Scienza e fede, Bergoglio: l’armonia porta alla conoscenza e alla sapienza

Con i partecipanti alla summer school di astrofisica della Specola vaticana papa Francesco cita Dante e augura che il loro lavoro sia «mosso» dall’amore per la verità e per l’universo

C’è la scienza, che mira a «conoscere l’universo», c’è «un altro sguardo, quello metafisico, che riconosce la Causa Prima di tutto, nascosta agli strumenti di misurazione», e «un altro sguardo ancora, quello della fede, che accoglie la Rivelazione». Piani diversi ma niente affatto incompatibili, per papa Francesco, che con i partecipanti alla summer school di astrofisica della Specola vaticana ha sottolineato che «l’armonia di questi diversi piani di conoscenza ci conduce alla comprensione, e la comprensione – speriamo – ci apre alla Sapienza».

La scuola estiva, dedicata quest’anno alle «stelle variabili nell’era dei grandi dati», si svolge dal 4 al 29 giugno a Castelgandolfo, la sede storica dell’Osservatorio astronomico della Santa Sede gestito dai Gesuiti (il direttore, oggi, è fratel Guy Consolmagno) fin da quando, negli anni Trenta, l’aumento delle luci elettriche aveva reso il cielo di Roma così luminoso da rendere impossibile l’osservazione delle stelle più deboli. Come è noto, peraltro, a causa del dilatarsi continuo della città di Roma e dei suoi dintorni, anche il cielo della cittadina laziale che affaccia sul lago Albano si è fatto così luminoso da costringere gli astronomi del Papa a fondare a Tucson, nel deserto statunitense dell’Arizona, il Vatican Observatory Research Group.

«Provenite da tanti Paesi e da culture diverse, e avete specializzazioni differenti», ha detto il Papa a professori e studenti della summer school. «Questo ci ricorda come la diversità possa unire per un obiettivo comune di studio, e come il successo del lavoro dipenda anche da tale diversità, perché è proprio dalla collaborazione tra persone di diversi retroterra che può venire una comprensione comune del nostro universo». Anche quanto al tema scelto quest’anno, le «stelle variabili», si tratta, ha notato Francesco, di studi che «provengono dallo sforzo collaborativo di molte nazioni e dal lavoro comune di molti scienziati» ed «è solo lavorando insieme, in squadra, che potete dare un senso a tutte queste nuove informazioni. L’universo è immenso e, man mano che cresce la nostra comprensione di esso, aumenta anche la necessità di imparare a gestire il flusso di informazioni che ci giungono da tante fonti. Forse – ha detto il Papa – il modo in cui gestite una tale quantità di dati può dare speranza anche a coloro che nel mondo si sentono travolti dalla rivoluzione informatica di Internet e dei social media». Continua a leggere

Nasce la Fondazione Charlie Gard

The Charlie Gard Foundation

I genitori di Charlie Gard, Chris e Connie, hanno dato vita alla “Charlie Gard Foundation” per sostenere ricerca e famiglie con bambini affetti da malattie mitocondriali
 
Debora Donnini-Città del Vaticano
 
Avrebbe compiuto 1 anno solo una settimana dopo il piccolo Charlie, a cui il 28 luglio dello scorso anno venne interrotta la respirazione artificiale e così morì. Una vicenda che commosse il mondo: si verificò una battaglia legale di mesi tra i medici dell’ospedale londinese dove era in cura, da una parte, e, dall’altra, i genitori che volevano tentare una cura sperimentale. Una possibilità che gli venne negata da varie sentenze delle Corti britanniche, che avallarono la linea dell’ospedale. Da Papa Francesco al presidente degli Sati Uniti, Donald Trump, alle piazze fino ai Social si levarono appelli perché al piccolo fosse data una chance.

Alla fine, il danno muscolare sembrava troppo avanzato e i genitori a quel punto rinunciarono alla battaglia legale non senza denunciare i ritardi e ribadendo che si dovesse intervenire subito per tentare il tutto per tutto per salvare il piccolo: troppo tempo era stato perso. Una vicenda che, tra l’altro, non per il tipo di malattia, ma per la battaglia legale, la questione del miglior interesse e della qualità della vita, ricorda le successive storie di altri due bimbi inglesi: Isaiah Hastrup e Alfie Evans.
 
La Charlie Gard Foundation

Ora la missione con cui nasce la Fondazione Charlie Gard è quella di migliorare la qualità della vita dei malati mitocondriali, in modo specifico. Lo farà sia attraverso la ricerca innovativa sia attraverso il sostegno familiare. L’obiettivo è fornire speranza di un futuro migliore per questi bambini e di trovare cure nuove per determinati ceppi della malattia genetica, spiega Emmanuele Di Leo, presidente di Steadfast onlus, che ha collaborato e supportato i genitori dei tre bambini. Di Leo, tra l’altro, ci racconta che Chris e Connie sono molto riconoscenti all’Italia per quanto ha fatto per questi bambini malati. Continua a leggere

Bambino Gesù presenta la Carta dei Diritti del Bambino Inguaribile

Dopo i casi Alfie e Charlie, l’Ospedale pediatrico della Santa Sede ha messo a punto un documento per promuovere l’alleanza terapeutica e il sostegno ai bambini con malattie gravi e inguaribili. Aperto anche un dibattitto tra medici, politici, bioeticisti e uomini di Chiesa
 
Esistono purtroppo bambini non guaribili ma non esistono bambini incurabili. Parte da questo presupposto la riflessione aperta dall’Ospedale pediatrico della Santa Sede, Bambino Gesù, dopo un mese dalla morte del piccolo Alfie Evans.
 

I temi affrontati

L’alleanza terapeutica tra famiglia e medico, l’accompagnamento e la cura anche dei pazienti affetti da malattie inguaribili, il diritto alle cure palliative e di accesso alle cure sperimentali, la capacità di fare rete tra le strutture di diversi Paesi , la necessità di creare una normativa internazionale capace di attenuare i conflitti. Di questo è molto altro hanno parlato, questa mattina, all’Aula Salviati del Bambino Gesù, politici, medici, ricercatori e bioeticisti. Presenti, tra gli altri, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia; la parlamentare europea, Silvia Costa; il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa; il direttore della Pediatria e della Rianimazione Neonatale dell’Ospedale “A. Beclere” di Parigi, Daniele De Luca; il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina. Per l’Ospedale Bambino Gesù, oltre alla presidente Enoc, sono intervenuti il direttore scientifico Bruno Dallapiccola; il direttore dei dipartimenti clinici Nicola Pirozzi e il responsabile dell’Etica Clinica, don Luigi Zucaro.  Continua a leggere

Bartolomeo: “L’Europa porta il marchio cristiano, non punti solo all’economia”

Bartolomeo ha ricordato ai presenti gli sforzi del Fanar per la promozione del dialogo, quale «unico modo per affrontare le sfide» del presente. Il dialogo, interreligioso ed interculturale, finalizzato all’unità dei Cristiani, «è un gesto di solidarietà», ha detto. Per questo motivo il patriarcato di Costantinopoli si è sempre adoperato a promuoverlo nel mondo ortodosso.

Il patriarca ha ricordato infatti che il Sinodo panortodosso di Creta (2016), malgrado le defezioni dell’ultimo momento, ha fatto propri i documenti preparatori del gennaio 2016, firmati da tutti i partecipanti che si sono ritrovati d’accordo nel dichiarare che «il fondamentalismo è espressione di una religiosità malata».

Bartolomeo ha inoltre espresso il rammarico per il disprezzo ostentato della società contemporanea nei confronti del Creato, sottolineando che la solidarietà al creato e all’umanità sono fattori imprescindibili, «le due facce della stessa moneta». «Oggi – ha aggiunto – si assiste per il mondo, ad un distacco dalla tradizione della solidarietà, un fenomeno del nostro tempo, che è dovuto alla rapida e diffusa crescita dell’individualismo, edonismo, consumismo e alla mancanza di sensibilità sociale».

In risposta a questa sfida, «le religioni – ha esortato il primate ortodosso – sono chiamate a promuovere le loro tradizioni filantropiche, e lavorare per costruire “ponti” allo scopo di proteggere la sacralità della persona umana e contribuire al riavvicinamento delle persone e delle culture contro il fanatismo e il conflitto delle culture. Nel loro insegnamento e nella pratica, devono riconfermare l’ininterrotta unità tra la fede in Dio e l’amore per i nostri simili. La risposta a questi problemi moderni richiede davvero una comune azione, altrimenti il futuro non si prospetta roseo». Continua a leggere

Giuseppe Noia. «Una società senza più aborti? Ecco perché non è un’utopia»

«Una società senza più aborti? Ecco perché non è un'utopia»

Giuseppe Noia: nel 1978 la vita prenatale era quasi ignota. Oggi si può agire su problemi e cause, con effetti impensabili
 
La possibilità di arrivare un giorno non lontano a una società senza aborti non è utopia, né pretesa infondata. Sembra un proclama assurdo nel quarantesimo anniversario della ‘194’, una legge che nasce segnata da due grandi assenze, i diritti del bambino e la sofferenza della donna. Ma proprio chi da 40 anni lavora per la salute della donna e del bambino, come Giuseppe Noia, si dice convinto che i margini per ridurre – se non azzerare completamente – l’aborto terapeutico esistono e vanno perseguiti con coraggio e determinazione.

Nessuno obiettivo ideologico. Sarebbe fuori posto per una persona che è tra le massime autorità scientifiche sul fronte della vita prenatale, docente e ricercatore, oltre che direttore dell’hospice prenatale del «Gemelli » di Roma. Quindi solo rispetto della realtà. A cominciare dai dati. Oggi solo il 10% degli oltre 80mila aborti cosiddetti ‘terapeutici’ («ma che terapia è un intervento che uccide il figlio e danneggia gravemente la madre?») praticati in Italia è motivato da abbandono terapeutico, amplificazione del rischio o ignoranza della possibilità di intervenire con efficacia per ridurre il danno in fase prenatale. Poi c’è un 50% determinato da cause sociali (povertà, solitudine, dinamiche familiari sfavorevoli) e un altro 40% da cause ‘culturali’ (pretesa di autodeterminazione assoluta, volontà di rifiutare la presenza del figlio).

Come e dove è possibile incidere? «Dobbiamo e possiamo intervenire sulle cause sociali e culturali ma innanzi tutto – osserva il professor Noia – dobbiamo diffondere una più corretta conoscenza medica, a partire da tutto quello che sappiamo sulla relazione fortissima tra madre e figlio fin dal concepimento. Già nel novembre 2000, quindi 18 anni fa, il British medical journal, spiegava in un editoriale che dalla relazione biologica tra madre e bambino deriva il benessere futuro della persona. Come ignorare per esempio il fatto che il figlio manda alla madre cellule staminali terapeutiche? Tutte queste conoscenze scientifiche che si vorrebbero silenziare si traducono in una grande perdita di umanità». Continua a leggere

L’anniversario. Quarant’anni di 194, l’ora di andare oltre

Realismo e tenacia per agire su mentalità, scelte ed errori determinati dalla legge
 
di Carlo e Marina Casini

(Avvenire 22 maggio 2018)
 
Se potessimo scegliere tra due ipotesi astratte – una società con norme che legittimano l’aborto, ma in cui peraltro l’aborto non avviene mai, e una società con leggi che proibiscono sempre l’interruzione volontaria di gravidanza, ma dove nonostante la regola, l’aborto è di fatto frequente – quale dovremmo dichiarare preferibile?

È evidente che la preferenza dovrebbe andare alla prima. Questa è una delle ragioni per cui nel pensiero di alcuni il problema della legge ingiusta viene messo in disparte e si lavora soltanto per superare la legge iniqua con il solo metodo dell’aiuto alle gravidanze difficili o non desiderate. Ma le ipotesi sopra formulate sono astratte: non esistono nella realtà. È provato che le leggi permissive aumentano il numero degli aborti. Questo è tanto più vero oggi quando la prevenzione dell’aborto è divenuta largamente un effetto dello stato di coscienza individuale e sociale. La legge è percepita come un’indicazione di valori, una guida all’azione. Essa contribuisce potentemente a formare la mentalità del popolo e dei singoli. (…) La rimozione della legge ingiusta è un obiettivo ineliminabile.

Ma, realisticamente, le difficoltà sono enormi perché la legge 194 in Italia è divenuta la bandiera di importanti formazioni politiche attualmente maggioritarie. Sembra, dunque, che il criterio della gradualità quale espressione di tenacia operosa debba essere accettato. Gradualità non significa legittimare l’ingiustizia, nemmeno in piccola parte, ma guadagnare spazi di giustizia il più largamente possibile in vista di un risultato finale. Un’azione diretta al cambiamento della legge 194, in una logica di realismo e di gradualità, dovrebbe almeno rimuovere le equivocità e le insincerità che sono presenti nella legge stessa, la più grave delle quali maschera sotto l’apparenza di un aborto ammesso in casi particolari l’applicazione del principio di autodeterminazione. Continua a leggere

Dat, eutanasia del non consenziente

Non è paradossale che il principio della sacra libertà sul fine vita sia stato nei fatti scardinato e contraddetto fin dalla prima applicazione? Il caso di Modena
 
di Caterina Giojelli
 
Ci eravamo già chiesti se l’assolutizzazione del diritto all’autodeterminazione fosse una valorizzazione della libertà o la uccidesse definitivamente. Lo scudo della libera scelta sancita dall’approvazione delle Dat non avrebbe dovuto arginare ogni deriva paternalistica sul fine vita? Non era la vittoria delle garanzie fondamentali della persona, dopo undici anni di battaglie per la dignità e la libertà di tutti? E non è paradossale che tale principio sia stato nei fatti scardinato e contraddetto fin dalla prima applicazione della legge sul biotestamento?

IL CASO DI MODENA. È accaduto a Modena, dove il padre ultraottantenne di una donna da mesi ricoverata in coma all’ospedale di Baggiovara, è stato nominato dal giudice tutore della figlia, ad oggi incapace di esprimere le sue volontà. Tocca quindi al padre diventare interprete delle stesse, perché la donna, le sue disposizioni anticipate di trattamento in materia di cure da affrontare o meno, ed espresse sulla base di conoscenze precise e circostanziate, non le ha mai date. Non le ha date perché non le ha scritte e in mancanza di biotestamento scritto, ha deciso il giudice, deve essere un tutore a decidere per lei. Occupandosi di questioni patrimoniali, ma soprattutto agendo nel suo «migliore interesse» e ricostruendo le volontà della donna quando ancora era in grado di esprimersi. Continua a leggere

Voto sull’aborto in Irlanda. Pro-life: «Fb e Google ci censurano»

Le due piattaforme bloccheranno qualsiasi inserzione, anche dall’estero, in vista del referendum del 25 maggio sulla legalizzazione dell’aborto
 
In Irlanda i giganti del Web dicono no alla pubblicità elettorale per il referendum sulla legalizzazione dell’aborto del prossimo 25 maggio. Con una decisione senza precedenti, dopo i mesi di polemiche sullo scandalo di Cambridge Analitica, Google ieri ha annunciato di voler rifiutare tutte le inserzioni riguardanti la campagna elettorale, da qualsiasi parte del mondo provengano, compresa la stessa Irlanda. Nulla verrà pubblicato in merito sulla propria piattaforma di notizie.

Una misura che viene bollata dalle associazioni pro-life come una forma di «censura ». E che non tiene conto della legge in vigore del Paese, che vieta l’uso di finanziamenti esteri nelle proprie campagne elettorali ma consente ovviamente di utilizzare quelli che provengono da donatori nazionali. Solo il giorno prima, Facebook aveva infatti annunciato di bloccare qualsiasi forma di pubblicità elettorale dall’estero relativa alla campagna referendaria, per scongiurare il pericolo di infiltrazioni di componenti politiche che potessero orientare in un modo specifico gli ultimi giorni prima della delicatissima consultazione.

Il 25 i cittadini della Repubblica d’Irlanda sono chiamati infatti a esprimersi sulla rimozione dell’ottavo emendamento nell’articolo 40 della Costituzione. Introdotto nel 1983, equipara i diritti della madre e del bambino che ha in grembo vietando di fatto di interrompere una gravidanza e rendendo qualsiasi forma di aborto illegale e perseguibile penalmente, a eccezione delle situazioni di rischio per la madre e il bambino, regolamentate da un provvedimento del 2013. L’ultimo sondaggio di Millward Brown, domenica scorsa, dava una situazione di recupero del fronte che si schiera contro l’abolizione del divieto: il 45% degli irlandesi è per l’abrogazione dell’emendamento ma il 34% è per il no (era il 28% poche settimane fa) e il 4% non si esprime. La battaglia si gioca su quel fronte consistente di indecisi che si attesta sul 18%. E che ora rischia di essere tagliato fuori da qualsiasi informazione alternativa a quella tradizionale, quasi del tutto schierata con il «sì». Maria Steen, di Iona Institutethink tank per la famiglia, attivamente impegnato nella campagna referendaria sul fronte per la vita, ha dichiarato ieri pomeriggio in conferenza stampa che «Google ha il dovere di informare su come la campagna sia stata già pesantemente compromessa». Steen si riferisce alla rimozione del 50% delle inserzioni pubblicitarie stradali dei pro-life che secondo una stima fatta dall’organizzazione sarebbero state illegalmente tolte dai fautori del «no», peraltro con un danno economico stimato attorno ai 100mila euro. Continua a leggere

Perché si celebra la “Festa dell’Europa”

Le bandiere degli Stati membri e dell'Ue

Il 9 maggio del 50 la “Dichiarazione di Schuman” aprì le porte a una nuova stagione
 
“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Quando l’allora ministro francese degli Esteri, Robert Schuman, si rivolse così alle istituzioni del suo Paese probabilmente non sapeva che quelle parole avrebbero avviato il processo di creazione dell’Unione europea.

Risollevarsi dalle macerie

Era il 9 maggio del 1950, poco dopo le 4 del pomeriggio. Il Vecchio Continente si stava ancora leccando le profonde ferite lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale. Un conflitto che solo sul suolo europeo aveva lasciato quasi 40 milioni di morti, tra militari e civili, da aggiungere agli oltre 15 milioni provocati dalla Grande Guerra. Da lì, dalla necessità di assicurare pace e prosperità a una regione del mondo martoriata dagli ultimi 50 anni di storia, si mosse la “Dichiarazione di Schuman“. Una nuova stagione, secondo il suo ragionamento, passava attraverso la risoluzione di una disputa storica tra Parigi e Berlino. Quella per lo sfruttamento delle risorse minerarie poste al confine tra i due Paesi. “Il governo francese – annunciò – propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Paesi europei”.

Primo vagito

L’anno seguente con il Trattato di Parigi (siglato il 18 aprile) venne istituita la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) con l’adesione di Francia, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi e Italia. Fu il primo vagito dell’Unione europea. Gli altri due vennero emessi a Roma 6 anni dopo. Il 25 marzo 1957 vennero, infatti, siglati i trattati fondativi della Comunità europea dell’energia atomica(Euratom) e della Comunità economica europea (Cee). Quest organismi, insieme, vengono considerati i tre pilastri dell’Unione europea, la cui nascita ufficiale avvenne solo 35 anni dopo, con i Trattati di Maastricht del 1992. Continua a leggere

Il vescovo D’Ercole: il difficile passaggio politico chiama i cattolici a un maggiore impegno

“La questione politica: dovere civico e impegno cristiano”. Nota pastorale del vescovo di Ascoli Piceno, monsignor Giovanni D’Ercole.
“Per essere buoni cristiani e onesti cittadini non possiamo trascurare la questione politica specialmente in questo nostro tempo”

 
Da mesi noi italiani stiamo vivendo qualcosa di unico: partiti che non trovano l’accordo per dare un governo al Paese. E’ successo anche altrove è vero, ma questo non toglie che una riflessione su quanto accade sia opportuna e probabilmente necessaria. Davanti alla crisi della politica che ormai è diventata preoccupante è inutile mettersi a criticare e ripetere luoghi comuni di rabbia e di scontento. Appare evidente che quanto stiamo vivendo è il risultato d’un percorso di anni che ha fatto perdere il valore e il significato dell’impegno politico, annebbiando la memoria storica delle prime lotte e sforzi per dare corpo alla nostra Repubblica, dopo il dramma della seconda guerra mondiale. Tutti sogniamo figure come Alcide De Gasperi e più vicino a noi come Aldo Moro, Giorgio La Pira, Enrico Medi e altre personalità di partiti diversi come Togliatti, Nenni, ecc. pronti a sacrificare, quando necessario, le proprie visioni e i propri interessi per il bene comune di tutti gli italiani. E lo abbiamo visto in diverse situazioni: così facendo hanno costruito l’Italia. Nel ’68 c’era scontro, dialettica, sete d’impegno politico talvolta con eccessi di violenza che hanno portato a lutti nazionali. Non mancava però da parte di tutti, specie dei giovani, la passione per il bene comune sia pure combattuto e ricercato da sponde diverse. Oggi sembra diffusa una quiete scoraggiata che mostra disinteresse e voglia di fuggire dal concreto. Sulla scena politica ci sono personaggi che si autoproclamano leaders di partiti creati a loro immagine e somiglianza. Secondo alcuni tutto questo è nato dopo 1994 con la cosiddetta stagione di “mani pulite” che voleva essere la primavera d’una Italia rinnovata socialmente e politicamente. A ben vedere non sembra che abbia sortito gli effetti auspicati, ma purtroppo si è diffusa una disaffezione dalla politica e non è sparita la corruzione, per alcuni versi ancor più pericolosa perché ormai insinuata in ogni maglia della burocrazia aumentata proprio per impedirla. Che fare, mi chiedono in tanti che non vorrebbero andare più a votare nauseati di questa situazione tutta italiana.
Come cittadino e come vescovo sento il bisogno di proporre una riflessione ad alta voce. Quel che stiamo vivendo interpella tutti, anche e soprattutto noi cristiani. Continua a leggere

“Pane in piazza”: una bella iniziativa di solidarietà a Milano Food City

di Susanna Manzin 

(dal blog Pane & Focolare)
 
Mi rivolgo in particolare ai milanesi, e a tutti coloro che hanno voglia di fare un salto nella mia città nel prossimo week end: andate in Piazza del Duomo e visitate “Pane in piazza”, la grande manifestazione benefica organizzata dalle Missioni Estere Cappuccini di Milano, che si tiene nella settimana di Milano Food City, da lunedì 7 a domenica 13 maggio, dalle ore 9 alle 22. Trecento metri quadri al coperto; una squadra di oltre 80 panificatori, all’opera – gratuitamente – 24 ore su 24; 300 chili di mozzarelle in arrivo, freschissime, da Napoli e Bari, 100 quintali di farina, 300 chili di lievito, 130 vasi di salsa al pomodoro da 5 kg cad, tutto frutto delle donazioni di oltre 100 sponsor nel settore della panificazione e pasticceria.

Il pane ha un grande valore, non solo nutritivo ma anche  simbolico: per questo è stato scelto come protagonista di questa iniziativa benefica dei Missionari Cappuccini di Milano, che quest’anno in particolare vogliono sostenere con questa bella iniziativa il progetto di un grande panificio industriale in Etiopia, a Dire Dawa, voluto dal Vescovo locale, monsignor Angelo Pagano, Frate Minore Cappuccino, Vicario apostolico di Harar. Il panificio, chiamato St. Augustin, produrrà e venderà pane di alta qualità alla popolazione di Dire Dawa e dei villaggi circostanti. Il profitto sosterrà le opere sociali del Vicariato: orfanatrofi, scuole ed ambulatori. Continua a leggere

Conferenza “A 40 ANNI DALLA LEGGE SULL’ABORTO”

Il Movimento per la Vita Ambrosiano, in collaborazione con Edizioni San Paolo, Centro culturale Cattolico San Benedetto, Alleanza Cattolica, Scienza e vita Milano, Forum delle Associazioni familiari di Milano, Centro Aiuto alla vita Ambrosiano, organizza in occasione dei 40 anni della legge sull’aborto una conferenza dal titolo: “A 40 ANNI DALLA LEGGE SULL’ABORTO”, che si terrà il 29 maggio 2018 alle ore 21, in via Copernico 5 (nuova sede MVA), M2 Centrale- M3 Sondrio.

Con questa conferenza si vuole sottolineare la necessità della prevenzione dell’aborto, con l’intervento di Giuseppe del Giudice, presidente del CAV Ambrosiano: “Accanto alle donne per scegliere la vita”; come il fenomeno dell’aborto stia cambiando con le pillole post concezionali, con l’intervento del medico ginecologo dott. Andrea Natale: “Aborto in pillole”; gli effetti dell’aborto sulle madri e i padri, con la presentazione del libro: “Le doglie del rinascere dopo un aborto” della psicologa dott.ssa Benedetta Foà.

Modera la serata Luca Tanduo, Presidente MVA.
 
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(fonte: movimentovitamilano.it)
 

Papa Francesco: “La vita va tutelata dal concepimento al naturale tramonto”

Al Regina Coeli appello di Papa Francesco per la Repubblica Centroafricana colpita dalle violenze: «Costruire insieme la pace». «Dare ai malati, anche se terminali, tutta l’assistenza possibile. Accogliere sempre i nascituri»
 
(La Stampa, 06.05.18)
 
Appello di Francesco per la pace nella Repubblica Centrafricana e per «tutelare la vita dal concepimento al naturale tramonto». Durante il Regina Coeli in piazza San Pietro, il Pontefice ha invitato i 40mila fedeli presenti «a pregare per la popolazione della Repubblica Centrafricana, paese che ho avuto la gioia di visitare e che porto nel cuore, dove nei giorni scorsi sono avvenute gravi violenze con numerosi morti e feriti, tra cui un sacerdote». «Il Signore, per intercessione della Vergine Maria, aiuti tutti a dire no alla violenza e alla vendetta, per costruire insieme la pace», ha detto Papa Francesco.

Che, nella sua catechesi, si è soffermato sul tema dell’amore. Quello che «si realizza nella vita di ogni giorno, negli atteggiamenti, nelle azioni», altrimenti rimane «soltanto qualcosa di illusorio». È «importante prendere coscienza che l’amore di Cristo non è un sentimento superficiale, ma un atteggiamento fondamentale del cuore, che si manifesta nel vivere come Lui vuole», ha sottolineato il Papa.

Gesù, ha spiegato, «ci chiede di osservare i suoi comandamenti», che si riassumono in questo: «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Ma come fare perché questo amore che il Signore risorto ci dona possa essere condiviso dagli altri? «Più volte – ha precisato Bergoglio – Gesù ha indicato chi è l’altro da amare, non a parole ma con i fatti. È colui che incontro sulla mia strada e che, con il suo volto e la sua storia, mi interpella; è colui che, con la sua stessa presenza, mi spinge a uscire dai miei interessi e dalle mie sicurezze; è colui che attende la mia disponibilità ad ascoltare e a fare un pezzo di strada insieme». Continua a leggere

“Rifuggite dall’informazione di facile consumo”

Il Papa ad Avvenire nel 50° del quotidiano: “Nessuno detti la vostra agenda tranne i poveri”
 
“A ben vedere, dalla falegnameria di Nazareth alla redazione di Avvenire, il passo non è poi così lungo!”. Lo ha detto Papa Francesco ricevendo in udienza dirigenti e personale del quotidiano della Cei con i loro familiari in occasione dei 50 del giornale. Proprio intorno alla figura del Santo Patriarca, modello di ogni lavoratore cristiano, si è sviluppato il discorso del S. Padre.

Giuseppe è l’uomo del silenzio – ha detto il Papa – A prima vista, potrebbe perfino sembrare l’antitesi del comunicatore. In realtà, solo spegnendo il rumore del mondo e le nostre stesse chiacchiere è possibile l’ascolto, che rimane la condizione prima di ogni comunicazione. Il silenzio di Giuseppe è abitato dalla voce di Dio e genera quell’obbedienza della fede che porta a impostare l’esistenza lasciandosi guidare dalla sua volontà”. Giuseppe è anche “il custode discreto e premuroso, che sa farsi carico delle persone e delle situazioni che la vita ha affidato alla sua responsabilità”.

Facendo riferimento alla bottega di colui che ha fatto da padre a Gesù sulla terra, il Papa ha evidenziato che “certamente, nella vostra ‘cassetta degli attrezzi‘ oggi ci sono strumenti tecnologiciche hanno modificato profondamente la professione, e anche il modo stesso di sentire e pensare, di vivere e comunicare, di interpretarsi e relazionarsi. La cultura digitale vi ha chiesto una riorganizzazione del lavoro, insieme con una disponibilità ancora maggiore a collaborare tra voi e ad armonizzarvi con le altre testate che fanno capo alla Conferenza Episcopale Italiana: l’Agenzia Sir, Tv2000 e il Circuito radiofonico InBlu. Analogamente a quanto sta avvenendo nel settore comunicazione della Santa Sede, la convergenza e l’interattività consentite dalle piattaforme digitali devono favorire sinergie, integrazione e gestione unitaria. Questa trasformazione richiede percorsi formativi e aggiornamento, nella consapevolezza che l’attaccamento al passato potrebbe rivelarsi una tentazione perniciosa. Autentici servitori della tradizione sono coloro che, nel farne memoria, sanno discernere i segni dei tempi e aprire nuovi tratti di cammino”. Continua a leggere

Scoperto in Perù il più grande sacrificio di massa nella storia. L’antropologo: «È stata un’uccisione rituale»

Resti della civiltà Chimù

Gli archeologi hanno trovato i resti di 140 bimbi di età compresa fra i 5 e i 14 anni. Il rituale risale a 550 anni fa

Il Sussidiario 29 aprile 2018 
 
Sulla costa settentrionale del Perù sono state scoperte le prove del più grande sacrificio di massa di bambini mai compiuto nelle Americhe, e forse in tutta la storia del mondo. Oltre 140 bambini e 200 lama sarebbero stati uccisi circa 550 anni fa nell’ambito di un sacrificio rituale. Le ricerche sono state svolte da un gruppo internazionale e interdisciplinare guidato da Gabriel Prieto della Universidad Nacional de Trujillo e da John Verano della Tulane University. «Non me lo sarei mai aspettato. E penso che anche per gli altri colleghi sia la stessa cosa», il commento a National Geographic dell’antropologo fisico Verano che ha lavorato per oltre tre decenni in questa regione. Il sito del sacrificio è conosciuto come Huanchaquito-Las Llamas. Qui nel 2011 furono trovati resti di 42 bambini e 76 lama. Alla fine delle ricerche, terminate nel 2016, il numero è salito a 140 bambini e 200 lama. «È stata un’uccisione rituale ed è stata sistematica», afferma Verano. «Spiegare il sacrificio dei bambini è decisamente più difficile», dice invece Joseph Watts, ricercatore postdottorato presso l’università di Oxford e il Max Planck Institute per la Scienza della storia umana. Questo perché la maggior parte delle società che praticavano sacrifici umani li praticavano tuttavia sugli adulti.
 
IL PIÙ GRANDE SACRIFICIO DI MASSA DELLA STORIA

La maggior parte di loro aveva tra gli 8 e i 12 anni, molti tra i 5 e i 14: sono i 140 bambini in cui resti, risalenti a oltre 500 anni fa, sono stati rinvenuti in questi ultimi anni in Perù nella medesima locazione, a poca distanza dal mare e circa 800 chilometri dalla capitale. E’ il più grande sacrificio umano di bambini della storia, ma si può dire anche strage in quanto è quello che di fatto accadde: tutti risultano con le costole spezzate per estrarne il cuore, sicuramente ancora vivi, in un sacrificio rituale che non ha paragoni nella storia. Insieme a loro anche i resti di molti lama che subirono la stessa sorte. Furono i Chimù, gli abitanti di un grande impero che si estendeva sulle coste di Perù ed Ecuador fino al 1475 dopo Cristo, quando gli Inca li sottomisero, a operare tale sacrificio. Intorno ai poveri resti i segni di molte impronte nel fango, secondo gli archeologi significa che le vittime opposero resistenza. Il precedente appartiene a un’altra civiltà pre cristiana dell’America questa volta centrale, quella degli Aztechi nell’attuale Messico: furono rinvenuti i resti di 42 bambini presso il Templo Mayor della capitale azteca di Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico. Continua a leggere

Mini cuore artificiale salva una bambina di 3 anni

cuore

«L’insufficienza cardiaca è uno dei mali del secolo» abbiamo affermato in un altro articolo, mostrando come il mal funzionamento del cuore, che non pompa il sangue in modo efficiente, possa essere curato mediante l’utilizzo di cellule staminali adulte derivanti dal midollo osseo.

Ora siamo lieti di comunicarvi un nuovo progresso della scienza medica, che è stato utile a salvare la vita di una bambina di soli tre anni, che soffriva proprio di insufficienza cardiaca.

Come leggiamo su  Toscana Oggi, il celebre ospedale pediatrico della Santa Sede è stato teatro dell’innovativo intervento in questione, dopo che, unico al mondo, ne aveva già effettuato un altro simile nel 2012.

Il Bambin Gesù è stato, infatti, autorizzato dalla Food and drug administration (Fda) americana e dal ministero della Salute italiano a fare uso di una pompa cardiaca miniaturizzata per salvare la vita della piccola.

Infant Iarvik è il nome di questo cuore artificiale che a breve sarà in sperimentazione negli Stati Uniti, spiega Timothy Baldwin, responsabile Nhlbi del progetto PumpKIN, affermando che «Il National heart lung and blood institute (Nhlbi) ha iniziato il programma PumpKin nel 2004 per finanziare lo sviluppo e la valutazione clinica del Jarvik 2015 Vad e di altri dispositivi simili, poiché i bambini con insufficienza cardiaca avevano a quei tempi un numero davvero ridotto di opzioni che gli consentisse di rimanere in vita». Continua a leggere

È l’ora delle lacrime e delle domande

di Francesco OgnibeneAvvenire 28.04.18
 
E’ l’ora delle lacrime e delle domande. Alle prime lasciamo che scorrano insieme a quelle di papà Tom e mamma Kate nell’ora in cui pensavamo invece di sostenerli con la discrezione che avevano chiesto per portare a casa il loro piccolo guerriero. Alle seconde non ci si può sottrarre, tanto sono lancinanti, aggiungendosi al dolore per una morte che ogni coscienza che sappia ancora custodire un barlume di senso umano percepisce come ingiustizia, un nuovo, lacerante grido della vita innocente che si aggiunge a quello che risuona oltre i confini della geografia, della storia, del tempo.

Alfie poteva vivere se lunedì 23 aprile alla 22.17 non gli avessero spento la ventilazione assistita e sospeso la nutrizione? La medicina non può darci una risposta, anche perché neppure alla malattia del piccolo era riuscita a dare un nome, e al capezzale di Alfie si muoveva come a tentoni, pur dichiarando in comunicati ufficiali e deposizioni in tribunale le sue certezze di carta. Quel che la nostra coscienza sa, anche senza lauree mediche o giuridiche, è che se si ostacola il respiro e si levano acqua e cibo qualunque essere umano, qualsiasi forma di vita si spegne, poco o tanto tempo occorra a ottenerne la morte.

Alfie ha resistito poco più di quattro giorni, con un andirivieni di ossigeno ridato e poi ritolto, nutrizione prima negata e poi riammessa come una concessione e non un diritto umano elementare che spetta a tutti, anche al paziente nelle condizioni più disperate, finché assolve la sua funzione, e con il piccolo malato di Liverpool è fuor di dubbio che lo facesse. Era la morte, allora, che si voleva? La risposta in questo caso è certamente affermativa: sta scritto in tutte le sentenze dei tribunali di Sua Maestà britannica e, implicitamente, nel diniego opposto dalla Corte europea dei diritti umani (diritti umani!) a riaprire il caso, a riconsiderare se su quel lettino ci fosse una vita “inutile”, com’era stata definita, dunque un costo, un fastidio, uno scarto da smaltire, oppure una persona umana per sua dignità innata meritevole di avere ciò che spetta a tutti: cure, ossigeno, nutrimento. Continua a leggere

La lezione di Alfie: oggi l’accanimento non è terapeutico, ma per la morte

Comunicato del Centro Studi Livatino
 
La lezione di Alfie: oggi l’accanimento non è terapeutico, ma per la morte. E non è un problema soltanto inglese
 
Alfie Evans, grave disabile di 23 mesi, in continuità con quanto da oltre 15 anni viene praticato in Belgio e in Olanda, ha raccontato oltre ogni dubbio che oggi il criterio decisivo nei confronti di chi soffre non è più nemmeno l’autonomia o l’autodeterminazione, bensì la convenienza sanitaria e sociale di sopprimere una vita qualificata come “inutile”. Dal suo lettino Alfie, pur non parlando, ha mostrato che il vero accanimento oggi esistente non è quello c.d. terapeutico, ma è quello per la morte, che passa per le aule di giustizia di ordinamenti formalmente democratici. E che il dibattito non è fra chi ha pietà e chi non ne ha: il dibattito è fra chi lascia l’individuo solo nelle mani dello Stato e chi sa che per vivere è necessaria la speranza, specie nelle prove, come hanno testimoniato i suoi genitori.
Non è un problema solo inglese: non trascuriamo che in Italia la legge 219/2017 riconosce, ai fini della permanenza in vita, “disposizioni” date “ora per allora”, qualifica cibo e acqua come trattamenti sanitari, se somministrati per via artificiale, contiene norme pericolose per i minori e per gli incapaci, nega l’obiezione di coscienza ai medici e obbliga anche le strutture non statali. Riprendendo peraltro quanto già affermato dalla giurisprudenza nel caso Englaro.
La speranza – dei pazienti, dei parenti, di chi li affianca con generosità – non la danno né lo Stato né i giudici né la legge: possono però oltraggiarla e schiacciarla, come è accaduto da ultimo a Liverpool. Il piccolo Alfie sollecita tutti a impedire che ciò avvenga.
E’ quanto sostiene il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati.
 
info@centrostudilivatino.it – www.centrostudilivatino.it (+393494972251 +393334152634)
 
(fonte: tempi.it)
 

La morte di Alfie Evans. Il Papa «profondamente toccato»

La morte di Alfie Evans. Il Papa «profondamente toccato»

Il nostro gladiatore ha spiegato le sue ali alle 2:30 – scrive il padre – abbiamo il cuore spezzato. Francesco: Dio Padre lo accoglie nel suo tenero abbraccio. Manifestazione davanti all’ospedale.
 
(fonte: Avvenire, 28.04.18)
 
Alfie Evans è morto. Lo hanno reso noto i genitori su Facebook. “Il mio gladiatore ha posato il suo scudo e ha aperto le sue ali alle 2.30, sono completamente distrutto”, ha postato il padre Tom Evans che poi ha aggiunto: “Ti amo, ragazzo mio”.

Anche la mamma del piccolo, Kate James, ha dato la notizia sulla sua pagina Facebook: “Il nostro bambino ha spiccato il volo alle 2,30 di stanotte. I nostri cuori sono spezzati”, ha scritto aggiungendo “un grazie a tutti per il vostro sostegno”.

Sempre sui social era arrivato, prima della morte del piccolo, un ultimo disperato appello ai sostenitori dell’Alfie’s Army da parte della zia, Sarah Evans: la donna aveva invitato a mandare “preghiere” e “100 profondi respiri al nostro guerriero”. Un segnale che per il bambino, dopo un’altra giornata trascorsa nella vana attesa di un trasferimento in Italia, stava arrivando la crisi respiratoria causata dal distacco dalle macchine. 

Il Papa «profondamente toccato»

Il Papa affida a un tweet diffuso poco dopo le 14 parole commosse: «Sono profondamente toccato dalla morte del piccolo Alfie. Oggi prego specialmente per i suoi genitori, mentre Dio Padre lo accoglie nel suo tenero abbraccio».
Per monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, incaricato dal Papa di adoperarsi per consentire al piccolo il ricovero al Bambino Gesù di Roma, «i genitori di Alfie Evans, che hanno amato, accudito e difeso il loro piccolo figlio, ora saranno amati, accuditi, difesi e consolati dalla sua potente intercessione presso il Padre. Anche da questa tragedia è comunque emerso del Bene, in quanto ha risvegliato tante coscienze e ha portato molte persone a porsi una domanda cruciale. Ossia, chi abbia davvero il diritto di decidere sulla vita e sulla morte di un essere umano». Con la Segreteria di Stato vaticana e la presidente dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, Mariella Enoc, Cavina si è adoperato nelle ultime due settimane per giungere a una soluzione positiva del caso, uno sforzo che ha dovuto fare i conti con la resistenza dell’Aldre Hey Hospital di Liverpool a lasciar partire il piccolo. Continua a leggere

Alfie, incontro del padre con i medici. Veglie di preghiere


 
Dopo che la corte di appello di Londra ha respinto il ricorso dei genitori di Alfie Evans, il padre ha detto che Alfie non ha più bisogno di stare in terapia intensiva. Il caso al Csm
 
Dopo che ieri la Corte di appello di Londra ha respinto il ricorso dei genitori di Alfie Evans, il padre del piccolo, ha avuto nel pomeriggio un incontro con i medici dell’Alder Hey Hospital di Liverpool per discutere sulla richiesta di portare a casa suo figlio.

Al termine Tom Evans, ha detto di voler “costruire un rapporto con l’ospedale” ringraziando “tutto lo staff della struttura per il loro duro lavoro”. “Come genitori – ha aggiunto – lavoreremo con il team ospedaliero per garantire ad Alfie tutta la dignità e il comfort di cui ha bisogno.” Poi ai tanti sostenitori del bambino gravemente malato ha chiesto “di tornare alla loro vita di tutti i giorni” per permettere a lui e alla moglie Kate “di camminare sopra il ponte che intende costruire con l’ospedale“. Qualcosa sembra quindi essersi sbloccato. Il clima appare migliorato. Potrebbe essere il preludio a un’evoluzione della situazione, che era entrata in una fase di stallo. Continua a leggere

“Mio figlio come Alfie: dissero che doveva morire, invece…”

Lauren Mcmahon, mamma di un bimbo di 5 anni di nome Alfie, come Alfie Evans, racconta alla Nuova BQ: «Mio figlio fu portato al Birmingham Children’s Ospital dove lo intubarono. Dopo una tac ci dissero che era cerebralmente morto, che lo stavamo facendo soffrire e che bisognava sospendere la ventilazione. Ma oggi mio figlio respira, mangia e mi chiama mamma».
 
(da lanuovabq.it, 26.04.18)
 
«Anche mio figlio è finito in ospedale, è stato intubato prima di ricevere una diagnosi tremenda», per cui i medici avevano deciso di abbandonare ogni speranza «convincendomi a sospendere i sostegni vitali». Quindi a provocarne la morte prima di cercare di fare il possibile per curarlo, ma sopratutto prima di attenderne la morte naturale. A raccontare la sua storia alla Nuova BQ è Lauren Mcmahon, mamma di un bimbo di 5 anni di nome Alfie, come Alfie Evans. E come lui inglese.

Mcmahon ha scritto alla Evans mercoledì scorso sul profilo Facebook alfies army official postando un video di suo figlio, in una condizione peggiore di quella di Alfie Evans, mentre un altro mostra il suo recupero. Alla mamma di Evans, Mcmahon ha spiegato: «Voglio solo farti vedere come tutti questi dottori davvero non avessero idea di quello di cui parlavano…il mio ometto è stato portato al Birmingham Children’s Ospital circa 6 mesi fa, gli hanno fatto una tac al cervello e hanno detto a me e alla mia famiglia che era cerebralmente morto, che la sua attività cerebrale era pari a zero…poi ci hanno detto che stavamo facendo soffrire Alfie, permettendogli di sopravvivere mentre i suoi organi stavano collassando. Ci sentivamo senza altra scelta se non quella dolorosissima di privarlo dell’unica cosa che permetteva al nostro piccolo di respirare». Continua a leggere

Malati e disabili non devono essere visti come costi, ma come risorse. La vita è incredibile e anche la scienza può esserlo

Lettera ad Avvenire del Prof. Mario Melazzini, Medico, malato di SLA, direttore generale Aifa
 
Caro direttore,
dopo il piccolo Charlie, in questi giorni stiamo seguendo tutti con il fiato sospeso e con emozione profonda la vicenda del piccolo Alfie, affetto da una patologia neurodegenerativa e per il quale i medici ‘curanti’ (difficile definire curante chi non cura…) e i giudici, hanno deciso l’interruzione del supporto vitale. Una storia ricca di drammaticità, emozioni, dolore ma anche di speranza e di dignità. Ed ecco che a fronte di sentenze fatte di parole certe e arroganti, nonostante l’interruzione delle cure, il piccolo Alfie vive! Perché non cerchiamo di abbattere quella barriera e concetto culturale di utilizzo del termine ‘inguaribile’ come sinonimo di ‘incurabile’ che determina uno ‘sguardo’ diverso rispetto alla persona malata e al suo percorso di vita.

Pensiamo a tutte quelle persone che giornalmente testimoniano la quotidianità della vita con la malattia, penso ai bimbi affetti da patologie simili a quelle del piccolo Alfie, senza terapie specifiche, inguaribili, secondo la dizione medica corrente, ma appunto non incurabili e supportati dall’affetto, dall’amore e dall’accudimento di famigliari, personale sanitario, semplici assistenti. Queste storie sono legate da uno speciale filo rosso: la speranza. La speranza, sentimento confortante che può condurre a una condizione migliore e che può diventare strumento di vita quotidiana. Quella speranza che leggo negli occhi dei genitori di Alfie e che li tiene così uniti al loro piccolo, pronti a sfidare ogni ‘condanna’ anche di natura giuridica per salvaguardare la sua vita. Il verdetto che abbiamo appreso su questo piccolo paziente inglese è che «non ci sono speranze di migliorare la condizione del bambino e ogni ulteriore tentativo costituirebbe un inutile accanimento».

Ma di fronte alla speranza, al diritto di vita di un bimbo, al desiderio di due genitori di curare il proprio figlio si può accettare il parere espresso da medici e giudici di staccare comunque la spina? E chiediamoci ancora: quanti Alfie ci sono nella quotidianità? Quante persone senza speranza di terapia e di guarigione? Ritengo che sia inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale e in un costo. È papa Francesco che ci fa riflettere su questo punto cruciale: «Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo». Credo che noi medici, e più in generale noi operatori sanitari, le Istituzioni stesse e ogni persona di buona volontà dobbiamo abbiamo il dovere di difendere la vita e il desiderio di vita di qualunque individuo. Continua a leggere

Respinto l’ultimo ricorso per Alfie. Il padre: «Continua a lottare»

Ancora un «no» al trasferimento in Italia del piccolo, che dopo 36 ore è tornato a ricevere nutrimento assistito.

Un muro di gomma. I genitori non hanno il diritto di portare Alfie in Italia per tentare nuove strade terapeutiche. La Corte d’Appello di Londra ha rigettato anche l’ultimo ricorso dei genitori del piccolo contro il rifiuto di autorizzare il trasferimento del bambino da Liverpool a un ospedale italiano. Respinta sia l’argomentazione dell’avvocato di papà Tom Evans, che contestava un giudizio precedente errato, sia quello del legale di mamma Kate, che puntava sulla sopravvivenza inaspettata del bambino nonché sulla cittadinanza italiana concessa ad Alfie per invocare la libertà di circolazione interna all’Ue, di cui il Regno Unito fa ancora parte.

Il padre di Alfie Thomas (Ansa)

È una disperata corsa contro il tempo quella che stanno vivendo i genitori del piccolo Alfie. Staccato ormai da lunedì dal respiratore artificiale, aiutato a respirare con mascherine per l’ossigeno, il piccolo di 23 mesi affetto da una grave malattia degenerativa «continua a lottare senza sofferenza o segno di dolore”, ha scritto su Facebook nel pomeriggio il giovanissimo padre, Tom Evans.

Non ha dato risultati quindi la battaglia legale che oppone la famiglia all’ospedale di Liverpool, che sulla base di numerose sentenze ha deciso di lasciarlo morire. I genitori hanno perso anche il ricorso in appello contro la decisione di ieri del giudice dell’Alta corte britannica Anthony Hayden di dire ‘no’ al trasferimento del piccolo da Liverpool a un ospedale italiano.

In aula c’era anche un rappresentante dell’ambasciata italiana, hanno fatto sapere gli avvocati. Il team legale dei Kate Evans ha fatto presente che il bimbo ha bisogno di “un intervento immediato“. L’avvocato del padre, Paul Diamond ha aggiunto che un aereo ambulanza è pronto, in attesa di portare in Italia il piccolo. Diamond ha insistito sul fatto che Alfie “non può restare prigioniero” dell’ospedale di Liverpool e bloccato da un verdetto emesso originariamente “tre mesi fa” (quello del via libera a staccare la spina): visto che la situazione mutata per l’inattesa resistenza del bambino dopo il distacco dal ventilatore. “Per lui c’è una fantastica alternativa di assistenza disponibile” in Italia, ha proseguito il legale ipotizzando che malgrado tutto il piccolo “possa avere qualche gioia di vivere”. Un’ipotesi non da escludere perché “va oltre la nostra conoscenza”, ha concluso.  Continua a leggere

Alfie estubato, ancora respira. Ore decisive per la sua sorte

La drammatica vicenda del piccolo Alfie Evans non è ancora finita. Medici e magistrati sono stati irremovibili e hanno fatto eseguire l’estubazione sul bambino di 23 mesi, affetto da rara malattia degenerativa. Dalle 21.27 di ieri sera, per almeno dieci ore, il piccolo paziente ha respirato da solo, fino a che, la mattina dopo, non gli è stato finalmente concesso l’ossigeno.

Un piccolo miracolo, che riaccende un barlume di speranza per la Alfie e la sua famiglia, all’indomani di una giornata concitata e ricca di colpi di scena, fuori e dentro l’Alder Hey Hospital di Liverpool, dove il piccolo è ricoverato. Dopo il no della Corte Suprema britannica alle richieste dei genitori di far dimettere Alfie, per tentare la cura al Bambino Gesù di Roma, era seguito l’esito ostile della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che si era rifiutata finanche di esaminare il caso.

Nel pomeriggio, poi, la svolta: a seguito dell’appello dell’onorevole Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri uscente, Angelino Alfano, concedeva la cittadinanza italiana ad Alfie Evans, rendendo così probabile un suo ricovero nel nostro paese. Oltre al Bambino Gesù, anche il “Besta” di Milano e il “Gaslini” di Genova, si erano resi disponibili ad accogliere il bambino inglese.

Nonostante il ricorso in tarda serata al giudice tutelare per i minori italiani all’estero presso il consolato italiano a Londra, gli infermieri dell’Alder Hey hanno comunque estubato Alfie, con almeno 30 poliziotti a piantonare la stanzetta dove è ricoverato. Ricevuto il rifiuto di ossigenare il bambino, il padre gli ha praticato la respirazione bocca a bocca.

In prima mattinata, Tom Evans ha dichiarato: “Alfie respira da solo da più di nove ore ormai. Sua mamma lo tiene fra le braccia e stanno bene insieme”. Il padre ha quindi nuovamente chiesto l’idratazione e la nutrizione per il piccolo, sottolineando comunque che Alfie ha ampiamente smentito le previsioni dei medici, per le quali, senza ventilazione non sarebbe sopravvissuto più di un quarto d’ora. Continua a leggere