Riconosciuto il «servizio pubblico». La parità scolastica vince al Tar

La parità scolastica vince al Tar

(Avvenire 8.01.19)
 
Non c’è ragione «per discriminare tra servizi aventi per legge la medesima dignità e le medesime caratteristiche». Ci sono voluti quasi tre anni, ma alla fine il Tar del Lazio ha dato ragione agli ex-docenti delle scuole paritarie, riconoscendo per intero il punteggio pre-ruolo svolto negli istituti non statali e accogliendo il ricorso contro l’ordinanza del Miur sulla mobilità. Con una sentenza pubblicata in questi giorni, il Tribunale amministrativo ha annullato il provvedimento del Ministero dell’Istruzione, nella parte in cui non riconosceva il servizio preruolo svolto nelle paritarie ai fini della mobilità, dopo il passaggio di questi docenti nelle scuole statali. «Finalmente si sta per chiudere un vergognoso capitolo di discriminazioni», esulta Filomena Pinca portavoce del Comitato nazionale per il riconoscimento del servizio prestato nella scuola paritaria.

«È davvero sconfortante che si debba ricorrere a un tribunale per vedere tutelati dei diritti sacrosanti», aggiunge la docente, che è stata tra i promotori del ricorso. E di «sentenza storica», parla anche l’avvocato Angela Maria Fasano, che ha patrocinato il ricorso e ora si prepara a riaprire «tutti i casi che, in questi anni, hanno avuto un esito negativo», anche di coloro che, nel frattempo, sono andati in pensione. La sentenza del Tar laziale, infatti, indica una «linea nazionale» a cui, da qui in avanti, tutti i tribunali del lavoro dovranno attenersi. Un altro aspetto rilevante riguarda la ricostruzione della carriera degli ex-docenti delle paritarie ai quali, una volta assunti di ruolo nello Stato, non venivano computati, ai fini degli scatti stipendiali, gli anni di servizio prestati.

Un danno che il Comitato, quando nel 2017 ha presentato una Petizione al Parlamento Europeo, ha quantificato in oltre 2,5 miliardi di euro, considerando soltanto gli insegnanti (circa il 30% del totale) che avevano maturato tra i 9 e i 15 anni di servizio nelle scuole paritarie. Complessivamente, sono oltre 300mila i docenti transitati nello Stato dal 2000, anno di approvazione della legge 62 sulla parità scolastica. E che, alla luce della sentenza del Tar Lazio, conferma l’avvocato Fasano, ora potranno rivalersi sul Miur per rientrare in possesso di quanto loro dovuto.

La normativa sulla parità viene a più riprese richiamata anche dal dispositivo della sentenza, che ricorda la «piena omogeneità tra il servizio d’insegnamento svolto nelle scuole statali e quello alle dipendenze degli istituti privati paritari » e il «servizio pubblico» svolto da questi ultimi. In sostanza, scrivono i giudici amministrativi, «è illegittima l’esclusione dell’attribuzione di punteggio, in sede di mobilità, per il servizio d’insegnamento svolto negli istituti paritari. Continua a leggere

Scuola, diritto grande assente dalla manovra “del popolo”

(lanuovabq.it, 2.01.18)
 
Il grande assente di questa manovra finanziaria è il diritto. Non è bastato assistere impotenti e basiti alla grande compressione del ruolo del Parlamento e alla più totale mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali, come ha sapientemente ricordato il Presidente Mattarella. Semplicemente impossibili Democrazia e Libertà senza la corresponsabilità di tutti.

Vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni” ha detto il Presidente alla Nazione, con un focus ancor più diretto a certi entusiasmi politici da campagna elettorale.

La manovra finanziaria licenziata dal Governo in fretta e furia viene presentata sul piedistallo della semplificazione. Qui non è questione di semplificazione, bensì di discriminazione.

Non una parola è stata spesa nella manovra per dire come si intende eliminare la discriminazione perpetuata contro i genitori italiani che hanno la responsabilità educativa sui figli ai sensi dell’Art. 26 della dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. La manovra non risponde a quei genitori che, dopo aver pagato le tasse, se scelgono una buona scuola pubblica paritaria – parte del sistema nazionale di istruzione, per legge – devono pagare due volte, con le tasse prima e la retta poi. Il governo del popolo riconosce i diritti di tutti, compresi i riders delle pizze, ma non dei genitori. Questi ultimi, se in difficoltà economica, si sentono rispondere, da parte di onorevoli bicolore che pagano la scuola pubblica paritaria con il lauto stipendio ricevuto da quegli stessi genitori: “Ma per il povero c’è la scuola statale”.

Come dire: “Accontentati: tu, povero, puoi far operare tuo figlio di tonsille in un ospedale pubblico convenzionato di eccellenza, ma non puoi farlo educare in una scuola pubblica convenzionata di eccellenza, perché del tuo legittimo diritto non mi importa. E neppure mi importa che in tutta Europa tale diritto è garantito. Bèccati la scuola pubblica statale, come è, è”. Impossibile che la scuola sia un ascensore sociale perchè serve che sia un ammortizzatore sociale, per sistemare la maestra della primaria che non sa fare la divisione in sillabe, o il docente di sostegno che, dopo quattro ore di viaggio quotidiane per arrivare a scuola, si addormenta sul banco del proprio alunno disabile. Tutto vero.

Ma quanto costa questa libertà negata? Sono 304 le scuole pubbliche paritarie chiuse nell’ultimo anno e 24.713 gli alunni in meno rispetto allo scorso anno. Da notare: si tratta di alunni che allo Stato non costavano quasi nulla (50 euro l’anno pro capite) e che ora, dovendo cercare verosimilmente una sistemazione in scuole statali limitrofe alle paritarie “defunte”, verranno a costare allo Stato circa 10.000 euro annui pro capite. Lo dicono i laicissimi economisti di Civicum con Deloitte. Meglio: se tutte le scuole pubbliche paritarie “defungessero”, lo Stato avrebbe una spesa annua in più di 6 miliardi di euro. Un affarone per le finanze pubbliche! Continua a leggere

«Il Vaticano già paga l’Imu» dice il governo

Imu e Vaticano. Il Ministero dell’Economica interviene spiegando che la Chiesa già paga l’Imu sugli immobili, mentre è esente (come altri) per attività solidali. Si parla anche di percentuali bulgare sulla contrarietà degli italiani nel tassare le parrocchie, per questo la vicenda verrà congelata.
 
(UCCR, 4.12.18)
 
La notizia è partita ieri sera dall’agenzia Adnkronos, in contatto con «autorevoli fonti di governo». Le quali hanno annunciato che la questione “Imu-Chiesa” è congelata e sarà forse riaperta in futuro perché, viene spiegato, una serie di sondaggi provano che gli italiani sono in realtà contrarissimi a “tassare la Chiesa”«Percentuali bulgare», si legge, «dimostrano che una decisione in questa direzione si trasformerebbe in un vero e proprio boomerang» per il governo giallo verde.

Ma c’è un secondo motivo per cui il governo non ha alcuna intenzione di riaprire il capitolo Imu, ed è molto semplice. Ecco quanto riportano fonti del Ministero dell’Economia e delle finanze (Mef): «Il Vaticano già paga l’Imu sugli immobili con finalità commerciali, ma è esentato, come tanti altri organismi ed enti laici, solo per le attività solidali ed educative. Tassare tutte le proprietà vorrebbe dire costringere la Chiesa a chiudere oratori e altre realtà che “salvano i ragazzi dalla strada”».

La questione era stata riaperta un mese fa, quando la Corte di giustizia dell’Unione europea ha sentenziato che l’Italia ha facoltà di recuperare l’Ici non versato da tutti quegli enti non commerciali che ospitavano attività commerciali al loro interno nel periodo 2007-2011 e che allora si riteneva impossibile riscuotere. In nessun passaggio della sentenza si parlava di “chiesa” o di “Vaticano”, ma i media tradussero la notizia con: “L’UE impone all’Italia di riscuotere l’IMU al Vaticano”. Continua a leggere

Ultima chiamata

Ultima chiamata

di Alfredo Mantovano 

(centrostudilivatino.it)
 
La lettura dell’ordinanza della Consulta sul “caso Cappato” rende ancora più esplicito quanto era in qualche modo emerso col comunicato della Corte Costituzionale del 24 ottobre: la norma che sanziona l’aiuto al suicidio non è contraria alla Costituzione. Anzi, il divieto si basa sul favore verso le persone vulnerabili, che potrebbero essere facilmente indotte a concludere prematuramente la loro vita, «qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto». Il che, sempre secondo la Corte, spiega perché è costituzionalmente legittimo punire condotte che «spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimuovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana». E’ il passaggio più significativo dell’ordinanza della Corte. La quale tuttavia aggiunge subito dopo che «il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce (…) per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze (…)». E su questo invita il Legislatore a trovare un equilibrio.

La parola passa ora alla Camera e al Senato, chiamati a operare quello che la Consulta definisce un “bilanciamento” tra beni costituzionalmente rilevanti. Nel due rami del Parlamento sono già state depositate proposte di legge di depenalizzazione, totale o parziale, per giungere a una normativa di espresso favore per l’aiuto al suicidio. Le Camere in teoria potrebbero anche disinteressarsi dell’invito della Corte e non discutere la modifica legislativa, o – pur discutendone – non giungere a conclusione in tempo utile: in tal caso però, alla scadenza del termine – nel settembre 2019 – fissato per la nuova udienza sul giudizio di legittimità, la Consulta non avrebbe più ostacoli per fissare essa stessa le nuove regole. Il Parlamento avrebbe omesso di esercitare una responsabilità espressamente riconosciutagli in un contesto nel quale i c.d. nuovi diritti vengono quasi sempre decisi, se non imposti, nelle aule giudiziarie. Continua a leggere

Quanto risparmia ogni anno lo stato italiano grazie alla Chiesa Cattolica

La questione Chiesa e ICI è tornata alla ribalta su molti media di tutta Italia. Senza entrare nel merito della questione che vede accolto il ricorso di una scuola contro la decisione di non recuperare l’ICI non versata da enti ecclesiastici tra il 2007 e il 2011, vediamo quanto le attività promosse e gestite dalla Chiesa che non pagano l’ICI permettono allo stato italiano di risparmiare ogni anno.
 
La Chiesa Cattolica non ha l’esclusiva sull’esenzione dall’ICI

L’esenzione dall’ICI non è una norma che riguarda solo la Chiesa ma tutto il mondo degli enti destinato ad attività non commerciali, siano essi cattolici, di altre confessione religiose, non confessionali, ecc… Il criterio dell’esenzione non è consentito in virtù della confessionalità dell’attività, ma del suo essere non commerciale e al servizio della comunità. Le radici di questo tipo di disposizioni si trovano nella Costituzione:

“Stato, Regioni, Citta metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. (art. 118)

Ovviamente la Chiesa paga l’ICI/IMU sugli immobili di natura commerciale, come le case date in affitto di proprietà della Santa Sede. Contrariamente a quanto si sente ripetere, una cappella non rende esenti dall’ICI/IMU: se in un albergo c’è una cappellina l’albergo (commerciale) paga l’ICI/IMU.
 
L’8×1000 del 2018

Come abbiamo scritto poco tempo fa in un articolo, la Chiesa Cattolica Italiana nel 2018 ha destinato quasi il 25% delle entrate derivanti dall’8×1000 alle opere assistenziali in favore degli indigenti e delle opere educative nel nostro paese (una parte di questa percentuale è destinata invece alle opere assistenziali nel terzo mondo). Questo vuol dire che un quarto delle entrate annuali della Chiesa Cattolica vengono utilizzate per i più poveri, come attività non commerciale di interesse generale. Continua a leggere

La Cassazione decide: «Uccidere per pietà? E’ omicidio, la vita va rispettata»

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Cassazione e omicidio per pietà. Una sentenza positiva che evita il Far West degli “omicidi per compassione”, ribadendo il supremo valore della vita umana, seppur sofferente.
 
Nessuna attenuante a chi uccide una persona «in grave ed irreversibile sofferenza fisica». Così ha deciso la Corte di Cassazione, negando che vi sia un “valore morale” in chi collabora attivamente al’omicidio di un sofferente, consenziente o meno.

Sono passati solo pochi giorni dalla sentenza-pilato della Corte Costituzionale che ha incredibilmente evitato di affermare la costituzionalità o meno dell’articolo 580 sull’aiuto o l’istigazione al suicidio, rimandando la palla al parlamento italiano. Ieri, però, i giudici della Cassazione hanno preso una decisione che non è sovrapponibile al tema della Consulta, però ha implicazioni importanti sul fine vita.

La Cassazione (sentenza 50378/18) ha di fatto ribadito il parere, espresso altre volte, che non esiste un “particolare valore morale” nell’uccidere una persona sofferente perché «nell’attuale coscienza sociale il sentimento di compassione o di pietà è incompatibile con la condotta di soppressione della vita umana verso la quale si prova il sentimento medesimo». Così è stata confermata la condanna per omicidio volontario, senza “sconto etico”, ad un marito che aveva sparato alla moglie ricoverata allo stadio finale per Alzheimer.

Se tale “nozione di compassione” è attualmente applicata con riguardo agli animali da compagnia«nei confronti degli esseri umani operano i principi espressi dalla Carta costituzionale, finalizzati alla solidarietà e alla tutela della salute». Dunque, la nozione di compassione, a cui «il sentire comune riconosce un altissimo valore morale», resta «segnata» dal «superiore principio del rispetto della vita umana, che è il criterio della moralità dell’agire». Vengono alla mente le coraggiose parole di Papa Francesco«Non manca neppure chi si nasconde dietro a una supposta compassione per giustificare e approvare la morte di un malato. Ma non è così. La vera compassione non emargina nessuno, non umilia la persona, non la esclude, e tanto meno considera la sua scomparsa come qualcosa di buono. La compassione evangelica invece è quella che accompagna nel momento del bisogno, cioè quella del Buon Samaritano, che “vede”, “ha compassione”, si avvicina e offre aiuto concreto». Continua a leggere

Ici, ma quale condanna? Corte Ue dà ragione alla Chiesa

Chiesa e Italia condannate? Nient’affatto; Enti ecclesiastici favoriti dall’esenzione Ici? Nemmeno. La sentenza della Corte di giustizia UE riguarda solo la necessità di valutare se lo Stato fosse davvero impossibilitato a recuperare l’Ici per il no profit che ne era esente. Eppure i media hanno sparato su fantomatiche condanne, quando semmai la sentenza conferma un principio fondamentale per gli enti ecclesiastici: non sono enti commerciali. Con buona pace dei Radicali e degli anticlericali. Intervista al giurista Farri.
 
La sentenza della Corte di Giustizia UE: l’Italia recuperi l’ICI non versata dalla Chiesa“: così titolavano ieri, con minime variazioni stilistiche, le principali testate giornalistiche presenti in rete. E’ davvero così? La Nuova BQ lo ha chiesto all’avvocato Francesco Farri, tributarista, dottore di ricerca nell’Università La Sapienza di Roma e socio del Centro Studi Rosario Livatino. E ha scoperto che le cose non stanno affatto così, anzi, la sentenza stabilisce un principio: che gli enti ecclesiastici non non sono enti commerciali. Ma anche questa è una battaglia Radicale e i media si adeguano nel solco dell’anticlericalismo.
 
Avvocato Farri, è vero che ieri la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato l’Italia a recuperare l’ICI sugli immobili della Chiesa Cattolica?
Niente affatto: siamo di fronte a un caso tipico in cui la realtà giuridica è molto diversa rispetto al messaggio con cui è stata divulgata dai media. Sul mio pc sono comparsi prima i rilanci giornalistici della pubblicazione del testo della sentenza sul sito ufficiale della Corte di Giustizia. Per cui non mi meraviglio di alcune approssimazioni interpretative su un tema che i media non frequentano.
 
Qual è, allora, l’oggetto della sentenza depositata ieri?
Da molti anni alcune organizzazioni hanno sollecitato la Commissione Europea ad occuparsi delle agevolazioni fiscali di cui godono alcune attività legate al no profit. Ciò al fine di far dichiarare le norme in questione contrastanti con il divieto di aiuti di Stato stabilito dai Trattati Europei. In uno di questi casi, sollecitato dalla scuola Montessori S.r.l. di Roma, la Commissione aveva stabilito che fosse contrastante con il divieto di aiuti di Stato il regime di esenzione dall’ICI (imposta comunale sugli immobili) applicabile prima del 2012 agli immobili utilizzati dagli enti non commerciali (come associazioni e fondazioni) destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, religiose o di culto. Allo stesso tempo, tuttavia, la Commissione aveva ritenuto che fosse oggettivamente impossibile per la Repubblica Italiana procedere al recupero di questo tipo di “aiuti”. Nella stessa occasione, la Commissione aveva invece ritenuto che le modifiche apportate a tale agevolazione dal 2012 in poi (e, quindi, nell’attuale sistema IMU) erano sufficienti a rendere l’esenzione compatibile con i principi europei. La Montessori S.r.l. ha contestato tale decisione in ogni sua parte e il giudice di primo grado le ha dato torto su tutti i fronti. Essa ha, successivamente, proposto ricorso avverso tale decisione di primo grado e la Grande Sezione della Corte di Giustizia, da un lato, ha confermato che la normativa successiva al 2012 è pienamente legittima e, dall’altro lato, ritenuto che non fosse stata adeguatamente dimostrata l’obiettiva impossibilità di procedere al recupero dell’ICI per gli anni precedenti. Continua a leggere