Il Papa riceve il padre di Alfie: solo Dio è padrone della vita

Il Papa con il padre del piccolo Alfie Evans

Incontro a Santa Marta tra Francesco e il papà di Alfie. Al termine dell’udienza generale il Papa ha voluto di nuovo attirare l’attenzione sul bimbo inglese e su Vincent Lambert, ricordando con forza che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio
 
Sergio Centofanti – Città del Vaticano
 
Papa Francesco stamattina ha ricevuto a Casa Santa Marta Thomas Evans, il padre del piccolo Alfie, il bimbo inglese di quasi 2 anni affetto da una malattia neurodegenerativa non conosciuta e ricoverato presso l’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, i cui medici vorrebbero “staccagli la spina” perché – dicono – è nel suo “miglior interesse”. I suoi genitori invece vogliono trasferirlo all’Ospedale Bambino Gesù di Roma, che si è detto disposto ad accoglierlo per assisterlo fino alla fine. Il trasferimento è stato negato sia dai medici che dai giudici. Si è in attesa dell’ultima parola della Corte suprema. 

Al termine dell’udienza generale, il Papa ha pronunciato queste parole:

L’appello del Papa per Alfie

“Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert e sul piccolo Alfie Evans, e vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio! E il nostro dovere, il nostro dovere è fare di tutto per custodire la vita. Pensiamo in silenzio e preghiamo perché sia rispettata la vita di tutte le persone e specialmente di questi due fratelli nostri. Preghiamo in silenzio”. Continua a leggere

Papa Francesco al Regina Coeli: turbato per la Siria, in preghiera per Alfie Evans

Al Regina Caeli di oggi, Papa Francesco ha chiesto maggior impegno della comunità internazionale per un’azione comune per la pace in Siria. Poi un appello pubblico per il piccolo Alfie Evans – dopo il twitt del 5 aprile scorso – affinché “sia curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari” e ha aggiunto: “con grande rispetto per la vita”.

Riporto di seguito il testo completo, perché merita una riflessione:
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Al centro di questa terza domenica di Pasqua c’è l’esperienza del Risorto fatta dai suoi discepoli, tutti insieme. Ciò è evidenziato specialmente dal Vangelo che ci introduce ancora una volta nel Cenacolo, dove Gesù si manifesta agli Apostoli, rivolgendo loro questo saluto: «Pace a voi!» (Lc 24,36). E’ il saluto del Cristo Risorto, che ci dà la pace: «Pace a voi!» Si tratta sia della pace interiore, sia della pace che si stabilisce nei rapporti tra le persone. L’episodio raccontato dall’evangelista Luca insiste molto sul realismo della Risurrezione. Gesù non è un fantasma. Infatti, non si tratta di un’apparizione dell’anima di Gesù, ma della sua reale presenza con il corpo risorto.

Gesù si accorge che gli Apostoli sono turbati nel vederlo, che sono sconcertati perché la realtà della Risurrezione è per loro inconcepibile. Credono di vedere un fantasma; ma Gesù risorto non è un fantasma, è un uomo con corpo e anima. Per questo, per convincerli, dice loro: «Guardate le mie mani e i miei piedi – fa vedere loro le piaghe –: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» (v. 39). E poiché questo non sembra bastare a vincere l’incredulità dei discepoli. Il Vangelo dice anche una cosa interessante: era tanta la gioia che avevano dentro che questa gioia non potevano crederla: “No, non può essere! Non può essere così! Tanta gioia non è possibile!”. E Gesù, per convincerli, disse loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?» (v. 41). Essi gli offrono del pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia davanti a loro, per convincerli. Continua a leggere

L’ordine dei giudici ai genitori: non potete trasferire Alfie

La polizia inglese in ospedale per impedire ai genitori di Alfie di portarlo altrove (Fermo immagine da Facebook) 
La Corte ha accettato di riesaminare il caso e ha fissato l’udienza per lunedì 16 aprile. Ai genitori è stata notificata dal tribunale una dura diffida perché non trasferiscano il figlio.

di Francesco Ognibene
 
Ai genitori di Alfie è stata recapitata una notifica dai toni perentori nella quale il giudice gli ingiunge di non far uscire il figlio dall’ospedale per trasferirlo altrove, com’è loro desiderio (al Bambino Gesù di Roma, scrive ora per la prima volta apertamente il loro avvocato). In un primo momento il documento, che gli impedisce di replicare la clamorosa iniziativa con la quale giovedì sera avevano tentato di uscire dall’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool e bloccato l’esecutività della sentenza per il distacco della ventilazione e della nutrizione assistite, era parso una vera e propria sottrazione della patria potestà con affidamento dei destini del bambino ai Servizi sociali. Ma se la forma è diversa, la sostanza non cambia: Alfie resta “recluso” (è il termine usato dal legale della famiglia) in ospedale, impossibile portarlo con l’eliambulanza già pronta all’aeroporto di Liverpool (intitolato a John Lennon, cantore della libertà di fare ciò che si preferisce) almeno fino a lunedì, quando il dossier sul bambino tornerà davanti ai giudici. Per uscire dall’impasse nella quale sembrava che il drammatico caso fosse finito, la magistratura inglese aveva infatti rimandato ospedale e genitori davanti alla Corte d’appello, che già aveva stabilito come nel suo “miglior interesse” il bambino dovesse morire.

L’udienza è fissata per lunedì 16. Imponendo ai genitori di non poter muovere il figlio senza l’autorizzazione dei giudici gli viene ora tolto il diritto di poter decidere cosa fare attribuendo allo Stato il pieno controllo del caso. Un atto che potrebbe anche essere l’anticamera per poter passare all’immediata esecuzione di una nuova sentenza favorevole al distacco delle macchine. Diversamente, la mossa resterebbe una gratuita umiliazione di due genitori che solo pochi giorni fa il tribunale aveva comunque lodato per il loro amore verso il figlio malato grave. Alla famiglia non resta che chiedere di mostrare pubblicamente il sostegno alla loro disperata causa: su Facebook, insieme all’invito a non seguire chi sta cercando di strumentalizzare il caso per altre battaglie non chiare, è apparso l’appello a presidiare pacificamente l’area davanti all’ospedale, con l’avvertenza – molto british – di non occupare la strada e non disturbare le attività del grande ospedale pediatrico. Un modo per prevenire eventuali eccessi e per mostrare uno stile che anche la polizia di Liverpool ha apprezzato riferendosi alla compostezza della manifestazione spontanea inscenata nella tarda serata di giovedì.  Continua a leggere

«La vita di Alfie è inutile»: il giudice ordina di staccare la spina

I giovanissimi genitori di Alfie Evans all'esterno dell'ospedale di Liverpool

È stato l’ennesimo giudice dell’Alta Corte di Londra Anthony Paul Hayden a dire la parola fine alla vita di Alfie Evans, il piccolo che non ha neppure due anni ed è affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso.

La spina dei macchinari verrà staccata presto, forse anche domani, giovedì, ma nessuno che era presente alla dura sentenza di morte può dire il giorno e l’ora. Il giudice ha deciso così per proteggere i medici e gli infermieri dell’Alder Hey Children Hospital di Liverpool che hanno voluto a tutti i costi la fine del bambino ricorrendo alla legge per imporre ai genitori una data che non avrebbero mai voluto sul loro calendario. Si teme che l’”esercito di Alfie”, i centinaia di sostenitori che hanno fatto il tifo per la famiglia dai siti di social network e anche organizzando manifestazioni fuori dall’ospedale o suonando il clacson quando passavano vicino, insultino o addirittura compiano gesti violenti contro il personale dell’ospedale.

È rimasto inascoltato anche il tweet del Papa dei giorni scorsi, nei quali Francesco diceva di sperare “che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata”.

Il giudice, dimostrando la stessa freddezza dei medici, ha dichiarato che la vita di Alfie era “futile”, “inutile”, perché il bambino era in stato vegetativo ovvero non più un essere umano. Piuttosto un oggetto o forse una macchina da trattare con strumenti sterilizzati, da mantenere a distanza, un corpo da osservare quasi sotto un microscopio. “Non andava bene dargli del cioccolato”, come ha fatto la mamma per vedere se il bambino reagiva, ha detto il giudice perché “il cioccolato sporca, interferisce con l’igiene dell’ospedale”. Continua a leggere

Roma. Subito coperto (con la sua verità) il poster contestato contro l’aborto 

 
Nel quartiere Aurelio un cartellone di 7 metri per 11 ricordava cosa avviene a 11 settimane di gravidanza. Accontentate le proteste delle consigliere del Pd al Campidoglio e altre associazioni
 
Ci saranno anche voragini da riparare, per le strade della Capitale, e spazzatura a deturpare le belle vie del centro, ma le priorità del Campidoglio sembrano altre. Per esempio, un cartellone che campeggiava su un palazzo di via Gregorio VII, nel quartiere Aurelio. Mostrando un bambino a 11 settimane di vita, con lo slogan – senz’altro forte nei toni, ma vero nella sostanza – dell’associazione Provita.

Da quando si è aperto il caso della presunta “violazione della sensibilità collettiva” da parte dell’immagine stilizzata di un bambino nel grembo materno il Campidoglio ha impiegato meno di 48 ore a far coprire l’immagine con un telone bianco. Come si trattasse di un messaggio scandaloso, insostenibile. Da censurare, addirittura, com’è purtroppo accaduto. Con soddisfazione del comitato di quartiere secondo cui si tratterebbe di una vittoria «dell’ampio e unitario fronte che ha visto coinvolti associazioni, movimenti, forze politiche ed esponenti delle istituzioni capitoline e regionali» mobilitatosi con forza contro «chi mette in discussione il diritto di scelta delle donne». Continua a leggere

Liverpool. Per Alfie Evans disponibili due ospedali italiani

Una piccola speranza per Alfie, il bimbo inglese gravemente malato e destinato a morire per sentenza: il Bambino Gesù di Roma e il Besta di Milano si mettono a disposizione per fare il possibile.
 
Nel giorno in cui pareva dover terminare la sua vita con l’interruzione dei supporti vitali, per Alfie Evans si è aperto un piccolo spiraglio. Per il bambino di Liverpool, che non ha ancora due anni ed è affetto da una misteriosa malattia degenerativa del sistema nervoso, i medici dell’Alder Hey Children Hospital dov’è ricoverato hanno scaricato sul tribunale la più tremenda delle responsabilità: decidere il giorno per dare esecuzione alle sentenze – tre di tribunali inglesi più l’ultima della Corte europea per i diritti dell’uomo – che autorizzano a “staccare la spina” ritenendo ogni prosecuzione delle terapie come una forma di accanimento.

La storia di questo nuovo drammatico caso che coinvolge in Inghilterra un bambino colpito da una malattia rara e letale, i suoi genitori disperatamente impegnati a salvargli la vita, medici che invece insistono per interromperla e giudici che parlano di morte come «miglior interesse del bambino» presenta aspetti che mostrano fino a che punto può spingere l’idea che la vita umana dipenda dalle sue condizioni e non sia più un bene in sé. Un approccio ancora estraneo alla cultura medica che ci è più familiare. Tanto che, in cerca di una speranza, i giovanissimi genitori – Tom, 21 anni, e Kate, 20 – si sono rivolti proprio all’Italia. Continua a leggere

Bene il governo costituitosi alla Consulta. Suicidio assistito: resistenza necessaria

Suicidio assistito: resistenza necessaria

Marina Casini, nuovo presidente del Movimento per la Vita italiano, interviene oggi su Avvenire in merito al caso Cappato rimesso in decisione alla Consulta per la presunta incostituzionalità dell”art. 580 del codice penale sollevata dai radicali.
 

Caro direttore,
l’ambito del fine vita è altamente complesso e sfaccettato; le questioni sono spesso intrecciate tra loro e non possono certo essere affrontate a colpi di scure. A suo modo, però, la vicenda che ha rimesso davanti alla Consulta la costituzionalità dell’art. 580 del codice penale è semplice e chiara: un uomo concorre attivamente a realizzare il gesto suicidario diretto e volontario di un altro uomo, con la pretesa che tale gesto porti il sigillo del ‘diritto’.

È dunque meritevole di apprezzamento che il Governo si sia costituito. La Corte di assise milanese, ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma che punisce l’istigazione e l’aiuto al suicidio (art. 580 c.p.) nella parte in cui prevede che le condotte che agevolano l’esecuzione del suicidio e che non incidono sul processo deliberativo dell’aspirante suicida siano penalmente sanzionabili allo stesso modo delle condotte di istigazione. Dj Fabo avrebbe maturato in totale autonomia la determinazione autosoppressiva e l’imputato non avrebbe influito in alcun modo su tale determinazione.

A parte l’opinabilità di queste considerazioni, il reale obiettivo che si vuole raggiungere è chiaro: riconoscere all’individuo la «libertà di decidere quando e come morire», pertanto «solo le azioni che pregiudicano la sua libertà di decisione possono costituire offesa al bene tutelato dalla norma in esame». In realtà, il preteso ‘diritto di morire’ si scontra con diverse normative che invece affermano la indisponibilità della vita umana sia altrui che propria. Ma il punto su cui va concentrata l’attenzione è quel concetto di autodeterminazione rivendicato come unico e assoluto, ultimo e decisivo parametro per decidere se restare ancora nel mondo dei vivi o andarsene – con la collaborazione doverosa di terzi – nel regno dei più. Continua a leggere

Tweet di papa Francesco per Alfie Evans e la sua famiglia

Tweet di papa Francesco per Alfie Evans e la sua famiglia 

Papa Francesco interviene per il piccolo Alfie. Lo fa con un tweet in italiano e in inglese.

«È la mia sincera speranza che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata. Prego per Alfie, per la sua famiglia e per tutte le persone coinvolte».

Continuare ad accompagnare con compassione e ascolto per la profonda sofferenza dei genitori: due punti forti in poche righe che danno l’idea di quanto Bergoglio sia stato toccato dalla dolorosa vicenda di questo bambino inglese di neppure due anni, ricoverato a Liverpool per una malattia cerebrale devastante e ignota.

Tutti i tribunali interpellati dalla famiglia hanno autorizzato il distacco delle macchine, che potrebbe avvenire in questi giorni. Sabato scorso migliaia di cittadini sono scesi nelle strade di Liverpool per chiedere che Alfie venga accompagnato alla morte naturale, quando arriverà, e non fatto morire dai medici. E il Papa invita anche a pregare.
 

Leggi anche questo articolo
 

(fonte: Avvenire, 5.04.18)

 

Inghilterra, bimbo di due anni in coma per un tumore si sveglia mentre i genitori stanno staccando la spina

Dylan Askin non aveva più speranze: colpito a soli due anni da una forma rarissima di cancro, l’istiocitosi polmonare a cellule di Langerhans, giaceva ormai da mesi nel suo letto d’ospedale senza più forze, senza che i suoi polmoni riuscissero a riprendersi, con la vita appesa ai macchinari che continuavano a farlo respirare.

Dopo settimane d’angoscia, i genitori Mike e Kerry, 36 e 29 anni, d’accordo con i medici del Queens Medical Hospital di Nottingham che non davano più al piccolo alcuna chance di sopravvivenza, presero la decisione straziante di staccare la spina. Il 25 marzo del 2016, nel giorno del Venerdì Santo, lo fecero battezzare davanti a tutti i parenti accorsi in ospedale per l’ultimo saluto e dettero il consenso per bloccare il supporto vitale. Era tutto pronto per avviare la procedura e i medici avevano già cominciato a sedarlo quando, con un insperato e inspiegabile colpo di coda, Dylan cominciò ad avere segni di ripresa, come se il suo organismo avesse percepito il pericolo incombente e stesse reagendo, riportando la frequenza cardiaca a livelli normali. Un miglioramento improvviso e potente, tanto da costringere i medici a un rapido dietrofront: nel giro di pochi giorni il bimbo tornò in condizioni più che soddisfacenti e il 16 maggio fu dimesso dall’ospedale. Oggi, a due anni di distanza, ancora una volta nei giorni delle festività pasquali, Dylan è stato dichiarato guarito. «Non sono particolarmente credente, ma credo che mio figlio sia il nostro miracolo pasquale – dice La madre Kerry – A mio figlio Bryce ho detto che Dylan ha fatto come Gesù: a Pasqua è tornato a vivere». Continua a leggere

Argentina, 2 milioni in piazza contro l’aborto: “Tutta la vita ha valore”

Argentina, la marcia (vista dall’alto) «per la vita», e, quindi, «contro la proposta di liberalizzare l’aborto»

Con questo slogan manifestazioni in tutto il Paese 

Una marcia con una moltitudine di gente come non se ne vedevano da tempo in un paese avvezzo alle grandi marce ha portato decine di migliaia di argentini in strada per manifestare «per la vita», e, quindi, «contro la proposta di liberalizzare l’aborto» che subito dopo Pasqua entrerà in discussione nel parlamento nazionale.

Probabilmente gli stessi organizzatori non si aspettavano tanta gente, anche perché i mezzi di comunicazione hanno dato ben poca eco ai preparativi, peraltro abbastanza improvvisati, che hanno avuto come veicolo le reti sociali. Invece nella soleggiata domenica porteña – così sono chiamati i cittadini di Buenos Aires – un rigagnolo ininterrotto di partecipanti è confluito nel primo pomeriggio verso una delle strade giugulari della capitale, calle Sarmiento, per poi riversarsi lungo la celebre Avenida del Libertador, l’arteria che attraversa Buenos Aires dal nord al sud.

Famiglie con bambini, prevalentemente, giovani, tanti, ma anche cittadini di condizione più umile. Nessuno slogan di natura politica, nessuno striscione riconducibile a partiti, movimenti o organizzazioni di un qualche colore. Bandiere argentine, tante, scritte a favore della vita, del suo pieno sviluppo in ogni momento; nessuna criminalizzazione delle madri che abortiscono, vittime della loro stessa decisione e spesso abbandonate dalle strutture pubbliche, «la vita di entrambi» deve essere tutelata era scritto su molti striscioni. «Ni una menos», non una di meno si poteva leggere su tanti altri, in allusione alle campagne contro il femminicidio che anche in Argentina ha numeri ascendenti. Continua a leggere

Lettera dei vescovi. «Irlanda, non cancellare il diritto alla vita»

Un Paese diviso voterà sull’aborto il 25 maggio. La Chiesa si fa carico della sofferenza delle gravidanze difficili ma inviata a garantire un punto determinante per tutta la società
 
di Francesco Ognibene
 
«Respingiamo l’idea che chiunque possa decidere quando è il momento per un’altra persona di morire». Liberata da ogni altra considerazione, l’essenza del giudizio etico sull’aborto è questa. Nella società che ha ormai adottato come una seconda pelle il primato del diritto di scegliere ci vuole un notevole coraggio civile e intellettuale a sfidare così il nuovo dogma dell’autodeter-minazione. Ma i vescovi irlandesi sanno che è questo il ‘tempo opportuno’ per dire a un Paese diviso – e a cattolici che si stanno ritrovando dopo anni tormentati – parole chiare sulla questione che domina il dibattito pubblico.

Tre anni dopo il referendum che diede il via libera alle nozze gay, gli irlandesi vengono infatti consultati su un tema nevralgico: il 25 maggio– casualmente, tre giorni dopo il 40° della nostra legge 194 – toccherà all’ottavo emendamento (l’articolo 40.3.3 della Costituzione), che equipara il diritto alla vita dell’unborn (‘non nato’: il concepito, o nascituro), con le relative tutele di legge, a quello della madre. Una garanzia che suona scandalosa a una cultura per la quale l’unborn non è nessuno, certamente non una persona. E invece è proprio sugli argomenti che oggi sembrano indiscutibili, e che alimentano la campagna referendaria per l’abrogazione dell’emendamento, che si concentra la lunga lettera diffusa in questi giorni dalla Conferenza episcopale irlandese «Due vite, un amore».

Consapevole che la battaglia si annuncia tutta in salita, ma anche confortato dall’inattesa mobilitazione della base che ha portato in piazza ancora ieri a Dublino 100mila persone a difesa della Costituzione, l’episcopato invita a «considerare con attenzione la realtà di ciò che accade nella vita di ogni essere umano tra il concepimento e la nascita». Non c’è infatti «momento tanto evolutivamente significativo» quanto quello «della fecondazione, quanto a definizione degli inizi dell’esistenza personale». La riflessione ricorre ad argomenti razionali: «Non c’è base logica o scientifica per considerare, da un lato, un bambino nato come una persona con tutti i diritti che ciò comporta e, dall’altro, un bambino non nato come una non-persona. L’identità distinta di un individuo umano è già presente una volta che la fecondazione ha avuto luogo. Tutto il resto è semplicemente il processo di crescita e di sviluppo di una persona che si è già imbarcata nel viaggio della vita». Continua a leggere

“Vita assistita”, non “suicidio assistito”

Foley_suicidio_vita_Canada

Roger Foley ha la vita segnata da  un’atassia cerebellare, una  grave condizione neurologica degenerativa.

Il sitema sanitario del suo Paese, il Canada, gli ha offerto la “morte assistita” (MAiD), ma  non una “vita assistita”.

L’assistenza domiciliare organizzaata dalla pubblica amministrazione si è dimostrata gravemente inefficiente: gli hanno causato danni alla salute (intossicazione alimentare, farmaci sbagliati…) e alla sua abitazione (un incendio). Da due anni, quindi. l’uomo è ricoverato in ospedale. Ora Roger vuole tornare a casa sua e ripristinare l’assistenza domiciliare, ma vorrebbe organizzarla e dirigerla da sé: l’Ontario, infatti,  ha recentemente creato un’agenzia chiamata Self-Directed Personal Support Services Ontario (SDPSSO) che dovrebbe proprio rispondere alle esigenze di Roger, ma gliela hanno negato: evidentemente la sua vita non è “degna” di quel servizio.

Se non vuole tornare con gli assistenti di prima – che l’hanno quasi ammazzato – gli offrono  la morte, “il suicidio” assistito (e ci vuole tutto il coraggio della neolingua orwelliana per chiamarlo “suicidio”).

Foley ha citato in giudizio l’ospedale, diverse agenzie sanitarie e i procuratori generali dell’Ontario, perché non ha alcuna intenzione di  lasciarsi “suicidare”.

Hanno anche minacciato di dimetterlo forzatamente dall’ospedale: se resta dovrà pagare 1800 dollari al giorno per la degenza.  Continua a leggere

In Mississipi varata legge pro vita di portata storica, per gli USA

embrione_difesa_concepimento_natura_aborto_vita

Il Mississippi è diventato il primo stato negli Stati Uniti a vietare l’aborto dalla 15ª settimana.

Ieri, il governatore del Mississippi Phil Bryant ha firmato la legge  che  protegge la vita più di qualsiasi altra legge degli stati federati americani.

La legge HB 1510 aiuterà a far divenire  il Mississippi  «il posto più sicuro in America per un bambino non ancora nato», ha detto il Governatore.

La legge consente di derogare al termine di 15 settimane solo in caso di minaccia alla vita della madre e  “menomazione sostanziale e irreversibile di una importante funzione corporea” del bambino o “grave anormalità fetale”, definita come una condizione fisica che rende il bambino nato “incompatibile con la vita al di fuori dell’utero“. Non fa eccezioni per stupro o incesto.

Quindi anche l’aborto eugenetico è fortemente limitato: la sindrome di Down – per esempio – non sarà un motivo sufficiente per abortire.

Le motivazioni che hanno indotto i legislatori al grande passo (grande, se si pensa che in America  l’aborto in via di principio è consentito fino alla nascita e per qualsiasi motivo, cioè anche senza un valido motivo) è che già a  dodici  settimane di gestazione il bambino ha assunto “la forma umana in tutti gli aspetti più rilevanti“, e perché la letteratura scientifica attesta che il bambino sente dolore fin dalla 14ª settimana. Continua a leggere

Neonata morta al centro rifiuti: «L’hanno abbandonata da viva». . Gigli (MpV): fatti inaccettabili, manca informazione

(Avvenire, 17.03.18)
 
Buttata tra i rifiuti appena nata, e viva. Viva fino a quando, dal cassonetto in cui l’ ha infilata chi l’ ha messa al mondo, è stata caricata insieme al resto della spazzatura da un camion e trasportata nel centro di smaltimento di Casine di Ostra, vicino Ancona. Dove è finita sui rulli, tra i trituratori, infine su un nastro trasportatore. È lì che un operaio macedone – il primo essere umano ad averne pietà – s’ è accorto del corpicino straziato della neonata. Una scena che lo lascerà segnato per sempre. È ancora tutto da ricostruire l’ orrore del ritrovamento del cadavere della piccola, avvenuto nel pomeriggio di giovedì. Le prime certezze sono arrivate dall’ auto- psia effettuata ieri all’ istituto di Medicina legale di Ancona: la neonata (di origini nordafricane o del Sud Est asiatico) aveva il cordone ombelicale ancora attaccato quando è stata abbandonata tra i rifiuti ingombranti, chissà dove tra le province di Ancona, Pesaro e Perugia. Non sarebbe stata né accudita, né allattata: sarebbe morta probabilmente nelle 24 ore precedenti al ritrovamento, di freddo e di stenti. Sola al mondo. Vicino al corpicino è stata ritrovata anche una bustadi plastica macchiata di sangue, che è stata sequestrata e verrà analizzata. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio volontario e occultamento di cadavere in attesa delle risultanze degli esami medico legali e degli incroci sul Dna. I militari stanno esaminando anglio, che le bolle di conferimento dei vari camion che raccolgono i rifiuti per l’ azienda di Casine di Ostra per risalire al luogo di provenienza del materiale tra il quale c’ era anche il corpo. Ma stanno anche compiendo verifiche negli ospedali vicini ai punti di raccolta per rintracciare la madre della neonata. Durissima la reazione del Movimento per la vita, da anni impegnato in una campagna di sensibilizzazione sul tema dell’ abbandono e presente ormai capillarmente, a livello territoriale, con le sue 55 Culle per la vita: «La vita umana non è assimilabile ai rifiuti indifferenziati e la disattenzione del governo sul dramma dell’ abbandono dei neonati è inaccettabile – ha tuonato il presidente Gian Luigi Gigli -. Continua a leggere

San Giovanni Rotondo. Il Papa: “Oggi peggio che a Sparta, si scartano i bambini e gli anziani”

Un viaggio tra la fede, la sofferenza e la solitudine. Papa Francesco, dopo aver fatto visita a Pietrelcina, paese natale nel Beneventano del frate cappuccino, San Padre Pio, è andato a San Giovanni Rotondo, nel Foggiano dove ha visitato l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza e ha celebrato messa nella Chiesa di San Pio.

Il Pontefice è stato in compagnia bambini degenti nel reparto di oncoematologia pediatrica. E proprio sui bambini e i malati che si è concentrata l’omelia del Pontefice. I “profeti di morte di ogni tempo” esistono “anche oggi”: sono quelli “che scartano la gente, scartano i bambini, gli anziani, perché non servono”. Ha detto Bergoglio davanti a 40mila persone. “Da bambino a scuola ci insegnavano la storia degli spartani”, le parole di Francesco: “A me sempre ha colpito quello che ci diceva la maestra, che quando nascevano bambini o bambine con malformazioni li portavano alla cima del monte e li buttavano giù perché non ci fossero questi piccoli. Noi bambini dicevamo: ‘Ma quanta crudeltà'”. “Fratelli e sorelle, noi facciamo lo stesso, con più crudeltà, con più scienza”, la denuncia: “Quello che non serve, quello che non produce va scartato. Questa è la cultura dello scarto: i piccoli non sono voluti oggi e per questo Gesù è lasciato da parte”.

E infine: “I piccoli sono quelli che hanno bisogno dei grandi, che non sono autosufficienti, che non pensano di bastare a sé stessi. Piccoli sono quelli che hanno il cuore umile e aperto, povero e bisognoso, che avvertono la necessità di pregare, di affidarsi e di lasciarsi accompagnare. Il cuore di questi piccoli è come un’antenna, che capta il segnale di Dio”. “Chi si prende cura dei piccoli sta dalla parte di Dio e vince la cultura dello scarto, che, al contrario, predilige i potenti e reputa inutili i poveri. Chi preferisce i piccoli proclama una profezia di vita contro i profeti di morte di ogni tempo”. Continua a leggere

Il rianimatore. Picardo: «Mai staccare i supporti vitali ai bambini»

I drammatici casi inglesi sollevano domande sulla malattia, le cure, la morte. Le risposte di Sergio Picardo, del «Bambino Gesù»

(Avvenire, 15.03.18)
 
Nei giorni in cui i tribunali inglesi decidono la sorte del piccolo Alfie Evans, affetto da una malattia rara per la quale secondo l’Alder Hay Children Hospital di Liverpool, non esistendo possibilità di cura, sarebbe inutile continuare a fornire i supporti vitali, è opportuno chiarirsi le idee sui grandi interrogativi sollevati da vicende tanto drammatiche. A cominciare da cosa si intenda davvero per ‘migliore interesse del bambino’, concetto che torna nelle sentenze sul caso di Alfie dopo quelli di Isaiah e di Charlie Gard. Sergio Picardo, responsabile di Anestesia, rianimazione e Comparto operatorio dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, tiene a chiarire che «se non esistono cure, o se sono inutili, compito del medico è fare in modo che la malattia venga vissuta nella maniera più dignitosa possibile. Ma il supporto delle cure vitali resta».
 
Qual è di prassi l’approccio per le malattie gravi?
 
Di norma si effettuano le manovre diagnostico- terapeutiche al fine di arrivare a una diagnosi, alla terapia e a una prognosi. In ogni caso la terapia dovrebbe essere proporzionale al grado di malattia.
 
Quando si decide che è il momento di fermarsi con le cure?
 
I limiti della medicina si sono spostati molto in avanti. Noi possiamo utilizzare terapie avanzate nei casi in cui ovviamente queste terapie siano utili. Anche la terapia più evoluta deve essere sempre commisurata alle condizioni del paziente e alla sua prognosi. Nel caso, per esempio, di un tumore al polmone se la chemioterapia si è rivelata inefficace e inutile la si sospende, sempre ovviamente coinvolgendo e accompagnando la famiglia in questa decisione. Continua a leggere

“Allarme pillola del giorno dopo. Overdose di vendite”

da Noi Famiglia&Vita, supplemento mensile di Avvenire – Febbraio 2018
 
di Antonio Casciano
 
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della legge 194, che, come noto, ha introdotto nel nostro ordinamento, era il 1978, la disciplina dell’aborto volontario (Ivg). Come prescritto dall’articolo 16 del testo normativo, il ministro della Salute presenta ogni anno al Parlamento una relazione concernente lo stato di attuazione della legge, sulla base dei dati forniti dalle regioni, raccolti dal Sistema di sorveglianza operante presso l’Istituto superiore di Sanità ed elaborati dall’Istat. La relazione di quest’anno si apre inanellando una serie di dati a conferma dell’andamento decrescente del numero di aborti praticati in Italia. Si legge infatti: «Per il terzo anno di seguito il numero totale delle Igv è stato inferiore a 100.000 [esattamente 84.926 nel 2016, di cui 59.423 a carico di cittadine italiane], più che dimezzato rispetto ai 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia». Il ricorso all’aborto appare in diminuzione in ogni fascia d’età, ancorché la percentuale delle minorenni che vi accedono pare essere rimasta invariata negli ultimi anni. Per ciò che riguarda istruzione, occupazione e condizione familiare, si può rilevare che il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito nel 2016 era in possesso di licenza media superiore, il 47.4% era occupato, il 57,8% nubile, il 43,9% non aveva ancora avuto prole. Diverse le criticità che emergono a una disamina attenta del documento. Infatti, la diminuzione degli aborti è molto meno evidente in termini percentuali se si tiene conto della diminuzione della popolazione femminile in età fertile. Inoltre nella relazione si accenna solo timidamente alla pesante incidenza che, sulla riduzione del numero di Ivg, ha avuto il ricorso all’aborto precoce da farmaci che ostacolano l’annidamento dell’embrione nell’utero materno. Continua a leggere

Prendersi cura di Alfie non è accanimento terapeutico

Paglia_Alfie_accanimento_vita_eutanasia

Sulla dolorosa vicenda di Alfie Evans – come nel caso di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup – la propaganda della cultura della morte si è dimostrata molto efficace nel generare confusione.
 
Differenza tra cura, palliazione e accanimento terapeutico
 
Abbiamo più volte cercato di fare chiarezza, su un tema che è oggettivamente molto delicato, perché all’atto pratico in molti casi, il confine tra l’accanimento terapeutico e la cura è oggettivamente molto sottile. E in questo caso bisognerebbe potersi  fidare della “scienza e coscienza” dei medici, sperando che la coscienza degli stessi sia rettamente formata e non già plagiata dalla propaganda mortifera di cui sopra.

Certamente, però, dispiace che le autorità morali che dovrebbero contribuire alla formazione della suddetta retta coscienza  contribuiscano a loro volta a creare la confusione in questione: i giudici inglesi hanno usato anche le parole di Papa Francesco per giustificare la loro sentenza di morte.

Da ultimo, per esempio, Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha rilasciato un’intervista a Tempi in cui sembrerebbe che la “sospensione dei trattamenti” non sia eutanasia: come se tutte le persone che girano per la strada col carrellino e il respiratore fossero vittime di accanimento terapeutico….

Nel tentativo di fare chiarezza riportiamo alcuni passi di un articolo di un medico e sacerdote, don Roberto Colombo,  che è stato citato da Costanza Miriano nel suo blog: spiega bene qual è la situazione del piccolo Alfie e sul perché il respiratore che lo aiuta a vivere non è uno strumento di accanimento terapeutico, anche secondo la lettera del Papa usata dai giudici a supporto della loro scelta eugenetica e mortifera. Continua a leggere

Cari cattolici, dobbiamo rassegnarci ad avere anche noi i nostri Alfie?

Tutto quello che non torna nella sentenza che cita papa Francesco e nella legge italiana sul biotestamento
 
di Assuntina Morresi
 
Isaiah – un anno appena compiuto – ha respirato per sette ore, dopo che gli hanno sospeso la ventilazione artificiale, e poi è morto. Era un gravissimo cerebroleso, non malato: di suo era sano, ma qualcosa non ha funzionato nell’ospedale inglese durante il parto e lui e sua madre hanno rischiato di morire. I medici prima lo hanno salvato, poi hanno deciso che in quelle condizioni il massimo interesse per lui era morire, a prescindere dalla richiesta dei genitori, che invece volevano continuare a prendersi cura di loro figlio: per loro Isaiah andava bene anche così, anche se non poteva ridere e giocare e gattonare e mangiare e bere e sporcarsi e fare i capricci come tutti gli altri bambini. La Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo aveva però respinto il ricorso dei genitori, che si opponevano al King’s College di Londra, dove Isaiah era ricoverato e dove è morto.

Per Alfie – 21 mesi – si prospetta lo stesso percorso, anche se la sua storia è totalmente diversa: lui ha una malattia sconosciuta, sicuramente neurodegenerativa, sicuramente letale – cioè è destinato a morire a breve, anche se non si sa quando – che nessuno è riuscito a diagnosticare con precisione, e per cui l’unico nome proposto è “la malattia di Alfie”. Anche di lui i medici dell’ospedale inglese in cui è ricoverato, l’Alder Hey Children’s Hospital, pensano che sia meglio morire; anche per lui hanno proposto ai suoi genitori di sospendere i sostegni vitali – respirazione, alimentazione, idratazione; anche i suoi genitori, giovanissimi, si sono opposti. Ma anche per lui il contenzioso legale, ancora in corso, sta andando nella stessa direzione di quello di Isaiah, e di quello, prima ancora, di Charlie Gard, e di quello della ragazzina francese Inès, e di chissà quante altre persone con “scarsa qualità di vita”. Continua a leggere

8 marzo, Gigli: donne libere da violenza dell’aborto e da utero in affitto

Vitanews, 8 MAR – “La Festa della Donna sia per tutte le forze politiche l’occasione di un impegno serio a rendere tutte le donne libere di non abortire, sottraendole almeno alla violenza dell’aborto da cause socio-economiche”. Lo dichiara in una nota l’On. Gian Luigi Gigli, Presidente del Movimento per la Vita Italiano.
“Urge anche una generale mobilitazione contro l’orrenda pratica dell’utero in affitto – sottolinea Gigli – e le finte ovodonazioni effettuate sulla pelle di donne bisognose. Le migranti abusate e le donne oggetto della tratta a fini di prostituzione sono altri esempi di un’agenda contro la violenza sulle donne che meriterebbe di trovare un consenso generale nel nostro Paese. In occasione della Festa della Donna, il Movimento per la Vita ringrazia tutte le donne che hanno detto ‘sì’ alla vita e tutti i volontari che le hanno aiutate a sentirsi meno sole nelle loro difficoltà. Il sorriso dei bambini che hanno potuto venire al mondo ha ripagato largamente le une e gli altri”.

 

Londra. Staccata la spina: la morte procurata del piccolo Isaiah

I casi dei due bambini inglesi mostrano che servono strumenti certi per fondare decisioni drammatiche su basi solide. Mentre c’è chi parla di qualità della vita attesa
 
di Carlo Bellieni 
 
Anche per il piccolo Isaiah Haastrup è arrivata la morte, ieri, al King’s College di Londra, dove era ricoverato per la grave invalidità causata da un parto drammatico. Morte procurata dai medici – come per Charlie Gard, come sta per esserlo per il piccolo Alfie – dopo che la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha dichiarato inammissibile il ricorso dei genitori, che chiedeva di continuare il trattamento salvavita.

Questi casi di sospensione della ventilazione a bambini molto piccoli e gravissimi reclamano chiarezza sul fatto che è inaccettabile che si sospendano le cure a chi ha possibilità di continuare una vita, seppur con disabilità o addirittura con grave danno cerebrale se le cure non sono futili; e che la futilità o la gravosità devono venire oggettivate da dati misurabili. Su questo la rivista Acta Paediatrica di febbraio mostra dati inquietanti dall’Olanda: si possono sospendere le cure in base alla qualità di vita attesa.

Come dunque regolarsi per non scambiare la futilità delle cure con un’improbabile futilità della vita? Il primo passo è l’oggettività dei dati, che non può essere offuscata da pareri personali. I genitori o un tribunale sono i tutori dell’interesse del bambino e non devono far altro che tutelarlo al massimo.

Le alternative sono una medicina consumistica, con la quale si ottiene ciò che si chiede, o una medicina delle scorciatoie, che si arrende troppo presto per la pigrizia di non aver raccolto tutti i dati o per il pregiudizio. Il rischio è che si sospendano le cure non per inutilità o insopportabilità ma di fronte a una vita con disabilità grave. Continua a leggere

Potrebbe accadere anche in Italia

Salvo improbabili ripensamenti della Cedu, anche il piccolo Alfie Evans è destinato a morire, non già per la sua malattia ma per la sospensione delle cure. E’ da vedere se ciò sia davvero il ‘suo miglior interesse’, come pretendono i giudici inglesi, oppure se a prevalere sia solo l’interesse della spesa sanitaria britannica. Si sta affermando in Europa il concetto per cui la sospensione delle cure non solo è un diritto incontrastabile del soggetto capace di esprimere le sue scelte, ma costituisce anche un obbligo per coloro che ne pretendono troppe: basta avanzare il sospetto di futilità delle cure o di accanimento terapeutico per obbligare qualcuno a togliersi di scena. La legge sul biotestamento da poco approvata potrebbe portare anche in Italia ad un conflitto tra istituzioni sanitarie ed esercenti la potestà genitoriale. Anche da noi sarebbe chiamato a decidere il giudice. Per ora non è accaduto, ma con la legge 219/17 l’argine a tutela del minore e dell’incapace si è fatto più fragile, anche quando la famiglia vuole tenerlo in vita.

Gian Luigi Gigli – Presidente del Movimento per la Vita Italiano

Negato l’appello: Alfie deve essere ucciso in ospedale

(fonte: notizieprovita.it)
 
Alfie Evans deve morire a Liverpool, nell’ospedale.

Il  bambino di cui certamente sapete la triste storia (cliccate qui, se non la conoscete) non può andare a Roma, al Bambin Gesù, a vedere se c’è qualche speranza di essere curato o almeno di capire che male abbia: perché l’esatta natura della malattia ancora non è stata capita.

Il Sig. Knafler (l’avvocato degli Evans) aveva chiesto solo un altro po’ di tempo, all’estero, per capire e sperare: questa è la scelta che  adotterebbero milioni di genitori in tutto il mondo.

Potrebbe morire nel frattempo, Alfie. Lo sanno: sarebbe una morte nobile ed eroica, quella di un combattente, rispetto a una morte organizzata e procurata in un ospedale.

Uno dei giudici ha obiettato che invece il bambino potrebbe essere danneggiato dall’intervento necessario per il trasporto: se morisse nel tentativo sarebbe “una morte indegna e non pianificata” (“an undignified, unplanned death”).

E così, oggi, la Corte ha deciso: niente Appello. Continua a leggere

Il Papa sulle cure palliative: curare sempre, anche se non si può guarire

La missiva, a firma del cardinale Parolin, indirizzata ai partecipanti al Congresso sulle cure palliative in corso a Roma. La sedazione? Estremo rimedio
 
Curare sempre, anche se non sempre è possibile guarire. Questa, in estrema sintesi, è l’indicazione contenuta nella Lettera di Papa Francesco, a firma del cardinale segretario di Stato Piero Parolin ai partecipanti al Congresso internazionale sulle cure palliative. L’incontro ha il titolo “Palliative Care: everywhere & by Everyone. Palliative care in every region. Palliative care in every religion or belief” ed è organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita. In questa occasione verrà presentato ufficialmente il Progetto PAL-Life, ideato e realizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita per la diffusione globale delle cure palliative.

Durante il Congresso verranno affrontate tematiche quali il contributo delle cure palliative alla medicina, la diffusione delle cure palliative, l’impatto delle diverse fedi religiose e prospettive spirituali sulla cura del morente, le implicazioni politiche ed economiche delle cure palliative.

L’obiettivo principale del Congresso e del Progetto PAL-Life è promuovere il dialogo e la cooperazione tra i diversi attori coinvolti nell’esercizio e nella diffusione delle cure palliative e, attraverso questa collaborazione tutelare la dignità del morente, facendosi carico della sua vulnerabilità.

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha inviato a monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione dell’apertura dei lavori del Convegno. Continua a leggere

I genitori di Alfie ricorrono in appello, donazione dall’Everton

L'immagine del piccolo Alfie è publicata sulla pagina Facebook che conduce la campagna in suo favore

Sarà discusso il 1° marzo il ricorso dei genitori di Alfie Evans, il bambino di 21 mesi affetto da una malattia neurodegenerativa. Il giudice di primo grado aveva autorizzato a staccare le macchine.

di Francesco Ognibene
Avvenire, 22.02.18

Verrà discusso giovedì 1° marzo presso una Corte d’Appello di Londra il ricorso di Kate e Tom Evans contro la sentenza dell’Alta Corte con la quale il giudice Hayden ha accolto martedì la richiesta dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool perché vengano sospesi i supporti vitali e le terapie che tengono in vita il loro figlio Alfie. Il bambino, 21 mesi appena, è affetto da una rara quanto tuttora misteriosa malattia neurodegenerativa che sembra non lasciargli scampo, ma le sue condizioni non ne fanno un malato terminale. L’ospedale pediatrico presso il quale è ricoverato sostiene che proseguire le cure sarebbe una forma di accanimento «inumano e ingiusto», tesi accolta nella sostanza dal giudice secondo il quale far morire il bambino è nel suo «migliore interesse»: «Era assolutamente giusto che venisse esplorata ogni ragionevole opzione per Alfie – ha detto Hayden –. Ora sono fiducioso che questo è stato fatto» e dunque si può procedere al distacco delle macchine, come accadde nel caso di Charlie Gard l’estate scorsa, con l’applicazione delle necessarie cure palliative per accompagnare il bambino di Liverpool alla morte. I genitori, originari di Bootle, nel Merseyside, hanno replicato che «nostro figlio ha due anni ed è stato condannato alla pena di morte. Questo è sbagliato».
L’ostacolo principale per il ricorso era economico: gli Evans, appena ventenni e di semplici origini, hanno fatto appello alla generosità di chi li ha seguiti con affetto crescente a Liverpool e altrove. Ma la svolta è arrivata da un evento inatteso. Continua a leggere