CANNABIS/ Libera se coltivata in casa: i documenti che la Cassazione non ha letto

Inaugurazione dell’anno giudiziario in Corte di Cassazione (LaPresse)

Cannabis libera purché coltivata in casa: lo ha detto ieri la Cassazione in una sentenza giudicata “storica”. Che stride con la Relazione del Dipartimento antidroghe
 della Presidenza del Consiglio

Agli inizi di dicembre il Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio ha diffuso la sua relazione annuale sullo stato delle varie dipendenze in Italia nell’anno 2018. Nonostante l’evidente drammaticità del quadro descritto da un ente istituzionalmente dedicato alla prevenzione e al monitoraggio delle tossicodipendenze, e collocato a Palazzo Chigi, sotto la stretta area di influenza del Presidente del Consiglio, la relazione è stata accolta nell’indifferenza generale. Indifferente il mondo della comunicazione, telegiornali compresi, indifferente il governo. Probabilmente ben pochi dei nostri ministri, sia Pd che M5s o Leu, né conoscono i contenuti e forse neppure sanno della relazione. In modo paradossale la maggioranza in Parlamento rispondeva al grido d’allarme della relazione con la proposta di un inusuale emendamento in legge di bilancio, che proponeva di liberalizzare la droga usando l’espediente della maggiore o minore concentrazione di principio attivo nei prodotti di libera vendita.

L’emendamento canaglia, che qualcuno aveva voluto inserire surrettiziamente nell’unica notte dedicata alla discussione della legge in Senato, approfittando del sonno della ragione di gran parte della Commissione, è stato poi stoppato solo dal coraggio, dalla determinazione e, cosa fondamentale, dalla rigorosa competenza tecnico-professionale della presidente Casellati. Continua a leggere

Il “black friday” per la tutela della vita in Italia

 
Il commento del Centro Studi Livatino sulle motivazioni della sentenza della Consulta sul fine vita.
 

  1. Nulla di sostanzialmente nuovo è contenuto nella motivazione della sentenza n. 242 depositata venerdì scorso dalla Consulta, rispetto all’ordinanza n. 207/2018.
    Il quadro di fondo è costituito:
  • sul piano ordinamentale, dalla rivendicazione da parte della Corte del potere di “gestione del processo costituzionale”, per riprendere una espressione che adopera. Certo, essa aveva dato qualche mese di tempo al Parlamento perché approvasse una legge secondo le indicazioni fornite con l’ordinanza 207; una volta che le Camere non hanno eseguito il compito loro attribuito nei tempi fissati, la Corte ha provveduto all’opera di “riempimento costituzionalmente necessario”. La Corte lo dice in esplicito: non si limita a dichiarare in modo secco se una norma è o meno conforme a Costituzione, procede all’“invenzione del diritto”, in coerenza con quanto teorizzato da presidenti emeriti della Consulta. E’ materia di riflessione per un Parlamento che avrebbe potuto elaborare quella normativa di equilibrio sull’art. 580 cod. pen. da molti auspicata, disattivando il giudizio di costituzionalità in corso, e che invece vi ha rinunciato e si è fatto scavalcare. E’ materia di riflessione per chiunque ritenga che le istituzioni rappresentative abbiano ancora un senso;
  • sul piano dei contenuti, dalla estensione, che la Corte ribadisce aver operato, della legge sulle dat-disposizioni anticipate di trattamento, sì da costruire una continuità fra le norme della L. 219/2017 e il “riempimento costituzionalmente necessario” realizzato con la sentenza 242. Anche questo dovrebbe costituire materia di riflessione: come Centro studi, insieme con altri, siamo stati accusati di allarmismo, se non di volere l’“accanimento terapeutico”, quando denunciavamo la deriva di morte delle dat; la Consulta ne trae le prevedibili conseguenze, aprendo a prospettive non solo di legalizzazione (se pur parziale) dell’aiuto al suicidio, bensì di vera e propria eutanasia. Dice in sostanza: se si può interrompere il trattamento quando il paziente non è cosciente, in esecuzione di dat, è contrario al principio di eguaglianza non interrompere il trattamento quando il paziente è cosciente, e anzi l’intervento deve porre termine alla vita rapidamente per risparmiargli sofferenze. Continua a leggere

Il concepimento è l’inizio della vita. Lo dicono i biologi

Ecografia di un feto
La tesi di dottorato del ricercatore Steve Jacobs, Università di Chicago, ha attirato l’attenzione dei media negli Usa. Perché raccoglie il parere dei biologi di tutto il mondo sul momento in cui inizia la vita umana. Inizia con la fertilizzazione, cioè dal concepimento, per il 97% di loro. Non si può fingere di non saperlo, quando si parla di aborto.

di Luca Volonté

Quando inizia la vita umana e cosa pensano i biologi a questo riguardo? Nel dibattito cinquantennale tra abortisti e difensori della vita, questa questione è stata al centro di ogni valutazione ed ispiratrice del criterio principale grazie al quale si giudicano leggi e decisioni amministrative. E’ chiaro che se l’opinione comune dei biologi in tutto il mondo fosse che la vita inizia dal concepimento, ovvero la fertilizzazione  tra sperma e ovulo, le conseguenze sarebbero ben chiare a tutti. Consentire l’aborto significherebbe uccidere una vita umana, non eliminare una ‘protuberanza carnale’, una ‘cisti’ come la definiscono invece i promotori dell’aborto. Per coloro che si ispirano alla fede cristiana, la vita è sacra sin dal concepimento.

Filosofie, partigianerie politiche di ogni ispirazione oppongono ragionamenti opposti gli uni agli altri. L’opinione comune degli scienziati può essere un punto fermo condiviso per tutti? Ebbene, nel tentativo di ricercare una possibile ‘mediazione’ ovvero trovare una intesa comune tra abortisti e pro vita, Steven Jacobs giovane ricercatore della Università di Chicago del Dipartimento di Studi Comparativi sullo sviluppo umano, ha condotto una ricerca straordinaria i cui esiti devono essere conosciuti da tutti: per la stragrande maggioranza dei biologi del mondo, la vita umana inizia dalla unione di uno spermatozoo e un ovulo. L’Università di Chicago è una delle principali istituzioni mondiali di istruzione universitaria, dove molti Nobel e Giudici Costituzionali americani hanno insegnato e studiato. Il giovane ricercatore Steven Andrew Jacobs sin dall’estate del 2018 era stato al centro dell’attenzione nazionale ed internazionale per la ‘bozza finale’ della ricerca di dottorato su Bilanciare i diritti all’aborto e quelli del feto: Bilanciare diversi metodi di mediazione nel dibatti sull’aborto negli Usa. Continua a leggere

Audizioni su rifiuto trattamenti sanitari e liceità eutanasia

Alle ore 11 del 4 giugno, le Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, presso l’Aula della Commissione Giustizia, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge in materia di rifiuto di trattamenti sanitari e di liceità dell’eutanasia, hanno svolto le audizioni di Michele Ainis, professore di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli studi Roma Tre; Vladimiro Zagrebelsky, direttore del Laboratorio dei diritti fondamentali di Torino; Alfredo Mantovano, consigliere della Corte suprema di Cassazione e vicepresidente del Centro studi Livatino; Amedeo Santosuosso, professore di diritto, scienza e nuove tecnologie presso l’Università degli studi di Pavia.
 
di Alfredo Mantovano, magistrato- vicepresidente del Centro studi Livatino
 
Ringrazio molto per l’invito. Essendo un giudice e parlando a nome del Centro studi Livatino, che approfondisce questioni giuridiche, non farò riferimento a dati medici o scientifici: mi soffermerò piuttosto sulle norme che le proposte di legge presentate e l’ordinanza della Corte costituzionale n. 207/18 vorrebbero introdurre.

1) Nell’ottica del diritto, il primo elemento che emerge con evidenza nel dibattito sull’eutanasia e sull’aiuto al suicidio sono le contraddizioni che lo attraversano, difficili da ricondurre a coerenza. Queste contraddizioni sono presenti già nell’ordinanza 207, e si riscontrano in non poche delle pdl in discussione. Le contraddizioni attengono ai contenuti, alla forma, perfino ai rapporti fra istituzioni: per ragioni di tempo mi soffermerò soprattutto su quelle che riguardano i contenuti, pur se le altre non sono di poco conto.
E’ sufficiente in proposito ricordare che quando una norma di legge viene sottoposta all’esame della Corte costituzionale, l’esito è l’inammissibilità se la questione sollevata non è stata correttamente impostata dal giudice, per esempio la norma impugnata non ha rilievo nel giudizio ordinario; il rigetto, se essa non viene valutata contraria alla Costituzione; l’accoglimento, se l’eccezione è ritenuta fondata, con conseguente declaratoria di illegittimità; la pronuncia interpretativa di rigetto, se la norma è ritenuta legittima a condizione che sia interpretata in modo diverso da quanto fatto dal giudice che ha rimesso la questione alla Corte. Per la prima volta da quando esiste la Corte costituzionale, l’ordinanza n. 207/2018, nel disegnare i profili di una presumibile illegittimità della disposizione impugnata dalla Corte di assise di Milano – l’art. 580 cod. pen. -, non perviene alla declaratoria di incostituzionalità, ma la differisce sollecitando il Parlamento affinché vari una legge che recepisca le indicazioni della Corte medesima. Ho qualche dubbio che assegnare al Parlamento i compiti da svolgere, e financo il tempo entro cui svolgerli, realizzi quella “leale e dialettica collaborazione istituzionale” (§ 11 del provvedimento) cui pure la Corte afferma di ispirarsi. Taccio pure – potrebbe apparire un sofisma da leguleio – della circostanza che una ordinanza di rinvio (tale è formalmente la n. 207), cioè un provvedimento che in genere richiede una motivazione telegrafica, si estenda poi per pagine, assumendo la struttura, l’articolazione e la sostanza di una sentenza. Continua a leggere

Aborto negli USA: nuovo colpo all’Obamacare, torna l’obiezione di coscienza

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Donald Trump regala una nuova soddisfazione ai pro life americani. La Casa Bianca ha infatti avanzato una proposta di modifica dell’Affordable Care Act (più noto come Obamacare), in modo da tutelare finalmente l’obiezione di coscienza sull’aborto.

Il nodo critico è nella normativa emessa nel 2016, ultimo anno dell’amministrazione Obama, dal Dipartimento di salute e servizi umani, che bollava come “discriminazione sessuale” nei confronti della donna, il rifiuto di praticare l’interruzione di gravidanza da parte del personale medico-sanitario.

Un anno dopo l’emanazione di quella norma, un tribunale del Texas sollevò il dubbio sulla sua illiceità. A ricorrere erano stati un ospedale cattolico e un’associazione di medici cristiani, sostenendo che il provvedimento andava contro le loro convinzioni religiose. L’intervento dell’amministrazione Trump andrebbe così a prevenire una controversia giudiziaria, ristabilendo in modo definitivo e chiaro la libertà di coscienza.

«Quando il Congresso ha vietato la discriminazione sessuale, lo ha fatto in base alla semplice definizione del termine, quindi stiamo conformando i nostri regolamenti», ha dichiarato Roger Severino, direttore della sezione diritti civili del Dipartimento di salute e servizi umani. «Il popolo americano vuole una vigorosa protezione dei diritti civili e la fedeltà alle leggi approvate dai loro rappresentanti». Il provvedimento di revisione dell’Obamacare dovrebbe essere approvato entro 60 giorni. Secondo Marjorie Dannenfelser, presidente dell’associazione pro life Susan B. Anthony List, ciò potrebbe condizionare l’applicazione delle nuove leggi degli stati di New York e Vermont, che permettono l’aborto fino al nono mese. Continua a leggere

Perché è importante l’intervento dell’Onu sul caso Lambert

Una interessante riflessione sul caso Vincent Lambert e il coinvolgimento dell’ONU, a cura di Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, su Tempi.it
 
L’intervento del Comitato Onu dei Diritti delle persone con disabilità, che ha salvato la vita a Vincent Lambert almeno per i prossimi sei mesi, è un precedente importantissimo, e potrebbe essere una vera e propria pietra di inciampo nel dilagare apparentemente inarrestabile delle leggi su eutanasia e suicidio assistito.

È la prima volta che un Comitato Onu interviene platealmente su una vicenda di peso internazionale, esponendosi in modo inedito. Lo può fare grazie al protocollo aggiuntivo della Convenzione stessa, dove è previsto che il Comitato che ne monitora l’applicazione da parte degli stati che l’hanno sottoscritta può ricevere segnalazioni di sue violazioni, procedere per indagare e pronunciarsi nel merito. Il suo parere non è legalmente vincolante ma ha un peso politico straordinario, e l’atteggiamento del ministro della Sanità francese lascia capire l’intenzione di attenersi a quanto verrà indicato.

Fra i vari articoli di cui si contesta la violazione, uno in particolare, il n.25, che prevede l’obbligo degli Stati di «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», è stato formulato mentre si lavorava ancora sul testo della Convenzione, inserito dopo la drammatica morte di Terri Schiavo, proprio per evitare che quella tragedia si ripetesse.

Se il Comitato si pronunciasse per continuare a far vivere Vincent Lambert, porrebbe un vero e proprio argine alla mentalità e alle leggi eutanasiche, solitamente introdotte dietro la maschera dei legittimi rifiuto e rinuncia delle cure. Nancy Cruzan e Tony Bland, Terry Schiavo e Eluana Englaro: i principali “casi famosi” che hanno traghettato l’idea secondo la quale in certe condizioni è preferibile morire perché “quella non è vita”, riguardano persone in stato vegetativo, non in fin di vita e sostenute solo da alimentazione e idratazione artificiale. Continua a leggere

Come azzerare le domande di eutanasia

Medico e paziente

Cure palliative: un’ottima alternativa ad eutanasia e cultura dello scarto
 
di Francesco Cavallo
 
Il disegno di legge che punta a rendere possibile chiedere e ottenere di essere uccisi in tutti i casi di sofferenza (anche psicologica), di iniziativa popolare ma di fatto sostenuto da parte della maggioranza di governo (M5S) e dalle sinistre, è completamente irricevibile. Così irricevibile che è pleonastico qualunque tentativo di argomentazione in punto di diritto della assoluta contrarietà del Ddl alla Costituzione e all’intero ordinamento. Sia sufficiente solo dire, per confutare un falso in circolazione, che nell’ordinanza resa sul caso Cappato la Corte Costituzionale non ha chiesto affatto la c.d. eutanasia e ha negato che vi sia nella Costituzione italiana o nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo un diritto a “ottenere dallo stato o da terzi un aiuto a morire”. Tuttavia, il principio di autodeterminazione, di derivazione giurisprudenziale e non certo legislativa, elevato a totem sull’altare del quale sacrificare qualunque altro valore o situazione giuridica, al punto da trasformare i sanitari in sicari a pronta richiesta, sta determinando il rovesciamento della sostanza ontologica del nostro ordinamento e del suo finalismo intrinseco.

Dinanzi a proposte di legge incommensurabili in ragione della loro radicale antigiuridicità come questa, la reazione allora non può essere solo quella degli “addetti ai lavori” (medici, giuristi), della quale pure si avverte l’inconsistenza e la resa soffocata tra le urla del politicamente corretto: deve essere una reazione più ampia, di popolo, diffusa, trasversale. Una reazione che sovrasti quelle urla affermando la verità della questione: se i malati gravi, i disabili, i malati terminali (a proposito, c’è forse qualcuno che non si considera tale?) ricevessero dai medici, dalle istituzioni, dalle persone che li circondano, tutta l’attenzione umana e professionale e il sostegno materiale e affettivo che meritano, le richieste di eutanasia sarebbero prossime allo zero. Perché, in ultimo, ciò che i promotori della morte di Stato non comprendono è che una domanda di morte è una angosciata richiesta d’amore. La morte è sempre meno improvvisa e il tempo che la precede costringe a rinunciare ad abitudini e affetti rischiando di generare nonsenso e vuoto, complice anche l’affievolimento dei legami familiari e della coscienza religiosa. Continua a leggere