«Il Vaticano già paga l’Imu» dice il governo

Imu e Vaticano. Il Ministero dell’Economica interviene spiegando che la Chiesa già paga l’Imu sugli immobili, mentre è esente (come altri) per attività solidali. Si parla anche di percentuali bulgare sulla contrarietà degli italiani nel tassare le parrocchie, per questo la vicenda verrà congelata.
 
(UCCR, 4.12.18)
 
La notizia è partita ieri sera dall’agenzia Adnkronos, in contatto con «autorevoli fonti di governo». Le quali hanno annunciato che la questione “Imu-Chiesa” è congelata e sarà forse riaperta in futuro perché, viene spiegato, una serie di sondaggi provano che gli italiani sono in realtà contrarissimi a “tassare la Chiesa”«Percentuali bulgare», si legge, «dimostrano che una decisione in questa direzione si trasformerebbe in un vero e proprio boomerang» per il governo giallo verde.

Ma c’è un secondo motivo per cui il governo non ha alcuna intenzione di riaprire il capitolo Imu, ed è molto semplice. Ecco quanto riportano fonti del Ministero dell’Economia e delle finanze (Mef): «Il Vaticano già paga l’Imu sugli immobili con finalità commerciali, ma è esentato, come tanti altri organismi ed enti laici, solo per le attività solidali ed educative. Tassare tutte le proprietà vorrebbe dire costringere la Chiesa a chiudere oratori e altre realtà che “salvano i ragazzi dalla strada”».

La questione era stata riaperta un mese fa, quando la Corte di giustizia dell’Unione europea ha sentenziato che l’Italia ha facoltà di recuperare l’Ici non versato da tutti quegli enti non commerciali che ospitavano attività commerciali al loro interno nel periodo 2007-2011 e che allora si riteneva impossibile riscuotere. In nessun passaggio della sentenza si parlava di “chiesa” o di “Vaticano”, ma i media tradussero la notizia con: “L’UE impone all’Italia di riscuotere l’IMU al Vaticano”. Continua a leggere

Le bimbe nate con Dna modificato: quelle figlie manipolate per «esperimento»

He Jiankui in una foto di ottobre 2018 (Ansa)

di Assuntina Morresi 

(Avvenire, 27 novembre 2018)
 
Al momento in cui stiamo scrivendo non ci sono ancora conferme indipendenti alla notizia della nascita dei primi bambini nati con Dna modificato in laboratorio, in una procedura di fecondazione in vitro. Stiamo cioè parlando di un annuncio pubblico fatto da un ricercatore cinese, He Jiankui dell’Università di Shenzhen, che sarebbe anche il responsabile dell’esperimento stesso: non si tratta di una pubblicazione specialistica, quindi, né di una comunicazione a un consesso di esperti, almeno per ora, e già questo la dice lunga su un certo modo – sbagliato – di trattare la ricerca scientifica, per la quale il rigore dovrebbe essere sempre d’obbligo, a partire dalle modalità di comunicazione.

Ma se la notizia dovesse essere confermata nei termini in cui è stata lanciata, allora sapremo che sono bambine cinesi le prime cavie umane sacrificate al gene editing, nella sua applicazione secondo la modalità CRISPR-Cas9.

Secondo quanto comunicato finora, infatti, due gemelline cinesi nate circa un mese fa sono state concepite in vitro con Dna modificato secondo una recente tecnica di manipolazione genetica, che avrebbe consentito di renderle resistenti al virus dell’Hiv, cioè a una malattia non ereditaria. Quindi sarebbero state due bambine probabilmente sane, se concepite in provetta senza alcun intervento sul loro Dna; un intervento che, se confermato, sarebbe stato eseguito a titolo di esperimento “scientifico”, e neppure teoricamente “terapeutico”, sempre che questi termini abbiano un qualche senso in questo contesto.  Continua a leggere

Scienza. Cina choc: «Ecco i primi bambini con il Dna modificato»

Cina choc: «Ecco i primi bambini con il Dna modificato»

L’esperimento annunciato su Youtube da uno scienziato di Shenzhen, He Jiankui, ma per ora non confermato da fonti indipendenti. Le gemelle sarebbero state programmate per “resistere” all’Hiv
 
(Avvenire, 26.11.18)
 
«Abbiamo fatto nascere i primi bambini geneticamente modificati». Ecco la notizia choc che uno scienziato cinese, He Jiankui di Shenzhen, ha dato attraverso un video pubblicato su un canale Youtube. Il ricercatore sostiene di aver alterato gli embrioni di sette coppie, che si stavano sottoponendo a cure per la fertilità, e che una di queste gravidanze sarebbe andata in porto: i bambini, due gemelle per l’esattezza (Lulu e Nana), sarebbero nate una settimana fa. Alle piccole sarebbe stata applicata la tecnica del Crispr, cioè dell’editing genetico, che permette agli scienziati di rimuovere e sostituire una parte del Dna con estrema precisione. In particolare, lo scienziato Jiankui ha dichiarato di aver “silenziato” il recettore cellulare Ccr5, al quale si lega il virus dell’Aids, con l’obiettivo di ottenere la resistenza genetica al virus dell’HIV e – in futuro – l’obiettivo ambizioso di passare a vaiolo e colera.

La novità è emersa inizialmente con un articolo pubblicato domenica dal giornale MIT Technology Review, che citava documenti medici pubblicati online dalla squadra di ricerca di He alla Southern University of Science and Technology di Shenzhen per reclutare coppie per gli esperimenti. Poi è stato pubblicato online il video dello scienziato, che ha scatenato un acceso dibattito nella comunità scientifica: alcuni esperti sollevano dubbi sulla presunta svolta, mentre altri la descrivono come una nuova forma di eugenetica. Non c’è ancora alcuna verifica indipendente di quanto sostiene lo scienziato: l’esperimento non è stato pubblicato su nessun giornale specializzato peer-reviewed, in cui cioè gli articoli scientifici vengono passati al vaglio di altri esperti, una omissione che i critici non hanno mancato di sottolineare. Le rivelazioni giungono alla vigilia della conferenza di esperti mondiali che si terrà martedì a Hong Kong, dove è atteso che He riveli più dettagli. Continua a leggere

E’ inaccettabile affittare l’utero? Sì

Maternità surrogata

di Stefano Ojetti

(interris.it, 20.11.18)
 
Nonostante la surrogazione di maternità sia espressamente vietata nel nostro Paese dall’art. 12 comma 6, della legge 40 del 2004, il Tribunale di Milano ha recentemente ordinato agli uffici di Stato civile di rettificare l’atto di nascita di una bimba figlia di due padri. Tale decisione non è stata avvallata in toto dal consiglio comunale che ha visto una parte della maggioranza dissociarsi dal sindaco Beppe Sala relativamente alla trascrizione degli atti di nascita di bambini “figli di due padri”. Torna così all’attenzione dei media l’annoso dibattito relativo alla pratica dell’utero in affitto.

Tutto nasce, negli ultimi decenni, dall’errata interpretazione che ha visto confondere il desiderio con il diritto ad avere un figlio. Da questo assunto sono nate nuove prospettive scientifiche che spesso, in termini etici, hanno calpestato la naturalezza della procreazione e della gestazione. Mi riferisco al cosiddetto utero in affitto il cui termine, per attenuarne l’impatto semantico, si è cercato di edulcorare con quello di maternità surrogata o di gravidanza per altri (Gpa) cosicché in qualche modo se ne possa nascondere la triste gravità. Con questa procedura si assiste di fatto ad un doppio attentato alla dignità umana,  con la cosificazione del corpo femminile e con la condanna dei bambini, come affermava San Giovanni Paolo II nella sua Lettera alle famiglie, ad “esser orfani dei loro genitorivivi”.

Si tratta di fatto  di  avere in prestito, per il periodo gestazionale, l’utero di una donatrice per impiantarvi un embrione confezionato  con gameti esterni o della coppia committente, poco importa se etero o omosessuale, la quale diventerà quindi la coppia genitoriale sociale. In altri termini, come in ogni contratto, si stabilisce un pactum tra due parti contraenti in cui, secondo un prezzo stabilito, una è la parte committente e l’altra la ricevente, ciò in nome di un sostegno alla coppia che deve essere padrona, comunque e ad ogni costo, del diritto ad avere un figlio. Poco importa infatti se, a fronte di cifre che negli Stati Uniti possono arrivare finanche a 100mila dollari, le gestanti siano giovani donne che soprattutto in paesi quali l’India sono costrette a mercificare il proprio corpo per qualche migliaio di rupie, senza tutela sanitaria e non potendo poi accampare alla nascita diritti sul bambino che comunque per nove mesi hanno portato nel loro grembo. Continua a leggere

Ici, ma quale condanna? Corte Ue dà ragione alla Chiesa

Chiesa e Italia condannate? Nient’affatto; Enti ecclesiastici favoriti dall’esenzione Ici? Nemmeno. La sentenza della Corte di giustizia UE riguarda solo la necessità di valutare se lo Stato fosse davvero impossibilitato a recuperare l’Ici per il no profit che ne era esente. Eppure i media hanno sparato su fantomatiche condanne, quando semmai la sentenza conferma un principio fondamentale per gli enti ecclesiastici: non sono enti commerciali. Con buona pace dei Radicali e degli anticlericali. Intervista al giurista Farri.
 
La sentenza della Corte di Giustizia UE: l’Italia recuperi l’ICI non versata dalla Chiesa“: così titolavano ieri, con minime variazioni stilistiche, le principali testate giornalistiche presenti in rete. E’ davvero così? La Nuova BQ lo ha chiesto all’avvocato Francesco Farri, tributarista, dottore di ricerca nell’Università La Sapienza di Roma e socio del Centro Studi Rosario Livatino. E ha scoperto che le cose non stanno affatto così, anzi, la sentenza stabilisce un principio: che gli enti ecclesiastici non non sono enti commerciali. Ma anche questa è una battaglia Radicale e i media si adeguano nel solco dell’anticlericalismo.
 
Avvocato Farri, è vero che ieri la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato l’Italia a recuperare l’ICI sugli immobili della Chiesa Cattolica?
Niente affatto: siamo di fronte a un caso tipico in cui la realtà giuridica è molto diversa rispetto al messaggio con cui è stata divulgata dai media. Sul mio pc sono comparsi prima i rilanci giornalistici della pubblicazione del testo della sentenza sul sito ufficiale della Corte di Giustizia. Per cui non mi meraviglio di alcune approssimazioni interpretative su un tema che i media non frequentano.
 
Qual è, allora, l’oggetto della sentenza depositata ieri?
Da molti anni alcune organizzazioni hanno sollecitato la Commissione Europea ad occuparsi delle agevolazioni fiscali di cui godono alcune attività legate al no profit. Ciò al fine di far dichiarare le norme in questione contrastanti con il divieto di aiuti di Stato stabilito dai Trattati Europei. In uno di questi casi, sollecitato dalla scuola Montessori S.r.l. di Roma, la Commissione aveva stabilito che fosse contrastante con il divieto di aiuti di Stato il regime di esenzione dall’ICI (imposta comunale sugli immobili) applicabile prima del 2012 agli immobili utilizzati dagli enti non commerciali (come associazioni e fondazioni) destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, religiose o di culto. Allo stesso tempo, tuttavia, la Commissione aveva ritenuto che fosse oggettivamente impossibile per la Repubblica Italiana procedere al recupero di questo tipo di “aiuti”. Nella stessa occasione, la Commissione aveva invece ritenuto che le modifiche apportate a tale agevolazione dal 2012 in poi (e, quindi, nell’attuale sistema IMU) erano sufficienti a rendere l’esenzione compatibile con i principi europei. La Montessori S.r.l. ha contestato tale decisione in ogni sua parte e il giudice di primo grado le ha dato torto su tutti i fronti. Essa ha, successivamente, proposto ricorso avverso tale decisione di primo grado e la Grande Sezione della Corte di Giustizia, da un lato, ha confermato che la normativa successiva al 2012 è pienamente legittima e, dall’altro lato, ritenuto che non fosse stata adeguatamente dimostrata l’obiettiva impossibilità di procedere al recupero dell’ICI per gli anni precedenti. Continua a leggere

La prescrizione è una norma di civiltà e va salvata

La prescrizione è una norma di civiltà e va salvata

di Alfredo Mantovano 

(centrostudilivatino.it)
 
Nel nostro sistema giudiziario una quantità impressionante di processi termina con quella ammissione di sconfitta da parte dello Stato che è la prescrizione. Di fronte alla proposta del ministro della Giustizia di fermarne il corso dopo la sentenza di primo grado non ha senso, come più d’uno ha fatto nella discussione che ne è seguita, ricordare quante prescrizioni maturano in Cassazione: appena l’1,2% dei fascicoli ivi pendenti. Il tempo negli uffici giudiziari in realtà decorre inutilmente o già nella fase delle indagini preliminari, o durante il giudizio di appello. Nel primo caso la prescrizione è il modo ordinario col quale più d’un p.m. trasforma in discrezionale quell’azione penale che la Costituzione impone come obbligatoria: talora schiacciato dalla mole dei procedimenti, il p.m. iscrive nel registro l’informativa di reato e la lascia morire senza trattarla. Nel secondo caso la prescrizione matura perché la fase dell’appello è diventata il collo d’imbuto dell’ordinamento, e non sempre i singoli distretti adottano misure organizzative tali da scongiurare esiti disastrosi: ricordiamo tutti la recente estinzione per prescrizione di due gravi violenze sessuali in un’importante Corte di appello del Nord, avvenuta non perché i termini per quel delitto siano brevi, ma perché si erano lasciati passare rispettivamente 20 e 17 anni senza giungere alla conclusione. Sospendere i termini dopo il primo grado scongiurerebbe certe sciatterie?

Usciamo da una discussione – more solito – dai toni ideologici. Esprimere riserve per l’emendamento del ministro Bonafede non equivale in automatico a schierarsi per l’impunità. Salviamo le intenzioni di tutti: quelle di evitare che i colpevoli approfittino del tempo che scorre per restare impuniti, e quelle di scongiurare che la sottoposizione a un processo penale diventi una condizione esistenziale perenne. Continua a leggere

Mozioni anti-aborto: Verona chiama, Roma e Milano rispondono

Donna incinta

Anche in Campidoglio e nel capoluogo lombardo il tentativo di sostenere i Centri d’Aiuto alla Vita
 
di Federcio Cenci

(interrris, 23.10.18)
 
Il consiglio comunale di Verona è stato precursore. Con ventuno voti a favore e sei contrari, ad inizio mese ha approvato una mozione che impegna la città scaligera a finanziare le associazioni che si spendono per sostenere le gravidanze difficili offrendo alle donne un’alternativa all’aborto. Ne sono seguite roventi polemiche. Ma Verona ha rappresentato anche un modello, che ora si tenta di riproporre a Roma, a Milano e, chissà, forse anche altrove nei prossimi giorni.
 

La mozione in Campidoglio

Ampia risonanza ha avuto quanto si è consumato in Campidoglio. Fratelli d’Italia, prima firmataria Giorgia Meloni, vuole proclamare ufficialmente “Roma città a favore della vita”. Si chiede di “predisporre un piano straordinario che rimetta al centro delle politiche capitoline la famiglia e la natalità, a partire dalla leva fiscale con il quoziente familiare” e di “prevedere nella prossima manovra di bilancio le risorse necessarie per sostenere i Centri di Aiuto alla Vita operanti sul territorio” e “ulteriori progetti e servizi finalizzati ad informare le donne sulle alternative all’interruzione volontaria della gravidanza“. Il voto, che sarebbe dovuto esserci ieri, è slittato a giovedì. Numeri alla mano, tuttavia, sembra che l’idea di FdI di rendere la Città Eterna baluardo a favore della vita sia destinata a vanificarsi dinanzi alla decisione del gruppo di maggioranza, il M5s, di votare contro. L’ipotesi ha comunque agitato i gruppi femministi. Ieri sotto la statua di Marco Aurelio si sono radunate le attiviste di “Non una di meno” per – dicono – “difendere la legge 194”. Continua a leggere

Foibe. Dopo 73 anni una tomba per le vittime di Tito: “Precedente che farà storia”

La celebrazione solenne ieri al Sacrario di Udine

Recuperati a luglio a Castua, nella fossa comune indicata dai testimoni dell’epoca, erano stati assassinati il 4 maggio del’45 dalla polizia segreta comunista. Tra loro, il senatore Riccardo Gigante
 
(Avvenire, sabato 20 ottobre 2018)
 
Sette uomini. In comune non avevano niente, se non la sventura di passare per la stessa strada di Fiume lo stesso giorno, il 4 maggio del 1945. A guerra era finita, la polizia jugoslava di Tito scatenava il terrore e quella sera, tra le centinaia di altri italiani che spariranno nel nulla, trascinò via da casa il senatore Riccardo Gigante. Gli altri sei li rastrellò sulla via mentre lo trasferivano a Castua, a 12 chilometri da Fiume, e poco dopo i loro corpi giacevano insieme in una fossa comune rimasta sconosciuta fino a oggi: invano i loro cari hanno supplicato, per oltre 70 anni nessuno ha più saputo nulla di loro, desaparecidos come altri 650 fiumani, trucidati in tempo di pace dalla repressione comunista e privati anche di una tomba. Fino a ieri mattina.
 

“Dal 1992 alla ricerca di quei corpi”

Forte la commozione ieri a Udine, quando le sette urne avvolte nel Tricolore hanno ricevuto gli onori solenni e hanno finalmente trovato la pietà cristiana di una sepoltura nel Sacrario di San Nicolò. Il ritrovamento delle sette salme, avvenuto a luglio nei boschi di Castua (allora Italia, oggi Croazia), è un fatto epocale, sia per l’inedita forte collaborazione tra autorità italiane e croate che lo ha reso possibile, sia per gli scenari di futura sinergia che da oggi si potrebbero aprire per il recupero di migliaia di nostri connazionali scomparsi nelle Foibe. «Sono tanti gli attori di questa operazione senza precedenti, partita addirittura dagli anni ’90 e solo ieri giunta a soluzione – spiega Giovanni Stelli, presidente della Società di Studi Fiumani di Roma –. Il primo merito va al mio predecessore Amleto Ballarini, che dal 1992 a oggi ha indagato personalmente e ha scritto decine di lettere al ministero della Difesa italiano perché si adoperasse per l’individuazione della fossa comune». Sembrava un’utopia, non solo a causa della censura che in Italia come nei Paesi della ex Jugoslavia ancora copriva gli eccidi di Tito, ma anche per la fitta nebbia che dopo decenni rendeva impossibile ogni ricerca.  Continua a leggere

Vita. Dj Fabo e il suicidio assistito: oggi l’udienza alla Corte Costituzionale

Marco Cappato in tribunale a Milano durante un'udienza del processo in cui è accusato di aver aiutato a suicidarsi dj Fabo. Milano, 13 dicembre 2017 (Ansa)

Suicidarsi: è sempre e comunque un disvalore, oppure in determinate circostanze può essere un diritto? È l’interrogativo – giuridico e umano – che scioglierà la Corte Costituzionale
 
(Avvenire, 23.10.18)
 
Marco Cappato è imputato di fronte alla Corte d’assise di Milano, che a febbraio ha però sospeso il processo sulla vicenda Dj Fabo e inviato gli atti alla Consulta, dubitando della legittimità dell’art. 580 del codice penale su istigazione e aiuto al suicidio: oggi si è aperta l’udienza in Corte costituzionale.
 
Suicidarsi: è sempre e comunque un disvalore, oppure in determinate circostanze può essere un diritto? Dunque: ha ragione di continuare a esistere l’articolo 580 del Codice penale, che punisce chiunque induca o aiuti una persona a togliersi la vita, oppure tale norma deve essere dichiarata incostituzionale? È l’interrogativo – giuridico e umano – che scioglierà la Corte Costituzionale dopo l’udienza pubblica di martedì 23 ottobre e le camere di consiglio che ne seguiranno, decidendo sul “caso Marco Cappato” devolutole dalla Corte d’Assise di Milano.

Ricordiamo i fatti da cui scaturisce il procedimento: il 27 febbraio 2017 Fabiano Antoniani – “dj Fabo” –, milanese, muore in Svizzera in una “clinica” che offre il servizio di suicidio assistito. A fianco del paziente – cieco e tetraplegico, tuttavia non terminale – c’è (anche) Cappato il tesoriere dell’associazione radicale Luca Coscioni. È lui ad aver organizzato il viaggio, assecondando la volontà del paziente. Ed è sempre lui ad autodenunciarsi ai Carabinieri di Milano per aver violato il 580 (istigazione o aiuto al suicidio).

La Procura chiede l’archiviazione, ma il Gip ordina la formulazione coatta del capo d’imputazione. Continua a leggere

Aborto. Il «grazie» a papa Francesco da 17 associazioni che difendono la vita

Per la prima volta insieme esprimono in una lettera comune parole di gratitudine al successore di Pietro per le sue parole in difesa dei bambini non nati
 
(Avvenire, 10.10.18)
 
«Ringraziamo papa Francesco per le parole che egli ha pronunciato per difendere il diritto alla vita dei bambini non ancora nati». È un testo pieno di calore, affetto e passione quello scritto e firmato ieri da 17 associazioni e realtà cattoliche impegnate nella tutela e promozione della vita umana.

«Ringraziamo papa Francesco per le parole che egli ha pronunciato per difendere il diritto alla vita dei bambini non ancora nati». È un testo pieno di calore, affetto e passione quello scritto e firmato da 17 associazioni e realtà cattoliche impegnate nella tutela e promozione della vita umana. «Sono parole autorevoli ed efficaci – riprende la nota -, sulla scia di quanto più volte ribadito, perché il Santo Padre è molto amato anche nelle periferie del mondo e negli ambienti in cui è maggiormente diffusa una cultura aperta all’aborto. Lo ringraziamo a nome di tutte le associazioni, i gruppi e i movimenti di impegno cristiano e sociale che spendono la loro opera in difesa della vita, e soprattutto delle migliaia di volontari per la vita che si sentono incoraggiati dalla vicinanza loro espressa da papa Francesco. Lo ringraziamo a nome delle donne, che ascoltando le sue parole si sentiranno sostenute nella decisione di accogliere il figlio che vive nel loro grembo, ritrovando così il proprio innato coraggio e la gioia della maternità. Lo ringraziamo per il conforto dato a tutti i genitori che, rifiutando la cultura dello scarto, hanno accolto con amore i loro figli malati o con qualche problema. Ringraziamo papa Francesco – concludono le associazioni – perché ha collegato la riflessione sull’aborto a quella sulla pace e su ogni aggressione dell’uomo sull’uomo, perché tale collegamento dimostra che la questione dell’aborto non potrà essere considerata chiusa dalla sua legalizzazione. Rinnoviamo l’espressione della nostra fedeltà e del nostro affetto verso il Santo Padre Francesco». Continua a leggere

Olanda, ucciso con l’eutanasia un neonato: aspettativa di vita era di 10 anni

È la seconda volta dal 2005 che l’Olanda dichiara ufficialmente di avere ucciso un bambino con l’eutanasia secondo il Protocollo di Groningen: la qualità della vita del piccolo è stata considerata insufficiente
 
di Leone Grotti
Tempi, 12 ottobre 2018
 
In Olanda è stato ucciso un neonato di «meno di 12 mesi» con l’eutanasia. Si tratta del secondo caso ufficiale dal 2005, quando i pediatri olandesi hanno adottato il Protocollo di Groningen, elaborato dal professor Verhaegen, sulla soppressione dei neonati «affetti da malattie gravi». Il caso è stato dichiarato e comunicato ufficialmente nell’ultimo rapporto, uscito pochi giorni fa, redatto dalla Commissione di valutazione dell’interruzione tardiva di gravidanza e della morte provocata dei neonati.

SOFFERENZA INSOPPORTABILE

Il neonato soffriva di una patologia neurologica grave e i medici, con il consenso dei genitori, hanno valutato che fosse meglio ucciderlo per evitargli «una sofferenza insopportabile e senza prospettive» di guarigione.

«ASPETTATIVA DI VITA DI 10 ANNI»

I dottori hanno preso in considerazione diversi elementi per giustificare la morte con l’eutanasia: l’assenza di qualità della vita, lo stato di sofferenza del neonato e la mancanza di prospettive future. In realtà, si legge, il neonato aveva secondo gli esperti una «aspettativa di vita di 10 anni», durante i quali però la sua qualità della vita non sarebbe mai migliorata.  Continua a leggere

Verona “città a favore della vita”. Mpv: “possa illuminare altre città italiane”

Vitanews, 5 OTT – “Il Movimento per la Vita Italiano saluta con favore la mozione anti-aborto approvata dal Consiglio comunale di Verona. Non entriamo nel merito del dibattito e delle polemiche politiche. Non possiamo tuttavia non osservare come dalla città scaligera spunti un raggio di sole che, ci auguriamo, possa illuminare altre comunità locali sul valore della vita, sin dal concepimento, e sull’esistenza di alternative concrete all’interruzione della gravidanza per garantire il diritto alla nascita e una reale tutela della maternità”. Lo dichiara la Presidente del Movimento per la Vita Italiano, Marina Casini Bandini.

 

Verona: approvata mozione pro vita

Il Consiglio comunale vota a maggioranza, 21 voti, la mozione che vuole la città «a favore della vita». Tra loro anche Carla Padovani, capogruppo del Pd, che ha rilasciato un’intervista a Tv2000
 
(Avvenire, 5.10.18)
 
Il Consiglio comunale di Verona vota a maggioranza, 21 voti, la mozione che vuole la città «a favore della vita». Tra quei 21 c’è anche quello di Carla Padovani, capogruppo del Pd; gli altri sono della Lega e di Forza Italia. Gli altri dem votano contro, insieme al M5s e alla sinistra, arrivando a quota 6. Un no quasi pregiudiziale perché la mozione di Alberto Zelger, della Lega Nord, di fatto pone in discussione la 194. Apriti cielo. Il Pd pone Padovani sotto processoA Roma, più ancora che in riva all’Adige.

La signora Carla è una persona tranquilla ma ferma nei suoi principi “pro vita” e a favore della famiglia (cattolica, a suo tempo si è battuta contro le unioni civili sfidando anche allora le ire del suo partito). Confida di aver solo rispettato l’articolo 2 dello Statuto comunale che già da anni prevede che «la vita di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale, venga accolta e protetta in tutti i suoi aspetti». E anche l’articolo 2 del codice etico del suo partito, che prevede la libertà di coscienza.

Ma nel Pd non la pensano tutti così. Anzi. Se il segretario nazionale Maurizio Martina giudica «un grave errore il voto della capogruppo, perché non si può tornare al Medioevo». Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria, è altrettanto drastico: «Non si procede con colpi di mano ideologici su temi così delicati». Matteo Mauri, coordinatore della segreteria, prova a spiegare che si tratta di «una scelta individuale», ancorché non condivisa, ma Sergio Lo Giudice, responsabile diritti dei dem, sostiene addirittura l’incompatibilità di Padovani con il partito. Alessia Rota, veronese, vicepresidente del gruppo alla Camera, va oltre e invita la concittadina a dimettersi, perché «ha tradito i valori fondanti del nostro partito». «Esterrefatta e schifata» si dice Monica Cirinnà. Mentre per l’ex ministro Andrea Orlando non ci sono dubbi: Padovani va espulsa. Anche con il suo voto – insiste il Pd del Veneto – si torna al Medioevo.

In serata arriva una precisazione dello stesso leghista Zelger: «Questa non è una mozione contro la legge sull’aborto ma per prevenire l’aborto, come infatti chiede anche la stessa 194, che andrebbe applicata appieno nella prima parte». Ma aggiunge: «Se devo parlare a livello personale ritengo che l’aborto sia una cosa orrenda e che, dopo 40 anni, non sia una scandalo chiedere che alla 194 sia fatto il tagliando». Continua a leggere

Nobel per la pace al ginecologo congolese Denis Mukwege e all’attivista yazida Nadia Murad

Sono stati scelti, tra i 331 candidati “per i loro sforzi per mettere fino all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”
 
(rainews.it, 5.10.18)
 
Il premio Nobel per la pace è stato assegnato al medico congolese Denis Mukwege e alla yazida Nadia Murad. Sono stati scelti, tra i 331 candidati “per i loro sforzi per mettere fino all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”. “Entrambi i vincitori hanno dato un contributo cruciale a focalizzare l’attenzione e a combattere tali crimini di guerra”, si legge nella motivazione del comitato norvegese.
Il medico ginecologo congolese Denis Mukwege cura le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo, mentre Murad è una donna yazida irachena, attivista per i diritti umani, ex schiava sessuale dell’Isis, che nel suo villaggio ha ucciso migliaia di persone. “Denis Mukwege è l’assistente che ha ha dedicato la sua vita a difendere queste vittime. Nadia Murad è la testimone che racconta degli abusi perpetrati contro di lei e contro gli altri. Ognuno di loro a modo suo ha contribuito a dare maggiore visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra, in modo che gli autori possano essere ritenuti responsabili per le loro azioni”, si legge ancora nell’annuncio. “Il medico Denis Mukwege ha trascorso gran parte della sua vita aiutando le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo. All’ospedale Panzi, fondato a Bukavu nel 2008, il Dr. Mukwege e il suo staff hanno curato migliaia di pazienti che sono caduti vittima degli assalti. La maggior parte degli abusi è stata commessa nel contesto di una lunga guerra civile che è costata la vita a più di sei milioni di congolesi. Denis Mukwege è il simbolo più importante e unificante, sia a livello nazionale che internazionale la lotta per porre fine alla violenza sessuale in guerra e nei conflitti armati. Il suo principio di base è “la giustizia è affare di tutti”. Mukwege: “Dedico il premio alle donne vittime di violenza” Denis Mukwege ha dedicato il premio Nobel per la pace alle donne “uccise nei conflitti e colpite da violenza ogni giorno”. Lo ha affermato lui stesso in una breve dichiarazione alla stampa. Continua a leggere

Boom di bambini gender neutral: Londra si chiede perchè

La crescita esponenziale ha portato a un’indagine del Ministero. Sotto accusa l’educazione di genere a scuola
 
di Federico Cenci

(interris, 20.09.18)
 
In Gran Bretagna ormai anche le orecchie più pigre iniziano ad udire il suono d’allarme prodotto dalla diffusione massiccia dell’ideologia gender. Se prima erano soltanto settori della società civile, nonché alcuni psichiatri ed alcuni medici a levare la propria voce di dissenso, ora la questione è giunta fin dentro Downing Street.
 
L’indagine del Ministero

Il ministro delle Pari Opportunità, Penny Mordaunt, ha incaricato dei funzionari governativi di avviare un’indagine per capire il motivo per cui un numero impressionante di bambini ed adolescenti manifesta il desiderio di cambiare il proprio sesso biologico. Secondo un rapporto del Ministero della Salute, infatti, rispetto a dieci anni fa, si è registrato un aumento del 4.400 per cento. Ad essere coinvolte sono soprattutto le femmine: nel biennio 2009-10 erano 40 quelle che chiedevano di cambiare sesso, mentre nel biennio 2017-18 sono diventate 1.806. Una fonte dell’Ufficio per le pari opportunità citata dal Times ha dichiarato che “c’è stato un sostanziale aumento nel numero di persone nate femmine che si sono rivolte al Servizio sanitario nazionale” per cambiare sesso. “Esistono prove – prosegue la fonte – che questa tendenza si sta verificando anche in altri Paesi. Poco si sa, tuttavia, sul perché e su quali possono essere gli impatti a lungo termine”. Continua a leggere

Thomas Evans, l’ultimo avventuriero del mistero di Alfie

La legge inglese non ha avuto la meglio sul fuorilegge che combatte per il mistero della vita dei propri figli. Premiato ad Atreju, il padre del piccolo inglese racconta perché non è ancora finita

di  

(tempi.it, 25.09.18)

«Mi chiamo Thomas Evans». Ha ancora tanto da fare, Tom, la legge non ha avuto la meglio sul fuorilegge, abile a dare pienezza a quel mistero che è stato il suo bambino Alfie Evans. Poco meno di due anni e neanche un secondo perso, se è vero che cercare di risolvere un mistero non ha a che fare con la perdita di tempo ma con l’essere uomo. «Mi chiamo Thomas Evans. Sono il papà di un bellissimo bambino di nome Alfie», e si commuove il papà increspando un sorriso davanti ai tantissimi venuti ad ascoltarlo ad Atreju, la convention politica organizzata dal 21 al 23 settembre all’Isola Tiberina da Fratelli d’Italia. «Alfie non è più con noi; la legge inglese non ci ha permesso di salvarne la vita».

DI COSA HA PAURA L’INGHILTERRA?L’ultima volta che Tom è stato a Roma ha incontrato papa Francesco, e qui, dove l’ospedale vaticano Bambino Gesù si era offerto di assisterlo fino all’ultimo respiro, sperava fosse portato Alfie. Così non è stato, «credo che gli inglesi fossero spaventati dal fatto che Alfie venendo qui potesse anche solo leggermente migliorare», spiega Tom a tempi.it. Spaventati: non lo erano abbastanza Tom e la sua compagna Katie quando i medici dell’Alder Hey di Liverpool parlarono loro di “best interest”, «nel caso di nostro figlio era semplicemente morire». Almeno non spaventati quanto i dottori, e poi i giudici, i tribunali: di cosa aveva paura l’Inghilterra quando rifiutò la disponibilità del Bambino Gesù, dell’ospedale di Monaco, dell’équipe del Besta e dell’ospedale Gaslini, quando vietarono agli Evans di trasferire il piccolo? Della vita “inutile” – così era stata definita in tribunale – di un bambino malato di 23 mesi? «Io credo – dice Tom – che in Inghilterra ci sia discriminazione nei confronti delle persone disabili. L’ospedale ha rinunciato a curare Alfie dall’inizio». Continua a leggere

Commercio. Meno posti e più chiusure con le aperture domenicali

Meno posti e più chiusure con le aperture domenicali

I danni della deregulation: dal 2012 il commercio ha perso quasi 30mila occupati. I sindacati segnalano come la maggior parte dei casi chi lavora nei festivi non goda di una maggiorazione retributiva
 
di Luca Mazza

(Avvenire 12 settembre 2018 )
 
Da una parte c’è una stima generica e tutta da verificare, dall’altra parte invece ci sono i numeri inconfutabili che certificano come in sette anni di ‘deregulation’ totale (e di domeniche sempre aperte allo shopping) i risultati economici si siano rivelati piuttosto deludenti su vari fronti. La previsione è quella diffusa e messa in rilievo nelle ultime ore da tanti attori della Grande distribuzione organizzata che – preoccupati dalla fine dell’era delle aperture no stop – sottolineano come con le chiusure domenicali sarebbero a rischio 40-50mila posti di lavoro, ovvero circa il 10% del totale. Ma per avere un quadro completo ed effettuare un’analisi approfondita più delle stime aiutano i dati sul commercio da cui si nota come le liberalizzazioni selvagge abbiano ridotto e non aumentato l’occupazione in Italia. Perché la crescita della grande distribuzione non ha compensato i posti bruciati dai piccoli negozi schiacciati dai giganti e costretti ad abbassare le saracinesche. Dalle elaborazioni Confesercenti sui dati di Infocamere emerge una vera e propria moria delle micro realtà commerciali. Tanto che il saldo tra aperture e chiusure dei negozi indipendenti (escluso franchising, grande distribuzione e ambu-lanti) tra il 2012 (primo anno di regime liberalizzato) e il 2016 è di 108.636 unità in meno.

Il trend è confermato dalle rilevazioni del centro studi di Confcommercio sulla ‘demografia’ delle attività commerciali: negli ultimi dieci anni si è verificata una flessione del 2,1%. Anche i dati Istat sull’occupazione nel commercio nello stesso quinquennio sono impietosi: tra lavoratori dipendenti, indipendenti, esterni e temporanei si è scesi sotto gli 1,9 milioni. Con quasi 30mila posti andati in fumo. Spesso, inoltre, un lavoratore non ottiene neppure un gran vantaggio economico dal fatto di essere occupato la domenica o in altri giorni festivi. E ciò avviene nonostante il contratto del commercio preveda una maggiorazione della retribuzione oraria del 30% anche con il parttime. I sindacati, infatti, segnalano diverse anomalie. La Cisl Fisacat sostiene che nella maggior parte dei casi i lavoratori assunti per coprire i turni nel weekend non ottengono una maggiorazione sullo stipendio perché il lavoro di sabato e domenica viene considerato come un ‘tempo ordinario’. Continua a leggere

La deriva britannica. Rifiuto delle cure? No, è eutanasia

Dove può condurre il «miglior interesse del paziente». Da Londra a New York la deriva è «tutelare» la morte
 
di Assuntina Morresi

(Avvenire, 6.09.18)
 
Potrà essere con il «best interest meeting» (l’incontro per il miglior interesse) che i medici inglesi, insieme a familiari e amici del paziente, stabiliranno se quel paziente con una condizione degenerativa – ad esempio demenza avanzata, Parkinson, Hungtinton, ma anche chi è stato colpito da ictus – debba o no continuare a essere nutrito e dissetato artificialmente, a prescindere da quanto ancora possa vivere. La famiglia sarà consultata, quindi, ma l’ultima parola sarà dei dottori che potranno stabilire se il «miglior interesse» per il malato sia vivere o morire, considerandone le possibilità di miglioramento, la qualità di vita e i desideri espressi in precedenza al riguardo. In ogni caso, nel certificato di morte andrebbe riportata la patologia di cui soffriva e non l’interruzione dei sostegni vitali.

È questa la sintesi del documento che sta discutendo la British Medical Association (Bma), la principale associazione professionale medica inglese, dopo che i giudici britannici hanno stabilito che per interrompere alimentazione e idratazione nei casi di stato vegetativo o minima coscienza non è più necessario interpellare un tribunale, se famiglia e medici sono d’accordo. L’allarme è stato lanciato il 13 agosto scorso dal quotidiano britannico ‘Daily Mail’, che ha anticipato il contenuto del documento in preparazione da parte della Bma citandone alcuni passaggi. Se approvato in questi termini, il testo estenderebbe in Gran Bretagna la platea dei possibili malati soggetti a ‘eutanasia di Stato’: così dovremmo infatti rasssegnarci a chiamare queste ‘procedure’, anche se ufficialmente, per chi sta pianificando tutto, non di eutanasia si tratta – la pratica è legalmente vietata nel Regno Unito – ma di ‘sospensione di trattamenti’ nel nome del proclamato interesse del paziente. Continua a leggere

Non tutti in Belgio vogliono morire

Negli ultimi anni sono state stralciate 382 dichiarazioni anticipate di eutanasia. «Le persone le redigono da sani, ma quando poi si ammalano cambiano»

(Tempi, 4.09.18)

Sempre più persone in Belgio tornano dalle amministrazioni comunali dove hanno deposito la dichiarazione anticipata di eutanasia per ritirarla e stralciarla. Da quando questo tipo di testamento biologico è disponibile in Belgio, permettendo di ricevere un’iniezione letale nel caso si venga colpiti da malattie che implicano la perdita di coscienza o che causano la caduta in coma, sono state firmate 170.942 domande. Se 128.291 sono ancora valide, 42.651 sono scadute e non sono state rinnovate, ma solo in alcuni casi si tratta di persone nel frattempo decedute o che si sono dimenticati di rinnovare la firma (scade dopo cinque anni).

382 CASI. Secondo i dati diffusi da De Standaard, 382 persone in tutto hanno stralciato il testamento biologico, 98 solo negli ultimi due anni. Secondo Gert Huysmans, presidente della Federazione fiamminga delle cure palliative, il dato è interessante perché dimostra che «le persone si affrettano a riempire questi moduli quando sono ancora perfettamente sani. Quando però si trovano davanti alla realtà della malattia, cambiano come persone e guardano la propria condizione in modo diverso da come la consideravano prima». Continua a leggere

Liverpool. «Per la malattia di Alfie c’era una terapia sperimentale»

I genitori di Alfie intervistati da una tv inglese. Con loro Thomas, nato l’8 agosto. Prime ipotesi sulla malattia del figlio morto il 28 aprile: 10 i casi nel mondo, 5 trattati con una nuova cura.
 
di Francesco Ognibene

(Avvenire, martedì 4 settembre 2018)
 
Qual era la malattia di Alfie Evans? Il mistero, rimasto anche dopo la morte del piccolo a Liverpool il 28 aprile, è forse sul punto di cadere. Nella loro prima intervista dopo la drammatica vicenda, papà Tom e mamma Kate hanno rivelato lunedì 3 settembre negli studi dell’emittente Itv di essersi sottoposti a esami genetici per capire se la malattia che aveva portato via Alfie avrebbe colpito anche il bambino che Kate portava in grembo, nato l’8 agosto. Le analisi, secondo quanto riferisce l’associazione Steadfast presieduta da Emmanuele Di Leo che è stata il sicuro riferimento italiano per la coppia, hanno rivelato che «la malattia di Alfie probabilmente è il “deficit di Gaba transaminasi”» dove la sigla sta per «acido gamma-aminobutirrico», o Gaba-T. Si tratta di «una malattia molto rara del metabolismo del Gaba, caratterizzata da encefalopatia epilettica neonatale-infantile grave e accelerazione della crescita. Il deficit di Gaba-T ha una trasmissione autosmica recessiva», ciò che spiega «perché Tom e Kate singolarmente non ne sono affetti, ma avendo figli insieme hanno, per ogni figlio, il 25% di possibilità che nasca malato». Nel mondo sono registrati 10 casi di questa patologia, cinque dei quali già deceduti mentre altri due «stanno ricevendo un trattamento sperimentale». Al quale dunque la morte precoce, procurata dal distacco dei supporti vitali ignorando l’accoglienza messa a disposizione dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma, avrebbe impedito ad Alfie di poter accedere.
Kate e Tom hanno portato con sé negli studi tv anche il piccolo Thomas James, che risulta perfettamente sano. «Ha lo stesso sorriso di Alfie – ha detto la mamma – e quando lo allatto la mattina è come se Alfie fosse con noi». «Siamo felici per quello che abbiamo avuto e per quello che abbiamo – ha detto Tom –, abbiamo due splendidi bambini e li avremo sempre». I due hanno anche annunciato che stanno costituendo la «Alfie’S Foundation» per aiutare bambini malati nel mondo.

 

Belgio. Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

di Gian Luigi Gigli

(Avvenire, 11.08.18)
 
Nel primo Paese (assieme all’Olanda) a legalizzare la pratica morti decuplicate in 15 anni. Si sono allentati progressivamente i criteri di controllo

Nei giorni scorsi è stato trasmesso al Parlamento del Belgio l’ottavo rapporto biennale della Commissione federale di controllo (Cfcee), previsto dalla legge sull’eutanasia del 28 maggio 2002 – la prima al mondo insieme a quella olandese, a distanza solo di qualche giorno – e relativo agli anni 2016 e 2017. Il rapporto si basa sui documenti inviati dai medici che praticano l’eutanasia, esaminati per verificare il rispetto dei requisiti di legge. La legge belga sull’eutanasia prevede che la capacità mentale del paziente sia conservata, che la sua richiesta sia ripetuta, prolungata ed espressa liberamente e che siano presenti sofferenze insopportabili causate da una malattia incurabile. Nel valutare l’incurabilità della malattia, tuttavia, «occorre tener conto del diritto del paziente di rifiutare i trattamenti, sia pure palliativi», con evidente estensione del diritto a richiedere la dolce morte. Secondo i dati rilevati dalla Commissione, in 15 anni il numero di eutanasie legali si è decuplicato, salendo dai 259 casi dei primi 15 mesi di applicazione ai 2.309 del 2017. In Belgio l’eutanasia legale interessa ormai più del 2% dei decessi, senza contare i casi in cui la morte è sopravvenuta somministrando una sedazione terminale, pur senza impiego di farmaci letali, oppure per la rinuncia ai trattamenti a seguito di disposizioni anticipate di trattamento.

Debbono poi essere numerosi i casi in cui l’eutanasia è stata effettuata al di fuori della legge se la stessa Commissione riconosce di non avere «la possibilità di valutare la proporzione del numero di eutanasie dichiarate rispetto al numero di eutanasie realmente praticate». Come è ovvio, i pazienti portati a morte si collocano in maggioranza nella fascia di età tra i 60 e gli 89 anni. Maschi e femmine sono egualmente distribuiti e quasi la metà delle eutanasie avviene ormai a domicilio, perché, secondo il rapporto, sempre più «il paziente desidera morire a casa sua». Continua a leggere

L’Argentina respinge l’aborto, storico voto grazie a donne e Chiesa

(da UCCR, 9.08.18)
 
Quel che non accadde in Italia il 22 maggio 1978 e in Irlanda il 25 maggio 2018, è accaduto oggi in Argentina. La legalizzazione dell’aborto è stata storicamente respinta da 38 deputati contro 31, preferendo salvare “entrambe le vite” -secondo lo slogan dei pro-life argentini- quella della madre e quella del figlio. Molto ha influito lo schieramento compatto per il “no” della Conferenza episcopale, guidata da vescovi vicini all’argentino Papa Bergoglio e da lui scelti personalmente.

E’ una sconfitta del potente apparato mediatico che ha letteralmente censurato le migliaia di manifestanti per la vita caratterizzate dal colore “azzurro”: in pagina solo ed esclusivamentefotografie delle bandiere “verdi”, quelle pro-aborto (e anche in questi primi minuti dopo il voto, i quotidiani esteri -in Italia quasi nessuno ha ancora dato la notizia- scelgono foto di manifestanti “verdi” tristi e sconsolati, ignorando la esultante “marea azzurra”). Un esempio su tutti: nonostante un sondaggio avesse riportato che la maggioranza delle donne argentine era schierata contro l’aborto, ieri La Stampa informava dell’evento raccontando della sfida delle donne per l’aborto legale e dando visibilità solo alla “marea verde”.

E’ una vittoria per coloro che non credono che la storia sia irreversibile. Il fatto che vi sia stata un’Irlanda che ha ceduto, non significhi che la battaglia per il diritto alla vita sia compromessa. El Salvador ha recentemente respinto la legge sull’interruzione di gravidanza -annullando le pressioni di New York Times e Amnesty International– e lo stesso ha fatto oggi l’Argentina. Continua a leggere

Pena di morte, di fatto era già inammissibile: risposta alle perplessità

(da UCCR, 3.08.18)
 
Questa volta i quotidiani hanno scritto il vero: Papa Francesco non solo si è posto in continuità con i suoi predecessori nell’opporsi radicalmente alla pena di morte, ma ha ottenuto l’introduzione della sua inammissibilità, senza alcuna eccezione, nel Catechismo cattolico (modificando il punto numero 2267). Ma è davvero una radicale novità?

In realtà, no. Il Catechismo avvertiva che la pena capitale era inaccettabile, ad eccezione di un caso: l’impossibilità di rendere inoffensivo il reo (o criminale). Tuttavia, citando Giovanni Paolo II, si conveniva che, grazie ai moderni sistemi carcerari, tale eccezione era «praticamente inesistente». La logica vuole che dichiarando inesistente l’unica eccezione, di conseguenza l’inammissibilità della pena di morte era già respinta integralmente. Francesco ha quindi reso categorico ciò che era logicamente sottinteso nel Catechismo, volendo rendere più solida la posizione del “favor vitae”.

La tematica, piuttosto semplice, include dei corollari che la rendono più complessa. Questo giustifica parzialmente molte perplessità in merito. L’errore più gettonato è quello di ritenere la dottrina sulla pena di morte una verità rivelata, irriformabile, esibendo la posizione favorevole di Tommaso d’Aquino e sostenendo che l’attuale decisione di modifica andrebbe contro l’insegnamento secolare della Chiesa. Eppure, come chiunque dovrebbe sapere, non siamo di fronte ad un dogma di fede ma a una questione di disciplina e morale, per sua natura riformabile al mutare delle circostanze. Ed infatti -lo ha spiegato il teologo morale Mauro Cozzoli- la posizione di grande apertura di San Tommaso e del Concilio di Trento nei confronti della pena di morte è stata radicalmente superata nel tempo, fino al testo in voga oggi e nelle battaglie di Giovanni Paolo II per una abolizione internazionale della pena capitale, da lui definita “inutile” e “crudele”. Superata ma non sconfessata, in quanto era legittima in passato come forma di difesa in un contesto di precarietà del sistema carcerario. Riteniamo comunque utile pubblicare una serie di risposte alle posizioni più riscontrate -sia critiche che esultanti o deridenti- che abbiamo colto sui quotidiani e sui social network, mostrando che vi è soltanto un’obiezione fondata alla recente modifica del Catechismo, seppur vi sia modo di replicare adeguatamente anche ad essa. Continua a leggere

Le monete croate inneggiano alla vita

Moneta croata con feto

Qualche settimana fa è stata emessa una versione in cui è rappresentato un feto
 
(interris, 6.08.18)
 
Ha ottenuto una storica qualificazione all’ultima finale di Coppa del Mondo. Ma la Croazia, un Paese di poco più di 4milioni di abitanti, continua ad attirare simpatie, almeno da parte di chi apprezza i popoli identitari e la difesa della vita sin dal concepimento. Nelle scorse settimane è stata emessa una moneta da 25 kune, la cui edizione commemorativa emessa nel 2000 riportava l’immagine incisa di un bambino in fase di gestazione.

Il sito croato Kunalipa, dedicato alla numismatica, dice parlando di questa moneta speciale che “il feto è il simbolo universale della vita umana, che è il centro del millennio e che determina il nuovo millennio che inizia”. Come riferisce Aleteianonostante la valorizzazione pubblica della vita umana nel ventre materno, in Croazia l’aborto è stato legalizzato nel 1978, quando il Paese faceva ancora parte dell’ormai estinta Yugoslavia, una dittatura socialista. La Corte Suprema Croata ha stabilito nel 2017 che quella legge è costituzionale, pur essendo stata promulgata prima dell’indipendenza del Paese, ma ha stabilito un termine di due anni per una sua revisione da parte del Governo. Da allora, in Croazia si è intensificata l’attività del movimento pro-vita, che ha già realizzato due marce nazionali in difesa del nascituro. Nella moneta in questione, il feto è rappresentato accovacciato, intorno a lui si diramano raggi solari.

 

Così Bologna ha reagito all’incidente, domato l’esplosione ed evitato la strage

Tutti i numeri della reazione immediata e dell’efficacia nei soccorsi
 
di Massimo Ferraro

(Corriere della Sera, 7.08.18)
 
BOLOGNA — Quando intorno alle 14 di lunedì l’autocisterna carica di Gpl ha tamponato un tir sul raccordo autostradale a Borgo Panigale, è partito un tragico conto alla rovescia. Dall’impatto tra i mezzi e l’esplosione che ha fatto collassare l’infrastruttura sono passati 7, 8 minuti al massimo. In quel momento la strada era ancora aperta, le macchine circolavano liberamente. Nel video diffuso dalla Polizia di Stato si vede chiaramente che al momento dello scoppio il tratto è quasi deserto. Sette, otto minuti: tanto è bastato ai primi soccorritori per intervenire. E trasformarsi, quasi casualmente, in eroi della giornata.

All’istante
Tra i primi ad arrivare sul luogo dell’incidente c’è Riccardo Muci, 31 anni, agente di polizia. Insieme a un collega vede la nuvola di fumo, si precipita sul posto e mette l’auto di traverso, per impedire l’accesso in entrambe le direzioni. Sente l’odore del gasolio, capisce che lo scoppio è imminente. Così fa allontanare anche i curiosi che si erano avvicinati. Sette, otto minuti: poi l’autocisterna esplode, l’onda d’urto lo spazza via. E ferisce anche un altro agente, 11 carabinieri arrivati sul posto e altre decine di persone. Ora è al Maggiore, con ustioni di secondo grado e fuori pericolo. Continua a leggere