I cristiani e la distruzione della Biblioteca d’Alessandria: storia di un falso mito

La Biblioteca d’Alessandria e il Serapeo distrutti dai cristiani? La leggenda nera è avvallata dal libro “Nel nome della croce” di Catherine Nixey, ma è un falso storico creato da Edward Gibbon nel ‘700.
 
(UCCR, 12.10.18)
 
Nel giugno scorso abbiamo raccolto numerosi commenti critici di affermati storici al nuovo libello anticristiano che ha scatenato le polemiche negli Stati Uniti. L’autrice è una critica d’arte, priva di titoli storici, di nome Catherine Nixey e il suo libro è arrivato velocemente anche in Italia: Nel nome della croce. La distruzione del mondo classico (Bollati Boringhieri 2018).

La Nixey non fa altro che riprendere il lavoro del polemista Edward Gibbon (1737-1794), tentando di incolpare i cristiani di aver ucciso la civiltà classica. Il suo libro è stato recensito per La Stampa da un altro non-storico, Giorgio Ieranò, che insegna Letteratura greca all’Università di Trento e si occupa solitamente di mitologia e di teatro antico. E Ieranò è cascato in pieno nella mitologia anticristiana raccontata dalla Nixey, seppur ritenendola esagerata e negando il «genocidio culturale» che l’autrice vorrebbe addossare ai cristiani.
 
DISTRUZIONE DELLA BIBLIOTECA D’ALESSANDRIA.
Una parte consistente del volume si concentra sulla distruzione della Biblioteca d’Alessandria d’Egitto. Ecco come la riporta Ieranò nella sua recensione«Nel 392 una folla di cristiani inferociti assale il Serapeo di Alessandria d’Egitto, uno dei templi più splendidi di tutto il mondo antico, riducendolo ad un cumulo di macerie e devastandone la gloriosa libreria». Come si evince, la Nixey -al contrario del suo mentore Gibbon-, non parla della grande Biblioteca d’Alessandria ma del Serapeo d’Alessandria (o Tempio di Serapide), due cose diverse come vedremo. Continua a leggere

Grecia: ​scoperta tavoletta con versi dell’Odissea, forse la più antica

Descrive il ritorno di Ulisse alla sua casa ad Itaca  

Il reperto ha visto la luce dopo tre anni di scavi, condotti dal Servizio archeologico greco 

 

Un’antica tavoletta di argilla, con incisi 13 versi dell’Odissea di Omero, è stata portata alla luce nel sito archeologico dell’antica Olimpia, nel sud della Grecia.

Secondo quanto ha reso noto il ministero della Cultura, si potrebbe trattare della traccia più antica mai rinvenuta del celebre poema epico: le prime stime datano il reperto a prima del III secolo a.C. “Se la data verrà confermata – si legge nel comunicato del dicastero – la tavoletta potrebbe essere il reperto scritto più antico del lavoro di Omero mai scoperto”.

L’estratto, preso dal libro XIV dell’Odissea, descrive il ritorno di Ulisse alla sua casa ad Itaca ed è stato trovato vicino ai resti del tempio di Zeus. La tavoletta ha visto la luce dopo tre anni di scavi, condotti dal Servizio archeologico greco, in cooperazione con l’Istituto tedesco di Archeologia. Composta oralmente intorno all’VIII sec. a.C., l’Odissea – attribuita all’antico autore greco Omero – è stata poi trascritta, durante l’era cristiana, su pergamena, di cui sono stati rinvenuti solo pochi frammenti in Egitto.

fonte: rainews.it

Si scrive Divina Commedia, “si legge” Eneide

di Giovanni Fighera
 
Lungi dall’essere soltanto un racconto immaginario, la Commedia di Dante riserva tante sorprese inaspettate: non offre solo l’opportunità di un viaggio esistenziale, religioso, catechetico, ma suggerisce richiami interessantissimi provenienti dai grandi auctores latini, costanti riferimenti delle tre cantiche.

Virgilio è senz’altro il maestro principale di Dante, entrato in scena nell’Inferno con una spettacolare agnizione sciorinando particolari della sua vita gradualmente: «Non omo, omo già fui,/ e li parenti miei furon lombardi,/mantoani per patrïa ambedui./ Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,/e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto/ nel tempo de li dèi falsi e bugiardi./ Poeta fui, e cantai di quel giusto/figliuol d’Anchise che venne di Troia,/poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto». All’inizio del I canto dell’Inferno Virgilio invita Dante a riconoscere in maniera consapevole di avere bisogno di aiuto: «Ma tu perché ritorni a tanta noia?/ perché non sali il dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

L’Eneide offre notevoli spunti all’Inferno dantesco. Pensiamo ai mostri infernali (come Caronte, Minosse, Cerbero) o alle acque presenti nell’aldilà (l’Acheronte, il Flegetonte, la palude Stigia, il lago Cocito), tutti già incontrati nel poema latino.

Vediamo pochi esempi. Nell’ultima parte del canto III assistiamo alla scena dell’incontro con Caronte. Presso la riva dell’Acheronte sono assiepate tantissime anime che aspettano di salire sulla barca del traghettatore Caronte, «bianco per antico pelo», dalle «lanose gote», che intorno agli occhi ha «di fiamme rote». Continua a leggere

GUARESCHI/ Un uomo troppo libero e senza odiare nessuno

Il primo maggio 2018 avrebbe compiuto 110 anni. “Il fatto increscioso” — così Giovannino Guareschi si riferì alla sua nascita — avvenne nel 1908 “al primo piano della locale cooperativa socialista” in cui si celebrava la festa dei lavoratori. Politica e lavoro, temi che si ritroveranno nella gran parte dei suoi racconti. A leggere bene tra le righe, però, tutte le vicende politico-partitiche che tanto riscaldano gli animi (e i cazzotti) dei suoi personaggi (i più famosi sono don Camillo e Peppone), alla fine non sono che un palcoscenico come un altro per mettere sotto i riflettori gli esseri umani. Non tanto ciò che pensano, ma la loro ricerca di verità, di giustizia, di dignità.

Centodieci anni. Eppure non è difficile immaginare Guareschi ancora vivo oggi e, come allora, impegnato a ironizzare, smascherare superficialità e ipocrisie, ma anche a incoraggiare, e soprattutto a farci fare qualche passo in più nella nostra coscienza di esseri umani. Per questo si sente la sua mancanza. Conosciuto in tutto il mondo per la saga del Mondo piccolo (tradotta in 80 lingue), oltre che scrittore è stato giornalista, sceneggiatore, umorista e disegnatore. La sua opera, intrecciata a una vicenda umana intensa e drammatica, è una miniera ancora in parte da scoprire. Conoscerla, anche nelle sue parti inedite, è l’obiettivo di tante iniziative promosse lungo tutto il 2018, anno in cui si ricordano i cinquant’anni dalla sua scomparsa.

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La scoperta di un vino di 6000 anni fa potrebbe riscrivere la storia della Sicilia

Gli scavi nella regione del Monte San Calogero hanno portato alla luce la presenza di una bevanda alcolica importantissima per 3 motivi
 
Il vino, si sa, più invecchia e più è buono, ma in pochi avrebbero il coraggio di bere un alcolico di 6 mila anni fa. In Sicilia, però, il ritrovamento di tracce di vino di età preistorica all’interno di una grotta sul Monte San Calogero (o Kronio) ha fatto fare i salti di gioia agli archeologi che lo hanno riportato alla luce e non per una eventuale futura messa in commercio di quella particolare qualità di vino, bensì perché la scoperta potrebbe riscrivere la storia della Sicilia e della sua cultura antica.

Il team di archeologi che da anni scava all’interno delle cavità del Monte Kronio – in provincia di Agrigento – è guidato da Davide Tanasi dell’Università della South Florida, il quale ha voluto dare conto della ricerca sulla rivista The Conversationin un articolo dal titolo significativo: Vino preistorico scoperto in caverne inaccessibili costringono a ripensare alla cultura dell’antica Sicilia.

Nonostante in quella zona della Trinacria l’umidità arrivi spesso al 100% e le temperature fino a 37 gradi, le grotte erano abitate già nel 6000 avanti Cristo, all’epoca dell’Età del rame, e per questo sono piene di vasi e recipienti lasciati lì dagli uomini primitivi. Ma a far interrogare gli studiosi è stato il liquido contenuto in queste giare e brocche, ai quali si è arrivati analizzando i campioni a disposizione grazie alle moderne tecnologie; si tratta di vino e il ritrovamento ha lasciato di stucco gli scienziati.  Continua a leggere

Venezia ti accoglie con la storia della salvezza

Venezia, Basilica di San Marco – Le Storie di Noè e del Diluvio Universale

La storia della salvezza e dell’alleanza tra Dio e l’uomo, di cui Cristo sigilla il compimento, inizia già all’esterno, proprio nel grandioso apparato musivo del nartece. Viaggio nel nartece della Basilica di San Marco a Venezia. L’ultima parola non è della morte: la salvezza è affidata a un uomo giusto, l’unico rimasto.
 
di Margherita Del Castillo
 
Dicesi atrio o nartece quell’ambiente interposto tra la facciata di una chiesa e le sue navate. E’ una struttura tipica delle basiliche dei primi secoli del Cristianesimo, a lungo sopravvissuta nell’architettura bizantina, adibita a ospitare i catecumeni e/o i penitenti; il suo nome deriva, infatti, dal greco nárthēx che significa bastone, flagello, entrambi simboli di pentimento.

La basilica di San Marco a Venezia, si sa, è famosa per i suoi mosaici: il tema del programma iconografico all’interno è l’esaltazione di Cristo presente nella Sua Chiesa. La storia della salvezza e dell’alleanza tra Dio e l’uomo, di cui Cristo sigilla il compimento, inizia, però, già all’esterno, proprio nel grandioso apparato musivo del nartece. E’ una sorta di prefatio figurato, ovvero la prima parte della celebrazione eucaristica che si sviluppa, per immagini e tessere dorate, dentro lo spazio sacro.

L’atrio in questione, inizialmente un semplice porticato, assunse l’aspetto odierno tra il XII e il XIII secolo.  L’imponenza del suo spazio, formato da due ampi corridoi coperti da sei cupole, arconi e lunette, è valorizzata dalla scintillante decorazione musiva che riveste l’intera superficie, senza soluzione di continuità. Il racconto procede dalla creazione del cosmo fino alla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, e continua, poi, con le storie di Caino e Abele, di Abramo, di Mosè. Ci s’imbatte nella figura di Noè se si lascia scivolare lo sguardo, sempre rigorosamente rivolto verso l’alto, lungo la volta adiacente al cupolino della Genesi. Continua a leggere

Con la donna, nel mistero

Con la donna, nel mistero

Nel suo nuovo libro Alessandro D’Avenia ripercorre la storia dell’arte e della letteratura in una prospettiva tutta femminile facendo emergere la forza salvifica dell’amore
 
Recensione di Alessandro Zaccuri

(Avvenire, 28.10.17)
 
Nadežda è unica, ma non è sola. La moglie del poeta russo Osip Mandel’štam, rimasta celebre per aver salvato dalla distruzione, imparandole a memoria, le poesie del marito imprigionato nel gulag, è una delle figure di donna che Alessandro D’Avenia convoca nel suo nuovo libro, Ogni storia è una storia d’amore (Mondadori, pagine 324, euro 20,00, disponibile dal 31 ottobre). Una scelta che potrà apparire sorprendente, questa di ripercorrere la storia dell’arte e della letteratura in una prospettiva tutta femminile, ma che procede in perfetta coerenza rispetto al precedente libro di D’Avenia, L’arte di essere fragili (pubblicato lo scorso anno da Mondadori, che ha in catalogo tutta la produzione dell’autore, e all’origine di un fortunato tour teatrale).

Lì, dopo la trilogia romanzesca inaugurata nel 2010 dal best seller Bianca come il latte, rossa come il sangue e proseguita con Cose che nessuno sa del 2011 e Ciò che inferno non è del 2014, D’Avenia aveva deciso di far coincidere ulteriormente i due aspetti della sua attività, quella del narratore e quella dell’insegnante. Certo, un professore d’eccezione era presente anche nei romanzi, proiezione riconoscibilissima della pedagogia dell’ascolto caratteristica anche del sito http://www.profduepuntozero.it e dei frequenti interventi di D’Avenia su Avvenire. Con L’arte di essere fragilil’autore si era spinto più in là, mettendo letteralmente in scena se stesso in un dialogo – immaginario e documentatissimo – con Giacomo Leopardi. Continua a leggere