Scuola, l’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze

Elio Germano nei panni di Giacomo Leopardi ne «Il giovane favoloso» di Mario Martone. Il giovane Leopardi trascorse sette anni rinchiuso nella biblioteca paterna, anni di «studio matto e disperatissimo»

Le conclusioni di un panel di esperti consultati dall’Ente nazionale di valutazione americano: gli studenti non imparano più a leggere perché a scuola si fanno solo test e si trascurano storia e letteratura, arte e scienze
 
(Corriere della Sera, 17 aprile 2018)
 
Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica? Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum. Era il 2001 – presidente George W. Bush – quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi – ricchi o poveri – delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo. Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 – presidente Barack Obama – la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media). Continua a leggere

Il Papa riceve il padre di Alfie: solo Dio è padrone della vita

Il Papa con il padre del piccolo Alfie Evans

Incontro a Santa Marta tra Francesco e il papà di Alfie. Al termine dell’udienza generale il Papa ha voluto di nuovo attirare l’attenzione sul bimbo inglese e su Vincent Lambert, ricordando con forza che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio
 
Sergio Centofanti – Città del Vaticano
 
Papa Francesco stamattina ha ricevuto a Casa Santa Marta Thomas Evans, il padre del piccolo Alfie, il bimbo inglese di quasi 2 anni affetto da una malattia neurodegenerativa non conosciuta e ricoverato presso l’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, i cui medici vorrebbero “staccagli la spina” perché – dicono – è nel suo “miglior interesse”. I suoi genitori invece vogliono trasferirlo all’Ospedale Bambino Gesù di Roma, che si è detto disposto ad accoglierlo per assisterlo fino alla fine. Il trasferimento è stato negato sia dai medici che dai giudici. Si è in attesa dell’ultima parola della Corte suprema. 

Al termine dell’udienza generale, il Papa ha pronunciato queste parole:

L’appello del Papa per Alfie

“Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert e sul piccolo Alfie Evans, e vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio! E il nostro dovere, il nostro dovere è fare di tutto per custodire la vita. Pensiamo in silenzio e preghiamo perché sia rispettata la vita di tutte le persone e specialmente di questi due fratelli nostri. Preghiamo in silenzio”. Continua a leggere

Papa Francesco al Regina Coeli: turbato per la Siria, in preghiera per Alfie Evans

Al Regina Caeli di oggi, Papa Francesco ha chiesto maggior impegno della comunità internazionale per un’azione comune per la pace in Siria. Poi un appello pubblico per il piccolo Alfie Evans – dopo il twitt del 5 aprile scorso – affinché “sia curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari” e ha aggiunto: “con grande rispetto per la vita”.

Riporto di seguito il testo completo, perché merita una riflessione:
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Al centro di questa terza domenica di Pasqua c’è l’esperienza del Risorto fatta dai suoi discepoli, tutti insieme. Ciò è evidenziato specialmente dal Vangelo che ci introduce ancora una volta nel Cenacolo, dove Gesù si manifesta agli Apostoli, rivolgendo loro questo saluto: «Pace a voi!» (Lc 24,36). E’ il saluto del Cristo Risorto, che ci dà la pace: «Pace a voi!» Si tratta sia della pace interiore, sia della pace che si stabilisce nei rapporti tra le persone. L’episodio raccontato dall’evangelista Luca insiste molto sul realismo della Risurrezione. Gesù non è un fantasma. Infatti, non si tratta di un’apparizione dell’anima di Gesù, ma della sua reale presenza con il corpo risorto.

Gesù si accorge che gli Apostoli sono turbati nel vederlo, che sono sconcertati perché la realtà della Risurrezione è per loro inconcepibile. Credono di vedere un fantasma; ma Gesù risorto non è un fantasma, è un uomo con corpo e anima. Per questo, per convincerli, dice loro: «Guardate le mie mani e i miei piedi – fa vedere loro le piaghe –: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» (v. 39). E poiché questo non sembra bastare a vincere l’incredulità dei discepoli. Il Vangelo dice anche una cosa interessante: era tanta la gioia che avevano dentro che questa gioia non potevano crederla: “No, non può essere! Non può essere così! Tanta gioia non è possibile!”. E Gesù, per convincerli, disse loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?» (v. 41). Essi gli offrono del pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia davanti a loro, per convincerli. Continua a leggere

L’ordine dei giudici ai genitori: non potete trasferire Alfie

La polizia inglese in ospedale per impedire ai genitori di Alfie di portarlo altrove (Fermo immagine da Facebook) 
La Corte ha accettato di riesaminare il caso e ha fissato l’udienza per lunedì 16 aprile. Ai genitori è stata notificata dal tribunale una dura diffida perché non trasferiscano il figlio.

di Francesco Ognibene
 
Ai genitori di Alfie è stata recapitata una notifica dai toni perentori nella quale il giudice gli ingiunge di non far uscire il figlio dall’ospedale per trasferirlo altrove, com’è loro desiderio (al Bambino Gesù di Roma, scrive ora per la prima volta apertamente il loro avvocato). In un primo momento il documento, che gli impedisce di replicare la clamorosa iniziativa con la quale giovedì sera avevano tentato di uscire dall’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool e bloccato l’esecutività della sentenza per il distacco della ventilazione e della nutrizione assistite, era parso una vera e propria sottrazione della patria potestà con affidamento dei destini del bambino ai Servizi sociali. Ma se la forma è diversa, la sostanza non cambia: Alfie resta “recluso” (è il termine usato dal legale della famiglia) in ospedale, impossibile portarlo con l’eliambulanza già pronta all’aeroporto di Liverpool (intitolato a John Lennon, cantore della libertà di fare ciò che si preferisce) almeno fino a lunedì, quando il dossier sul bambino tornerà davanti ai giudici. Per uscire dall’impasse nella quale sembrava che il drammatico caso fosse finito, la magistratura inglese aveva infatti rimandato ospedale e genitori davanti alla Corte d’appello, che già aveva stabilito come nel suo “miglior interesse” il bambino dovesse morire.

L’udienza è fissata per lunedì 16. Imponendo ai genitori di non poter muovere il figlio senza l’autorizzazione dei giudici gli viene ora tolto il diritto di poter decidere cosa fare attribuendo allo Stato il pieno controllo del caso. Un atto che potrebbe anche essere l’anticamera per poter passare all’immediata esecuzione di una nuova sentenza favorevole al distacco delle macchine. Diversamente, la mossa resterebbe una gratuita umiliazione di due genitori che solo pochi giorni fa il tribunale aveva comunque lodato per il loro amore verso il figlio malato grave. Alla famiglia non resta che chiedere di mostrare pubblicamente il sostegno alla loro disperata causa: su Facebook, insieme all’invito a non seguire chi sta cercando di strumentalizzare il caso per altre battaglie non chiare, è apparso l’appello a presidiare pacificamente l’area davanti all’ospedale, con l’avvertenza – molto british – di non occupare la strada e non disturbare le attività del grande ospedale pediatrico. Un modo per prevenire eventuali eccessi e per mostrare uno stile che anche la polizia di Liverpool ha apprezzato riferendosi alla compostezza della manifestazione spontanea inscenata nella tarda serata di giovedì.  Continua a leggere

«La vita di Alfie è inutile»: il giudice ordina di staccare la spina

I giovanissimi genitori di Alfie Evans all'esterno dell'ospedale di Liverpool

È stato l’ennesimo giudice dell’Alta Corte di Londra Anthony Paul Hayden a dire la parola fine alla vita di Alfie Evans, il piccolo che non ha neppure due anni ed è affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso.

La spina dei macchinari verrà staccata presto, forse anche domani, giovedì, ma nessuno che era presente alla dura sentenza di morte può dire il giorno e l’ora. Il giudice ha deciso così per proteggere i medici e gli infermieri dell’Alder Hey Children Hospital di Liverpool che hanno voluto a tutti i costi la fine del bambino ricorrendo alla legge per imporre ai genitori una data che non avrebbero mai voluto sul loro calendario. Si teme che l’”esercito di Alfie”, i centinaia di sostenitori che hanno fatto il tifo per la famiglia dai siti di social network e anche organizzando manifestazioni fuori dall’ospedale o suonando il clacson quando passavano vicino, insultino o addirittura compiano gesti violenti contro il personale dell’ospedale.

È rimasto inascoltato anche il tweet del Papa dei giorni scorsi, nei quali Francesco diceva di sperare “che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata”.

Il giudice, dimostrando la stessa freddezza dei medici, ha dichiarato che la vita di Alfie era “futile”, “inutile”, perché il bambino era in stato vegetativo ovvero non più un essere umano. Piuttosto un oggetto o forse una macchina da trattare con strumenti sterilizzati, da mantenere a distanza, un corpo da osservare quasi sotto un microscopio. “Non andava bene dargli del cioccolato”, come ha fatto la mamma per vedere se il bambino reagiva, ha detto il giudice perché “il cioccolato sporca, interferisce con l’igiene dell’ospedale”. Continua a leggere

Roma. Subito coperto (con la sua verità) il poster contestato contro l’aborto 

 
Nel quartiere Aurelio un cartellone di 7 metri per 11 ricordava cosa avviene a 11 settimane di gravidanza. Accontentate le proteste delle consigliere del Pd al Campidoglio e altre associazioni
 
Ci saranno anche voragini da riparare, per le strade della Capitale, e spazzatura a deturpare le belle vie del centro, ma le priorità del Campidoglio sembrano altre. Per esempio, un cartellone che campeggiava su un palazzo di via Gregorio VII, nel quartiere Aurelio. Mostrando un bambino a 11 settimane di vita, con lo slogan – senz’altro forte nei toni, ma vero nella sostanza – dell’associazione Provita.

Da quando si è aperto il caso della presunta “violazione della sensibilità collettiva” da parte dell’immagine stilizzata di un bambino nel grembo materno il Campidoglio ha impiegato meno di 48 ore a far coprire l’immagine con un telone bianco. Come si trattasse di un messaggio scandaloso, insostenibile. Da censurare, addirittura, com’è purtroppo accaduto. Con soddisfazione del comitato di quartiere secondo cui si tratterebbe di una vittoria «dell’ampio e unitario fronte che ha visto coinvolti associazioni, movimenti, forze politiche ed esponenti delle istituzioni capitoline e regionali» mobilitatosi con forza contro «chi mette in discussione il diritto di scelta delle donne». Continua a leggere

Liverpool. Per Alfie Evans disponibili due ospedali italiani

Una piccola speranza per Alfie, il bimbo inglese gravemente malato e destinato a morire per sentenza: il Bambino Gesù di Roma e il Besta di Milano si mettono a disposizione per fare il possibile.
 
Nel giorno in cui pareva dover terminare la sua vita con l’interruzione dei supporti vitali, per Alfie Evans si è aperto un piccolo spiraglio. Per il bambino di Liverpool, che non ha ancora due anni ed è affetto da una misteriosa malattia degenerativa del sistema nervoso, i medici dell’Alder Hey Children Hospital dov’è ricoverato hanno scaricato sul tribunale la più tremenda delle responsabilità: decidere il giorno per dare esecuzione alle sentenze – tre di tribunali inglesi più l’ultima della Corte europea per i diritti dell’uomo – che autorizzano a “staccare la spina” ritenendo ogni prosecuzione delle terapie come una forma di accanimento.

La storia di questo nuovo drammatico caso che coinvolge in Inghilterra un bambino colpito da una malattia rara e letale, i suoi genitori disperatamente impegnati a salvargli la vita, medici che invece insistono per interromperla e giudici che parlano di morte come «miglior interesse del bambino» presenta aspetti che mostrano fino a che punto può spingere l’idea che la vita umana dipenda dalle sue condizioni e non sia più un bene in sé. Un approccio ancora estraneo alla cultura medica che ci è più familiare. Tanto che, in cerca di una speranza, i giovanissimi genitori – Tom, 21 anni, e Kate, 20 – si sono rivolti proprio all’Italia. Continua a leggere

Bene il governo costituitosi alla Consulta. Suicidio assistito: resistenza necessaria

Suicidio assistito: resistenza necessaria

Marina Casini, nuovo presidente del Movimento per la Vita italiano, interviene oggi su Avvenire in merito al caso Cappato rimesso in decisione alla Consulta per la presunta incostituzionalità dell”art. 580 del codice penale sollevata dai radicali.
 

Caro direttore,
l’ambito del fine vita è altamente complesso e sfaccettato; le questioni sono spesso intrecciate tra loro e non possono certo essere affrontate a colpi di scure. A suo modo, però, la vicenda che ha rimesso davanti alla Consulta la costituzionalità dell’art. 580 del codice penale è semplice e chiara: un uomo concorre attivamente a realizzare il gesto suicidario diretto e volontario di un altro uomo, con la pretesa che tale gesto porti il sigillo del ‘diritto’.

È dunque meritevole di apprezzamento che il Governo si sia costituito. La Corte di assise milanese, ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma che punisce l’istigazione e l’aiuto al suicidio (art. 580 c.p.) nella parte in cui prevede che le condotte che agevolano l’esecuzione del suicidio e che non incidono sul processo deliberativo dell’aspirante suicida siano penalmente sanzionabili allo stesso modo delle condotte di istigazione. Dj Fabo avrebbe maturato in totale autonomia la determinazione autosoppressiva e l’imputato non avrebbe influito in alcun modo su tale determinazione.

A parte l’opinabilità di queste considerazioni, il reale obiettivo che si vuole raggiungere è chiaro: riconoscere all’individuo la «libertà di decidere quando e come morire», pertanto «solo le azioni che pregiudicano la sua libertà di decisione possono costituire offesa al bene tutelato dalla norma in esame». In realtà, il preteso ‘diritto di morire’ si scontra con diverse normative che invece affermano la indisponibilità della vita umana sia altrui che propria. Ma il punto su cui va concentrata l’attenzione è quel concetto di autodeterminazione rivendicato come unico e assoluto, ultimo e decisivo parametro per decidere se restare ancora nel mondo dei vivi o andarsene – con la collaborazione doverosa di terzi – nel regno dei più. Continua a leggere

Tweet di papa Francesco per Alfie Evans e la sua famiglia

Tweet di papa Francesco per Alfie Evans e la sua famiglia 

Papa Francesco interviene per il piccolo Alfie. Lo fa con un tweet in italiano e in inglese.

«È la mia sincera speranza che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata. Prego per Alfie, per la sua famiglia e per tutte le persone coinvolte».

Continuare ad accompagnare con compassione e ascolto per la profonda sofferenza dei genitori: due punti forti in poche righe che danno l’idea di quanto Bergoglio sia stato toccato dalla dolorosa vicenda di questo bambino inglese di neppure due anni, ricoverato a Liverpool per una malattia cerebrale devastante e ignota.

Tutti i tribunali interpellati dalla famiglia hanno autorizzato il distacco delle macchine, che potrebbe avvenire in questi giorni. Sabato scorso migliaia di cittadini sono scesi nelle strade di Liverpool per chiedere che Alfie venga accompagnato alla morte naturale, quando arriverà, e non fatto morire dai medici. E il Papa invita anche a pregare.
 

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(fonte: Avvenire, 5.04.18)

 

Argentina, 2 milioni in piazza contro l’aborto: “Tutta la vita ha valore”

Argentina, la marcia (vista dall’alto) «per la vita», e, quindi, «contro la proposta di liberalizzare l’aborto»

Con questo slogan manifestazioni in tutto il Paese 

Una marcia con una moltitudine di gente come non se ne vedevano da tempo in un paese avvezzo alle grandi marce ha portato decine di migliaia di argentini in strada per manifestare «per la vita», e, quindi, «contro la proposta di liberalizzare l’aborto» che subito dopo Pasqua entrerà in discussione nel parlamento nazionale.

Probabilmente gli stessi organizzatori non si aspettavano tanta gente, anche perché i mezzi di comunicazione hanno dato ben poca eco ai preparativi, peraltro abbastanza improvvisati, che hanno avuto come veicolo le reti sociali. Invece nella soleggiata domenica porteña – così sono chiamati i cittadini di Buenos Aires – un rigagnolo ininterrotto di partecipanti è confluito nel primo pomeriggio verso una delle strade giugulari della capitale, calle Sarmiento, per poi riversarsi lungo la celebre Avenida del Libertador, l’arteria che attraversa Buenos Aires dal nord al sud.

Famiglie con bambini, prevalentemente, giovani, tanti, ma anche cittadini di condizione più umile. Nessuno slogan di natura politica, nessuno striscione riconducibile a partiti, movimenti o organizzazioni di un qualche colore. Bandiere argentine, tante, scritte a favore della vita, del suo pieno sviluppo in ogni momento; nessuna criminalizzazione delle madri che abortiscono, vittime della loro stessa decisione e spesso abbandonate dalle strutture pubbliche, «la vita di entrambi» deve essere tutelata era scritto su molti striscioni. «Ni una menos», non una di meno si poteva leggere su tanti altri, in allusione alle campagne contro il femminicidio che anche in Argentina ha numeri ascendenti. Continua a leggere

Le due cose più importanti che ho imparato dai social

di G. Rancilio

(Avvenire, 23.03.18)
 
Insegnanti ed educatori lo sanno da tempo: certe domande dei ragazzi non fanno sconti; vanno subito al punto. Il ragazzo davanti a me avrà 15-16 anni. Mi ha ascoltato parlare di Internet e social network per un’ora e mezza. Ora tocca a lui. Alle domande. Alla domanda. «Qual è la cosa più importante che ha imparato gestendo i social di un quotidiano come Avvenire?».
I miei pensieri corrono veloci. E cominciano a scartare alcune delle cose che ho imparato in questi anni. Cose importanti ma non «la più importante». No, non è importante spiegargli come si usano gli strumenti per gestire e analizzare un social network. E nemmeno raccontargli come ci si rapporta con una comunità complessa e variegata. Scarto anche le «furbizie» tecniche e pratiche imparate. Scarto i corsi ai quali ho partecipato e i tanti libri letti. Finalmente non ho più dubbi. Sono due le cose più importanti che ho imparato. Ed entrambe, a dire la verità, le avevo già imparate da bambino.
La prima cosa che ho imparato – rispondo – è a non avere paura di chiedere scusa. Meglio: quanto sia bello chiedere scusa. Il ragazzo mi guarda un po’ stralunato. Provo a spiegarmi. Quando sbagliamo, soprattutto da ragazzi e a volte ancor più da adulti, siamo tentati di nascondere i nostri errori; di mettere sotto il tappeto la polvere. Di nascondere i cocci del vaso rotto con una pallonata. Perché sbagliare ci mette a disagio. E perché il giudizio degli altri ci mette a disagio. Ci fa paura. Pensiamo: oddio, cosa diranno adesso? Cosa penseranno ora di me? Per di più crescendo ci siamo convinti che chiedere scusa ci faccia apparire deboli e meno professionali. Continua a leggere

Dopo il restauro. La Resurrezione di Piero della Francesca ritrova la sua luce

La Resurrezione di Piero della Francesca a Sansepolcro dopo il restauro

La Resurrezione di Piero della Francesca a Sansepolcro dopo il restauro

Domani pomeriggio verrà presentato al pubblico presso il Museo civico di Sansepolcro il restauro della Resurrezione, capolavoro supremo dell’arte di Piero della Francesca. L’intervento, durato tre anni, è stato realizzato dall’Opificio delle pietre dure di Firenze sotto la direzione di Cecilia Frosinini. Dal restauro, che ha consolidato e ripulito la superficie pittorica dallo sporco e da interventi ottocenteschi, è emersa nuovamente la luce adamantina di Piero che si spande nel cielo è tornato azzurro e terso, donando nuovo vigore e volume ai corpi e lucentezza ai colori. Nel paesaggio (da tempo in gran parte perduto a causa di un lavaggio scellerato con acqua e soda caustica) sono tornati visibili castelli ed edifici. Pubblichiamo un testo, scritto per l’occasione da Timothy Verdon, direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze e grande studioso della pittura sacra del Rinascimento, e alcune immagini che mettono a confronto il dipinto prima e il dopo restauro.

La nuovamente restaurata Resurrezione di Cristo di Piero della Francesca, nel Palazzo Pubblico di Borgo Sansepolcro, è un’icona del cristianesimo rinascimentale. Eseguita intorno al 1463 con una tecnica tra l’affresco e la pittura “a secco”, mette in grande evidenza l’elemento da cui la cittadina prende nome, il sepolcro di Gesù, e – sebbene il restauro che viene presentato domani al pubblico abbia confermato un antico spostamento del muro su cui la Resurrezione è dipinta – verosimilmente l’opera fu concepita per la sede governativa. Riprende l’assetto della identitaria Resurrezione dipinta per l’altar maggiore del duomo di Borgo nel Trecento, ma aggiorna la pala medievale con un Cristo in cui traspare l’ammirazione per la statuaria greco-romana. Continua a leggere

Quanto costa all’Italia la fobia delle paritarie

Fondi Ue solo per le statali nonostante l’intervento dei ministri Fedeli, De Vincenti e le associazioni di scuole e genitori. E non è colpa dell’Europa
 
Intervista a Maria Grazia Colombo, vicepresidente Forum delle associazioni familiari
 
«Non stiamo parlando di vizi di forma ma di fobia, una vera e propria fobia, lo ha appena ricordato Berlinguer: in Svezia non esistono scuole statali, in Olanda sono solo il 30 per cento. Soltanto in Italia c’è questa distinzione tra scuola statale e non statale». Maria Grazia Colombo, vicepresidente Forum delle associazioni familiari, rilancia il duro attacco sferrato su Avvenire dall’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer all’indomani dell’ennesima esclusione delle scuole non statali dai bandi ministeriali che assegnano i fondi europei per la scuola: «Siamo di fronte a un errore tecnico del ministero – ha detto il padre della legge 62/2000 sulla parità scolastica –. Soltanto il ministero italiano, sbagliando, ha fatto introdurre la distinzione tra scuola statale e non statale, che nelle intenzioni del legislatore europeo non ha ragione di esistere».

A quale errore si riferisce Berlinguer?
A qualcosa che è successo nel 2014, l’anno in cui vengono individuate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, le priorità strategiche del settore fino al 2020 attraverso il Programma operativo nazionale (Pon) finanziato con i fondi strutturali europei. Ma le scuole paritarie non possono accedervi. Finché, a settembre del 2016, chiedo e ottengo un colloquio con un funzionario del ministero: il punto dolente è l’Accordo di partenariato per l’impiego di fondi strutturali e di investimento europei sottoscritto nel 2014 tra commissione europea e dal ministero dell’Istruzione italiana, in base al quale per “istituzioni scolastiche” si intendono soltanto le scuole statali. In pratica il ministero ha dichiarato alla commissione che il sistema scolastico è fatto solo da scuole di sua proprietà e che solo queste avrebbero potuto accedere alle risorse dell’Europa. Continua a leggere

Aneurisma all’ottavo mese di gravidanza, salvate madre e bimba

MOTHER, CHILD, BORN

Purché tutto vada bene, si dice pensando al mistero di una nascita. E se non fosse così? Siamo tutti dentro questa contesa tra la luce e il buio che è la vita
 
All’ottavo mese di gravidanza la valigia per l’ospedale è pronta; più o meno se non altro. La guardi, quando la incroci con gli occhi vicino alla porta dell’ingresso dove l’hai messa, e pensi al momento in cui servirà; uscirai di casa per andare a partorire. La valigia è lì a dare forma ancora più concreta all’attesa. Oltre al pancione che pesa, eccome, oramai.

All’ottavo mese di gravidanza si è già tutti protesi alla nascita, ma c’è ancora un po’ di tempo. A volte vorresti che arrivasse subito il momento di vedere tuo figlio faccia a faccia, a volte sei titubante perché la paura del parto c’è. Tutto l’orizzonte dei pensieri si concentra sull’esplosione di novità che è la vita che nasce; alla fine, non riuscendo mai a sbrogliare fino in fondo la matassa di emozioni, ti ritrovi a dire: purché tutto vada bene.

Eppure sappiamo bene che niente e nessuno è al sicuro dagli tsunami del destino che osiamo chiamare le visite della Provvidenza. Talvolta è profondamente incomprensibile il bene dietro un evento drammatico, ma talvolta è così lampante da risvegliarci dal torpore dell’incredulità.

Pochi giorni fa l’Ausl Romagna  ha reso pubblica una storia accaduta all’ospedale Bufalini di Cesena nei mesi scorsi: una madre all’ottavo mese di gravidanza è stata ricoverata con un aneurisma, in serio pericolo di vita. Sono intervenute equipe mediche dai reparti di Ostetricia e di Neurochirurgia per compiere, anzi per essere le braccia operose di un possibile miracolo: salvare due vite, quella della creatura in grembo e quella della mamma. C’è da immaginarsela l’energia sprigionata da un evento simile: un affaccendarsi di gente attorno alla donna; tutte le risorse di ogni dottore, accanto ai colleghi, tirate fuori dalla testa e dal cuore, magari avendo sulle spalle un’intensa giornata lavorativa. Chissà. E chissà quanti angeli custodi dentro la sala di Neurochirurgia, ciascuno a sostenere ogni parte in causa della scena. Continua a leggere

Nembrini: non “com’è andata oggi a scuola?” ma “sono contenta che sei qui”

Come sarebbe bello se per prima cosa la mamma, al rientro a casa del figlio, gli dicesse che è felice che ci sia e gli chiedesse se anche lui è contento. Dopo sì, si può parlare anche di scuola
 
L’espressione immortalata nell’immagine sopra l’articolo è quella che Franco Nembrini usa per inscenare la risposta del figlio. Per rendere anche plasticamente il senso di tormento che la solita domanda gli infligge.

Sempre la stessa, ripetuta ogni santo giorno, quasi nello stesso istante, proprio mentre sta per addentare il primo agognato boccone del pranzo da lungi desiderato. Parecchio lungi: dice che già alla campanella della seconda ora il ragazzone vede librarsi in aria, sotto il soffitto diventato greve dell’aula scolastica, una generosa porzione di lasagne fumanti.

“Tutto bene, mamma”. Prova a chiudere la questione il ragazzo e a riaprire la bocca sulla forchetta. Ma la mamma non desiste: “sarà pur successo qualcosa, no?”

“Niente. Non è successo niente“. O almeno, penserà il figliolo, non ho voglia, non ho l’energia per raccontartelo ora. E poi mi viene pure il sospetto che ti interessi solo quello…

In effetti è un’abitudine non così salubre e piuttosto diffusa nelle famiglie italiane quella di mettere tanta enfasi sul rendimento scolastico e non solo nei momenti topici (verifica, interrogazione, fine quadrimestre), ma ogni benedetto giorno. Continua a leggere

Neonata morta al centro rifiuti: «L’hanno abbandonata da viva». . Gigli (MpV): fatti inaccettabili, manca informazione

(Avvenire, 17.03.18)
 
Buttata tra i rifiuti appena nata, e viva. Viva fino a quando, dal cassonetto in cui l’ ha infilata chi l’ ha messa al mondo, è stata caricata insieme al resto della spazzatura da un camion e trasportata nel centro di smaltimento di Casine di Ostra, vicino Ancona. Dove è finita sui rulli, tra i trituratori, infine su un nastro trasportatore. È lì che un operaio macedone – il primo essere umano ad averne pietà – s’ è accorto del corpicino straziato della neonata. Una scena che lo lascerà segnato per sempre. È ancora tutto da ricostruire l’ orrore del ritrovamento del cadavere della piccola, avvenuto nel pomeriggio di giovedì. Le prime certezze sono arrivate dall’ auto- psia effettuata ieri all’ istituto di Medicina legale di Ancona: la neonata (di origini nordafricane o del Sud Est asiatico) aveva il cordone ombelicale ancora attaccato quando è stata abbandonata tra i rifiuti ingombranti, chissà dove tra le province di Ancona, Pesaro e Perugia. Non sarebbe stata né accudita, né allattata: sarebbe morta probabilmente nelle 24 ore precedenti al ritrovamento, di freddo e di stenti. Sola al mondo. Vicino al corpicino è stata ritrovata anche una bustadi plastica macchiata di sangue, che è stata sequestrata e verrà analizzata. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio volontario e occultamento di cadavere in attesa delle risultanze degli esami medico legali e degli incroci sul Dna. I militari stanno esaminando anglio, che le bolle di conferimento dei vari camion che raccolgono i rifiuti per l’ azienda di Casine di Ostra per risalire al luogo di provenienza del materiale tra il quale c’ era anche il corpo. Ma stanno anche compiendo verifiche negli ospedali vicini ai punti di raccolta per rintracciare la madre della neonata. Durissima la reazione del Movimento per la vita, da anni impegnato in una campagna di sensibilizzazione sul tema dell’ abbandono e presente ormai capillarmente, a livello territoriale, con le sue 55 Culle per la vita: «La vita umana non è assimilabile ai rifiuti indifferenziati e la disattenzione del governo sul dramma dell’ abbandono dei neonati è inaccettabile – ha tuonato il presidente Gian Luigi Gigli -. Continua a leggere

“Allarme pillola del giorno dopo. Overdose di vendite”

da Noi Famiglia&Vita, supplemento mensile di Avvenire – Febbraio 2018
 
di Antonio Casciano
 
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della legge 194, che, come noto, ha introdotto nel nostro ordinamento, era il 1978, la disciplina dell’aborto volontario (Ivg). Come prescritto dall’articolo 16 del testo normativo, il ministro della Salute presenta ogni anno al Parlamento una relazione concernente lo stato di attuazione della legge, sulla base dei dati forniti dalle regioni, raccolti dal Sistema di sorveglianza operante presso l’Istituto superiore di Sanità ed elaborati dall’Istat. La relazione di quest’anno si apre inanellando una serie di dati a conferma dell’andamento decrescente del numero di aborti praticati in Italia. Si legge infatti: «Per il terzo anno di seguito il numero totale delle Igv è stato inferiore a 100.000 [esattamente 84.926 nel 2016, di cui 59.423 a carico di cittadine italiane], più che dimezzato rispetto ai 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia». Il ricorso all’aborto appare in diminuzione in ogni fascia d’età, ancorché la percentuale delle minorenni che vi accedono pare essere rimasta invariata negli ultimi anni. Per ciò che riguarda istruzione, occupazione e condizione familiare, si può rilevare che il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito nel 2016 era in possesso di licenza media superiore, il 47.4% era occupato, il 57,8% nubile, il 43,9% non aveva ancora avuto prole. Diverse le criticità che emergono a una disamina attenta del documento. Infatti, la diminuzione degli aborti è molto meno evidente in termini percentuali se si tiene conto della diminuzione della popolazione femminile in età fertile. Inoltre nella relazione si accenna solo timidamente alla pesante incidenza che, sulla riduzione del numero di Ivg, ha avuto il ricorso all’aborto precoce da farmaci che ostacolano l’annidamento dell’embrione nell’utero materno. Continua a leggere

Imperfetto? «Aborto per 7 su 10». I numeri choc di Treviso: «Così stanno sparendo i figli Down»

da Avvenire 11.03.18
 
E’ una denuncia choc quella che arriva da Treviso, profondo Nord Est. In una terra in cui le preoccupazioni economiche pesano meno che altrove e dove la natalità è considerata ancora un valore, sembra infatti vacillare il rispetto della vita ‘senza se’ e ‘senza ma’: sempre più spesso le giovani coppie rifiutano figli davanti a diagnosi di disabilità, persino eventuali.
I dati sono drammatici e negli ultimi anni hanno rasentato il 70%. Lo conferma il direttore dell’Unità di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Treviso, Enrico Busato. «Su dieci donne, sette interrompono la gravidanza quando vengono a sapere che il loro figlio potrà avere qualche imperfezione. Numerosi genitori, quindi, decidono per l’aborto». E questo vale, secondo Busato, per ogni forma di possibile disabilità, su tutte la sindrome di Down. «Li vediamo catturati dalla paura, temono di rimanere soli, considerano subito il figlio che portano in grembo un “peso” più grande delle loro forze». Eppure in questa città i parti sono stati 2.182 nel 2017, un terzo di tutta la provincia, con un calo di appena 19 unità rispetto al 2016. La scelta dell’aborto in caso di diagnosi infausta riporta con la mente all’Islanda, col suo 100% di bimbi down abortiti, sventolato negli ultimi mesi come un primato dell’eccellenza scientifica e della precisione dei nuovi test sul Dna fetale. L’Unità del dottor Busato a Treviso, d’altronde, è un centro di riferimento interprovinciale di diagnosi prenatale: sono un centinaio l’anno le malformazioni e le patologie genetiche che vengono certificate, altrettanto quelle di minore gravità. Se nascono meno disabili rispetto al passato, chiarisce subito Francesco Benazzi, direttore generale dell’Ulss 2 provinciale, «è perché le diagnosi sono precoci e di conseguenza la gravidanza si interrompe prima». Continua a leggere

Prendersi cura di Alfie non è accanimento terapeutico

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Sulla dolorosa vicenda di Alfie Evans – come nel caso di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup – la propaganda della cultura della morte si è dimostrata molto efficace nel generare confusione.
 
Differenza tra cura, palliazione e accanimento terapeutico
 
Abbiamo più volte cercato di fare chiarezza, su un tema che è oggettivamente molto delicato, perché all’atto pratico in molti casi, il confine tra l’accanimento terapeutico e la cura è oggettivamente molto sottile. E in questo caso bisognerebbe potersi  fidare della “scienza e coscienza” dei medici, sperando che la coscienza degli stessi sia rettamente formata e non già plagiata dalla propaganda mortifera di cui sopra.

Certamente, però, dispiace che le autorità morali che dovrebbero contribuire alla formazione della suddetta retta coscienza  contribuiscano a loro volta a creare la confusione in questione: i giudici inglesi hanno usato anche le parole di Papa Francesco per giustificare la loro sentenza di morte.

Da ultimo, per esempio, Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha rilasciato un’intervista a Tempi in cui sembrerebbe che la “sospensione dei trattamenti” non sia eutanasia: come se tutte le persone che girano per la strada col carrellino e il respiratore fossero vittime di accanimento terapeutico….

Nel tentativo di fare chiarezza riportiamo alcuni passi di un articolo di un medico e sacerdote, don Roberto Colombo,  che è stato citato da Costanza Miriano nel suo blog: spiega bene qual è la situazione del piccolo Alfie e sul perché il respiratore che lo aiuta a vivere non è uno strumento di accanimento terapeutico, anche secondo la lettera del Papa usata dai giudici a supporto della loro scelta eugenetica e mortifera. Continua a leggere

Cari cattolici, dobbiamo rassegnarci ad avere anche noi i nostri Alfie?

Tutto quello che non torna nella sentenza che cita papa Francesco e nella legge italiana sul biotestamento
 
di Assuntina Morresi
 
Isaiah – un anno appena compiuto – ha respirato per sette ore, dopo che gli hanno sospeso la ventilazione artificiale, e poi è morto. Era un gravissimo cerebroleso, non malato: di suo era sano, ma qualcosa non ha funzionato nell’ospedale inglese durante il parto e lui e sua madre hanno rischiato di morire. I medici prima lo hanno salvato, poi hanno deciso che in quelle condizioni il massimo interesse per lui era morire, a prescindere dalla richiesta dei genitori, che invece volevano continuare a prendersi cura di loro figlio: per loro Isaiah andava bene anche così, anche se non poteva ridere e giocare e gattonare e mangiare e bere e sporcarsi e fare i capricci come tutti gli altri bambini. La Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo aveva però respinto il ricorso dei genitori, che si opponevano al King’s College di Londra, dove Isaiah era ricoverato e dove è morto.

Per Alfie – 21 mesi – si prospetta lo stesso percorso, anche se la sua storia è totalmente diversa: lui ha una malattia sconosciuta, sicuramente neurodegenerativa, sicuramente letale – cioè è destinato a morire a breve, anche se non si sa quando – che nessuno è riuscito a diagnosticare con precisione, e per cui l’unico nome proposto è “la malattia di Alfie”. Anche di lui i medici dell’ospedale inglese in cui è ricoverato, l’Alder Hey Children’s Hospital, pensano che sia meglio morire; anche per lui hanno proposto ai suoi genitori di sospendere i sostegni vitali – respirazione, alimentazione, idratazione; anche i suoi genitori, giovanissimi, si sono opposti. Ma anche per lui il contenzioso legale, ancora in corso, sta andando nella stessa direzione di quello di Isaiah, e di quello, prima ancora, di Charlie Gard, e di quello della ragazzina francese Inès, e di chissà quante altre persone con “scarsa qualità di vita”. Continua a leggere

Monsignor Romero aderiva alla teologia della liberazione?

Chi era l’arcivescovo martire di El Salvador che sarà canonizzato da Papa Francesco?
 
Óscar Arnolfo Romero Galdámez nacque a Ciudad Barrios, in El Salvador, il 15 agosto 1917. Ordinato sacerdote nel 1942 e vescovo nel 1970, venne nominato arcivescovo della capitale del suo Paese, San Salvador, nel febbraio 1977.

Nel marzo dello stesso anno si verificò l’assassinio di padre Rutilio Grande insieme a due contadini. Monsignor Romero denunciò le ingiustizie sociali attraverso la radio cattolica Ysax e la rivista Orientación, diventando noto come “La voce dei senza voce”.

Nelle sue omelie domenicali denunciava le tante violazioni dei diritti umani in El Salvador ed esprimeva pubblicamente la propria solidarietà con le vittime della violenza politica. Il Paese è arrivato a vivere una guerra civile tra il 1979 e il 1992.

All’interno della Chiesa, Romero difendeva l’“opzione preferenziale per i poveri”, il che gli è costato accuse di allineamento con la teologia della liberazione. Egli, però, teneva a distinguere chiaramente le due cose:

“Ci sono due teologie della liberazione. Una vede la liberazione come liberazione materiale, l’altra è quella di Paolo VI. Io sto con Paolo VI”.

In un’omelia del 6 agosto 1976, monsignor Romero parlò esplicitamente del tipo di “rivoluzione” che difendeva:

“La rivoluzione sociale più profonda è la riforma seria, soprannaturale, interiore di un cristiano. La liberazione di Cristo e della Sua Chiesa non è ridotta alla dimensione di un puro progetto temporaneo. Non riduce i propri obiettivi a una prospettiva antropocentrica, a un benessere materiale o solo a iniziative di un ordine politico o sociale, economico o culturale. Men che meno può essere una liberazione che sostiene o è sostenuta dalla violenza”. Continua a leggere

8 marzo, Gigli: donne libere da violenza dell’aborto e da utero in affitto

Vitanews, 8 MAR – “La Festa della Donna sia per tutte le forze politiche l’occasione di un impegno serio a rendere tutte le donne libere di non abortire, sottraendole almeno alla violenza dell’aborto da cause socio-economiche”. Lo dichiara in una nota l’On. Gian Luigi Gigli, Presidente del Movimento per la Vita Italiano.
“Urge anche una generale mobilitazione contro l’orrenda pratica dell’utero in affitto – sottolinea Gigli – e le finte ovodonazioni effettuate sulla pelle di donne bisognose. Le migranti abusate e le donne oggetto della tratta a fini di prostituzione sono altri esempi di un’agenda contro la violenza sulle donne che meriterebbe di trovare un consenso generale nel nostro Paese. In occasione della Festa della Donna, il Movimento per la Vita ringrazia tutte le donne che hanno detto ‘sì’ alla vita e tutti i volontari che le hanno aiutate a sentirsi meno sole nelle loro difficoltà. Il sorriso dei bambini che hanno potuto venire al mondo ha ripagato largamente le une e gli altri”.

 

Un bambino down diventa simbolo di una marca alimentare

Gerber, la marca di prodotti alimentari per bambini e lattanti appartenenti a Nestlé, ha scelto un neonato affetto da trisomia 21 per rappresentare la propria immagine nel mondo nel 2018.
 
Il visetto da baci di Lucas Warren, un anno e mezzo, originario della Georgia (USA), sarà associato per tutto l’anno alla marca di prodotti per lattanti. In particolare, sarà affissa sugli account dei social network aziendali. Linguaggio, alimentazione, sviluppo… Gli internauti potranno inoltre seguire i primi passi di Lucas, come se il bambino fosse un loro vicino di casa.
 
Un “sorriso esplosivo”

Dal 1928 Gerber sceglie ogni anno un bambino che la rappresenti. In questi ultimi anni l’impresa fidelizzava i consumatori organizzando un concorso annuale aperto in tutto il mondo per scovare il bambino che incarna la perla rara. Concorso vinto quest’anno dal piccolo Lucas, che ha permesso alla famiglia di aggiudicarsi la somma di 41mila euro. È la prima volta che la marca consacra un bambino trisomico. Secondo Bill Partyka, amministratore delegato di Nestlé, il “sorriso esplosivo” del piccolo statunitense ha fatto la differenza nei confronti delle altre 140mila foto di bambini ricevuti.  Continua a leggere

Il genetista. Ibridi uomo-pecora: «C’è un limite da rispettare»

Il genetista Domenico Coviello: confini chiari, i malati non vanno illusi
 
«In questo caso non sono stati fusi i genomi, ma non si può manipolare l’embrione, rischiando di alterare la natura dell’uomo. Va ricordato che le differenze tra le specie non sono barriere facili da superare, e senza rischi». Commentando l’annuncio che viene dagli Stati Uniti di un esperimento con cellule umane inserite in un embrione di pecora Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di genetica umana dell’ospedale Galliera di Genova, sottolinea un altro aspetto: «Avere organi per i trapianti in questo modo è ben lungi dall’essere a portata di mano: non si devono illudere i malati». 
 
Qual è il significato scientifico di questo esperimento?

Va chiarito che in questo esperimento non c’è stata una fusione di cellule, una commistione del genoma umano con quello animale. L’embrione è partito totalmente autonomo, con genoma animale, e solo dopo l’inizio dello sviluppo le cellule ovine sono state affiancate da cellule umane: non quelle embrionali – in grado di formare un individuo – ma cellule adulte riprogrammate, quindi portate indietro nello sviluppo per essere molto più “elastiche”, in grado di adattarsi all’ambiente. 
 
Quali gli obiettivi?

L’idea è di poter avere organi compatibili con la sopravvivenza in un organismo umano. Ma l’esperimento è durato veramente poco tempo, solo 28 giorni. Lodevole pensare di giovare a persone che aspettano un organo da trapiantare e sono sospese nella loro sofferenza, ma la strada è ancora molto lunga: da questo esperimento a poter avere un organo che possa condividere queste cellule umane in un organo animale ne corre. Diciamo che è un tentativo verso questo traguardo.  Continua a leggere

Usa. Creato embrione pecora-uomo per trapianto organi

Creato embrione pecora-uomo per trapianto organi

Per la prima volta è stato creato in laboratorio un embrione ibrido uomo-pecora, in cui una cellula su 10.000 è umana. Un anno fa circa era stato realizzato un embrione di uomo e maiale
 
di Francesco Ognibene

(Avvenire, 19.02.18)
 
Ricorda lo xenotrapianto, ma è assai più simile alla chimera. La notizia diffusa dalla Stanford University, e resa nota dal quotidiano inglese «Guardian», sa di già sentito ma ha elementi di novità sui quali è bene fare qualche prima considerazione evitando facili entusiasmi (già dilaganti nelle prime reazioni italiane) e censure preventive.

I fatti: un’équipe americana ha sviluppato embrioni di pecora contenenti cellule umane, in un rapporto di una a 10mila, allo scopo di far crescere organi compatibili con l’uomo all’interno di animali. L’obiettivo è ottenere una “fabbrica” potenzialmente illimitata di pezzi di ricambio personalizzati e dunque senza pericolo di rigetto. Si tratta di una tecnica che ricorda il principio degli xenotrapianti, ovvero l’uso per l’uomo di organi animali (in particolare da suini), ma se ne differenzia per l’incrocio tra cellule e dunque tra patrimoni genetici dell’uomo e dell’animale (la pecora, nel caso di Stanford). La tecnica più vicina a questo nuovo esperimento, che ha dato luogo a embrioni misti uomo-ovino fatti sviluppare fino al 28esimo giorno, un’estensione di tempo che dovrebbe essere sufficiente a verificare la formazione di organi destinati al trapianto sull’uomo, anche perché sinora pare che non vi sia traccia di ciò che si immaginava di trovare.

L’esperimento del gruppo di ricerca guidato dal giapponese Hiro Nakauchi che da anni conduce studi sulla medicina rigenerativa e le cellule staminali, punta a ottenere nell’animali un pancreas efficiente che garantisca al paziente diabetico dal quale provengono le cellule per la creazione dell’ibrido la soluzione della sua patologia. «Abbiamo già creato un pancreas di topo nei ratti – ha dichiarato Nakauchi al quotidiano britannico – e poi lo abbiamo trapiantato in un esemplare di topo diabetico curandolo quasi completamente».  Continua a leggere