Bere in adolescenza provoca cambiamenti duraturi nel centro emotivo del cervello

DRINK FOR DRUNK (massimo jose monaco)

(dal blog Orme svelate)
 
Binge drinking in adolescenza ha dimostrato di avere effetti duraturi sul cablaggio del cervello ed è associato ad un aumento del rischio di problemi psicologici e di disturbi dell’alcool più avanti nella vita.
Ora, i ricercatori dell’Università dell’Illinois del Chicago Center for Alcohol Research in Epigenetics hanno dimostrato che alcuni di questi cambiamenti duraturi sono il risultato di cambiamenti epigenetici che alterano l’espressione di una proteina cruciale per la formazione e il mantenimento delle connessioni neurali nell’amigdala – la parte del cervello coinvolta nell’emozione, nella paura e nell’ansia. I loro risultati, che sono basati sull’analisi del tessuto cerebrale umano postmortem, sono pubblicati sulla rivista Translational Psychiatry. L’epigenetica si riferisce alle modifiche chimiche al DNA, all’RNA o alle proteine specifiche associate ai cromosomi che modificano l’attività dei geni senza modificare i geni stessi. Le modificazioni epigenetiche sono coinvolte nel normale sviluppo del cervello, ma possono essere influenzate da fattori ambientali o anche sociali, come l’alcol e lo stress. Questi tipi di alterazioni epigenetiche sono stati collegati ai cambiamenti nel comportamento e nella malattia. I ricercatori hanno esaminato il tessuto dell’amigdala umano postmortem ottenuto dal Centro Risorse per i tessuti cerebrali del New South Wales a Sydney, in Australia. L’amigdala è la parte del cervello coinvolta nella regolazione emotiva. Continua a leggere

Il pediatra che legge Dante e Shakespeare ai suoi piccoli pazienti

LIBRI, MAESTRO, BAMBINI

di Annalisa Teggi
 
Ogni volta che concludo una visita di controllo dal nostro pediatra, l’ultimo consiglio che segna sul libretto è: “leggere libri ad alta voce”. Con me sfonda una porta aperta, ma metterlo – per così dire – a verbale fa sempre bene.

Infatti, talvolta sono io adulta quella che snobba la lettura coi miei figli. Stanchezza, pigrizia, faccende domestiche sono scuse da cui pesco a volontà giornalmente. Il mio adolescente è in un’età di allergia pesante ai libri, ma ogniqualvolta mi metto a fianco a lui a leggere a voce alta anche solo la pagina di geografia che sbuffa per studiare, accade qualcosa di inaspettato: domande, collegamenti, voglia di approfondire.

I figli più piccoli, invece, mi assalgono con le storie da leggere. Sono loro a richiedere che la lettura sia un’esperienza, vissuta in compagnia e quasi palpabile … niente lettura mentale, vogliono la voce. Nonostante ciò ogni tanto ancora mi scappa quella minaccia tremenda e insensata: “Ora vai in camera tua a leggere!”.

Perché leggere non è una punizione? Perché il suo bello è che sia un’esperienze condivisa? La storia raccontata da Repubblica, e che viene da Bari, contiene ipotesi concrete di risposta. Continua a leggere

La lettura con i bambini in età prescolare migliora il linguaggio di otto mesi

dal blog Orme svelate
 
Uno studio dimostra che i genitori che leggono regolarmente con bambini piccoli danno loro un vantaggio linguistico di otto mesi. Un gruppo di esperti ha scoperto che le abilità linguistiche ricettive – la capacità di comprendere le informazioni – sono influenzate positivamente quando i bambini in età prescolare leggono con qualcuno a cui sono affezionati. Hanno effettuato una revisione sistematica degli studi di intervento di lettura degli ultimi 40 anni, utilizzando sia un libro o lettori elettronici e in cui la lettura è stata effettuata con un genitore o un accompagnatore.

Nel rapporto, finanziato dalla Nuffield Foundation, i ricercatori stavano cercando effetti sul linguaggio ricettivo (comprensione), linguaggio espressivo (padronanza del vocabolario e della grammatica) e abilità pre-lettura (come le parole sono strutturati). I risultati sono stati positivi per ogni categoria, ma la più grande differenza è stata con le competenze linguistiche ricettive. La revisione ha mostrato che i bambini socialmente svantaggiati hanno avuto un beneficio leggermente maggiore rispetto ad altri. Mentre sapevamo già che leggere con i bambini piccoli è vantaggioso per il loro sviluppo e per le successive prestazioni accademiche, il vantaggio di otto mesi che questa revisione ha identificato è stato sorprendente. Otto mesi sono una grande differenza nelle competenze linguistiche quando si guardano i bambini sotto i cinque anni. Il fatto che si sia visto un effetto con le competenze linguistiche ricettive è molto importante. Questa capacità di comprendere le informazioni è predittiva delle successive difficoltà sociali ed educative. E la ricerca suggerisce che sono queste le abilità linguistiche che sono più difficili da cambiare. L’età media dei bambini coinvolti nei 16 studi inclusi nella revisione, è stata di 39 mesi e la revisione ha esaminato studi di cinque paesi: Stati Uniti, Sud Africa, Canada, Israele e Cina. Continua a leggere

Pochi spinelli possono alterare il cervello negli adolescenti

Osservati gli effetti della cannabis nel cervello degli adolescenti (fonti: neuroni: Pixabay; foglia di cannalis: Oren neu dag, Wikipedia) © Ansa

Effetti sulle regioni legate a memoria e ansia
 
(ANSA, 15.01.19)
 
Sono sufficienti pochi spinelli per alterare la struttura del cervello negli adolescenti: un anomalo incremento del volume della corteccia cerebrale in corrispondenza di aree legate alle emozioni e alla memoria è stato osservato per la prima volta in quattordicenni che avevano fatto un uso sporadico della cannabis. Il risultato, che apre nuovi interrogativi in merito alla legalizzazione della sostanza a scopo ricreativo, è frutto di uno dei pochi studi condotti finora sui giovani consumatori occasionali, pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience dai ricercatori dell’Università del Vermont, negli Stati Uniti.

“A quanto pare basta consumare solo uno o due spinelli per modificare i volumi della materia grigia in questi giovani adolescenti”, sintetizza lo psichiatra Hugh Garavan. Una scoperta che manderebbe in fumo la convinzione comune che qualche canna in gioventù non possa avere conseguenze. I ricercatori hanno demolito questo falso mito analizzando i dati relativi allo sviluppo cerebrale e alla salute mentale di adolescenti arruolati tra Gran Bretagna, Irlanda, Francia e Germania nell’ambito del progetto europeo ‘Imagen’.

Sono evidenziate le regioni del cervello di ragazzi di 14 anni aumentate di volume in seguito al consumo di cannabis (fonte: Orr et al., JNeurosci, 2019)

Lo studio ha incluso 46 quattordicenni che avevano fatto uso di cannabis appena una o due volte. Nel loro cervello sono stati riscontrati anomali aumenti di volume di alcune aree di materia grigia sensibili ai cannabinoidi: le alterazioni più significative sono state osservate nell’amigdala (legata alla paura e altri processi emotivi) e nell’ippocampo (legato alla memoria e alle abilità spaziali). Resta ancora da capire quale sia il significato di queste alterazioni strutturali. Solitamente nell’adolescenza il cervello va incontro a una ‘potatura’ delle connessioni nervose che riduce i volumi: è dunque possibile che la cannabis vada a inibire questo processo. Continua a leggere

La dipendenza digitale è un problema serio

Daniela Lucangeli non ha dubbi e nell’articolo a sua firma pubblicato su “Agenda Digitale” mette in guardia dalla dipendenza digitale sempre più diffusa (e sempre più dannosa): “alla luce degli effetti positivi e negativi dei device digitali c’è da considerare che in Italia il 71% dei bambini preferisce trascorrere il proprio tempo libero utilizzando uno strumento digitale. Questo rappresenta un enorme campanello d’allarme non solo per i fattori di rischio sopraelencati, ma anche perché ci mostra che i bambini preferiscono uno strumento digitale, piuttosto che giocare all’aria aperta, incontrare amici e stare con le figure significative“.

La docente e studiosa ritiene che in questo quadro allarmante, caratterizzato soprattutto dall’assenza – colpevole o incolpevole – dei genitori, tocchi alla scuola cercare un rimedio: “da qui emerge il ruolo decisivo della Scuola. La dipendenza dal sistema digitale nasce quando il processo non è sufficientemente guidato e supportato. C’è una situazione di rischio e di pericolo e bisogna combatterlo e prevenirlo con la piena consapevolezza. In questo la scuola ha una potenzialità immensa“.

La verità è che c’è digitale e digitale: da un lato, un universo costellato di opportunità di lavoro e di innovazione; dall’altro, il mondo oscuro della dipendenza, dei social network utilizzati al peggio (social network che, riporta la Royal Society for Public Health britannica, rischiano di indurre ansia, depressione e di rovinare il sonno) e della ludopatia. Purtroppo, cadiamo spesso nel lato oscuro del digitale. Continua a leggere

Una buona madre diventa inutile…

(fonte: giornodopogiorno.org)
 
Una buona madre è colei che diventa inutile nel tempo.

Diverse volte ho sentito pronunciare questa frase da un amico psicoanalista e mi è sempre sembrata strana.

Sto vivendo quel particolare momento che tutte le mamme vivono.

Quello in cui bisogna reprimere l’impulso naturale materno di voler mettere il proprio figlio, ormai cresciuto, ancora sotto l’ala protettrice.

Quello di cercare di proteggerlo dagli errori. Dai dolori.
E dai pericoli.

È una battaglia erculea, lo confesso.

Mentre sto per perdere la lotta contro la super-mamma che vorrebbe controllare tutto, la frase del mio amico psicologo mi illumina la mente.

Ora è assolutamente chiara.

Se ho svolto bene il mio lavoro di educatrice, se ho trasmesso valori e principi, oggi sono inutile.
Posso diventare inutile.

Prima che qualche mamma, lettrice frettolosa, mi accusi di non essere una madre amorevole, voglio spiegare cosa significa, in realtà, essere diventata una madre inutile.

Essere “non necessari” non significa smettere di amare il proprio figlio, ma significa essere riuscita a non renderlo dipendente da me per ogni suo bisogno ed esigenza.

Significa averlo reso un adulto autonomo, sicuro di se stesso, indipendente.
Un uomo pronto a seguire la sua strada, a superare le sue frustrazioni, a fare i suoi errori, ad assumersi le sue responsabilità. Pronto ad essere uomo.

È a questo punto che tagliamo realmente quel cordone ombelicale.

Ogni nuova fase rappresenta una nuova perdita e un nuovo guadagno per entrambi. Per madre e figlio. Continua a leggere

Educazione. Leggere e scrivere in digitale. Cosa cambia per il cervello?

Leggere e scrivere in digitale. Cosa cambia per il cervello?

Perché nell’era della velocità va salvato il pensiero lento
 
di Pier Cesare Rivoltella*

(Avvenire, 5.10.18)
 
Al tempo dei media digitali si legge di più o si legge di meno? Leggere a schermo modifica il nostro modo di comprendere i significati? E cambia il nostro modo di scrivere? Sono alcune delle domande che genitori e insegnanti si pongono per capire quali siano spazi e tempi corretti da lasciare ai dispositivi a casa, a scuola, nel tempo libero. La ricerca suggerisce che proprio la questione del tempo è determinante. Maryanne Wolf, neuroscienziata che da anni studia il cervello che legge, ha osservato che leggere a schermo finisce per inibire, a lungo andare, la lettura profonda. Si corre via, alla ricerca di alcuni snodi del testo che consentano di coglierne sinteticamente il senso senza prendersi il tempo di pesarne ogni singola parte: il rischio è che si comprometta la capacità di comprendere con esattezza il significato di quel che si sta leggendo. Si legge, ma spesso senza capire cosa: i risultati delle prove Invalsi da qualche anno dimostrano proprio questo, ovvero una tendenziale incapacità degli studenti italiani a comprendere il significato di un testo scritto.

Colpa degli schermi? Probabilmente no. Ma di certo le condizioni in cui si legge svolgono un ruolo determinante: si legge in mobilità, in metropolitana, nei tempi morti, mentre si svolgono altre attività. I tempi della lettura sono sempre compressi: si riesce a gettare uno sguardo sullo schermo, quasi mai a prendersi il tempo necessario per leggere veramente. E lo schermo digitale è perfettamente complementare rispetto a queste abitudini di consumo: sempre disponibile, consente con un clic di richiamare il testo e di scorrerlo con il movimento di un dito. Qualche anno fa l’economista Daniel Kahneman ha distinto quelli che lui chiama i pensieri veloci dai pensieri lenti. Sono veloci quei pensieri che sorreggono le nostre decisioni in tempo reale: vale per tutte le situazioni in cui siamo abituati a rispondere quasi istintivamente, senza pensarci troppo, perché prendersi il tempo per pensare comporterebbe di rendere vana la decisione. Al contrario i pensieri lenti sorreggono le decisioni ponderate: valutiamo tutti gli elementi, avanziamo delle ipotesi, le vagliamo mentalmente, arriviamo a una decisione valutata con calma, sorretta da argomentazioni. Continua a leggere