Aborto. Il «grazie» a papa Francesco da 17 associazioni che difendono la vita

Per la prima volta insieme esprimono in una lettera comune parole di gratitudine al successore di Pietro per le sue parole in difesa dei bambini non nati
 
(Avvenire, 10.10.18)
 
«Ringraziamo papa Francesco per le parole che egli ha pronunciato per difendere il diritto alla vita dei bambini non ancora nati». È un testo pieno di calore, affetto e passione quello scritto e firmato ieri da 17 associazioni e realtà cattoliche impegnate nella tutela e promozione della vita umana.

«Ringraziamo papa Francesco per le parole che egli ha pronunciato per difendere il diritto alla vita dei bambini non ancora nati». È un testo pieno di calore, affetto e passione quello scritto e firmato da 17 associazioni e realtà cattoliche impegnate nella tutela e promozione della vita umana. «Sono parole autorevoli ed efficaci – riprende la nota -, sulla scia di quanto più volte ribadito, perché il Santo Padre è molto amato anche nelle periferie del mondo e negli ambienti in cui è maggiormente diffusa una cultura aperta all’aborto. Lo ringraziamo a nome di tutte le associazioni, i gruppi e i movimenti di impegno cristiano e sociale che spendono la loro opera in difesa della vita, e soprattutto delle migliaia di volontari per la vita che si sentono incoraggiati dalla vicinanza loro espressa da papa Francesco. Lo ringraziamo a nome delle donne, che ascoltando le sue parole si sentiranno sostenute nella decisione di accogliere il figlio che vive nel loro grembo, ritrovando così il proprio innato coraggio e la gioia della maternità. Lo ringraziamo per il conforto dato a tutti i genitori che, rifiutando la cultura dello scarto, hanno accolto con amore i loro figli malati o con qualche problema. Ringraziamo papa Francesco – concludono le associazioni – perché ha collegato la riflessione sull’aborto a quella sulla pace e su ogni aggressione dell’uomo sull’uomo, perché tale collegamento dimostra che la questione dell’aborto non potrà essere considerata chiusa dalla sua legalizzazione. Rinnoviamo l’espressione della nostra fedeltà e del nostro affetto verso il Santo Padre Francesco». Continua a leggere

Olanda, ucciso con l’eutanasia un neonato: aspettativa di vita era di 10 anni

È la seconda volta dal 2005 che l’Olanda dichiara ufficialmente di avere ucciso un bambino con l’eutanasia secondo il Protocollo di Groningen: la qualità della vita del piccolo è stata considerata insufficiente
 
di Leone Grotti
Tempi, 12 ottobre 2018
 
In Olanda è stato ucciso un neonato di «meno di 12 mesi» con l’eutanasia. Si tratta del secondo caso ufficiale dal 2005, quando i pediatri olandesi hanno adottato il Protocollo di Groningen, elaborato dal professor Verhaegen, sulla soppressione dei neonati «affetti da malattie gravi». Il caso è stato dichiarato e comunicato ufficialmente nell’ultimo rapporto, uscito pochi giorni fa, redatto dalla Commissione di valutazione dell’interruzione tardiva di gravidanza e della morte provocata dei neonati.

SOFFERENZA INSOPPORTABILE

Il neonato soffriva di una patologia neurologica grave e i medici, con il consenso dei genitori, hanno valutato che fosse meglio ucciderlo per evitargli «una sofferenza insopportabile e senza prospettive» di guarigione.

«ASPETTATIVA DI VITA DI 10 ANNI»

I dottori hanno preso in considerazione diversi elementi per giustificare la morte con l’eutanasia: l’assenza di qualità della vita, lo stato di sofferenza del neonato e la mancanza di prospettive future. In realtà, si legge, il neonato aveva secondo gli esperti una «aspettativa di vita di 10 anni», durante i quali però la sua qualità della vita non sarebbe mai migliorata.  Continua a leggere

Verona “città a favore della vita”. Mpv: “possa illuminare altre città italiane”

Vitanews, 5 OTT – “Il Movimento per la Vita Italiano saluta con favore la mozione anti-aborto approvata dal Consiglio comunale di Verona. Non entriamo nel merito del dibattito e delle polemiche politiche. Non possiamo tuttavia non osservare come dalla città scaligera spunti un raggio di sole che, ci auguriamo, possa illuminare altre comunità locali sul valore della vita, sin dal concepimento, e sull’esistenza di alternative concrete all’interruzione della gravidanza per garantire il diritto alla nascita e una reale tutela della maternità”. Lo dichiara la Presidente del Movimento per la Vita Italiano, Marina Casini Bandini.

 

Verona: approvata mozione pro vita

Il Consiglio comunale vota a maggioranza, 21 voti, la mozione che vuole la città «a favore della vita». Tra loro anche Carla Padovani, capogruppo del Pd, che ha rilasciato un’intervista a Tv2000
 
(Avvenire, 5.10.18)
 
Il Consiglio comunale di Verona vota a maggioranza, 21 voti, la mozione che vuole la città «a favore della vita». Tra quei 21 c’è anche quello di Carla Padovani, capogruppo del Pd; gli altri sono della Lega e di Forza Italia. Gli altri dem votano contro, insieme al M5s e alla sinistra, arrivando a quota 6. Un no quasi pregiudiziale perché la mozione di Alberto Zelger, della Lega Nord, di fatto pone in discussione la 194. Apriti cielo. Il Pd pone Padovani sotto processoA Roma, più ancora che in riva all’Adige.

La signora Carla è una persona tranquilla ma ferma nei suoi principi “pro vita” e a favore della famiglia (cattolica, a suo tempo si è battuta contro le unioni civili sfidando anche allora le ire del suo partito). Confida di aver solo rispettato l’articolo 2 dello Statuto comunale che già da anni prevede che «la vita di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale, venga accolta e protetta in tutti i suoi aspetti». E anche l’articolo 2 del codice etico del suo partito, che prevede la libertà di coscienza.

Ma nel Pd non la pensano tutti così. Anzi. Se il segretario nazionale Maurizio Martina giudica «un grave errore il voto della capogruppo, perché non si può tornare al Medioevo». Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria, è altrettanto drastico: «Non si procede con colpi di mano ideologici su temi così delicati». Matteo Mauri, coordinatore della segreteria, prova a spiegare che si tratta di «una scelta individuale», ancorché non condivisa, ma Sergio Lo Giudice, responsabile diritti dei dem, sostiene addirittura l’incompatibilità di Padovani con il partito. Alessia Rota, veronese, vicepresidente del gruppo alla Camera, va oltre e invita la concittadina a dimettersi, perché «ha tradito i valori fondanti del nostro partito». «Esterrefatta e schifata» si dice Monica Cirinnà. Mentre per l’ex ministro Andrea Orlando non ci sono dubbi: Padovani va espulsa. Anche con il suo voto – insiste il Pd del Veneto – si torna al Medioevo.

In serata arriva una precisazione dello stesso leghista Zelger: «Questa non è una mozione contro la legge sull’aborto ma per prevenire l’aborto, come infatti chiede anche la stessa 194, che andrebbe applicata appieno nella prima parte». Ma aggiunge: «Se devo parlare a livello personale ritengo che l’aborto sia una cosa orrenda e che, dopo 40 anni, non sia una scandalo chiedere che alla 194 sia fatto il tagliando». Continua a leggere

Nobel per la pace al ginecologo congolese Denis Mukwege e all’attivista yazida Nadia Murad

Sono stati scelti, tra i 331 candidati “per i loro sforzi per mettere fino all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”
 
(rainews.it, 5.10.18)
 
Il premio Nobel per la pace è stato assegnato al medico congolese Denis Mukwege e alla yazida Nadia Murad. Sono stati scelti, tra i 331 candidati “per i loro sforzi per mettere fino all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”. “Entrambi i vincitori hanno dato un contributo cruciale a focalizzare l’attenzione e a combattere tali crimini di guerra”, si legge nella motivazione del comitato norvegese.
Il medico ginecologo congolese Denis Mukwege cura le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo, mentre Murad è una donna yazida irachena, attivista per i diritti umani, ex schiava sessuale dell’Isis, che nel suo villaggio ha ucciso migliaia di persone. “Denis Mukwege è l’assistente che ha ha dedicato la sua vita a difendere queste vittime. Nadia Murad è la testimone che racconta degli abusi perpetrati contro di lei e contro gli altri. Ognuno di loro a modo suo ha contribuito a dare maggiore visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra, in modo che gli autori possano essere ritenuti responsabili per le loro azioni”, si legge ancora nell’annuncio. “Il medico Denis Mukwege ha trascorso gran parte della sua vita aiutando le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo. All’ospedale Panzi, fondato a Bukavu nel 2008, il Dr. Mukwege e il suo staff hanno curato migliaia di pazienti che sono caduti vittima degli assalti. La maggior parte degli abusi è stata commessa nel contesto di una lunga guerra civile che è costata la vita a più di sei milioni di congolesi. Denis Mukwege è il simbolo più importante e unificante, sia a livello nazionale che internazionale la lotta per porre fine alla violenza sessuale in guerra e nei conflitti armati. Il suo principio di base è “la giustizia è affare di tutti”. Mukwege: “Dedico il premio alle donne vittime di violenza” Denis Mukwege ha dedicato il premio Nobel per la pace alle donne “uccise nei conflitti e colpite da violenza ogni giorno”. Lo ha affermato lui stesso in una breve dichiarazione alla stampa. Continua a leggere

Boom di bambini gender neutral: Londra si chiede perchè

La crescita esponenziale ha portato a un’indagine del Ministero. Sotto accusa l’educazione di genere a scuola
 
di Federico Cenci

(interris, 20.09.18)
 
In Gran Bretagna ormai anche le orecchie più pigre iniziano ad udire il suono d’allarme prodotto dalla diffusione massiccia dell’ideologia gender. Se prima erano soltanto settori della società civile, nonché alcuni psichiatri ed alcuni medici a levare la propria voce di dissenso, ora la questione è giunta fin dentro Downing Street.
 
L’indagine del Ministero

Il ministro delle Pari Opportunità, Penny Mordaunt, ha incaricato dei funzionari governativi di avviare un’indagine per capire il motivo per cui un numero impressionante di bambini ed adolescenti manifesta il desiderio di cambiare il proprio sesso biologico. Secondo un rapporto del Ministero della Salute, infatti, rispetto a dieci anni fa, si è registrato un aumento del 4.400 per cento. Ad essere coinvolte sono soprattutto le femmine: nel biennio 2009-10 erano 40 quelle che chiedevano di cambiare sesso, mentre nel biennio 2017-18 sono diventate 1.806. Una fonte dell’Ufficio per le pari opportunità citata dal Times ha dichiarato che “c’è stato un sostanziale aumento nel numero di persone nate femmine che si sono rivolte al Servizio sanitario nazionale” per cambiare sesso. “Esistono prove – prosegue la fonte – che questa tendenza si sta verificando anche in altri Paesi. Poco si sa, tuttavia, sul perché e su quali possono essere gli impatti a lungo termine”. Continua a leggere

Thomas Evans, l’ultimo avventuriero del mistero di Alfie

La legge inglese non ha avuto la meglio sul fuorilegge che combatte per il mistero della vita dei propri figli. Premiato ad Atreju, il padre del piccolo inglese racconta perché non è ancora finita

di  

(tempi.it, 25.09.18)

«Mi chiamo Thomas Evans». Ha ancora tanto da fare, Tom, la legge non ha avuto la meglio sul fuorilegge, abile a dare pienezza a quel mistero che è stato il suo bambino Alfie Evans. Poco meno di due anni e neanche un secondo perso, se è vero che cercare di risolvere un mistero non ha a che fare con la perdita di tempo ma con l’essere uomo. «Mi chiamo Thomas Evans. Sono il papà di un bellissimo bambino di nome Alfie», e si commuove il papà increspando un sorriso davanti ai tantissimi venuti ad ascoltarlo ad Atreju, la convention politica organizzata dal 21 al 23 settembre all’Isola Tiberina da Fratelli d’Italia. «Alfie non è più con noi; la legge inglese non ci ha permesso di salvarne la vita».

DI COSA HA PAURA L’INGHILTERRA?L’ultima volta che Tom è stato a Roma ha incontrato papa Francesco, e qui, dove l’ospedale vaticano Bambino Gesù si era offerto di assisterlo fino all’ultimo respiro, sperava fosse portato Alfie. Così non è stato, «credo che gli inglesi fossero spaventati dal fatto che Alfie venendo qui potesse anche solo leggermente migliorare», spiega Tom a tempi.it. Spaventati: non lo erano abbastanza Tom e la sua compagna Katie quando i medici dell’Alder Hey di Liverpool parlarono loro di “best interest”, «nel caso di nostro figlio era semplicemente morire». Almeno non spaventati quanto i dottori, e poi i giudici, i tribunali: di cosa aveva paura l’Inghilterra quando rifiutò la disponibilità del Bambino Gesù, dell’ospedale di Monaco, dell’équipe del Besta e dell’ospedale Gaslini, quando vietarono agli Evans di trasferire il piccolo? Della vita “inutile” – così era stata definita in tribunale – di un bambino malato di 23 mesi? «Io credo – dice Tom – che in Inghilterra ci sia discriminazione nei confronti delle persone disabili. L’ospedale ha rinunciato a curare Alfie dall’inizio». Continua a leggere

Commercio. Meno posti e più chiusure con le aperture domenicali

Meno posti e più chiusure con le aperture domenicali

I danni della deregulation: dal 2012 il commercio ha perso quasi 30mila occupati. I sindacati segnalano come la maggior parte dei casi chi lavora nei festivi non goda di una maggiorazione retributiva
 
di Luca Mazza

(Avvenire 12 settembre 2018 )
 
Da una parte c’è una stima generica e tutta da verificare, dall’altra parte invece ci sono i numeri inconfutabili che certificano come in sette anni di ‘deregulation’ totale (e di domeniche sempre aperte allo shopping) i risultati economici si siano rivelati piuttosto deludenti su vari fronti. La previsione è quella diffusa e messa in rilievo nelle ultime ore da tanti attori della Grande distribuzione organizzata che – preoccupati dalla fine dell’era delle aperture no stop – sottolineano come con le chiusure domenicali sarebbero a rischio 40-50mila posti di lavoro, ovvero circa il 10% del totale. Ma per avere un quadro completo ed effettuare un’analisi approfondita più delle stime aiutano i dati sul commercio da cui si nota come le liberalizzazioni selvagge abbiano ridotto e non aumentato l’occupazione in Italia. Perché la crescita della grande distribuzione non ha compensato i posti bruciati dai piccoli negozi schiacciati dai giganti e costretti ad abbassare le saracinesche. Dalle elaborazioni Confesercenti sui dati di Infocamere emerge una vera e propria moria delle micro realtà commerciali. Tanto che il saldo tra aperture e chiusure dei negozi indipendenti (escluso franchising, grande distribuzione e ambu-lanti) tra il 2012 (primo anno di regime liberalizzato) e il 2016 è di 108.636 unità in meno.

Il trend è confermato dalle rilevazioni del centro studi di Confcommercio sulla ‘demografia’ delle attività commerciali: negli ultimi dieci anni si è verificata una flessione del 2,1%. Anche i dati Istat sull’occupazione nel commercio nello stesso quinquennio sono impietosi: tra lavoratori dipendenti, indipendenti, esterni e temporanei si è scesi sotto gli 1,9 milioni. Con quasi 30mila posti andati in fumo. Spesso, inoltre, un lavoratore non ottiene neppure un gran vantaggio economico dal fatto di essere occupato la domenica o in altri giorni festivi. E ciò avviene nonostante il contratto del commercio preveda una maggiorazione della retribuzione oraria del 30% anche con il parttime. I sindacati, infatti, segnalano diverse anomalie. La Cisl Fisacat sostiene che nella maggior parte dei casi i lavoratori assunti per coprire i turni nel weekend non ottengono una maggiorazione sullo stipendio perché il lavoro di sabato e domenica viene considerato come un ‘tempo ordinario’. Continua a leggere

La deriva britannica. Rifiuto delle cure? No, è eutanasia

Dove può condurre il «miglior interesse del paziente». Da Londra a New York la deriva è «tutelare» la morte
 
di Assuntina Morresi

(Avvenire, 6.09.18)
 
Potrà essere con il «best interest meeting» (l’incontro per il miglior interesse) che i medici inglesi, insieme a familiari e amici del paziente, stabiliranno se quel paziente con una condizione degenerativa – ad esempio demenza avanzata, Parkinson, Hungtinton, ma anche chi è stato colpito da ictus – debba o no continuare a essere nutrito e dissetato artificialmente, a prescindere da quanto ancora possa vivere. La famiglia sarà consultata, quindi, ma l’ultima parola sarà dei dottori che potranno stabilire se il «miglior interesse» per il malato sia vivere o morire, considerandone le possibilità di miglioramento, la qualità di vita e i desideri espressi in precedenza al riguardo. In ogni caso, nel certificato di morte andrebbe riportata la patologia di cui soffriva e non l’interruzione dei sostegni vitali.

È questa la sintesi del documento che sta discutendo la British Medical Association (Bma), la principale associazione professionale medica inglese, dopo che i giudici britannici hanno stabilito che per interrompere alimentazione e idratazione nei casi di stato vegetativo o minima coscienza non è più necessario interpellare un tribunale, se famiglia e medici sono d’accordo. L’allarme è stato lanciato il 13 agosto scorso dal quotidiano britannico ‘Daily Mail’, che ha anticipato il contenuto del documento in preparazione da parte della Bma citandone alcuni passaggi. Se approvato in questi termini, il testo estenderebbe in Gran Bretagna la platea dei possibili malati soggetti a ‘eutanasia di Stato’: così dovremmo infatti rasssegnarci a chiamare queste ‘procedure’, anche se ufficialmente, per chi sta pianificando tutto, non di eutanasia si tratta – la pratica è legalmente vietata nel Regno Unito – ma di ‘sospensione di trattamenti’ nel nome del proclamato interesse del paziente. Continua a leggere

Non tutti in Belgio vogliono morire

Negli ultimi anni sono state stralciate 382 dichiarazioni anticipate di eutanasia. «Le persone le redigono da sani, ma quando poi si ammalano cambiano»

(Tempi, 4.09.18)

Sempre più persone in Belgio tornano dalle amministrazioni comunali dove hanno deposito la dichiarazione anticipata di eutanasia per ritirarla e stralciarla. Da quando questo tipo di testamento biologico è disponibile in Belgio, permettendo di ricevere un’iniezione letale nel caso si venga colpiti da malattie che implicano la perdita di coscienza o che causano la caduta in coma, sono state firmate 170.942 domande. Se 128.291 sono ancora valide, 42.651 sono scadute e non sono state rinnovate, ma solo in alcuni casi si tratta di persone nel frattempo decedute o che si sono dimenticati di rinnovare la firma (scade dopo cinque anni).

382 CASI. Secondo i dati diffusi da De Standaard, 382 persone in tutto hanno stralciato il testamento biologico, 98 solo negli ultimi due anni. Secondo Gert Huysmans, presidente della Federazione fiamminga delle cure palliative, il dato è interessante perché dimostra che «le persone si affrettano a riempire questi moduli quando sono ancora perfettamente sani. Quando però si trovano davanti alla realtà della malattia, cambiano come persone e guardano la propria condizione in modo diverso da come la consideravano prima». Continua a leggere

Liverpool. «Per la malattia di Alfie c’era una terapia sperimentale»

I genitori di Alfie intervistati da una tv inglese. Con loro Thomas, nato l’8 agosto. Prime ipotesi sulla malattia del figlio morto il 28 aprile: 10 i casi nel mondo, 5 trattati con una nuova cura.
 
di Francesco Ognibene

(Avvenire, martedì 4 settembre 2018)
 
Qual era la malattia di Alfie Evans? Il mistero, rimasto anche dopo la morte del piccolo a Liverpool il 28 aprile, è forse sul punto di cadere. Nella loro prima intervista dopo la drammatica vicenda, papà Tom e mamma Kate hanno rivelato lunedì 3 settembre negli studi dell’emittente Itv di essersi sottoposti a esami genetici per capire se la malattia che aveva portato via Alfie avrebbe colpito anche il bambino che Kate portava in grembo, nato l’8 agosto. Le analisi, secondo quanto riferisce l’associazione Steadfast presieduta da Emmanuele Di Leo che è stata il sicuro riferimento italiano per la coppia, hanno rivelato che «la malattia di Alfie probabilmente è il “deficit di Gaba transaminasi”» dove la sigla sta per «acido gamma-aminobutirrico», o Gaba-T. Si tratta di «una malattia molto rara del metabolismo del Gaba, caratterizzata da encefalopatia epilettica neonatale-infantile grave e accelerazione della crescita. Il deficit di Gaba-T ha una trasmissione autosmica recessiva», ciò che spiega «perché Tom e Kate singolarmente non ne sono affetti, ma avendo figli insieme hanno, per ogni figlio, il 25% di possibilità che nasca malato». Nel mondo sono registrati 10 casi di questa patologia, cinque dei quali già deceduti mentre altri due «stanno ricevendo un trattamento sperimentale». Al quale dunque la morte precoce, procurata dal distacco dei supporti vitali ignorando l’accoglienza messa a disposizione dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma, avrebbe impedito ad Alfie di poter accedere.
Kate e Tom hanno portato con sé negli studi tv anche il piccolo Thomas James, che risulta perfettamente sano. «Ha lo stesso sorriso di Alfie – ha detto la mamma – e quando lo allatto la mattina è come se Alfie fosse con noi». «Siamo felici per quello che abbiamo avuto e per quello che abbiamo – ha detto Tom –, abbiamo due splendidi bambini e li avremo sempre». I due hanno anche annunciato che stanno costituendo la «Alfie’S Foundation» per aiutare bambini malati nel mondo.

 

Belgio. Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

di Gian Luigi Gigli

(Avvenire, 11.08.18)
 
Nel primo Paese (assieme all’Olanda) a legalizzare la pratica morti decuplicate in 15 anni. Si sono allentati progressivamente i criteri di controllo

Nei giorni scorsi è stato trasmesso al Parlamento del Belgio l’ottavo rapporto biennale della Commissione federale di controllo (Cfcee), previsto dalla legge sull’eutanasia del 28 maggio 2002 – la prima al mondo insieme a quella olandese, a distanza solo di qualche giorno – e relativo agli anni 2016 e 2017. Il rapporto si basa sui documenti inviati dai medici che praticano l’eutanasia, esaminati per verificare il rispetto dei requisiti di legge. La legge belga sull’eutanasia prevede che la capacità mentale del paziente sia conservata, che la sua richiesta sia ripetuta, prolungata ed espressa liberamente e che siano presenti sofferenze insopportabili causate da una malattia incurabile. Nel valutare l’incurabilità della malattia, tuttavia, «occorre tener conto del diritto del paziente di rifiutare i trattamenti, sia pure palliativi», con evidente estensione del diritto a richiedere la dolce morte. Secondo i dati rilevati dalla Commissione, in 15 anni il numero di eutanasie legali si è decuplicato, salendo dai 259 casi dei primi 15 mesi di applicazione ai 2.309 del 2017. In Belgio l’eutanasia legale interessa ormai più del 2% dei decessi, senza contare i casi in cui la morte è sopravvenuta somministrando una sedazione terminale, pur senza impiego di farmaci letali, oppure per la rinuncia ai trattamenti a seguito di disposizioni anticipate di trattamento.

Debbono poi essere numerosi i casi in cui l’eutanasia è stata effettuata al di fuori della legge se la stessa Commissione riconosce di non avere «la possibilità di valutare la proporzione del numero di eutanasie dichiarate rispetto al numero di eutanasie realmente praticate». Come è ovvio, i pazienti portati a morte si collocano in maggioranza nella fascia di età tra i 60 e gli 89 anni. Maschi e femmine sono egualmente distribuiti e quasi la metà delle eutanasie avviene ormai a domicilio, perché, secondo il rapporto, sempre più «il paziente desidera morire a casa sua». Continua a leggere

L’Argentina respinge l’aborto, storico voto grazie a donne e Chiesa

(da UCCR, 9.08.18)
 
Quel che non accadde in Italia il 22 maggio 1978 e in Irlanda il 25 maggio 2018, è accaduto oggi in Argentina. La legalizzazione dell’aborto è stata storicamente respinta da 38 deputati contro 31, preferendo salvare “entrambe le vite” -secondo lo slogan dei pro-life argentini- quella della madre e quella del figlio. Molto ha influito lo schieramento compatto per il “no” della Conferenza episcopale, guidata da vescovi vicini all’argentino Papa Bergoglio e da lui scelti personalmente.

E’ una sconfitta del potente apparato mediatico che ha letteralmente censurato le migliaia di manifestanti per la vita caratterizzate dal colore “azzurro”: in pagina solo ed esclusivamentefotografie delle bandiere “verdi”, quelle pro-aborto (e anche in questi primi minuti dopo il voto, i quotidiani esteri -in Italia quasi nessuno ha ancora dato la notizia- scelgono foto di manifestanti “verdi” tristi e sconsolati, ignorando la esultante “marea azzurra”). Un esempio su tutti: nonostante un sondaggio avesse riportato che la maggioranza delle donne argentine era schierata contro l’aborto, ieri La Stampa informava dell’evento raccontando della sfida delle donne per l’aborto legale e dando visibilità solo alla “marea verde”.

E’ una vittoria per coloro che non credono che la storia sia irreversibile. Il fatto che vi sia stata un’Irlanda che ha ceduto, non significhi che la battaglia per il diritto alla vita sia compromessa. El Salvador ha recentemente respinto la legge sull’interruzione di gravidanza -annullando le pressioni di New York Times e Amnesty International– e lo stesso ha fatto oggi l’Argentina. Continua a leggere

Pena di morte, di fatto era già inammissibile: risposta alle perplessità

(da UCCR, 3.08.18)
 
Questa volta i quotidiani hanno scritto il vero: Papa Francesco non solo si è posto in continuità con i suoi predecessori nell’opporsi radicalmente alla pena di morte, ma ha ottenuto l’introduzione della sua inammissibilità, senza alcuna eccezione, nel Catechismo cattolico (modificando il punto numero 2267). Ma è davvero una radicale novità?

In realtà, no. Il Catechismo avvertiva che la pena capitale era inaccettabile, ad eccezione di un caso: l’impossibilità di rendere inoffensivo il reo (o criminale). Tuttavia, citando Giovanni Paolo II, si conveniva che, grazie ai moderni sistemi carcerari, tale eccezione era «praticamente inesistente». La logica vuole che dichiarando inesistente l’unica eccezione, di conseguenza l’inammissibilità della pena di morte era già respinta integralmente. Francesco ha quindi reso categorico ciò che era logicamente sottinteso nel Catechismo, volendo rendere più solida la posizione del “favor vitae”.

La tematica, piuttosto semplice, include dei corollari che la rendono più complessa. Questo giustifica parzialmente molte perplessità in merito. L’errore più gettonato è quello di ritenere la dottrina sulla pena di morte una verità rivelata, irriformabile, esibendo la posizione favorevole di Tommaso d’Aquino e sostenendo che l’attuale decisione di modifica andrebbe contro l’insegnamento secolare della Chiesa. Eppure, come chiunque dovrebbe sapere, non siamo di fronte ad un dogma di fede ma a una questione di disciplina e morale, per sua natura riformabile al mutare delle circostanze. Ed infatti -lo ha spiegato il teologo morale Mauro Cozzoli- la posizione di grande apertura di San Tommaso e del Concilio di Trento nei confronti della pena di morte è stata radicalmente superata nel tempo, fino al testo in voga oggi e nelle battaglie di Giovanni Paolo II per una abolizione internazionale della pena capitale, da lui definita “inutile” e “crudele”. Superata ma non sconfessata, in quanto era legittima in passato come forma di difesa in un contesto di precarietà del sistema carcerario. Riteniamo comunque utile pubblicare una serie di risposte alle posizioni più riscontrate -sia critiche che esultanti o deridenti- che abbiamo colto sui quotidiani e sui social network, mostrando che vi è soltanto un’obiezione fondata alla recente modifica del Catechismo, seppur vi sia modo di replicare adeguatamente anche ad essa. Continua a leggere

Le monete croate inneggiano alla vita

Moneta croata con feto

Qualche settimana fa è stata emessa una versione in cui è rappresentato un feto
 
(interris, 6.08.18)
 
Ha ottenuto una storica qualificazione all’ultima finale di Coppa del Mondo. Ma la Croazia, un Paese di poco più di 4milioni di abitanti, continua ad attirare simpatie, almeno da parte di chi apprezza i popoli identitari e la difesa della vita sin dal concepimento. Nelle scorse settimane è stata emessa una moneta da 25 kune, la cui edizione commemorativa emessa nel 2000 riportava l’immagine incisa di un bambino in fase di gestazione.

Il sito croato Kunalipa, dedicato alla numismatica, dice parlando di questa moneta speciale che “il feto è il simbolo universale della vita umana, che è il centro del millennio e che determina il nuovo millennio che inizia”. Come riferisce Aleteianonostante la valorizzazione pubblica della vita umana nel ventre materno, in Croazia l’aborto è stato legalizzato nel 1978, quando il Paese faceva ancora parte dell’ormai estinta Yugoslavia, una dittatura socialista. La Corte Suprema Croata ha stabilito nel 2017 che quella legge è costituzionale, pur essendo stata promulgata prima dell’indipendenza del Paese, ma ha stabilito un termine di due anni per una sua revisione da parte del Governo. Da allora, in Croazia si è intensificata l’attività del movimento pro-vita, che ha già realizzato due marce nazionali in difesa del nascituro. Nella moneta in questione, il feto è rappresentato accovacciato, intorno a lui si diramano raggi solari.

 

Così Bologna ha reagito all’incidente, domato l’esplosione ed evitato la strage

Tutti i numeri della reazione immediata e dell’efficacia nei soccorsi
 
di Massimo Ferraro

(Corriere della Sera, 7.08.18)
 
BOLOGNA — Quando intorno alle 14 di lunedì l’autocisterna carica di Gpl ha tamponato un tir sul raccordo autostradale a Borgo Panigale, è partito un tragico conto alla rovescia. Dall’impatto tra i mezzi e l’esplosione che ha fatto collassare l’infrastruttura sono passati 7, 8 minuti al massimo. In quel momento la strada era ancora aperta, le macchine circolavano liberamente. Nel video diffuso dalla Polizia di Stato si vede chiaramente che al momento dello scoppio il tratto è quasi deserto. Sette, otto minuti: tanto è bastato ai primi soccorritori per intervenire. E trasformarsi, quasi casualmente, in eroi della giornata.

All’istante
Tra i primi ad arrivare sul luogo dell’incidente c’è Riccardo Muci, 31 anni, agente di polizia. Insieme a un collega vede la nuvola di fumo, si precipita sul posto e mette l’auto di traverso, per impedire l’accesso in entrambe le direzioni. Sente l’odore del gasolio, capisce che lo scoppio è imminente. Così fa allontanare anche i curiosi che si erano avvicinati. Sette, otto minuti: poi l’autocisterna esplode, l’onda d’urto lo spazza via. E ferisce anche un altro agente, 11 carabinieri arrivati sul posto e altre decine di persone. Ora è al Maggiore, con ustioni di secondo grado e fuori pericolo. Continua a leggere

El Salvador dice “no” all’aborto

(da UCCR, 13.07.18)
 
Nonostante una massiccia campagna di pressione da parte di New York Times, CNN, BBC, Human Rights Watch ed Amnesty International, l’uccisione di bambini non ancora nati tramite aborto continuerà a rimanere illegale in El Salvador. Quando queste grandi compagnie di corruzione ideologica falliscono i loro obiettivi è un momento di speranza per un mondo migliore.

I coordinatori di Amnesty International hanno dichiarato furiosi che i «legislatori di El Salvador hanno le mani macchiate di sangue dopo aver rifiutato persino di discutere la proposta di depenalizzazione dell’aborto. La fallita opportunità di porre fine a questa ingiustizia è un duro colpo per i diritti umani in El Salvador». Chi si rifiuta di uccidere avrebbe le “mani macchiate di sangue”. Amnesty International è come Hitler quando dal suo pulpito si indignò moralmente accusando il cristianesimo di aver macchiato di sangue i popoli precristiani.

Sul PanamaPost si legge che «sebbene la decisione sia stata presa a livello legislativo, decisive sono state le dimostrazioni di strada della società civile e la raccolta di decine di migliaia di firme in difesa della vita dei non nati». Davide contro Golia, in pratica.

La costituzione e la legislazione civile di El Salvador -paese che ha comunque risolvere tanti problemi di civiltà al suo interno-,  proibiscono l’interruzione di gravidanza dal momento del concepimento. Semplicemente, almeno in questo caso, sono coerenti con le evidenze dell’embriologia che riconoscono nella fecondazione il momento in cui appare l’essere umano, il quale da quel momento si svilupperà -senza soluzione di continuità- fino all’ultimo stadio della sua esistenza. La legge è fortemente difesa dalla principale associazione medica del paese, che comprende 37 diverse organizzazioni mediche. «Mai un medico può uccidere per azione o omissione», dichiara la legge. «Questo vale anche per l’aborto indotto, che è una grave violazione etica e deontologica. La biologia indica che la persona umana è l’oggetto del diritto assoluto alla vita dal suo concepimento» Continua a leggere

Tutti salvi i 13 ragazzi della grotta. L’impegno di tanti, il sacrificio di uno: Saman Gunan

SGT MAJOR SAMAN KUNAN

La vicenda dei 13 ragazzi intrappolati dal 23 giugno scorso in una grotta in Thailandia si è conclusa con la salvezza di tutta la squadra ma anche a prezzo di una vita: il sub volontario, ex militare, è morto per mancanza di ossigeno
 
di Paola Belletti

(Aleteia, 11.07.18)
 
Il salvataggio dei Cinghialotti: i numeri di una lunga prova di resistenza, competenza e amore fraterno

Quattro i chilometri di percorso dalla grotta Pattaya Beach alla luce del mondo esterno. Non troppa, all’inizio, perché dopo più di due settimane (18 giorni per la precisione, dal 23 giugno) passate all’oscurità gli occhi di quei bambini non sono in grado di reggerla. Quattro i ragazzi estratti la prima giornata di recupero, avviato con l’incombere di nuove piogge; notava poco fa su Skytg24 il giornalista che la situazione meteo pare avere risparmiato in questi ultimi giorni proprio la zona circostante la grotta. In tre giorni, dal 9 all’11 luglio, sono usciti tutti, compresi i quattro Seal Navy che per una settimana hanno fatto compagnia ai ragazzi.

Più di cento erano i soccorritori impegnati nel salvataggio di queste vite che improvvisamente si sono mostrate per quel che sono: preziosissime. E non per i loro cari soltanto, ma per tutta la loro nazione e per il mondo intero. Non è mica colpa dei social, non c’entra il web. C’entra la pasta di cui siamo fatti e a tutte le latitudini. C’entra una rete invisibile e forte che un po’ ci tiene in trappola e un po’ ci culla ed è la dipendenza reciproca, l’amore, il senso di bene per ogni vita che sia sbucata nel mondo. Certo esiste anche la forza opposta che ci allontana e ci fa trovare gli uni gli altri molesti se non detestabili, addirittura. Non importa, quella spesso se ne va di fronte al pericolo. Continua a leggere

Trump nomina giudice “pro-life” alla Corte Suprema: il vento cambia?

TRUMP

(da Aleteia, 10.07.18)
 
Dopo che le speranze di molti erano state innalzate dalla possibile scelta della giurista cattolica Amy Barrett, la delusione per la scelta di Kavanaugh. Ma forse non è tutto perduto…
Poteva andare meglio, ma il bicchiere è mezzo pieno. Da giorni attendevamo l’importantissima nomina del successore del giudice Anthony Kennedy alla Corte suprema degli Stati Uniti, le cui sentenze spesso creano importanti precedenti per tutto il resto del mondo. Sopratutto sui temi etici. Il presidente Donald Trump ha scelto Brett Kavanaugh, repubblicano conservatore, collaboratore di Kennedy e George W Bush.

Storico nemico di Bill Clinton, attraverso Kavanaugh il presidente Trump afferma di aver mantenuto la sua promessa in campagna elettorale, quando annunciò«Io sono pro-life e i giudici che nominerò saranno pro-life». Ed infatti gli equilibri si sono ribaltati. I giudici sono 9: cinque “conservatori”nominati da Bush (John G. Roberts, presidente, Clarence Thomas e Samuel A. Alito) e Trump (Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh) e quattro “progressisti” nominati da Clinton (Stephen G. Breyer e Ruth Bader Ginsburg) e da Obama (Elena Kagan e Sonia Sotomayor). Continua a leggere

Omogenitorialità e diritti di ogni figlio. Nascere orfani?

di Mariolina Ceriotti Migliarese
(Avvenire, 25 giugno 2018)
 
Certamente non sono rari nella storia umana i casi di bambini cresciuti solo dalle donne; nei tempi di guerra come nei tempi di pace è successo spesso che i padri fossero assenti: morti in guerra, lontani per lavoro, oppure semplicemente latitanti, magari dopo aver messo incinta la donna madre del bambino. Tante donne coraggiose si sono rimboccate le maniche, si sono aiutate tra loro, hanno amato, accudito e fatto crescere figli che l’assenza del padre non ha necessariamente reso patologici o incapaci di vivere.

Perché dunque ci sconcerta e ci interroga la notizia che diversi sindaci, a Milano, a Torino e in altre città italiane, hanno voluto riconoscere bambini “figli di due madri”?

Pensiamo forse che queste donne non possano essere capaci, in quanto omosessuali, di dare ai bambini l’amore di cui hanno bisogno? Pensiamo forse di negare a questi bambini, in nome di qualche astratto principio, l’amore a cui hanno diritto? Che differenza c’è, dunque, tra l’essere cresciuti da due donne perché il padre è scomparso, ed essere cresciuti da due donne che hanno scelto di mettere al mondo un figlio senza il padre? Malgrado le apparenze, la differenza c’è ed è molto importante: solo nel secondo caso, infatti, gli adulti decidono consapevolmente che il bambino nasca orfano di padre.

Orfano è una parola che significa “privo di un genitore” e genitore significa “colui che ha generato”. Comunque si considerino le cose, ognuno di noi è generato senza possibilità di eccezione dai gameti di un uomo e di una donna, che sono dunque biologicamente nostro padre e nostra madre: il legame con loro è innegabile e ineludibile, perché impresso nel nostro corpo attraverso un patrimonio genetico fatto sia di caratteristiche fisiche che di inclinazioni temperamentali, che ci accompagneranno per sempre. Il legame biologico da solo è certamente insufficiente a fondare la genitorialità, ma rimane un legame potente; chi si occupa di adozioni sa bene ad esempio che qualsiasi adottivo, anche se accolto fin dai primi giorni di vita in una famiglia che ama e che lo ha amato, porta in sé una forte domanda sulle sue origini, che lo spinge sempre a cercare di scoprire chi erano i suoi genitori biologici.  Continua a leggere

Sedazione e divieto d’eutanasia omissiva. Giusta chiarezza sulla morte inflitta

di Gian Luigi Gigli – Avvenire 27.06.18
 
Qualche volta i magistrati riescono a precisare i limiti applicativi delle leggi. Così in una recente sentenza della Corte di Cassazione in tema di eutanasia. ‘Avvenire’ ne ha dato opportunamente conto, mentre altri mezzi di informazione hanno passato la cosa sotto silenzio. Forse a causa dell’apparente ‘banalità’ del tema in giudizio. Infatti, con la sentenza 26899/2018 la Suprema Corte è intervenuta ‘soltanto’ per respingere il ricorso di una anestesista contro la misura cautelare di divieto di espatrio impostole dal Gip del Tribunale di La Spezia e confermata dal Tribunale di Genova in funzione di giudice del riesame. La dottoressa è sotto processo per aver provocato la morte del fratello con notevole anticipo rispetto a quanto la sua malattia faceva ipotizzare.

L’eutanasia sarebbe stata praticata su persona non informata né consenziente, utilizzando la propria competenza professionale e la facilità di accesso ai farmaci.

Il divieto di espatrio è stato motivato dal pericolo di reiterazione del reato (i giudici, sulla base di registrazioni telefoniche, sospettano altri analoghi interventi da parte dell’imputata) e dal radicato inserimento all’estero dell’imputata che lasciava temere la volontà di andare a lavorare fuori dei nostri confini per sottrarsi all’espiazione della pena eventualmente comminata dalla giustizia italiana.

L’interesse della sentenza della Cassazione è solo in parte per la conferma del divieto di espatrio, perché risiede soprattutto nelle definizioni in essa contenute. A sua difesa l’imputata sosteneva, infatti, non essersi trattato di eutanasia, ma di sedazione profonda. La Cassazione ha voluto ribadire la distinzione tra le due condotte, ricordando che «per eutanasia, secondo classica e condivisa definizione, s’intende un’azione od omissione che ex se procura la morte, allo scopo di porre fine a un dolore. La sedazione profonda, invece, è ricompresa nella medicina palliativa e fa ricorso alla somministrazione intenzionale di farmaci, nella dose necessaria richiesta per ridurre, fino ad annullare, la coscienza del paziente, per alleviarlo da sintomi fisici o psichici intollerabili nelle condizioni di imminenza della morte con prognosi di poche ore o poco più, per malattia inguaribile in stato avanzato e previo consenso informato». Continua a leggere

Nancy. Così è morta Inés, l’«Alfie di Francia»

L'ospedale pediatrico di Nancy, dov'era ricoverata Inés.

di Assuntina Morresi
(Avvenire, 28.06.18)

40 ore di agonia, polizia schierata per impedire che i genitori fermassero la procedura di morte decisa da medici e giudici. E il silenzio dei media. Ecco la vera storia di Inés,14 anni, vegetativa.
 
Inés ha impiegato circa 40 ore a morire. Le hanno staccato il respiratore artificiale martedì 19 giugno alle 18.30 del pomeriggio, ed è morta giovedì 21 a mezzogiorno all’ospedale di Nancy, in Francia. Quando l’hanno “estubata” erano presenti otto poliziotti per garantire che tutto andasse liscio, impedendo qualsiasi resistenza dei genitori, che fino alla fine si sono opposti alla decisione dei medici di lasciar morire loro figlia. «Quattro su di me e quattro sul padre», racconta Djamila Afiri, la mamma di Inés, in una intervista a Europe1, dicendo di provare «un enorme disgusto. Aveva bisogno di ossigeno. Quando l’hanno staccata, respirava un po’ da sola. Ma dopo è diventata blu». La madre ha chiesto allora ai medici «di dare un po’ di ossigeno, e hanno rifiutato. Ho detto loro che non erano umani, che non avevano un cuore».
 
La vera storia

Inés aveva 14 anni quando ha avuto un arresto cardiaco, il 22 giugno 2017, ed è entrata in stato vegetativo. Solo un mese dopo una decisione collegiale dei medici dell’ospedale francese aveva stabilito che continuare a ventilare la ragazzina sarebbe stata una «ostinazione irragionevole», come recita la legge francese intitolata ai suoi due “padri”, Claeys-Lèonetti. Secondo un documento citato dal quotidiano L’Est Républicain, il capo del dipartimento in cui la ragazza era ricoverata ha giudicato che «la storia, l’esame clinico, i risultati delle immagini, l’elettroencefalogramma sono tutti concordi nel ritenere quasi nulle le possibilità di miglioramento o guarigione, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche».
Ma i genitori si oppongono: «Un crimine organizzato – denuncia sua madre –, è inumano». Inizia quindi un contenzioso che investe prima il tribunale amministrativo competente, poi il Consiglio di Stato e infine la Corte europea dei Diritti umani, in un percorso che ripete, in salsa francese, quello dei piccoli inglesi Charlie Gard, Isaiah Haastrup, Alfie Evans. Continua a leggere

Bambino Gesù presenta la Carta dei Diritti del Bambino Inguaribile

Dopo i casi Alfie e Charlie, l’Ospedale pediatrico della Santa Sede ha messo a punto un documento per promuovere l’alleanza terapeutica e il sostegno ai bambini con malattie gravi e inguaribili. Aperto anche un dibattitto tra medici, politici, bioeticisti e uomini di Chiesa
 
Esistono purtroppo bambini non guaribili ma non esistono bambini incurabili. Parte da questo presupposto la riflessione aperta dall’Ospedale pediatrico della Santa Sede, Bambino Gesù, dopo un mese dalla morte del piccolo Alfie Evans.
 

I temi affrontati

L’alleanza terapeutica tra famiglia e medico, l’accompagnamento e la cura anche dei pazienti affetti da malattie inguaribili, il diritto alle cure palliative e di accesso alle cure sperimentali, la capacità di fare rete tra le strutture di diversi Paesi , la necessità di creare una normativa internazionale capace di attenuare i conflitti. Di questo è molto altro hanno parlato, questa mattina, all’Aula Salviati del Bambino Gesù, politici, medici, ricercatori e bioeticisti. Presenti, tra gli altri, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia; la parlamentare europea, Silvia Costa; il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa; il direttore della Pediatria e della Rianimazione Neonatale dell’Ospedale “A. Beclere” di Parigi, Daniele De Luca; il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina. Per l’Ospedale Bambino Gesù, oltre alla presidente Enoc, sono intervenuti il direttore scientifico Bruno Dallapiccola; il direttore dei dipartimenti clinici Nicola Pirozzi e il responsabile dell’Etica Clinica, don Luigi Zucaro.  Continua a leggere

Bartolomeo: “L’Europa porta il marchio cristiano, non punti solo all’economia”

Bartolomeo ha ricordato ai presenti gli sforzi del Fanar per la promozione del dialogo, quale «unico modo per affrontare le sfide» del presente. Il dialogo, interreligioso ed interculturale, finalizzato all’unità dei Cristiani, «è un gesto di solidarietà», ha detto. Per questo motivo il patriarcato di Costantinopoli si è sempre adoperato a promuoverlo nel mondo ortodosso.

Il patriarca ha ricordato infatti che il Sinodo panortodosso di Creta (2016), malgrado le defezioni dell’ultimo momento, ha fatto propri i documenti preparatori del gennaio 2016, firmati da tutti i partecipanti che si sono ritrovati d’accordo nel dichiarare che «il fondamentalismo è espressione di una religiosità malata».

Bartolomeo ha inoltre espresso il rammarico per il disprezzo ostentato della società contemporanea nei confronti del Creato, sottolineando che la solidarietà al creato e all’umanità sono fattori imprescindibili, «le due facce della stessa moneta». «Oggi – ha aggiunto – si assiste per il mondo, ad un distacco dalla tradizione della solidarietà, un fenomeno del nostro tempo, che è dovuto alla rapida e diffusa crescita dell’individualismo, edonismo, consumismo e alla mancanza di sensibilità sociale».

In risposta a questa sfida, «le religioni – ha esortato il primate ortodosso – sono chiamate a promuovere le loro tradizioni filantropiche, e lavorare per costruire “ponti” allo scopo di proteggere la sacralità della persona umana e contribuire al riavvicinamento delle persone e delle culture contro il fanatismo e il conflitto delle culture. Nel loro insegnamento e nella pratica, devono riconfermare l’ininterrotta unità tra la fede in Dio e l’amore per i nostri simili. La risposta a questi problemi moderni richiede davvero una comune azione, altrimenti il futuro non si prospetta roseo». Continua a leggere

Giuseppe Noia. «Una società senza più aborti? Ecco perché non è un’utopia»

«Una società senza più aborti? Ecco perché non è un'utopia»

Giuseppe Noia: nel 1978 la vita prenatale era quasi ignota. Oggi si può agire su problemi e cause, con effetti impensabili
 
La possibilità di arrivare un giorno non lontano a una società senza aborti non è utopia, né pretesa infondata. Sembra un proclama assurdo nel quarantesimo anniversario della ‘194’, una legge che nasce segnata da due grandi assenze, i diritti del bambino e la sofferenza della donna. Ma proprio chi da 40 anni lavora per la salute della donna e del bambino, come Giuseppe Noia, si dice convinto che i margini per ridurre – se non azzerare completamente – l’aborto terapeutico esistono e vanno perseguiti con coraggio e determinazione.

Nessuno obiettivo ideologico. Sarebbe fuori posto per una persona che è tra le massime autorità scientifiche sul fronte della vita prenatale, docente e ricercatore, oltre che direttore dell’hospice prenatale del «Gemelli » di Roma. Quindi solo rispetto della realtà. A cominciare dai dati. Oggi solo il 10% degli oltre 80mila aborti cosiddetti ‘terapeutici’ («ma che terapia è un intervento che uccide il figlio e danneggia gravemente la madre?») praticati in Italia è motivato da abbandono terapeutico, amplificazione del rischio o ignoranza della possibilità di intervenire con efficacia per ridurre il danno in fase prenatale. Poi c’è un 50% determinato da cause sociali (povertà, solitudine, dinamiche familiari sfavorevoli) e un altro 40% da cause ‘culturali’ (pretesa di autodeterminazione assoluta, volontà di rifiutare la presenza del figlio).

Come e dove è possibile incidere? «Dobbiamo e possiamo intervenire sulle cause sociali e culturali ma innanzi tutto – osserva il professor Noia – dobbiamo diffondere una più corretta conoscenza medica, a partire da tutto quello che sappiamo sulla relazione fortissima tra madre e figlio fin dal concepimento. Già nel novembre 2000, quindi 18 anni fa, il British medical journal, spiegava in un editoriale che dalla relazione biologica tra madre e bambino deriva il benessere futuro della persona. Come ignorare per esempio il fatto che il figlio manda alla madre cellule staminali terapeutiche? Tutte queste conoscenze scientifiche che si vorrebbero silenziare si traducono in una grande perdita di umanità». Continua a leggere