Modello Mellin, parla l’Ad Gavelli: «Qui mamme e papà sono un valore»

C’è una realtà lavorativa dove la «maternità non è più un problema per l’efficienza aziendale, ma anzi una risorsa da valorizzare ed incentivare». Parola di Fabrizio Gavelli, amministratore delegato della Mellin e di Danone Early Life Nutrition per il cluster – di nuova formazione – South East Europe (Italia, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania), oltre che general manager business services per tutte le aziende del Gruppo Danone in Italia e Grecia.

Al “modello Mellin” guarda con interesse anche il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, che studia gli esempi positivi di Welfare Familiare nelle aziende. Ma di cosa si tratta e perché le politiche aziendali family-friendly sono ancora così invisibili a livello mediatico? Pro Vita ha intervistato il manager dell’Azienda e lo ha chiesto a lui. In un Paese che preoccupa per i dati sulla denatalità, il messaggio della maternità come valore, anche aziendale, ha bisogno di essere capito e valorizzato.
 
Dottor Gavelli, partiamo dal principio. Cosa avete fatto nel tempo per facilitare la conciliazione vita-lavoro delle lavoratrici, e come siete diventati un modello da questo punto di vista? Quale l’elemento innovativo?

«Ci sono tre fasi che abbiamo affrontato: la prima concettuale, la seconda d’azione, la terza di risultati. Nella prima, quella concettuale, l’azienda è partita dalla convinzione che quello della denatalità fosse un problema per il Paese. Noi nel 2011 ci siamo accorti che la natalità stava diminuendo e la tendenza verso questo fenomeno era devastante. Poi si è consolidata, se leggiamo i dati: 100mila bambini persi in otto anni in termini di nascite. Oltre a questo, secondo i dati Inps, c’è un 20% di donne lavoratrici che perde il lavoro due anni dopo la nascita del primo figlio e subisce un taglio salariale del 35%. Per cui siamo partiti dal fatto che questa cosa fosse inaccettabile. L’obiettivo chiave non è stato soltanto la presa di coscienza del problema, ma anche la piena consapevolezza che una realtà aziendale può contribuire ad una controtendenza: se non a cambiare il Paese almeno a dare l’esempio. E così siamo diventati un laboratorio per battere un problema che riteniamo rilevante, per la nostra azienda in primo luogo, ma soprattutto per il Paese». Continua a leggere

Commercio. Meno posti e più chiusure con le aperture domenicali

Meno posti e più chiusure con le aperture domenicali

I danni della deregulation: dal 2012 il commercio ha perso quasi 30mila occupati. I sindacati segnalano come la maggior parte dei casi chi lavora nei festivi non goda di una maggiorazione retributiva
 
di Luca Mazza

(Avvenire 12 settembre 2018 )
 
Da una parte c’è una stima generica e tutta da verificare, dall’altra parte invece ci sono i numeri inconfutabili che certificano come in sette anni di ‘deregulation’ totale (e di domeniche sempre aperte allo shopping) i risultati economici si siano rivelati piuttosto deludenti su vari fronti. La previsione è quella diffusa e messa in rilievo nelle ultime ore da tanti attori della Grande distribuzione organizzata che – preoccupati dalla fine dell’era delle aperture no stop – sottolineano come con le chiusure domenicali sarebbero a rischio 40-50mila posti di lavoro, ovvero circa il 10% del totale. Ma per avere un quadro completo ed effettuare un’analisi approfondita più delle stime aiutano i dati sul commercio da cui si nota come le liberalizzazioni selvagge abbiano ridotto e non aumentato l’occupazione in Italia. Perché la crescita della grande distribuzione non ha compensato i posti bruciati dai piccoli negozi schiacciati dai giganti e costretti ad abbassare le saracinesche. Dalle elaborazioni Confesercenti sui dati di Infocamere emerge una vera e propria moria delle micro realtà commerciali. Tanto che il saldo tra aperture e chiusure dei negozi indipendenti (escluso franchising, grande distribuzione e ambu-lanti) tra il 2012 (primo anno di regime liberalizzato) e il 2016 è di 108.636 unità in meno.

Il trend è confermato dalle rilevazioni del centro studi di Confcommercio sulla ‘demografia’ delle attività commerciali: negli ultimi dieci anni si è verificata una flessione del 2,1%. Anche i dati Istat sull’occupazione nel commercio nello stesso quinquennio sono impietosi: tra lavoratori dipendenti, indipendenti, esterni e temporanei si è scesi sotto gli 1,9 milioni. Con quasi 30mila posti andati in fumo. Spesso, inoltre, un lavoratore non ottiene neppure un gran vantaggio economico dal fatto di essere occupato la domenica o in altri giorni festivi. E ciò avviene nonostante il contratto del commercio preveda una maggiorazione della retribuzione oraria del 30% anche con il parttime. I sindacati, infatti, segnalano diverse anomalie. La Cisl Fisacat sostiene che nella maggior parte dei casi i lavoratori assunti per coprire i turni nel weekend non ottengono una maggiorazione sullo stipendio perché il lavoro di sabato e domenica viene considerato come un ‘tempo ordinario’. Continua a leggere

Papa: la persona non è più al centro dell’economia che ‘pensa solo a far soldi’

L’intervista di papa Francesco sul Sole24Ore. “Secondo me l’economia è il territorio di missione troppo poco attraversato”.
 
Quella di oggi è un’economia che “uccide”, perché “obbedisce solo al denaro” con “l’obiettivo primario e unico” di “fare soldi”, mentre “la persona non è più al centro”. Di conseguenza si costruiscono “strutture di povertà, schiavitù e di scarti” e la stessa disoccupazione “è la conseguenza di un sistema economico che non è più capace di creare lavoro, perché ha messo al centro un idolo, che si chiama denaro”. Lo sostiene papa Francesco in una lunga intervista al quotidiano economico italiano “Il Sole 24 Ore”.

“Manca la coscienza di un’origine comune, di una appartenenza a una radice comune di umanità e di un futuro da costruire insieme. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Un’etica amica della persona tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all’esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore”.

Francesco esorta a “sviluppare la solidarietà ed a realizzare un nuovo ordine economico che non generi più scarti arricchendo l’agire economico con l’attenzione ai poveri e alla diminuzione delle disuguaglianze”. Abbiamo bisogno, sottolinea, “di coraggio e di geniale creatività”. “La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi importanti che tengono viva la dimensione comunitaria di un’azienda. Perseguire uno sviluppo integrale chiede l’attenzione ai temi che ho appena elencato”. Continua a leggere

Il supermercato specchio della società: il ceto medio sparisce

Italiani sempre più polarizzati anche nella spesa alimentare: crescono i clienti d’oro, che hanno ampio potere d’acquisto e sono attenti alle nuove tendenze salutiste, ma anche quelli che badano solo al prezzo
 
Ci sono i 4,3 milioni di famiglie di mezza età e senza figli, che guadagnano più della media, e sono un target d’oro per chi deve proporre loro acquisti. Ma gli operatori commerciali devono conoscere anche i gusti e le possibilità dei 6,3 milioni di famiglie giovani con figli, con un reddito sotto la media, che rientrano in una categoria di consumo più tradizionale. Anche perché, a conti fatti, gli stili di consumo al supermercato degli italiani si stanno sempre più concentrando in queste due tipologie, con buona pace del ceto medio.

Cinque tipologie di famiglie, cinque “stili” di acquisto identificati ed etichettati: Traditional, Silver, Mainstream, Low Price e Golden. Sono i nomi individuati da Nielsen per interpretare le dinamiche dei trend del largo consumo. I profili dei consumatori sono stati definiti analizzando il carrello della spesa, quindi i loro reali comportamenti d’acquisto e non le loro dichiarazioni. La ridefinizione dei parametri di ricerca è stata resa possibile grazie alle informazioni del Panel Consumatori costituito da 9.000 famiglie rappresentative della popolazione italiana e al monitoraggio dei loro acquisti in termini di categorie, tipologie di prodotto (e.g. senza glutine, senza lattosio, biologico, etc.) e relativo profilo nutrizionale. Continua a leggere

Quale qualità della vita? Il trionfo dell’economia. Ma noi meno felici

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Il trionfo dell’economia. Ma noi meno felici

di Leonardo Becchetti

Il lavoro sempre più voucherizzato, i call center in crisi perché i precari non lo sono abbastanza, i fattorini di Foodora che portano la pizza a domicilio a salari stracciati e capiscono che l’unica disperata forma di protesta che può far presa è l’appello ai consumatori a non comprare i loro prodotti. Che cosa sta succedendo? Guardatevi intorno e vedrete nei paesaggi delle nostre città e delle nostre periferie il trionfo dell’economia e contemporaneamente il suo fallimento nel regalarci felicità e pienezza di senso di vita. Fallimento figlio del suo grave peccato originale. Distese senza fine di ipermercati, centri commerciali e negozi traboccanti di prodotti di ogni genere, colmi di tutte le varietà possibili vendute a prezzi stracciati, al massimo del sottocosto possibile.

Il mondo è diventato esattamente ciò che quel gruppo di filosofi morali che inventò l’economia moderna più di due secoli fa voleva che diventasse: il trionfo del consumatore. L’obiettivo era nobilissimo e tutt’altro che meschino: rendere l’umanità felice. Il risultato assolutamente di successo se valutato in termini di coerenza con le premesse. Peccato però che la funzione di felicità utilizzata (l’ipotesi su cosa rendesse l’uomo felice) fosse sbagliata. Continua a leggere

I nuovi poveri sono i giovani

di Stefano Grossi Gondi, 18 ottobre 2016
 
Il modello di povertà italiano è cambiato: riguarda maggiormente i giovani che gli anziani, contrariamente al passato. Lo dice il Rapporto 2016 della Caritas su povertà ed esclusione sociale, presentato il 17 ottobre. Le ragioni di questo ribaltamento stanno nella difficoltà di molti giovani ad entrare nel mondo del lavoro, mentre nonni e genitori si assumono il compito di mantenerli.

Il Rapporto viene a completare quello sulle politiche di contrasto alla povertà, del quale abbiamo parlato recentemente. I Centri di ascolto della Caritas sono un osservatorio affidabile per avere il polso della situazione sociale: tra le oltre 190 mila persone incontrate nel corso del 2015, gli stranieri sono ancora la maggioranza (57,2%), ma al Sud prevalgono gli italiani (66,6%), mentre per la prima volta c’è una perfetta parità tra uomini e donne, mentre tradizionalmente erano queste ultime a rivolgersi soprattutto alla Caritas. Si chiede aiuto soprattutto per difficoltà economiche (76,9%) e di disagio occupazionale (57,2%), poi ci sono i problemi abitativi (25,0%) e familiari (13,0%). Continua a leggere

Un Nobel all’economia che accumula ceneri

di Luigino Bruni
 
Premio alla «teoria dei contratti», semplice e disastrosa La cultura del contratto è la grande vincitrice del nostro tempo di troppi poveri perdenti. Si è sviluppata sulle ceneri della cultura del patto, che era stata la colonna portante dell’edificio famigliare, civile e politico delle generazioni passate. Fino a pochi decenni fa, il regno del contratto era importante ma delimitato, perché la gran parte della vita della gente era retta dal registro del patto (famiglia, amicizia, politica, religione, lavoro …).

Patti e contratti hanno convissuto per molti secoli, erano strumenti complementari per la vita sociale. Fino a quando la globalizzazione dei mercati e della finanza e l’emergere di un ethos dove ogni legame è vissuto come un laccio per l’individuo, hanno decretato la trasformazione progressiva di tutti i patti in contratti. Il patto è (era) un fatto comunitario e simbolico. Non nasce dal solo registro dell’interesse personale, ma ha nella gratuità, nel perdono, nei legami e negli interessi collettivi i suoi elementi costitutivi. Continua a leggere

Le famiglie italiane pagano per tutti

(da Avvenire, 27.05.16)
 
Paradossale ma vero: nel 2015, nonostante una generale flessione della pressione fiscale, per le famiglie italiane il carico è addirittura aumentato. Questo il dato più significativo che emerge dal rapporto “Reddito, consumi e carico fiscale delle famiglie”, presentato oggi a Roma dalla Fondazione nazionale dei commercialisti e dal Forum delle associazioni familiari. Entrambe le organizzazioni hanno firmato un protocollo di intesa volto ad analizzare e a trovare possibili soluzioni per la crescente difficoltà economica.

Dallo studio emerge un significativo peggioramento della condizione economica delle famiglie come conseguenza della crisi: il numero dei nuclei familiari in condizioni di povertà assoluta tra il 2011 e il 2014 è aumentato del 36%, mentre la spesa media mensile è scesa del 6%. In calo anche il reddito lordo disponibile: -8,8% rispetto al 2008 a fronte di un amumento del carico fiscale (+0,3% rispetto al 2014). Continua a leggere

Cresce la disuguaglianza economica in Italia

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L’aumentare della disparità economica all’interno dei paesi rallenta fortemente la ripresa economica e frena la crescita del Pil. Lo afferma l’ultima relazione dell’Ocse “Focus inequality and growth” che ha analizzato la correlazione fra aumento nelle disuguaglianze sociali e frenata della crescita economica in 21 paesi, fra cui l’Italia che dal 1985 al 2010 ha perso, anche per questo motivo, quasi il 7% del Pil.

Nello studio si mostra come le differenze di reddito siano ai massimi storici degli ultimi trent’anni: oggi, nell’area Ocse, il 10 per cento più ricco della popolazione guadagna 9,5 volte di più del 10 per cento più povero, mentre negli anni ’80 il rapporto era di 7. Anche l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze sociali, è aumentato in media di tre punti percentuali, passando da 0,29 a0,32 in una scala in cui 0 è nessuna disuguaglianza sociale e 1 è tutto il reddito concentrato nelle mani di una sola persona. Continua a leggere

Che cos’è il debito pubblico

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di Rodolfo Casadei

(La Roccia – Marzo-Aprile 2015)

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In suo nome lo Stato italiano continua ad aumentare le tasse, che colpiscono soprattutto le famiglie. Come si è costituito questo enorme “buco nero” che sembra impedire la ripresa italiana?
 
È diventato un’entità così enorme e difficile da controllare che le sue misure cambiano continuamente e che gli enti incaricati forniscono stime diverse.

A metà di dicembre [2014] la Banca d’Italia ha comunicato che il debito pubblico italiano alla fine di ottobre aveva toccato la cifra di 2.157 miliardi di euro. È una cifra superiore alla ricchezza prodotta in un anno dal lavoro di tutti gli italiani, il famoso Prodotto interno lordo (Pii). Corri-sponde infatti al 133-135% del Pil italiano nel 2014. Continua a leggere

Bomba demografica? Una bufala, ora lo dice anche l’Onu

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(dal sito uccronline.it)
 
Gli ultimi dati pubblicati dall’ONU sono chiari: la  bomba demografica è una bufala. Si tratta di una leggenda secondo la quale l’alta densità di popolazione inibirebbe la prosperità umana per cui, secondo radicali/ecologisti/abortisti pratiche come la sterilizzazione, la contraccezione e l’aborto sarebbero indispensabili per controllare l’aumento demografico.

Ricordiamo tutti quando Marco Cappato, leader dei radicali italiani, nel 2009 invitava a «superare i veti ideologici del fondamentalismo clericale e natalista» e attuare la «strategia di “Rientro dolce” della popolazione mondiale che il Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito già da tempo indica come scelta vitale per il futuro del pianeta». I Radicali sono gli unici (assieme all’opinionista Giovanni Sartori) a credere ancora in Italia alle sciocchezze del Club di Roma il think-tank che negli anni ’60 profetizzava cataclismi entro 40 anni. Continua a leggere

Se anche il Wall Street Journal sconfessa Malthus…

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Un dossier del quotidiano di finanza lancia l’allarme: nel 2050 la popolazione in età lavorativa si ridurrà del 5%. C’è bisogno di misure per incentivare le nascite

di Federico Cenci
 
L’allarme sulla crisi della natalità la suona anche il Wall Street Journal, il maggior quotidiano al mondo di affari e finanza. L’economista Greg Ip, della Carleton University, ha pubblicato un articolo, contenuto nel dossier che il Wsj ha dedicato al “destino demografico” del mondo, nel quale analizza gli effetti globali del calo diffuso delle nascite.

Approfondendo le proiezioni elaborate dalle Nazioni Unite per il 2050, Ip ha così potuto archiviare una teoria diffusasi tra gli economisti, i demografi e i sociologi negli scorsi decenni. Scrive che “nel 1798 Thomas Malthus, un saggista britannico, sostenne che l’umanità si sarebbe riprodotta più rapidamente di quanto potesse aumentare la produzione alimentare, causando fame e povertà. Aveva torto”. Continua a leggere

Paritarie e costo standard di sostenibilità, un problema da risolvere

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(da tecnicadellascuola.it)
 
Sarà in libreria il prossimo 27 ottobre un interessante saggio sulla scuola e le sue complicanze fra pubblico e privato, fra diritto all’istruzione e libertà educativa; elementi che fra l’altro sono diventati “steccati ideologici” fra chi pensa che la libertà dell’uomo si esercita fra variegati mondi culturali, quale è appunto la “mission” della scuola pubblica, che arruola i propri insegnanti da graduatorie generaliste, e la libertà di scelta dei genitori di iscrivere i propri figli negli istituti più conformi alle proprie visioni del mondo.

Nasce da queste premesse l’attualissimo libro: “Il diritto di apprendere. Nuove linee di investimento per un sistema integrato” di Monia Alfieri, Marco Grumo e Maria Chiara Parola, per i tipi della: G. Giappichelli Editori di Torino, e reso più sostanzioso dalla prefazione della ministra dell’istruzione, Stefania Giannini. Continua a leggere

Le nostre tasse rendono i poveri ancora più poveri

Tasse

 di Matteo Borghi
 
Che la crisi stia colpendo l’Italia, con particolare durezza, lo sappiamo fin troppo bene. Fra chi ha perso un lavoro, stenta a pagare l’affitto, affrontare le spese quotidiane (in una frase “ad arrivare alla fine del mese”) la situazione è tutt’altro che positiva. Di certo non sono di conforto i dati macroeconomici che ci dicono che, nell’ultimo trimestre, il Pil è cresciuto dello 0,3%: il dato, nella sua freddezza, dice poco o nulla a chi – al momento – si è rassegnato a vedere le proprie condizioni di vita peggiorare in maniera continua.

Più in linea con la situazione che molte famiglie vivono ogni giorno sono purtroppo i dati sulla povertà che si espande a macchia d’olio. Secondo l’Inps, dal 2009 ad oggi, i poveri sono aumentati di ben quattro milioni in sei anni: «Abbiamo un aumento dell’incidenza della povertà di circa un terzo, con la percentuale delle famiglie che si trovano al di sotto della soglia di povertà salita dal 18 al 25%, da 11 a 15 milioni di persone si trovano in questa condizione nel giro di sei anni» ha detto una settimana fa il presidente dell’istituto di previdenza Tito Boeri in un’audizione della commissione Affari istituzionali alla Camera dei Deputati.  Continua a leggere

Famiglia: quell’impegno ancora senza seguito

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di Francesco Riccardi
 
È passato un anno, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Non quelli promessi. Non quelli attesi da tanto e da tanti su un più equo trattamento fiscale delle famiglie con figli. Giusto un anno fa, infatti, il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva preso carta e penna per rispondere a una lettera aperta, indirizzatagli da un lettore attraverso il nostro giornale.

Stefano, «marito e padre di Roma», così si firmava, lamentava il fatto che non avrebbe incassato gli 80 euro di bonus fiscale perché il suo stipendio era troppo elevato (45mila euro lordi) e la moglie, laureata, svolgeva solo qualche lavoretto saltuario di pulizia e babysitteraggio “in nero”. «Per arrivare a fine mese, con tre figli in una città cara come Roma». Al contrario, i suoi vicini di casa, senza prole e con due redditi da 20mila euro lordi l’uno, avrebbero ricevuto 160 euro in più al mese. Continua a leggere

Sussidiarietà in affanno. Tira aria di centralismo

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da AgenSIR
 
È anche l’esito delle cattive prove date dalle realtà territoriali, Regioni in primis. Ma anche tantissimi Comuni, grandi e piccoli, sono stati mal gestiti. A fronte di questo scenario, la Fondazione per la Sussidiarietà propone la formula del “decentramento differenziato”, cioè una legislazione e una prassi che premino le realtà intermedie più virtuose.

di Luigi Crimella

La spesa pubblica totale in Italia nel 2014 ha raggiunto la cifra di 825 miliardi di euro, con un aumento rispetto all’anno precedente del +7,8%. Se prendiamo questa cifra e la dividiamo per 60 milioni di italiani, scopriamo che per ciascuno di noi lo Stato, in tutti i suoi interventi e ai vari livelli di governo, dal centro al più piccolo dei Comuni, spende la bellezza di 13.750 euro. Continua a leggere

La famiglia è un valore… economico

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Un articolo del Marzo 2013 ma sempre attuale.

di Vincenzo Bassi

La famiglia non è un forte Apache da difendere per poi soccombere; non è così che si fa il bene né della famiglia né della società.
Questo è il senso ultimo del discorso che il Presidente del Consiglio pontificio sulla famiglia, Mons. Vincenzo Paglia, ha pronunciato Venerdì 15 febbraio intervenendo alle Nazioni Unite a un evento organizzato dalla rappresentanza diplomatica della Santa Sede.

Certo, è vero che l’istituzione famigliare è attaccata da una certa cultura famigliare “riduzionista”, che considera la famiglia come una semplice unione affettiva. Tuttavia, secondo Mons. Paglia, questa cultura “riduzionista” va “contrattaccata” perché per la maggior parte degli uomini e delle donne, la famiglia è molto di più, ovvero una risorsa per la società, unica e insostituibile nella sua attività di assistenza ed educazione. Continua a leggere

Stampare moneta non fa ripartire la crescita

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 di Gianfranco Fabi
 
Dal 9 marzo la Banca centrale europea con la collaborazione delle banche nazionali ha iniziato il tanto decantato programma di “quantitative easing” sulla scia di quanto attuato negli ultimi anni dalla Fed, la banca centrale americana.

Innanzitutto è bene sottolineare che “quantitative easing” (QE) significa letteralmente “alleggerimento quantitativo”, una definizione abbastanza oscura che nasce dal linguaggio degli economisti americani, tanto ricchi di fantasia sul piano lessicale e delle forbite analisi, quanto poveri di idee capaci di andare oltre e le argomentazioni matematiche.  

In pratica con questa iniziativa le banche centrali acquistano, pagandoli al prezzo di mercato, strumenti finanziari (titoli di Stato e obbligazioni societarie) in modo da aumentare la liquidità in circolazione nella speranza che questa liquidità possa passare dagli istituti di credito alle famiglie e alle imprese. La Bce stampa quindi carta moneta e la mette a disposizione del sistema economico. Continua a leggere

Genitori, se potete, adottate i figli che si vogliono sposare

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di Costanza Miriano
 
Diceva Longanesi che lui non si appoggiava ai princìpi, che dopo un po’ si piegano. Anche io preferisco piuttosto appoggiarmi agli amici, che sono un po’ più solidi e robusti, soprattutto se a loro volta si appoggiano all’unico vero amico che non delude mai, Cristo. Con questo gruppo di amici in Cristo ogni tanto ci vediamo davanti a qualche buon piatto e del vino (che mi dicono ottimo, ma io bevo solo Coca light e non saprei dire: in compenso per la Coca ho un palato sopraffino, e saprei distinguerne la data di scadenza a occhi chiusi). Quando parliamo e mangiamo insieme vengono sempre fuori nuove idee per la “buona battaglia”, e l’altro giorno Ivan Quintavalle, futuro sacerdote della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, mi ha folgorata con una proposta che secondo me ha del geniale. Continua a leggere

Caritas: crisi Ue, aumentano i poveri

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In Europa 123 milioni di persone (24,5% della popolazione), 1 su 4, sono poveri, un dato in aumento perché aggravato dalla crisi e dai tagli dei governi al sociale, che hanno provocato le conseguenze maggiori proprio sui poveri, paradossalmente arricchendo i più ricchi. Ma le possibilità e le proposte per invertire la rotta, cambiando le politiche sociali, ci sono. È la denuncia lanciata oggi da Caritas Europa e Caritas italiana, presentando a Roma il terzo rapporto sulla crisi in Europa realizzato indagando i dati in alcuni Paesi deboli (Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania, Cipro) e proponendo una lunga serie di raccomandazioni. L’Europa, che si era impegnata a diminuire il numero dei poveri entro il 2020 con la Strategia di Lisbona, al contrario ne ha aumentato il numero: “Dovevano diventare 96,4 milioni entro il 2020, ossia 20 milioni di poveri in meno”, ha precisato Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio studi di Caritas italiana, “sono invece aumentati. Viene da chiedersi se la medicina per risanare la spesa pubblica non abbia invece ucciso il paziente”. Continua a leggere

Per affrontare fame e miseria sconfiggere l’inequità, radice di tutti i mali…

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Nel videomessaggio per l’incontro “Le idee di Expo 2015”, in preparazione all’evento di Milano, il Papa avverte che “questa economia uccide”

Citta’ del Vaticano, 07 Febbraio 2015 (Zenit.org) Federico Cenci

La fame nel mondo è una piaga che colpisce milioni di persone. Il dramma di tali misure è aggravato da una condizione di iniquità che San Giovanni Paolo II definì “paradosso dell’abbondanza”, per cui alla produzione di cibo non corrisponde un’equa distribuzione a causa di sprechi, scarti, consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini.

Di questo paradosso ha parlato papa Francesco nel suo videomessaggio in occasione dell’evento organizzato dal Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali dal titolo Le idee di Expo 2015 – Verso la Carta di Milano, a cui partecipano 500 esperti nazionali e internazionali. Continua a leggere

Uscire dalla crisi? Fare figli.

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Molto attuale (e “sul pezzo” , visto che in questi giorni se ne parla tanto) questa intervista del maggio 2013 di Costanza Miriano all’economista Ettore Gotti Tedeschi, sul tema della denatalità in relazione alla crisi economica.

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Costanza Miriano intervista Ettore Gotti Tedeschi
 
A Bruxelles si discute, nel Forum sulla demografia, di “Investire sul futuro demografico in Europa”. Si parla di lotta alla denatalità, e non in un oratorio parrocchiale, ma in una sede internazionale tra le più laiche e prestigiose. Finalmente le sue teorie, quelle che lei da anni va ribadendo in ogni sede possibile, stanno diventando di moda? Che succede?

Credo che a Bruxelles si difenda keynesinianamente le nascite per difendere la necessità di domanda ,non tanto la vita.  Quando Papa Paolo VI  nel 1968 scrisse l’Enciclica Humanae Vitae , ad avversarlo non furono solo gli ambienti laici ,ma anche alcuni  teologi cattolici. Se ricordo bene  si rischiò una specie di “scisma” in casa cattolica sul tema della dignità della vita umana , sul tema natalità e così via. Continua a leggere

Lombardia. Progetto di legge Ncd: «Il fattore famiglia al posto dell’Isee»

Una proposta di legge vuole introdurre un indicatore del reddito che tenga maggiormente conto della composizione dei nuclei familiari, valorizzando la presenza di minori e anziani. 

Un nuovo indicatore della situazione reddituale che fotografi la situazione economica reale dei nuclei familiari, comprendendo il numero di persone e l’eventuale presenza di anziani o portatori di handicap, al posto dell’Isee: è il fattore famiglia lombardo, contenuto in un nuovo progetto di legge, appena depositato al consiglio regionale e presentato dal Nuovo centrodestra. Il coordinatore lombardo di Ncd, Alessandro Colucci, ha spiegato che «questo progetto si ispira agli articoli 29 e 31 della Costituzione e si vuole dare risposta concreta al principio e alla salvaguardia delle famiglie. Si inserisce nelle politiche che da anni la Regione Lombardia porta avanti in modo pionieristico. Ncd nella nostra regione sta operando su due pilastri fondamentali, la famiglia e la tutela delle imprese, due aspetti distintivi su cui è nato il nostro partito poco più di due anni fa. A livello di governo abbiamo chiesto con determinazione la nascita di un Fondo famiglia, che è poi stato fissato a 500 milioni di euro con la legge di Stabilità: stessa cosa è accaduto in Regione con il Fondo nasco». Continua a leggere

Le mani sulle banche popolari

Banco Popolare

di Gianfranco Fabi
 
La decisione del Governo Renzi di varare un decreto legge per cambiare la “governance” delle banche popolari appare un ingiustificabile atto di potere per ricondurre nell’ambito del controllo politico e dei grandi interessi finanziari un settore che è stato non solo per decenni, ma per secoli, una delle strutture portanti dell’economia e della società italiana. Un settore nato dalla logica solidaristica e cooperativa, una logica che si è sviluppata soprattutto grazie ai forti legami con il mondo cattolico e le sue espressioni locali.

Innanzitutto vediamo il cuore del provvedimento. Le grandi banche popolari devono entro 18 mesi trasformarsi in società per azioni. In pratica viene abolito il voto capitario che ha sempre contraddistinto queste realtà: fino ad ora i soci di queste banche, qualunque quota di azioni possedessero, votavano infatti nelle assemblee con solo voto, uguale a tutti gli altri. Nelle Spa invece i voti sono proporzionali alle quote possedute e quindi una singola persona può acquisire la maggioranza o comunque il controllo della società. Continua a leggere

Se l’Occidente spreca ed esaurisce la sua più grande risorsa: l’uomo

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Usa e Giappone, ovvero là dove estremo Oriente ed estremo Occidente si toccano. Come gli estremi di un arco al centro del quale c’è l’Europa.

Qui sotto un video prodotto dall’associazione Oregon Right to Life che mostra con grande efficacia cosa vogliono dire 57 milioni di aborti, quelli che registrati negli Usa dal 1973, data in cui l’aborto è stato appunto legalizzato. Al numero di vite soppresse anno dopo anno corrisponde la scomparsa di uno Stato dell’Unione. Alla fine, è constatabile come in 40 anni è come se gli Usa avessero perso l’intera fascia centrale del Paese, il suo “cuore”. Continua a leggere