alla presidenza della Regione Lombardia chi oggi crede nella libertà educativa non è abbastanza povero per potersela permettere. Infatti vuole fare piazza “quasi” pulita del Buono Scuola, ritenendo necessaria una modifica dell’attuale sistema lombardo «che corregga la redistribuzione delle risorse disponibili in modo da preservare il principio della libertà di scelta, ponendo come priorità il sostegno alle famiglie che hanno una situazione economica più fragile». Non gli va giù che il Buono Scuola (destinato alle famiglie che mandano i figli a scuole che applicano una retta) venga redistribuito «solo tra coloro che frequentano le paritarie (circa il 10 per cento degli studenti lombardi) e hanno un reddito Isee inferiore ai 40 mila euro annui», e intende porre fine a questa impresentabile disuguaglianza. Quindi, a pagina 135 della bozza del suo programma, propone di limitare «il beneficio alle famiglie con un indicatore Isee inferiore ai 30 mila euro annui», «incrementare il valore del contributo per gli studenti con reddito Isee inferiore a 15.494 euro» e appostare i risparmi dovuti alla modifica sulla misura “Acquisto libri di testo”: una misura a lui molto più congeniale, in quanto rivolta indifferentemente ad alunni di scuola pubblica e paritaria, e per la quale intende «raddoppiare le risorse», «estendendo la platea dei beneficiari anche agli alunni che frequentano il triennio di scuola superiore e incrementando il valore del buono annuale in base alle attuali fasce reddituali». Tradotto in italiano, secondo Gori per tutelare il principio della libertà di scelta bisogna svuotare di senso lo strumento nato per darne applicazione e riadattarlo come sostegno generalistico alle famiglie con basso reddito.

Lecito chiedersi se il problema non sia piuttosto la scuola paritaria: come segnalato da la Verità l’11 febbraio, la giunta comunale di Bergamo guidata dal sindaco Gori ha appena richiesto il versamento degli arretrati Ici e Imu accumulati dal 2012 a una ventina di scuole paritarie bergamasche (e due cliniche): piccoli asili parrocchiali, materne, il collegio Sant’Alessandro, gli istituti delle Orsoline e delle Sacramentine. Si va da poche migliaia di euro fino a 60 mila euro all’anno richiesti a scuole con una retta media annuale pari a 1.800 euro, la cui funzione di pubblica utilità senza possibilità di lucro «è riconosciuta perfino dal Comune, il quale finanzia gli istituti tramite una convenzione. Eppure l’amministrazione ha deciso di chiedere gli arretrati dell’Imu. Curioso», nota la Verità, ricordando che la stessa amministrazione esonera l’Imu per le strutture della Curia che svolgono funzione di pubblica utilità ospitando i migranti. Continua a leggere

Ricerca. Ovociti umani in provetta anti-infertilità? «Sulla vita non si sperimenta»

All’Università di Edimburgo sono stati ottenuti per la prima volta ovociti umani maturati in provetta. Estratti da tessuto ovarico sono forse un rimedio all’infertilità. Ma i dubbi etici sono numerosi
 
di Francesco Ognibene
 
Ovociti ottenuti in provetta. Detto così, pare inquietante. Ma ormai la scienza e la riflessione bioetica ci hanno abituati a cercare informazioni affidabili prima di formulare qualunque giudizio, sempre ricordando che di una scoperta si possono fare usi positivi o pessimi. I termini tecnici oggi sono questi: portando a compimento un percorso di ricerca trentennale, l’équipe di Evelyn Telfer all’Università di Edimburgo ha ottenuto per la prima volta la maturazione in vitro di ovociti umani estratti da tessuto ovarico, nel quale si trovano in gran numero ma in uno stadio estremamente immaturo, e comunque di certo inadatto a una fecondazione. La tecnica, sinora sperimentata solo su animali, consiste nel prelevare campioni di tessuto da pazienti che hanno visto o potrebbero vedere compromessa la fertilità. Gli ovociti immaturi estratti – di qualità inferiore ma in quantità assai superiore rispetto a quelli prelevati per normali cicli di fecondazione assistita – vengono poi fatti maturare in provetta attraverso un mix di sostanze.
«Riuscire a far sviluppare completamente gli ovociti in laboratorio – spiega Telfer, che si è vista pubblicare lo studio da Molecular Human Reproduction – potrà portare a nuove cure per la fertilità e a nuove applicazioni nel campo della medicina rigenerativa. Ora stiamo ottimizzando l’insieme di sostanze in cui vengono coltivati e stiamo cercando di capire se sono del tutto sani». Interrogativo che chiarisce il punto della questione: «Gli ovociti ottenuti sinora sono pochi e presentano vari tipi di difetti gravi – spiega Eleonora Porcu, ginecologa e pioniera mondiale della vitrificazione ovocitaria –. Continua a leggere

Abortiscono, ma un gemello nascosto viene alla luce: ottengono il risarcimento danni

Foto da Pixabay

Due donne, una decisa ad abortire, l’altra vittima di aborto spontaneo, mettono alla luce un gemellino di cui nessuno aveva loro parlato. Chiedono risarcimento danni per nascita indesiderata
 
Si sono già letti sulle pagine di cronache casi in cui alcuni medici non avevano “diagnosticato” problematiche al feto durante la gravidanza, scoprendo poi dopo la nascita che il bambino era affetto da qualche problema insomma per la mentalità comune “un handicappato”. Casi che hanno visto i genitori ricorrere al tribunale per ottenere risarcimenti perché “il medico non si era accorto che quel bambino andava abortito”. E’ risaputo anche che il bambino non “perfetto” da ogni punto di vista venga normalmente eliminato tramite interruzione di gravidanza. E’ il caso dei down, che ormai quasi non vengono più fatti nascere. Adesso spuntano agli onori delle cronache due casi simili e ugualmente incredibili nel loro svolgimento. A Genova una mamma si è recata ad abortire, ma nessuno si era accorto che la signora aspettava una coppia di gemelli, cosa di cui si è venuti a conoscenza solo quando dopo l’aborto la donna si accorge di essere ancora incinta, ma non può più abortire perché è passato il tempo concesso per legge. Nasce una bambina perfettamente sana ma i genitori chiedono un risarcimento perché, in sostanza, non hanno fatto bene il loro lavoro, lasciando una delle due gemelle in vita. Ad Alessandria invece una donna ha un aborto spontaneo, ma i medici, secondo l’accusa, non effettuano bene il raschiamento e salta fuori che anche questa signora era incinta di una coppia di gemelli. Continua a leggere

Nuoro. Malata di Sla fa staccare le macchine. È la prima con la legge sulle Dat

Foto dall'archivio Ansa

Aveva 49 anni, da 5 sofferente: ha chiesto in base alla legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento di spegnere la macchina che le consentiva di respirare.
 
di  Francesco Ognibene
 
(Avvenire 5 febbraio 2018)
 
Si chiamava Patrizia Cocco, nuorese, aveva 49 anni, una donna sempre attiva, fin quando la Sla ne ha progressivamente logorato la speranza frenandone la vita. E inducendola, dopo 5 anni di durissime prove, a chiedere di spegnerla insieme alla macchina che le consentiva di respirare non essendo più in grado di farlo da sola. La morte per Sclerosi laterale amiotrofica purtroppo è tutt’altro che rara in Sardegna, regione dove la sua incidenza è notevolmente superiore rispetto alla media nazionale e dove la presenza di una rete assistenziale e di un sistema di solidarietà diffusa ha portato alla luce un’infinità di casi nei quali è risaltato un commovente coraggio di vivere.
 
La morte per soffocamento

Ma la tragica fine prematura di Patrizia – per soffocamento, dopo l’indispensabile sedazione – è destinata a restare perché segna un punto di non ritorno: si tratta infatti del primo caso del quale si ha notizia di applicazione chiesta e ottenuta della nuova legge sul biotestamento. La signora Cocco non aveva lasciato scritte Disposizioni anticipate di trattamento ma la legge prevede che qualunque volontà del paziente – con poche eccezioni – vada assecondata anche quando comporta la sospensione di supporti
vitali pur non essendo il paziente in condizioni di terminalità (è appunto il caso della malata nuorese di Sla). Continua a leggere

La legge per cui Charlie Gard non fu il primo a morire così

“…fallo sapere, fatelo sapere”, si conclude così il videotestamento di Marina Ripa di Meana dal titolo “Fate sapere ai malati terminali che c’è un’alternativa al suicidio in Svizzera”, video realizzato con la collaborazione di Maria Antonietta Farina Coscioni e rilasciato a Radio Radicale pochi giorni prima di morire. L’imperativo finale pronunciato con un filo di voce, di chi esce dalla scena, dalla vita, lanciando un ultimo appello: “si può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze”, in breve tempo ha ottenuto mezzo milione di visualizzazioni, suscitando l’interesse di molte persone che in qualche modo si interrogano su temi che prima o poi riguardano ogni famiglia: la sofferenza e la morte.

Ma quale sarà l’effetto di un tale appello? A cosa porterà un tale accorato testamento? Vuole essere uno strumento per chi cerca di portare in Italia l’eutanasia e il suicidio assistito, se non dalla porta principale dalla porta sul retro? Nella lettura dell’intera vicenda, dove si intrecciano parole come suicidio assistito, sedazione profonda, cure palliative, scelta di tornare alla terra, impropriamente accostate, ma facilmente travisabili, viene in mente un parallelo col mondo anglosassone.

La sanità inglese qualche anno fa, prima di noi, ha percorso una strada a senso unico verso una forma di eutanasia, non palesemente né legalmente dichiarata, tant’è che è stata battezzata come “euthanasia by the backdoor” (eutanasia dalla porta sul retro), ma la cui rilettura, con i risvolti drammatici annessi, ci dovrebbe far riflettere. Si tratta della storia del Liverpool Care Pathway. Continua a leggere

“Incivile uno Stato che uccide i disabili”

Dopo Charlie Gard, ad Albione un altro bambino gravemente malato rischia di morire per mano dello Stato, che sostiene così di fare il suo “miglior interesse”. Se fosse passato lo stesso principio oltre settant’anni fa, a Roma, oggi Antonio Guidi, medico ed ex ministro, non avrebbe potuto rilasciare questa intervista a InTerris…
 
l cielo sopra Londra torna ad assumere una tinta più plumbea del solito. Sei mesi dopo la morte del piccolo Charlie Gard, a un altro bambino, contro il volere dei propri genitori, stanno per essere staccate le spine che lo tengono in vita.

Prima i medici del King’s College Hospital, dove è ricoverato, e poi l’Alta Corte britannica hanno deciso: il “miglior interesse” per Isaiah Haastrup, di appena undici mesi, affetto da un grave danno celebrare, è morire.

“Mi chiedo come sia possibile che un tribunale si sostituisca così al volere di un genitore, come se una madre che ha portato in grembo un bimbo non sia in grado di decidere secondo coscienza e amore”. Così Antonio Guidi, neurologo e psichiatra, già ministro per la Famiglia a metà anni Novanta, oggi membro dell’ufficio di presidenza di Fratelli d’Italia e candidato alle prossime elezioni come capolista per il Senato nel seggio dell’Umbria. Lui, nato con una grave asfissia per un parto prolungato, affetto da tetraparesi spastica, è particolarmente sensibile a vicende di questo tipo. In Terris lo ha intervistato.

Prof. Guidi, dopo il caso Charlie, in Gran Bretagna un altro bambino è destinato alla morte contro il volere dei genitori…
“C’è un punto dirimente su cui queste vicende invitano a riflettere. Non è giustificabile, ma è comprensibile, quando un cittadino, in preda a depressioni o paure, assume la decisione di togliersi la vita. Ma quando è lo Stato, attraverso la magistratura, che impone la morte di una persona, e soprattutto di un bambino, si compie un enorme passo indietro nella civiltà”. Continua a leggere

I dati da brivido dell’inverno demografico

Il prof. Blangiardo

Blangiardo: “Ecco come intervenire per invertire la tendenza”. Il card. Sgreccia: “Sulla vita serve più coraggio”
 
l Salone dei Piceni del complesso di S. Salvatore in Lauro ha ospitato questa mattina il convegno “Oltre l’inverno demografico“, organizzato a Roma da Alleanza Cattolica e dal comitato Difendiamo i nostri figli promosso per porre la natalità come tema primario dei programmi delle forze politiche in vista delle elezioni del 4 marzo.

“Negli ultimi vent’anni – ha sostenuto Giancarlo Blangiardo, docente di demografia all’Università Bicocca di Milano – sono aumentate le famiglie composte da una sola persona e si sono ridotte quelle con più di due figli. I nuclei familiari sempre più piccoli, dove vengono meno le relazioni di sangue con altri membri, sono costretti a dipendere di più dal volontariato e dallo Stato. Tra 2015 e 2017 è aumentato nel Paese il numero dei morti, passando da 647.571 a 664.618, mentre nel 2017 è stato superato il numero più basso dei nati nella storia d’Italia, fatto registrare nel 2016 (473.000), con i 460.000 nati nei primi 8 mesi dell’anno” ha aggiunto. Il demografo ha poi spiegato le dinamiche sociali in Italia, che è “più debole per le nascite rispetto a tanti altri Paesi europei” per il fatto che in Italia “si ritarda a fare il primo figlio e poi si rinuncia”. Analizzando le statistiche dell’Istat, secondo Blangiardo la prospettiva nei prossimi 30 anni è che “i nati sarebbero 400.000 e 800.000 i morti. Mentre sarebbero 640.000 i bambini in meno fra i 0 e i 9 anni e 806.000 gli anziani in più con oltre 90 anni” con inevitabili, pesanti ripercussioni sia sul piano sanitario che previdenziale. Continua a leggere

Papa Francesco: L’eutanasia non è una scelta di civiltà, la vita è intangibile

di Andrea Tornielli

La Stampa, 26.01.18
 
La «crescita della richiesta di eutanasia» conseguente al «processo di secolarizzazione» ha «portato anche a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”». Lo ha denunciato il Papa nell’udienza riservata questa mattina all’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, affermando che «laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile». Il Pontefice latino-americano, che ha sottolineato come la missione del Dicastero abbia «un volto eminentemente pastorale», ha rilevato con soddisfazione che esso sta «portando a compimento» anche studi circa «le implicazioni etiche di un’adeguata antropologia anche nel campo economico-finanziario».

Durante la sessione plenaria il Dicastero guidato da pochi mesi dal gesuita Luis Francisco Ladaria ha approfondito tra l’altro «alcune questioni delicate circa l’accompagnamento dei malati terminali. Al riguardo – ha detto il Papa – il processo di secolarizzazione, assolutizzando i concetti di autodeterminazione e di autonomia, ha comportato in molti Paesi una crescita della richiesta di eutanasia come affermazione ideologica della volontà di potenza dell’uomo sulla vita. Ciò ha portato anche a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile. Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo». Continua a leggere

I giudici dicono morte, i genitori no. Chi decide per Inès?

di Assuntina Morresi
Avvenire, 26.01.18 
 
La mattina del 22 giugno 2017 Inès, una ragazzina francese di 14 anni, viene trovata svenuta a casa sua: si tratta di un arresto cardiocircolatorio, con gravissimi danni cerebrali. Dal coma Inès – che era già affetta da una grave malattia neuromuscolare autoimmune – passa allo stato vegetativo. Appena un mese dopo, il 21 luglio, i medici gettano la spugna: non c’è più niente da fare, secondo loro non potrà migliorare, continuare a farla respirare e a nutrirla artificialmente è una «ostinazione irragionevole». Va lasciata morire.

I genitori però non sono d’accordo, e nasce un contenzioso. Non se ne occupa un altro collegio medico, ma un tribunale amministrativo, che deve verificare se è rispettata la procedura prevista dalla legge vigente in Francia, la Clayes-Leonetti del 2 febbraio 2016, quando dice che i trattamenti si possono sospendere se «appaiono inutili, sproporzionati e non hanno altro effetto che quello di mantenere artificialmente in vita». Trattamenti che, come specificato nella legge, includono alimentazione e idratazione artificiale. Il 7 dicembre il tribunale amministrativo di Nancy dichiara che i dottori si sono mossi coerentemente con le norme vigenti. Il 5 gennaio conferma anche il Consiglio di Stato, interpellato dai genitori della ragazza che tentano l’ultima carta, il ricorso alla Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo, per scongiurare «un crimine»: così lo definisce la madre, convinta che «qui non ci sono certezze. Secondo me Inès è cosciente in alcuni momenti».

Ieri, la Corte Europea ha stabilito che «la decisione di sospendere i trattamenti nel caso di una minore in stato vegetativo è conforme alla Convenzione». E quindi i genitori hanno perso il contenzioso, e contro il loro parere i medici potranno lasciar morire Inès, “staccando la spina”, interrompendo cioè i sostegni vitali. Continua a leggere

Giù le mani da Inès

di Giuliano Guzzo
 
Dal diritto a morire al dovere di morire è un attimo. O, al massimo, alcuni mesi. Non si tratta uno spauracchio cattolico o da talebani pro life ma di un fatto, di una scomoda evidenza che continua ad imporsi. L’ultima conferma viene dalla vicina Francia dove, nel gennaio 2016, era stata varata una legge sul fine vita dal retrogusto platealmente eutanasico e dove, due giorni fa, il Consiglio di Stato ha stabilito che ad Inès, quattordicenne affetta da Myasthenia gravis, una malattia neuromuscolare autoimmune cronica che causa debolezza muscolare e grave affaticamento, le cure dovranno essere sospese. Dovrà morire, in pratica.

Lei pare non abbia mai richiesto nulla di simile, i suoi genitori neppure. Anzi, si sono opposti con forza, scontrandosi coi medici, ad ogni scenario mortifero. Peccato invece che la magistratura – suffragando il responso di tre esperti, i quali hanno stimato che la ragazzina non avrà mai più la capacità di stabilire alcun contatto col mondo esterno – abbia dato ragione ai medici. Inès, dunque, dovrà morire. E chi se ne importa se manca una richiesta di morte, se di essa anzi non vi sia neppure l’ombra e se chi ha messo al mondo la giovane desidera che essa, al mondo, resti fino all’ultimo: dovrà morire, perché così hanno deciso terzi.

Ora, il ricordo del piccolo Charlie Gard è ancora vivo e con esso l’auspicio, sorto davvero in moltissimi, di non dover assistere più a nulla di simile. Eppure ci risiamo. Ancora una volta un minore malato. Ancora una volta la scelta di lasciarlo morire perché gravissimo, privo di possibilità di guarigione. Ancora una volta il diritto a morire che getta la maschera, mostrandosi come dovere, come barbaro innalzamento della soglia di accettabilità civile: o rispetti dei requisiti minimi, o sei fuori. Anzi, devi essere fatto fuori. A prescindere. La domanda dunque adesso è: fino a quando ci lasceremo prendere per il naso? Continua a leggere

Manovra 2018. Materne paritarie, tagliato il contributo di 50 milioni

Foto Ansa

Cancellati anche 10 milioni per gli altri istituti paritari. La Fism: «Colpite migliaia di famiglie»
 
Cancellato in commissione Bilancio della Camera il contributo di 50 milioni di euro per le scuole materne paritarie, introdotto lo scorso anno nella legge di stabilità. Dura la reazione della segreteria nazionale della Federazione che riunisce le scuola materne di ispirazione cattolica (Fism), che esprime «disappunto» e «preoccupazione». E non manca la sorpresa visto che l’introduzione dei 50 milioni per le materne paritarie lo scorso anno «era stata salutata come una novità positiva per il 2017».

Eppure non erano mancate «rassicurazioni a vari livelli – ricorda la segreteria nazionale della Fism –, cui sono seguite anche iniziativa concrete di proposte ed emendamenti da parte dei parlamentari, che la Federazione ben conosce e ringrazia», ma «purtroppo si deve constatare, ancora una volta, la sordità e l’insensibilità su questioni che interessano centinaia di migliaia di famiglie, visto che le scuole e le istituzioni educative associate alla Fism accolgono circa 600mila bambini da zero a sei anni». Una cancellazione di fondi – a cui si aggiunge un ulteriore taglio di 10 milioni al capitolo di bilancio destinato alle scuole paritarie – che avviene nello stesso periodo nel quale il medesimo governo annuncia il varo di un decreto attuativo proprio per rafforzare il sistema formativo da zero a sei anni, con uno stanziamento di 209 milioni di euro da erogare agli Enti locali affinché li utilizzino per potenziare la rete delle scuole dell’infanzia presente sul proprio territorio. Continua a leggere

DAT – Appello al Presidente Mattarella

Ufficio Pastorale Sanitaria della Conferenza Episcopale Italiana  

A.R.I.S. Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari

A.M.C.I Associazione Medici Cattolici Italiani 

Forum Associazioni Sanitarie Cattoliche 

S.I.B.C.E. Società Italiana Bioetica e Comitati Etici

 

A S.E. il Presidente della Repubblica

On. Prof. Avv. Sergio Mattarella

Sig. Presidente,
 
nel corso dei lavori relativi al disegno di legge Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, sul quale è arrivato il voto finale del Senato giovedì 14, il CSL-Centro Studi Livatino, formato da magistrati, docenti universitari, avvocati e notai, ha più volte fatto pervenire a Deputati e Senatori propri documenti sui profili critici del provvedimento. A sua volta, il CDNF-Comitato Difendiamo i nostri Figli, ha accompagnato l’iter del d.d.l. con propri interventi egualmente critici e – come il CSL – li ha esplicitati durante le audizioni in Parlamento di propri rappresentanti, anche con memorie scritte. Analoghe segnalazioni e approfondimenti sono stati pubblicati dalle Associazioni firmatarie della presente lettera.

Non intendiamo riproporre alla Sua attenzione l’insieme dei rilievi problematici già esposti all’interno e all’esterno delle sedi istituzionali di volta in volta interessate, pur restando convinti che le norme approvate qualche giorno fa configgono con più disposizioni della Costituzione italiana, allorché per la prima volta introducono nell’ordinamento la disponibilità della vita umana, parificano impropriamente idratazione e alimentazione ai trattamenti sanitari, formalizzano per minori e incapaci una sorta di eutanasia del non consenziente, stravolgono il profilo professionale del medico e del personale sanitario. Continua a leggere

Comunicato del Movimento per la Vita Ambrosiano sulla legge sul Biotestamento

Il Movimento per la vita Ambrosiano esprime un giudizio negativo sull’approvazione della Legge sul Biotestamento che ritiene una legge sbagliata.
Un Parlamento in scadenza accelera l’approvazione della legge sul biotestamento, legge ingiusta, legge che mina alle fondamenta l’alleanza terapeutica medico paziente, fino a considerare il medico un mero esecutore delle volontà del paziente. Una legge che toglie al medico la responsabilità penale per l’omicidio del consenziente, smascherando così la mancanza nella legge del divieto di eutanasia.
Una legge che non garantisce l’obiezione di coscienza né per il medico né per le strutture ospedaliere. Una legge che pretende di dare valore terapeutico a nutrizione e idratazione che sono sostegni vitali, e ne autorizza l’interruzione senza nessun riferimento alla condizione del paziente e quindi apre all’abbandono terapeutico e alla introduzione dell’eutanasia omissiva.
L’alternativa all’accanimento terapeutico, che nessuno vuole, è la competenza del medico associata alla proporzionalità dell’intervento medico relativo alle condizioni e al consenso del paziente, bisognerebbe attuare in pieno le cure palliative di cui esiste una legge in Italia dal 2010.
Una urgenza politica che non è un’emergenza nazionale, ben altre istanze dovrebbero essere messe come priorità dalla politica nel nostro paese se pensiamo ai soli 20 milioni dati per l’assistenza delle persone non autosufficienti nell’ultima manovra economica.
Con questa legge il bene comune viene sacrificato per un’ideologia che strumentalizza l’autodeterminizione introducendo un concetto culturale di qualità della vita discriminatorio verso i più deboli.
 
Milano 14 dicembre 2017

Il Direttivo del Movimento per la vita Ambrosiano
 
http://www.movimentovitamilano.it/comunicato-mva-sulla-legge-sul-biotestamento
 

Biotestamento. Bassetti: nutrire e idratare, gesti essenziali

Il presidente della Cei a Radio Vaticana: garantire l’obiezione di coscienza ai medici e agli ospedali cattolici. Martedì le Dat in Senato, incognita voto segreto.
 
Garantire al medico l’obiezione di coscienza, evitare che il no all’accanimento terapeutico sconfini nell’eutanasia rinunciando a idratazione e alimentazione, evitare di fare del malato terminale uno “scarto”. Il cardinale Gualtiero Bassetti intervistato da Radio Vaticana commenta le parole del Papa nel messaggio per la Giornata mondiale del malato. Ma, alla vigilia del ritorno in aula al Senato della legge sul fine vita – oggi – per quello che potrebbe essere il secondo e definitivo passaggio, quello del presidente della Cei suona come un estremo invito a riflettere sul rischio di toccare aspetti indisponibili della vita umana.

Le parole di papa Francesco sul fine vita «si collocano nel solco della sollecitudine della Chiesa, sempre caratterizzata dal contribuire a rendere più umana possibile la condizione del vivente che muore o del morente che vive», premette Bassetti. «Non si tratta certo – chiarisce – di rinunciare a quei gesti essenziali come sono il nutrire, l’idratare, il curare l’igiene della persona. Come Cei – aggiunge l’arcivescovo di Perugia – ci sta a cuore anche che venga riconosciuta, oltre alla possibilità di obiezione di coscienza del singolo medico, quella che riguarda le nostre strutture sanitarie». Continua a leggere

“Così facevamo morire i malati di fame e di sete”

“Confusione e disinformazione”. Questa, secondo il presidente di Pro Vita onlus, Toni Brandi, la strategia di una “campagna mediatica orchestrata dai radicali” per spingere il Parlamento ad approvare la legge sulle cosiddette Dat, ovvero le Dichiarazioni anticipate di trattamento. L’incontro promosso alla Stampa estera con l’infermiera canadese Kristina Hodgetts ha rappresentato l’occasione per fare il punto sull’iter legislativo e portare la testimonianza di chi nella sua esperienza professionale ha praticato l’eutanasia passiva sui malati attraverso l’interruzione di alimentazione e idratazione.
 
L’esperienza

Ma prima del racconto, per certi versi drammatico, della Hodgetts, è toccato al segretario della Stampa estera, l’inglese Christopher Warde Jones, che ha moderato il dibattito, raccontare quello che gli è capitato alla fine dello scorso anno. “Mio fratello mi ha chiamato da Londra e mi ha detto di raggiungerlo subito perché nostra madre stava molto male. Il giorno dopo un medico mi ha avvicinato e mi ha spiegato che potevamo accelerare la fine per evitare che soffrisse. Io e mio fratello gli dicemmo di aspettare, di non fare nulla. Vorrei che quel medico vedesse ora mia madre che si è perfettamente ristabilita e a 84 anni guida ancora e fa un lavoro di beneficenza. Ma voglio sottolineare – ha concluso – che in quel momento noi non ci siamo resi conto di quello che stava accadendo”. Continua a leggere

“Lo Stato non può prendersi la responsabilità di un suicidio”

“Ho fatto il ‘68 sulle barricate a Parigi. Il nostro motto era “proibito proibire”. Per me la libertà è una cosa importantissima. Ma la mia libertà non deve togliere la libertà agli altri. In uno Stato dove l’eutanasia è permessa, sarà difficile, per chi è contrario e vuole vivere, continuare a chiedere assistenza e cure senza farsi condizionare dalla società circostante. Lo sforzo che deve fare il sistema sanitario per fornire assistenza ai malati rischia di rallentare, favorendo la scelta del paziente di morire, qualora l’assistenza fosse ritenuta insufficiente”.
 
Sylvie Menard (medico e ricercatrice oncologica)

 

Per approfondire: Sylvie Menard, l’oncologa allieva di Veronesi che oggi dice no all’eutanasia

 

Medjugorje, è stato autorizzato il culto ufficiale. Parla l’inviato del Papa

Intervista esclusiva con l’inviato del Papa al santuario mariano
 
“Il culto di Medjugorje è autorizzato. Non è proibito e non deve svolgersi di soppiatto. La mia missione consiste precisamente nell’analizzare la situazione pastorale e nel proporre delle migliorie”, afferma mons. Henryk Hoser, arcivescovo di Varsavia-Praga in Polonia, inviato speciale di Papa Francesco per la pastorale del santuario di Medjugorje, in Bosnia-Herzegovina, luogo di presunte apparizioni mariane che dal 1981 attira milioni di persone.

“Da oggi, le diocesi e altre istituzioni possono organizzare pellegrinaggi ufficiali. Non ci sono più problemi”, continua l’arcivescovo in un’intervista accordata ad Aleteia nella sua residenza situata in un quartiere di Varsavia.

“Papa Francesco ha recentemente chiesto a un cardinale albanese di dare la sua benedizione ai fedeli presenti a Medjugorie”, spiega.

Sono pieno d’ammirazione per il lavoro che i Francescani compiono laggiù. Con un’équipe relativamente ristretta – sono una dozzina – fanno un enorme lavoro di accoglienza dei pellegrini. Tutte le estati organizzano un festival dei giovani. Quest’anno ci sono stati 50mila giovani da tutto il mondo, con più di 700 preti.

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Papa Francesco ha cambiato il Padre Nostro?

Nelle ultime ore molti quotidiani online hanno diffuso la notizia che Papa Francesco vuole cambiare il Padre Nostro in italiano, la preghiera insegnata direttamente da Gesù agli apostoli.  

Nel corso della settima puntata del programma di Tv2000 “Padre nostro” condotto da don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, Francesco ha infatti sottolineato come l’espressione secondo cui «“Dio induce in tentazione” non sia una buona traduzione». Anche i francesi – ha aggiunto il Papa – «hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non lasciarmi cadere nella tentazione”. Sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito».

La preghiera del Padre Nostro in italiano, in realtà, è già stata cambiata dalla CEI nel 2008, con la pubblicazione di una traduzione aggiornata della Bibbia, nella quale si legge, nel capitolo 6 del vangelo di Matteo, al versetto 13: “e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”. Continua a leggere

La «decima» del Vescovo (rovinavacanze e cambiatutto)

Giacomo Poretti (del celebre trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) commenta il discorso alla città di Milano del vescovo Delpini
 

A volte i vescovi, se si mettono di impegno, sono capaci di rovinarti la vacanza meglio della moglie o della propria squadra di calcio. Sì, perché un milanese aspetta sant’Ambrogio come il resto d’Italia aspetta Ferragosto. Sant’Ambrogio arriva in un momento dell’anno che si situa tre mesi dopo la fine delle vacanze (a questo punto dell’anno il milanese è già agonizzante) e a due settimane dal Natale (dove svariati milanesi in genere soccombono).

Ecco che la festività di sant’Ambrogio, specie se il calendario come quest’anno favorisce un ponte di quattro giorni, è un vero è proprio toccasana da godersi tra sciate e polenta concia prima di affrontare le tanto temute festività natalizie. I viaggi in auto verso le località montane del ponte di sant’Ambrogio non sono quelli che si ricordano con maggior piacere: liti con la moglie sulle strade da evitare per non rimanere incolonnati, con il risultato che si sta tutto il tempo incolonnati a litigare, mentre dietro la nonna e il figlio si disputano l’iPhone per giocare a ‘Clash of Clans’. Si arriva in loco verso le 21.30 e l’unica pizzeria del paese è stata presa d’assalto: sold out. Continua a leggere

Biotestamento in aula. Appello di medici contrari alle Dat: «Legge inaccettabile»

Appello di medici contrari alle Dat: «Legge inaccettabile»

Trenta specialisti criticano regole che «ledono l’autonomia decisionale del medico, che ha competenze professionali e diritto all’obiezione di coscienza»
 
Il ddl sul consenso informato e sulle Dat è ancora inaccettabile nella parte in cui prevede che «il medico sia tenuto al rispetto delle Dat e che possa disattenderle, in tutto o in parte, ma in «accordo con il fiduciario» (art.4, comma 5). Il testo dispone infatti che, nel caso di conflitto tra il fiduciario e il medico, la decisione sia rimessa al giudice tutelare, lasciando presagire l’imposizione al medico di quando deciso in sede giudiziale. Identica soluzione viene indicata «nel caso in cui il rappresentante legale della persona interdetta o inabilitata oppure l’amministratore di sostegno, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (Dat) di cui all’articolo 4, o il rappresentante legale della persona minore rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie» (art.3, comma 5).

Tali previsioni ledono l’autonomia decisionale del medico, che ha specifiche competenze professionali e diritto all’obiezione di coscienza. Tali garanzie vanno fra l’altro a beneficio dello stesso paziente e sono sancite in termini inequivocabili dal Codice deontologico (art.22): «Il medico può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici». Continua a leggere

Biotestamento. I dieci nodi da sciogliere del provvedimento

Dall’alleanza terapeutica all’obiezione e alla nutrizione, ecco tutte le riserve tecniche
 
Di una legge sul fine vita si parla da quando, nell’autunno del 2016, iniziò la discussione alla Camera del disegno di legge sulle «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento», relatrice la deputata del Pd Donata Lenzi, provvedimento approvato il 20 aprile di quest’anno dopo un tormentato iter e tra molte perplessità e riserve, dentro e fuori dall’aula, sempre documentate da Avvenire. Al Senato il testo è poi stato oggetto di numerose audizioni in commissione Sanità, presieduta da Emilia De Biasi (Pd), relatrice del testo. Ma l’impasse politica che ha frenato il percorso verso l’aula, frutto anche delle stesse riserve tecniche ed etiche mai venute meno, ha portato alle dimissioni della relatrice e all’accelerazione di queste ore. In attesa che venga fissata la data d’avvio del dibattito in aula, vale la pena riepilogare le criticità e i nodi tuttora irrisolti su un testo che andrebbe a normare un ambito delicatissimo per il quale sono indispensabili condivisione, saggezza e piena consapevolezza delle possibili conseguenze. Difficile dire quanto tempo è davvero a disposizione di questo Parlamento, ma non un secondo dovrebbe essere negato al lavoro di cura su questo delicatissimo testo di legge. 
 
LA NUTRIZIONE È UNA TERAPIA?
 
1. Il punto sul quale le posizioni sono più distanti è lo statuto di nutrizione e idratazione assistite: la legge le definisce «trattamenti sanitari» (articolo 1, comma 5) ma sul punto esiste una documentata opinione divergente: se tutti sono d’accordo che vanno sospese qualora prolunghino l’agonia di un paziente terminale o non raggiungano più il loro scopo, c’è dissenso sul fatto che siano assimilabili a terapie trattandosi di un modo diverso per alimentare un malato incapace di farlo da solo. Continua a leggere