Grecia: ​scoperta tavoletta con versi dell’Odissea, forse la più antica

Descrive il ritorno di Ulisse alla sua casa ad Itaca  

Il reperto ha visto la luce dopo tre anni di scavi, condotti dal Servizio archeologico greco 

 

Un’antica tavoletta di argilla, con incisi 13 versi dell’Odissea di Omero, è stata portata alla luce nel sito archeologico dell’antica Olimpia, nel sud della Grecia.

Secondo quanto ha reso noto il ministero della Cultura, si potrebbe trattare della traccia più antica mai rinvenuta del celebre poema epico: le prime stime datano il reperto a prima del III secolo a.C. “Se la data verrà confermata – si legge nel comunicato del dicastero – la tavoletta potrebbe essere il reperto scritto più antico del lavoro di Omero mai scoperto”.

L’estratto, preso dal libro XIV dell’Odissea, descrive il ritorno di Ulisse alla sua casa ad Itaca ed è stato trovato vicino ai resti del tempio di Zeus. La tavoletta ha visto la luce dopo tre anni di scavi, condotti dal Servizio archeologico greco, in cooperazione con l’Istituto tedesco di Archeologia. Composta oralmente intorno all’VIII sec. a.C., l’Odissea – attribuita all’antico autore greco Omero – è stata poi trascritta, durante l’era cristiana, su pergamena, di cui sono stati rinvenuti solo pochi frammenti in Egitto.

fonte: rainews.it

Si scrive Divina Commedia, “si legge” Eneide

di Giovanni Fighera
 
Lungi dall’essere soltanto un racconto immaginario, la Commedia di Dante riserva tante sorprese inaspettate: non offre solo l’opportunità di un viaggio esistenziale, religioso, catechetico, ma suggerisce richiami interessantissimi provenienti dai grandi auctores latini, costanti riferimenti delle tre cantiche.

Virgilio è senz’altro il maestro principale di Dante, entrato in scena nell’Inferno con una spettacolare agnizione sciorinando particolari della sua vita gradualmente: «Non omo, omo già fui,/ e li parenti miei furon lombardi,/mantoani per patrïa ambedui./ Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,/e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto/ nel tempo de li dèi falsi e bugiardi./ Poeta fui, e cantai di quel giusto/figliuol d’Anchise che venne di Troia,/poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto». All’inizio del I canto dell’Inferno Virgilio invita Dante a riconoscere in maniera consapevole di avere bisogno di aiuto: «Ma tu perché ritorni a tanta noia?/ perché non sali il dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

L’Eneide offre notevoli spunti all’Inferno dantesco. Pensiamo ai mostri infernali (come Caronte, Minosse, Cerbero) o alle acque presenti nell’aldilà (l’Acheronte, il Flegetonte, la palude Stigia, il lago Cocito), tutti già incontrati nel poema latino.

Vediamo pochi esempi. Nell’ultima parte del canto III assistiamo alla scena dell’incontro con Caronte. Presso la riva dell’Acheronte sono assiepate tantissime anime che aspettano di salire sulla barca del traghettatore Caronte, «bianco per antico pelo», dalle «lanose gote», che intorno agli occhi ha «di fiamme rote». Continua a leggere

GUARESCHI/ Un uomo troppo libero e senza odiare nessuno

Il primo maggio 2018 avrebbe compiuto 110 anni. “Il fatto increscioso” — così Giovannino Guareschi si riferì alla sua nascita — avvenne nel 1908 “al primo piano della locale cooperativa socialista” in cui si celebrava la festa dei lavoratori. Politica e lavoro, temi che si ritroveranno nella gran parte dei suoi racconti. A leggere bene tra le righe, però, tutte le vicende politico-partitiche che tanto riscaldano gli animi (e i cazzotti) dei suoi personaggi (i più famosi sono don Camillo e Peppone), alla fine non sono che un palcoscenico come un altro per mettere sotto i riflettori gli esseri umani. Non tanto ciò che pensano, ma la loro ricerca di verità, di giustizia, di dignità.

Centodieci anni. Eppure non è difficile immaginare Guareschi ancora vivo oggi e, come allora, impegnato a ironizzare, smascherare superficialità e ipocrisie, ma anche a incoraggiare, e soprattutto a farci fare qualche passo in più nella nostra coscienza di esseri umani. Per questo si sente la sua mancanza. Conosciuto in tutto il mondo per la saga del Mondo piccolo (tradotta in 80 lingue), oltre che scrittore è stato giornalista, sceneggiatore, umorista e disegnatore. La sua opera, intrecciata a una vicenda umana intensa e drammatica, è una miniera ancora in parte da scoprire. Conoscerla, anche nelle sue parti inedite, è l’obiettivo di tante iniziative promosse lungo tutto il 2018, anno in cui si ricordano i cinquant’anni dalla sua scomparsa.

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La scoperta di un vino di 6000 anni fa potrebbe riscrivere la storia della Sicilia

Gli scavi nella regione del Monte San Calogero hanno portato alla luce la presenza di una bevanda alcolica importantissima per 3 motivi
 
Il vino, si sa, più invecchia e più è buono, ma in pochi avrebbero il coraggio di bere un alcolico di 6 mila anni fa. In Sicilia, però, il ritrovamento di tracce di vino di età preistorica all’interno di una grotta sul Monte San Calogero (o Kronio) ha fatto fare i salti di gioia agli archeologi che lo hanno riportato alla luce e non per una eventuale futura messa in commercio di quella particolare qualità di vino, bensì perché la scoperta potrebbe riscrivere la storia della Sicilia e della sua cultura antica.

Il team di archeologi che da anni scava all’interno delle cavità del Monte Kronio – in provincia di Agrigento – è guidato da Davide Tanasi dell’Università della South Florida, il quale ha voluto dare conto della ricerca sulla rivista The Conversationin un articolo dal titolo significativo: Vino preistorico scoperto in caverne inaccessibili costringono a ripensare alla cultura dell’antica Sicilia.

Nonostante in quella zona della Trinacria l’umidità arrivi spesso al 100% e le temperature fino a 37 gradi, le grotte erano abitate già nel 6000 avanti Cristo, all’epoca dell’Età del rame, e per questo sono piene di vasi e recipienti lasciati lì dagli uomini primitivi. Ma a far interrogare gli studiosi è stato il liquido contenuto in queste giare e brocche, ai quali si è arrivati analizzando i campioni a disposizione grazie alle moderne tecnologie; si tratta di vino e il ritrovamento ha lasciato di stucco gli scienziati.  Continua a leggere

Venezia ti accoglie con la storia della salvezza

Venezia, Basilica di San Marco – Le Storie di Noè e del Diluvio Universale

La storia della salvezza e dell’alleanza tra Dio e l’uomo, di cui Cristo sigilla il compimento, inizia già all’esterno, proprio nel grandioso apparato musivo del nartece. Viaggio nel nartece della Basilica di San Marco a Venezia. L’ultima parola non è della morte: la salvezza è affidata a un uomo giusto, l’unico rimasto.
 
di Margherita Del Castillo
 
Dicesi atrio o nartece quell’ambiente interposto tra la facciata di una chiesa e le sue navate. E’ una struttura tipica delle basiliche dei primi secoli del Cristianesimo, a lungo sopravvissuta nell’architettura bizantina, adibita a ospitare i catecumeni e/o i penitenti; il suo nome deriva, infatti, dal greco nárthēx che significa bastone, flagello, entrambi simboli di pentimento.

La basilica di San Marco a Venezia, si sa, è famosa per i suoi mosaici: il tema del programma iconografico all’interno è l’esaltazione di Cristo presente nella Sua Chiesa. La storia della salvezza e dell’alleanza tra Dio e l’uomo, di cui Cristo sigilla il compimento, inizia, però, già all’esterno, proprio nel grandioso apparato musivo del nartece. E’ una sorta di prefatio figurato, ovvero la prima parte della celebrazione eucaristica che si sviluppa, per immagini e tessere dorate, dentro lo spazio sacro.

L’atrio in questione, inizialmente un semplice porticato, assunse l’aspetto odierno tra il XII e il XIII secolo.  L’imponenza del suo spazio, formato da due ampi corridoi coperti da sei cupole, arconi e lunette, è valorizzata dalla scintillante decorazione musiva che riveste l’intera superficie, senza soluzione di continuità. Il racconto procede dalla creazione del cosmo fino alla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, e continua, poi, con le storie di Caino e Abele, di Abramo, di Mosè. Ci s’imbatte nella figura di Noè se si lascia scivolare lo sguardo, sempre rigorosamente rivolto verso l’alto, lungo la volta adiacente al cupolino della Genesi. Continua a leggere

Con la donna, nel mistero

Con la donna, nel mistero

Nel suo nuovo libro Alessandro D’Avenia ripercorre la storia dell’arte e della letteratura in una prospettiva tutta femminile facendo emergere la forza salvifica dell’amore
 
Recensione di Alessandro Zaccuri

(Avvenire, 28.10.17)
 
Nadežda è unica, ma non è sola. La moglie del poeta russo Osip Mandel’štam, rimasta celebre per aver salvato dalla distruzione, imparandole a memoria, le poesie del marito imprigionato nel gulag, è una delle figure di donna che Alessandro D’Avenia convoca nel suo nuovo libro, Ogni storia è una storia d’amore (Mondadori, pagine 324, euro 20,00, disponibile dal 31 ottobre). Una scelta che potrà apparire sorprendente, questa di ripercorrere la storia dell’arte e della letteratura in una prospettiva tutta femminile, ma che procede in perfetta coerenza rispetto al precedente libro di D’Avenia, L’arte di essere fragili (pubblicato lo scorso anno da Mondadori, che ha in catalogo tutta la produzione dell’autore, e all’origine di un fortunato tour teatrale).

Lì, dopo la trilogia romanzesca inaugurata nel 2010 dal best seller Bianca come il latte, rossa come il sangue e proseguita con Cose che nessuno sa del 2011 e Ciò che inferno non è del 2014, D’Avenia aveva deciso di far coincidere ulteriormente i due aspetti della sua attività, quella del narratore e quella dell’insegnante. Certo, un professore d’eccezione era presente anche nei romanzi, proiezione riconoscibilissima della pedagogia dell’ascolto caratteristica anche del sito http://www.profduepuntozero.it e dei frequenti interventi di D’Avenia su Avvenire. Con L’arte di essere fragilil’autore si era spinto più in là, mettendo letteralmente in scena se stesso in un dialogo – immaginario e documentatissimo – con Giacomo Leopardi. Continua a leggere

Macerata. Proteste per l’Ave Maria all’Università. Il vescovo: “grazie a chi ci ha ricordato che la preghiera è una forza”

Docente interrompe lezione per pregare per la pace nel centenario dell’apparizione di Fatima. Scoppia la polemica. Interviene mons. Marconi: grazie perché ci avete ricordato la forza della preghiera
 
Il 13 ottobre la professoressa Clara Ferranti, ricercatrice di Glottologia e Linguistica al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Macerata, fa lezione a un centinaio di studenti di Lingue e Lettere: alle 17:30 in punto si interrompe e li invita a recitare l’Ave Maria, una «preghiera per la pace» che quel giorno a quell’ora, nel centenario dell’apparizione della Madonna di Fatima, si tiene in varie parti d’Italia. Alcuni studenti pregano, altri rimangono in silenzio: di lì a poco l’episodio finisce sui social. E un comunicato di fuoco dell’Officina universitaria, un’associazione studentesca, denuncia «la limitazione della libertà personale» subita dai ragazzi.

La docente si difende, sostiene di non aver coartato la libertà di nessuno e di aver interrotto la lezione solo per pochi minuti, ma sul web piovono critiche pesanti, e pochissimi messaggi di sostegno. Interpellato sul punto il rettore Francesco Adornato è esplicito: «Si tratta di un atteggiamento assolutamente improprio e censurabile, mi scuso a nome dell’ateneo».

E sulla vicenda è intervenuto oggi il vescovo di Macerata, monsignor Nazareno Marconi, che in una nota dal tono ironico pubblicato sul sito dell’emittente diocesana chiede scusa, come credente, per «aver destabilizzato la serenità di un’Università». Continua a leggere

Milano scopre una grande speranza. La città di chi corre e di chi non ce la fa

Lettera ad Avvenire di Paolo e Luca Tanduo
 

Caro Avvenire,
domenica 24 settembre la città di Milano accoglieva con migliaia di persone il nuovo arcivescovo, monsignor Mario Delpini. Sabato 30 settembre la città si ritrovava radunata in festa per i nuovi diaconi, con una gran folla ad attenderli fuori dalla cattedrale dopo la cerimonia. Sabato 7 ottobre circa cinquemila giovani nel Duomo di Milano per la Redditio Symboli si incontravano con l’arcivescovo Delpini. Per una città frenetica, piena di tante occasioni di ogni tipo, in continuo fermento, che a volte viene descritta come una città in cui le relazioni sono difficili da costruire, questi eventi, questa partecipazione, questi gesti appaiono un miracolo della fede e un segno di speranza: che ricorda che anche in una metropoli multiculturale si può vivere la relazione sia con Dio sia con gli altri, a dispetto di tanti stereotipi che vorrebbero mettere in contrapposizione la modernità con la relazione. Ha proprio ragione l’arcivescovo di Milano che nella sua prima Messa in Duomo ha ricordato alla città: «Non disperate dell’umanità, dei giovani di oggi, della società così come è adesso e del suo futuro: Dio continua ad attrarre con il suo amore e a seminare in ogni uomo e in ogni donna la vocazione ad amare», e ancora, in un messaggio pieno di fiducia e contro ogni pessimismo e scetticismo: «Non c’è nessun luogo della terra, non c’è nessun tempo della storia, non c’è nessuna casa e nessuna strada dove non ci sia l’amore di Dio. La gloria di Dio riempie la terra perché ogni essere vivente è amato da Dio».

Luca e Paolo Tanduo, Milano
 
«Non c’è nessuna casa e nessuna strada dove non ci sia l’amore di Dio». Che respiro antico e grande viene, ancora una volta nei secoli, dal Duomo di Milano. Un fiato di speranza e di fiducia in Dio, e negli uomini. Continua a leggere

Incontrare Chesterton come un amico

 di Giovanni Fighera
 
Assai conosciuto fino agli anni Sessanta e poi dimenticato per decenni, la figura di Chesterton è stata riscoperta in Italia come non mai negli ultimi quindici anni. I suoi testi sono stati tradotti e pubblicati, sia quelli più noti che quelli sconosciuti, un’immensa produzione che spazia dalla narrativa (ad esempio, L’uomo che fu giovedìI racconti di Padre Brown) alla saggistica fino alla miriade di articoli giornalistici che lo hanno reso il più brillante giornalista inglese del secolo scorso.

Ammirato da Lewis e da Tolkien, da Calvino e da Guareschi, Chesterton è stato una delle più brillanti menti del secolo scorso, definito anche the laughing philosopher ovvero il filosofo sorridente. Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana, lo chiama san Tommaso del XX e del XXI secolo. A detta dello studioso Gilson fu «uno dei più profondi pensatori che siano mai esistiti». Perché era profondo? «Perché era nel giusto». Sarebbe erronea, quindi, l’affermazione di chi non lo considera filosofo sistematico.

Rimase con uno sguardo sempre spalancato in ricerca della verità in un percorso che lo porta ad entrare nella Chiesa cattolica nel 1922. Quando muore quattordici anni più tardi, Papa Pio XI lo definisce «devoto figlio della santa Chiesa, difensore ricco di doni della fede cattolica». Ora è stato avviato l’iter di canonizzazione di Chesterton. Continua a leggere

Resurrezione, il fatto che scopre Dio. E l’uomo

  «È forse cambiato il destino dell’uomo con i cambiamenti radicali della tecnologia?» si chiede Hadjadj nel magnifico saggio Risurrezione. Istruzioni per l’uso (edizioni Ares). Due secoli fa, a conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Giacomo Leopardi si chiedeva se la questione della felicità umana sarebbe mutata nel momento in cui l’uomo avesse imparato ad errare di giogo in giogo. Di fronte alla vertigine, di fronte al senso di sproporzione che si fatica a reggere,  la tentazione è quella di pensare che il progresso, le nuove acquisizioni tecnico – scientifiche possano risolvere il problema umano: è il mito dello scientismo che tanto imperversava al tempo di Leopardi come imperversa ora.

«Le magnifiche sorti e progressive» dello scrittore Terenzio Mariani corrispondono, infatti, al neopositivismo contemporaneo ben incarnato nella pubblicità di qualche anno fa che recitava «l’ottimismo è il profumo della vita» (nel cui messaggio è ben chiaro che la ragione per cui si deve essere ottimisti è la possibilità di usufruire di strumenti tecnici sempre più sofisticati, sempre più moderni, impensabili un tempo).

L’uomo non è divenuto immortale oggi, né tantomeno la questione della felicità è oggi mutata.

Il filosofo Fabrice Hadjadj constata, però, un’evidenza di oggi: «Quello che ieri costituiva il destino umano – nascere figlia o figlio di un padre e di una madre, lavorare con le proprie mani, condividere un pasto attorno ad una tavola, generare a propria volta per far posto alla generazione successiva quando lasceremo questo mondo – tutto questo sembra reso opzionale dalla tecnologia». Continua a leggere

I PENSIERI di Blaise Pascal: “Come se Dio esistesse: la scommessa di Pascal”.

Ecco quanto Jean Guitton scrive su I pensieri di Blaise Pascal: «Pascal ha dato […] un esempio del suo metodo tratto dallo studio della natura umana. Consideriamo l’uomo e vediamo le spiegazioni che i saggi hanno dato di quest’essere. Gli uni ne hanno visto la grandezza, l’autonomia, la libertà, la somiglianza con Dio. E non si sbagliano in questo; ma errano quando introducono in qualche maniera un fatale non… che, proclamando o almeno supponendo che la loro osservazione esaurisca l’uomo, il quale non sarebbe che grandezza, che potenza. Della verità che possedevano hanno dunque fatto un errore portandola all’esclusione… Ma guardiamo dall’altra parte. Ecco i loro eterni avversari. Questi dicono che l’uomo è miseria, incertezza, errore, tentennamento, contraddizione, e che la saggezza non sta nel preoccuparsi o nell’indagare, ma nel gustare la vita e il pensiero così come si presentano. È Montaigne e la sua famiglia. Ah! Ma perché non si è accontentato di questa constatazione, senza spingerla all’esasperazione, sino a escludere dall’uomo ogni grandezza?» (J. Guitton, Arte nuova di pensare, edizioni paoline).

L’attenta analisi della condizione esistenziale dell’uomo, del suo bisogno di compimento e della sua tensione all’assoluto è la premessa indispensabile per poter riconoscere che l’uomo non può darsi la felicità da solo, né tantomeno salvarsi da sé. Continua a leggere

La Basilica che segnò il passaggio alla Milano cristiana

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di Margherita del Castillo
 
Divenuto, per acclamazione di popolo, vescovo di Milano, Sant’Ambrogio volle conferire all’allora capitale dell’Impero Romano d’Occidente un volto nuovo, affermando, attraverso la costruzione di monumentali architetture, che la città non era più da considerarsi pagana essendo stata definitivamente cristianizzata. Per rendere evidente questo dato di fatto fece erigere quattro basiliche in posizioni strategiche all’interno del tessuto urbano, sulle grandi vie che conducevano verso le varie direzioni dell’Impero, in corrispondenza dei quattro punti cardinali. Tra queste, a nord, vi era la basilica Virginum, altrimenti nota con l’intitolazione a San Simpliciano, successore di Ambrogio, che, portata a termine la costruzione,  vi depose le reliquie dei Santi Martiri di Anaunia, Sisinnio, Martirio ed Alessandro. Lo stesso Simpliciano è qui sepolto.

Il primo a sostenere la fondazione ambrosiana dell’edificio paleocristiano, uno dei meglio conservati di tutto il bacino del mediterraneo, fu Benzone di Alessandria in un documento del 1200. La basilica nacque con pianta a croce latina, mantenuta fino ad oggi, e cunicula sui lati perimetrali, ovvero portici per l’accoglienza dei pellegrini, trasformati poi in cappelle laterali. Continua a leggere

La storia. Ecco perché maggio è il mese di Maria

Un Rosario di palloncini nel cielo egiziano (Ap)

di Riccardo Maccioni

(da Avvenire, 3 maggio 2017)
 
Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita.

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Un omaggio floreale alla Vergine del Rosario
 Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Continua a leggere

C’è un luogo in Italia che ospita il sangue di Gesù e la spugna imbevuta sul Golgota

Le reliquie contenute nei “sacri vasi” sono state portate dal soldato che trafisse con la lancia il costato di Cristo
 
Preziose reliquie di Gesù Cristo ospitate da quasi due millenni nella cattedrale di Mantova. E contenute nei cosiddetti “Sacri vasi”.

Le reliquie vennero portate nella città lombarda da Longino, il soldato che trafisse con una lancia il costato di Gesù. Dalla ferita uscirono sangue ed acqua che, cadendogli sul volto, gli fecero guarire gli occhi ammalati e lo fecero convertire alla fede cristiana (http://www.turismo.mantova.it).
 
L’ARRIVO A MANTOVA

Longino, raccolto il sangue di cui era intrisa la terra ai piedi della croce, lo custodì assieme alla spugna che era servita per dare da bere a Cristo sul Golgota. Poi arrivò a Mantova, dove nascose le preziose reliquie nel’ospedale per i pellegrini in cui aveva trovato albergo. Continua a leggere

Psicologia e cristianesimo, un ottimo libro ne ricostruisce i rapporti

recensione libro

di Stefano Parenti*
*psicologo e psicoterapeuta
 
Un cristiano che voglia leggersi un buon libro di psicologia è costretto ad attuare una preventiva opera di discernimento. Deve valutare non solo i contenuti che l’autore propone, come è bene per qualsiasi tipo di lettura, ma anche le premesse, sovente implicite, che lo scritto porta con sé. Ovvero l’idea di uomo e di mondo che lo scrittore veicola attraverso le sue riflessioni.

A differenza di altri campi del sapere, in psicologia la concezione dell’uomo e della realtà costituisce un fondamento decisivo per lo sviluppo di qualsiasi discorso psicologico, ovvero sull’uomo e sulla realtà. Se, ad esempio, ritengo che le persone non siano altro che esseri poco più evoluti degli animali, descriverò i loro comportamenti come esito di dinamiche animalesche. L’amore sarà quindi il termine di un istinto, la famiglia la conseguenza di un impulso sessuale, l’amicizia una necessità utilitaristica di autoconservazione, ecc. È difficile trovare un buon libro di psicologia. Anche gli autori che si dichiarano cattolici corrono il rischio di veicolare idee aliene alla concezione cristiana dell’uomo poiché, consapevolmente o incoscientemente, approfonditamente o superficialmente, assumono le prospettive delle psicologie contemporanee. Continua a leggere

Distillati di sapienza – “Le grandi riserve sono opere monastiche”

di Susanna Manzin

dal blog Pane & Focolare
 
Oggi vi segnalo un brano tratto dal romanzo di Joris-Karl Huysmans “L’Oblato” (D’Ettoris Editori, 2016). E’ un romanzo atipico, sostanzialmente privo di una vicenda che si snoda attraverso una narrazione di fatti e avvenimenti, tanto che si potrebbe pensare ad un genere letterario originale, dove la finzione narrativa è un mero pretesto per dare un contenitore alle riflessioni dell’autore. Certamente si tratta di un’opera di grande interesse e di elevato valore artistico, dove filosofia, storia, spiritualità, arte, liturgia si intrecciano con un certo compiacimento estetico ed accompagnano il lettore lungo un itinerario intriso di profondità speculativa e contemplazione del bello. Continua a leggere

San Marco, simbolo dell’amicizia tra Venezia e Milano

di Margherita Del Castillo
 
La dedicazione all’Evangelista della chiesa di san Marco a Milano è tradizionalmente giustificata dall’aiuto prestato da Venezia al Comune della città durante la sua aspra e storica lotta contro l’Imperatore Federico Barbarossa. I primi documenti che ne attestano l’esistenza, però, riportano il 1254 quale data di fondazione del tempio da parte di Ludovico Settala, divenuto in quell’anno priore generale degli Eremiti di Sant’Agostino. Probabilmente il frate costruì il nuovo edificio inglobando delle più antiche fondazioni preesistenti, conferendogli, con le tre navate, un aspetto decisamente gotico. Nel corso del Trecento il complesso si ampliò notevolmente, grazie ai lasciti di molte famiglie patrizie che scelsero San Marco come luogo per la propria sepoltura. La basilica di oggi è il frutto, però, di un decisivo intervento barocco che la trasformò in una delle chiese più grandi e monumentali di tutto il capoluogo lombardo. Continua a leggere

La genesi dell’Europa cristiana spiegata dallo storico che sfatò il mito dei “secoli bui”

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(da: Tempi.it)
 
“La genesi dell’Europa”, l’introduzione del grande Christopher Dawson alla storia dell’unità europea dal IV all’XI secolo appena pubblicata da Lindau
 
Come è nata l’Europa? Lo spiega magistralmente il più grande storico britannico dello scorso secolo, Christopher Dawson (1889-1970) in La genesi dell’Europa. Un’introduzione alla storia dell’unità europea dal IV all’XI secolo, saggio pubblicato ora in Italia da Lindau, con una prefazione di Alexander Murray dell’University College di Oxford. L’autore illustra come la storia non può essere spiegata come un sistema chiuso, in cui ogni stadio è il logico e inevitabile risultato di quello che è avvenuto prima. Nella storia è sempre presente un elemento misterioso e inspiegabile, dovuto non soltanto al caso o all’iniziativa del genio individuale, ma anche alla potenza creatrice di forze spirituali. La forza spirituale per la nascita del nostro continente è stato il cristianesimo e la Chiesa che l’ha diffuso e sostenuto. Continua a leggere

San Giuseppe a Brescia, la chiesa degli artigiani

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Nel cuore di Brescia, in quella che un tempo era chiamata la contrada dei Fabii, nel primo decennio del Cinquecento arrivò una comunità di osservanti minori francescani il cui primitivo convento in città era stato distrutto in seguito ad un intervento urbanistico predisposto, per motivi di sicurezza, dalla Repubblica Veneta. La zona era nota per lo storico postribolo pubblico e per la concentrazione di attività illecite: la presenza dei religiosi avrebbe contribuito a bonificare il quartiere e a normalizzare la vita sociale. Fu così che nel 1519 fu benedetta la prima pietra del convento che, oltre alla chiesa, comprendeva due chiostri minori, sul lato ovest, e uno più grande, a nord del presbiterio, oggi sede del Museo Diocesano. Essendo l’area a vocazione prevalentemente artigianale, la chiesa fu intitolata all’artigiano per antonomasia, il falegname Giuseppe.

La sobria facciata, stretta nel vicolo medievale, è sormontata da tre pinnacoli a lanterna in cotto, di gusto gotico lombardo. Il timpano è sorretto da due imponenti colonne che incorniciano il portale centrale recante la scritta “Haec est domus Dei et porta coeli”. L’interno è un ampio spazio ad impianto longitudinale, suddiviso in tre navate e senza transetto. Continua a leggere

Se le femministe riscoprono il valore della maternità e dell’etica cristiana

valore maternità femminismo

Sono sempre più numerose le donne che combattono per la liberazione femminile. Libertà non dalla fantomatica società patriarcale, ma dal femminismo radicale.

Secondo un sondaggio dell’anno scorso, infatti, il 53% delle giovani donne non si considera femminista: il 34% perché non concorda con gli obiettivi (solo l’11% ritiene importante preservare l’accesso all’aborto, ad esempio) e il 49% perché non approva l’etichetta “femminista”.

«Le donne meritano di meglio», ha scritto recentemente la scrittrice Samantha Johnson sull’Huffington Post in un articolo intitolato: “Quando sono diventata madre, il femminismo mi ha deluso”. «Nella lotta per assicurare l’uguaglianza, predichiamo alle ragazze che possono – e dovrebbero – fare qualsiasi cosa un ragazzo può fare, così però stiamo fallendo nel prepararle ad una delle più grandi sfide con cui dovranno confrontarsi: la maternità. Stiamo insegnando alle giovani che non c’è alcun valore nella maternità e che essere casalinga è un concetto obsoleto, misogino. Promuoviamo la carriera professionale indicandola come simbolo di successo, svalutando completamente il contributo dei genitori a casa. Dobbiamo dire alle donne quanto è importante è essere madri». Continua a leggere

La profezia di Tocqueville. E la speranza che fa ripartire

di Giovanni Fighera

Il percorso sulla contemporaneità è giunto ormai al termine. Nella prima parte abbiamo evidenziato la condizione di solitudine e di disagio dell’uomo odierno. Quell’individualismo che nel Settecento illuministico era presentato come fine dell’affrancamento dell’uomo dalla superstizione religiosa e dalle false autorità del passato appare sempre più come esito nefasto di una società che fatica a sollevarsi, ad aiutare il più debole, a collaborare per uno sviluppo buono e comune. La conseguenza di un individualismo vissuto nella tranquillità e nella finta pace domestica, che non considera l’altrui miseria e sopravvive nella dimenticanza di una giustizia per gli altri, è il disinteresse per l’ambito pubblico e per la politica. L’individualismo corrisponde così ad una torre d’avorio isolata che può prosperare solo fino a quando non arriveranno le «truppe degli invasori» scontenti.

Già nell’Ottocento il saggista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: «Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui “rinchiusi nei loro cuori” è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione». Continua a leggere

“Como, dai paleocristiani a Sant’Abbondio”

di Margherita Del Castillo

Restauri ottocenteschi hanno datato tra la fine del IV e la prima metà del V secolo le fondamenta di una basilica paleocristiana fuori le mura  di Como, lungo la strada  Regina, in un’area già destinata al culto vista la presenza di necropoli romane. Non si è certi, invece, se essa sia stata voluta da Felice, primo vescovo ed evangelizzatore della città, piuttosto che dal presule Amanzio, che l’avrebbe eretta per custodirvi alcune reliquie dei SS. Pietro e Paolo portate da Roma. La dedicazione agli Apostoli  fu già dal IX secolo sostituita con quella a Sant’Abbondio, divenuto poi patrono della città e di tutta la diocesi, che qui era stato sepolto. Dal 1010 la chiesa fu affidata ad una comunità di monaci benedettini che ne decise la completa ricostruzione, facendola consacrare da papa Urbano II nel 1095. A loro si deve, dunque, la veste romanica che la contraddistingue.

L’architettura è in pietra grigia di Moltrasio. La facciata a salienti è scandita da contrafforti che ne lasciano intuire la divisione interna in cinque navate. Rilievi a motivi vegetali e geometrici decorano finemente la ghiera e l’intradosso dell’arco del portale, mentre figure di animali, aquilotti, colombe e felini, sono incastonate nelle forme dei capitelli. Caratteristici di questa struttura, lungo il cui perimetro si rincorrono archetti ciechi, sono il profondo coro e i due campanili gemelli che si ergono alla fine delle navate intermedie, soluzione, questa, poco diffusa in Italia e più comune, invece, nella zona renana. Continua a leggere

Lo storico Holland: «mi sbagliavo, la nostra etica deriva solo dal cristianesimo»

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Il 14/11/16 su New Statesman, settimanale della sinistra britannica, è comparso l’articolo che qui sotto abbiamo tradotto. L’autore è Tom Holland, apprezzato storico e scrittore, ha introdotto così la sua testimonianza: «Mi ci è voluto molto tempo per realizzare che i miei costumi non sono greci o romani, ma in fondo, e con orgoglio, cristiani».
 
di Tom Holland*
*storico e scrittore inglese

da NewStatesman, 14/09/16
 
Quando ero un ragazzo, la mia educazione come cristiano è stata sempre in balia dei miei entusiasmi. In primo luogo, ci sono stati i dinosauri. Ricordo vividamente il mio shock quando, durante il catechismo, ho aperto la Bibbia per bambini e ho trovato una illustrazione di Adamo ed Eva con vicino un brachiosauro. Avevo solo sei anni ma di una cosa era certo: nessun essere umano aveva mai visto un sauropode. Il fatto che l’insegnante sembrava non preoccuparsi di questo errore ha solo aggravato il mio senso di indignazione e sconcerto. Una debole ombra di dubbio, per la prima volta, era stata portata a scurire la mia fede cristiana.

Con il tempo, l’oscurità è aumentata. La mia ossessione verso i dinosauri si è evoluta senza soluzione di continuità in un’ossessione verso gli antichi imperi. Continua a leggere

Saint-Exupéry

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di Antonio Giuliano
 
Ci sono libri che non finiscono di stupire. E Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) di certo lo è. Non è un caso se oggi – pare- sia il volume più tradotto al mondo (257 traduzioni) dopo la Bibbia, con oltre 140 milioni di copie vendute dal 1943, quando uscì in piena guerra mondiale. Siamo però sicuri che i numeri da record, gli adattamenti cinematografici e il successo commerciale non abbiano svilito o addirittura alterato il messaggio reale del libro? Possiamo dire di aver compreso lo spirito dell’autore o ne abbiamo fatto una fiaba cult, ecologista e all’insegna del volemose bene?

Una banalizzazione da cui ci aveva messo in guardia lo stesso Saint-Exupéry sin dall’incipit del suo racconto. «Tutti gli adulti sono stati bambini. Ma pochi se ne ricordano»: se abbiamo perso la capacità di stupirsi dei più piccoli e non proviamo a guardare la realtà andando al di là delle apparenze, cercando «non con gli occhi che sono ciechi ma con il cuore», potremmo parlare «solo di bridge, di golf, di politica e di cravatte». Cioè di tutte quelle cose banali o di minor conto con le quali gli adulti hanno perso la capacità di guardare oltre. Continua a leggere