Bioetica nel Nobel per la Letteratura 2017

Il Premio Nobel per la Letteratura del 2017 è stato assegnato ad un romanziere britannico-giapponese, Kazuo Ishiguro, che in uno dei suoi più famosi romanzi ha toccato uno scottante tema bioetico: l’ingegneria genetica e la clonazione.

Il suo romanzo distopico è del 2005, e ha ricevuto parecchi premi  che potevano lasciar presagire il Nobel di oggi.  Never Let Me Go – Non lasciarmi , è stato uno dei 100 migliori romanzi in lingua inglese , secondo Time, dal 1923 al 2005.

Da esso è stato tratto un film del 2010, con lo stesso titolo, accolto positivamente dai critici, ma che non ha avuto altrettanto successo di pubblico al botteghino.

Non lasciarmi racconta la storia di Kathy, una giovane che scopre pian piano di essere un clone destinato a fungere da magazzino di organi di ricambio.  Cresce con i suoi amici in una scuola speciale per ragazzi speciali, destinati, però, a vita breve: verso i vent’anni cominciano a donare organi e sono destinati a morire dopo quattro operazioni. Continua a leggere

Incontrare Chesterton come un amico

 di Giovanni Fighera
 
Assai conosciuto fino agli anni Sessanta e poi dimenticato per decenni, la figura di Chesterton è stata riscoperta in Italia come non mai negli ultimi quindici anni. I suoi testi sono stati tradotti e pubblicati, sia quelli più noti che quelli sconosciuti, un’immensa produzione che spazia dalla narrativa (ad esempio, L’uomo che fu giovedìI racconti di Padre Brown) alla saggistica fino alla miriade di articoli giornalistici che lo hanno reso il più brillante giornalista inglese del secolo scorso.

Ammirato da Lewis e da Tolkien, da Calvino e da Guareschi, Chesterton è stato una delle più brillanti menti del secolo scorso, definito anche the laughing philosopher ovvero il filosofo sorridente. Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana, lo chiama san Tommaso del XX e del XXI secolo. A detta dello studioso Gilson fu «uno dei più profondi pensatori che siano mai esistiti». Perché era profondo? «Perché era nel giusto». Sarebbe erronea, quindi, l’affermazione di chi non lo considera filosofo sistematico.

Rimase con uno sguardo sempre spalancato in ricerca della verità in un percorso che lo porta ad entrare nella Chiesa cattolica nel 1922. Quando muore quattordici anni più tardi, Papa Pio XI lo definisce «devoto figlio della santa Chiesa, difensore ricco di doni della fede cattolica». Ora è stato avviato l’iter di canonizzazione di Chesterton. Continua a leggere

ANNIVERSARI. Viva Pirandello, abbasso il pirandellismo

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di Giovanni Fighera
 
Centocinquant’anni fa nasceva Luigi Pirandello, uno dei più grandi geni del Novecento, non tanto perché si è cimentato in numerosi generi letterari raggiungendo risultati eccelsi, ma piuttosto perché si è reso interprete del suo tempo e della cultura contemporanea come pochi altri riuscendo a prefigurare gli scenari che si sarebbero aperti nel secolo scorso e nel nostro. Non solo. Pirandello è riuscito a comunicare la sua visione della vita, le sue riflessioni filosofiche ed esistenziali anche a persone che non erano filosofe, anche a popoli che non amavano la filosofia.

Se andiamo a rileggere le motivazioni del Premio Nobel attribuitogli dall’Accademia di Svezia nel 1934 scopriamo che viene riconosciuta allo scrittore la grande capacità di far amare la filosofia ad un popolo come quello svedese che non è per nulla filosofo. Leggiamo le ragioni: «Luigi Pirandello è uno scrittore notevole da molti punti di vista. Ma la cosa più straordinaria, nel suo caso, è che sia riuscito a conquistare per qualche tempo il grande pubblico e a orientare il suo interesse verso un teatro passabilmente pieno di speculazioni filosofiche. Continua a leggere

Il Mistero trasforma il carcere oscuro nel tempio divino

di Giovanni Fighera

Se il poeta è come un albatro che si può inabissare nel fango della terra, il mondo appare a Baudelaire talvolta come carcere abitato da ragni e altre volte come tempio meraviglioso in cui ogni elemento ha un’intima connessione con tutti gli altri. Due celebri poesie ci mostrano questa contradditorietà dell’uomo (la sua aspirazione all’assoluto e la fragilità che lo fa precipitare verso le tenebre) e della realtà (miracolo e carcere): Spleen e «Corrispondenze». Solo il Mistero rende il mondo affascinante e meraviglioso. Quando il mondo è deprivato del Mistero, la realtà ci appare come una prigione tetra da cui si desidera scappare. È una questione di sguardo e di attenzione ai particolari.

In Spleen l’anima geme, oppressa da un cielo che offusca ogni luce, più nero che la notte, pesante come un coperchio. La Speranza cerca di scappare, come un pipistrello che sbatte contro i muri. La pioggia disegna le sbarre di una prigione, mentre i ragni sembrano intessere le ragnatele nel nostro cervello. La Speranza è, infine, vinta e l’angoscia può trionfare issando la sua bandiera nera sul cranio del poeta. Un mondo senza luce, senza senso, assurdo e ormai svuotato di ogni ragione e speranza: è uno scenario che anticipa le rappresentazioni di tanti artisti e letterati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Continua a leggere

Così Dante prendeva in giro i Papi avidi

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Dante e i Papi avidi. Ne parla Giovanni Fighera in “Tre giorni all’inferno” (Edizioni Ares). Accade nel cerchio ottavo di Malebolge, raffigurato in chiave comica. Qui risiedono i simoniaci.

Dante era stato accusato di baratteria quando era ambasciatore presso il papa Bonifacio VIII e per questa falsa accusa sarebbe rimasto in esilio fino alla morte.

Proprio il papa del Giubileo verrà collocato ante litteram tra i simoniaci nel canto XIX. Il papa non è ancora morto al momento dell’ambientazione della Commedia (marzo o aprile del 1300). Il poeta utilizza allora un escamotage per poterlo condannare: fa sì che un altro dannato profetizzi l’arrivo del papa, una volta morto. E questo dannato è un altro pontefice!
 
CHI SONO I SIMONIACI

I simoniaci sono coloro che hanno approfittato della loro posizione e delle cariche ricoperte per arricchirsi. Raccapricciante è lo scenario che appare a Dante dall’alto del ponte che sovrasta la bolgia. Le anime sono collocate a testa in giù, soltanto le estremità delle gambe fuoriescono dai fori. Le piante dei piedi sono infuocate come quando il fuoco si propaga da una superficie oleosa. Continua a leggere

Lo stupore del bambino conosce il mistero della realtà

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di Giovanni Fighera
 
L’atteggiamento di stupore proprio del bambino rappresenta l’impeto dell’uomo che entra con curiosità nell’avventura della realtà per conoscerla. Proprio questo stupore è l’atteggiamento da cui nasce la filosofia. Il fascino che la realtà desta diventa il mezzo che attira e che cattura il bambino tanto da far sorgere in lui le domande: «Che cos’è questo oggetto? Come si chiama? A che cosa serve?». La conoscenza avviene attraverso la creazione di un legame con l’oggetto incontrato fino al desiderio di comprendere il suo fine e la sua utilità. Senza questo stupore tutto diventa inutile e insignificante. Per questo si può correttamente affermare che solo lo stupore conosce.

La realtà c’è, è un dato che esiste prima di noi. La realtà ci provoca, ci suggestiona, ci sollecita, ci suggerisce un Mistero che sta oltre il sensibile e il visibile. Ci affascina con la sua bellezza purché noi la guardiamo con stupore e meraviglia, anche quando siamo immersi in problemi e portiamo pesanti croci. Talvolta, però, ci si dimentica che la realtà esiste, non ci si stupisce più e allora la monotonia e le difficoltà quotidiane ci schiacciano. Continua a leggere

Il nostro cuore desidera l’Infinito

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di Giovanni Fighera
 
Pochi autori sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita. Esso può essere paragonato ad un recipiente «capace» di infinito (capax è il termine latino per indicare la capacità di contenere),  perché non è mai colmo: puoi, infatti, riempirlo di bevande differenti in continuazione, ma il liquido non giungerà mai all’orlo del contenitore. Quante volte facciamo l’esperienza di avere apparentemente colmato il nostro desiderio di felicità, ma subito dopo l’esperienza dell’amarezza e della tristezza si fa largo. Questa peculiarità è tipica soltanto dell’uomo. Leopardi scrive nello Zibaldone «Tutto è o può essere contento di se stesso eccetto l’uomo,  il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose». Noi uomini siamo «miseri inevitabilmente ed essenzialmente per natura nostra […]. Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti». Continua a leggere

La geniale pedagogia di Dante

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di Giovanni Fighera
 
Abbiamo lasciato Dante nella selva oscura mentre, sprofondando sempre più in basso, chiede aiuto a Virgilio: «Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;/ aiutami da lei, famoso saggio,/ ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». La lupa, ovvero la cupidigia, il desiderio di essere sempre più potenti, più prestigiosi, più ricchi, non permette ad alcuno di intraprendere la via del bene  e della felicità, «ché […] non lascia altrui passar per la sua via,/ ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide». Questa bestia opererà sulla Terra, finché non giungerà il veltro che la ricaccerà all’Inferno, là da dove proviene. Ecco la prima profezia dantesca, quella del veltro, un personaggio storico che nascerà «tra feltro e feltro» (in povertà o tra Feltre  e Montefeltro?) oppure lo stesso Cristo che ritornerà nella gloria (parusia). Non intendiamo qui soffermarci su questa profezia che verrà ripresa alla fine del canto XXXIII del Purgatorio (come dimostra Barbara Reynolds nel suo Dante), su cui, quindi, ritorneremo. Certo è che, dopo le parole di Virgilio, vinta ogni paura, Dante viator appare propenso a partire tanto da esclamare: «Poeta, io ti richeggio/ per quello Dio che tu non conoscesti,/ acciò ch’io fugga questo male e peggio,/ che tu mi meni là dov’or dicesti,/ sì ch’io veggia la porta di san Pietro/ e color cui tu fai cotanto mesti». Allora il maestro Virgilio si muove e il discepolo lo segue. Continua a leggere

La saga di Harry Potter parla dell’uomo

di Giovanni Fighera
 
J. K. Rowling. L’incantatrice di 450 milioni di lettori (edizioni Ares) è la prima biografia italiana della creatrice della saga di Harry Potter. L’autrice Marina Lenti, per anni redattrice di Fantasy Magazine, ha scritto anche numerosi saggi sulla saga, tra cui L’incantesimo Harry Potter, La metafisica di Harry Potter, Harry Potter: il cibo come strumento letterario.

Personalmente ho sempre creduto al valore educativo dei romanzi della Rowling. Infatti, al di là delle piacevoli avventure fantastiche, la scrittrice non dimentica mai la realtà, il desiderio di bene dell’uomo e la fragilità che lo porta, talvolta, a scegliere per il male. Questo è lo spazio della libertà.  Al contempo, la crescita di Harry è accompagnata dalla presenza di maestri e di amici. In anteprima a Milano, presso WOW Spazio Fumetto, giovedì 1 dicembre, alle 18 Marina Lenti presenterà la biografia sulla Rowling in dialogo con Paolo Gulisano. Continua a leggere

Quel Magnificat in Notre Dame che convertì Claudel

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di Giovanni Fighera
 
Nato nel 1868 a Villeneuve-sur-Fère, Paul Claudel si forma in un momento storico e in una terra come quella francese che nella seconda metà dell’Ottocento è fortemente impregnata di cultura positivistica. La diffusione di questo nuovo approccio gnoseologico e culturale avviene negli anni in cui lo scienziato Charles Darwin (1809-1892) pubblica L’origine della specie (1859) e il filosofo Herbert Spencer (1820-1893) contribuisce alla nascita della psicologia moderna con l’ Introduzione alla psicologia sperimentale (1865).

Il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) influisce non poco sull’avvento della medicina sperimentale, così come il filosofo August Comte (1798-1857) diventa padre della sociologia moderna. Di nuovo, come nell’epoca illuministica, l’uomo si convince di avere rivoluzionato il mondo della cultura. Con una perfetta consonanza rispetto agli illuministi, impregnati di materialismo e di una fiducia illimitata nella scienza che porterà a eliminare tutto l’ignoto e il mistero, i positivisti aprono la strada di una nuova religione, quella del Progresso e dell’Umanità. Continua a leggere

Grandezza e miseria dell’uomo ne “I pensieri” di Pascal

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di Giovanni Fighera
 
Nato nel 1623 e morto a soli trentanove anni, Blaise Pascal fu dotato di grande intelligenza e predisposizione per lo studio della matematica e della fisica. Negli ultimi anni concepì il progetto di scrivere un’opera monumentale di apologetica cristiana, che non venne, però, mai realizzata per la morte prematura. Del progetto rimangono alcuni scritti che vennero pubblicati postumi nel 1670 con il titolo di Pensieri.

Pascal si rivolge in maniera privilegiata agli indifferenti e agli increduli, «attaccati agli abiti, alle passioni, ai piaceri del mondo; che non vogliono Dio, che si rifiutano di cercarlo, che temono di trovarlo: privi insomma di quelle disposizioni etiche senza le quali nessun argomento e nessuna prova […] può tornare persuasiva» (Paolo Serini). Pascal vuole suscitare nell’interlocutore il bisogno, l’esigenza, il desiderio di cercare Dio. Intende predisporre il cuore dell’altro all’incontro con Cristo. Solo chi vive e sente il desiderio e la domanda viva di infinito del nostro animo è in attesa della risposta. Per questo Gesù ha detto: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. […] Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori». Continua a leggere

Pirandello: il comico, l’umorismo e lo sguardo pietoso sulla realtà

Che sguardo ha Pirandello sull’uomo? Con che occhi guarda la realtà e i suoi simili? Nel 1908 Pirandello approfondisce la questione della situazione esistenziale dell’uomo in un saggio che, oltre che testo di poetica e manifesto letterario dell’autore, è un sapiente libro esistenziale. Stiamo parlando de L’umorismo. La condizione umana, a detta dello scrittore, è sempre fuori chiave, come se l’uomo non fosse mai al suo posto e, impaurito dalla paura del vuoto e della vertigine conseguente, ricercasse una forma, lui che è sempre privo di forma. L’uomo, infatti, si muove da un pensiero all’altro, da un ideale all’altro, incapace di mantenere fede ad un proposito, pensato, ma subito dopo rinnegato e tradito. L’uomo è un puro fluire di forme e di pensieri.

«La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che […] non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci […]. Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, […] componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente». Continua a leggere

Da Tex Willer a Dylan Dog

Quando verità e relativismo si scontrano nei fumetti

(da cattonerd.it)

Franco Nembrini: “In Italia e in Europa occidentale quella famosa cultura che da dopo il Medioevo ha preso le distanze dalla fede, fino a diventare dichiaratamente nemica dell’esperienza religiosa, compie la sua rivoluzione anche in Occidente; e irrompe nella vita del popolo in modo violento, in quel fenomeno storico del ’68. Negli ’60 e ’70 avviene la rivoluzione. Questa cultura entra improvvisamente nella vita della gente, attraverso la televisione, il giornalismo e la Scuola di Stato. Così saltò in modo violento il rapporto tra due generazioni. Una generazione di padri, che voleva dare la fede ai propri figli, si trovarono di fronte a figli che non erano più in grado di riceverla. Cos’è che non capirono questi genitori? Era accaduta una cosa senza precedenti, che non erano divisi dai loro figli da venticinque anni, ma che a separarli si erano infilati cinquecento anni di storia. Una distanza incolmabile.”

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Il libro testamento di Robert H. Benson: con Dio anche la solitudine può trasformarsi in pienezza

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Pubblicato postumo nel 1915, Loneliness? – solitudine – è l’ultimo libro scritto da mons. Robert Hugh Benson, un racconto moderno dalla forte caratura psicologica che ripercorre il tema della rinuncia di sé, uno dei più cari e indagati dall’autore.

La giovane cantante Marion Tenderton ritorna a Londra alla ricerca di un contratto dopo mesi trascorsi in Germania per perfezionare le già brillanti doti canore. Quando la ragazza si innamora di Max Merival, la famiglia protestante del rampollo è molto preoccupata sia per la fede cattolica di Marion che per la sua carriera di cantante d’opera, giudicata sconveniente. Il suo confessore le consiglia allora di chiedere a Max di convertirsi al cattolicesimo prima del matrimonio, facendogli promettere di educare nell’antica fede anche i figli. L’uomo, però, non sembra molto convinto e la paura di perderlo fa vacillare Marion. Continua a leggere

Il “meraviglioso cristiano” in Eugenio Corti

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A due anni dalla scomparsa dello scrittore Eugenio Corti, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Université Paris-Sorbonne hanno hanno organizzato un convegno «per far conoscere la sua grande eredità di cui il mondo accademico ha bisogno». Elena Landoni, docente di lingua italiana dell’Università Cattolica di Milano, interverrà insieme ad altri relatori, nella seconda sessione di lavori (la prima si è svolta nell’ateneo parigino il 29 e 30 gennaio scorsi) che avrà luogo il 7 giugno prossimo dalle 9.00 nella cripta dell’aula magna dell’università di Largo Gemelli a Milano.

Perché oggi il mondo accademico dovrebbe conoscere Eugenio Corti?
L’idea del convegno è nata per iniziativa dell’Università Sorbona di Parigi, quindi il mondo accademico già conosce da tempo Corti. Le dirò di più: proprio in ambito francese è uscita qualche anno fa un’antologia della letteratura italiana dal titolo L’Italie littéraire de Dante à Eugenio Corti, con un accostamento ardito ma che mette efficacemente in luce la dimensione che potremmo definire “canonica” dello scrittore lombardo. Corti sta insomma entrando nel canone della letteratura italiana. Continua a leggere

Péguy e il dramma di una civiltà senza padre

In una recente serata al Centro culturale Rosetum di Milano, Mauro Grimoldi ha presentato il pensiero di Charles Péguy sulla paternità.

(da Il Sussidiario)

Che cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera? Una salvezza che non venisse da un uomo libero non sarebbe nulla. Può forse piacere essere amati da degli schiavi? La libertà di Dio è la libertà dell’uomo, affermava Luigi Giussani, ed è questo che si ritrova nel passaggio di Péguy richiamato. Paradossalmente la battaglia che la società contemporanea conduce per censurare Dio con il fine di fare posto all'”io” non è che è un controsenso poiché tale “io” trova la sua perfetta collocazione in “Dio”.   Continua a leggere

Contemplare l’uomo per scoprire il Mistero

Dostoevskij

di Giovanni Moleri
 
Cristo è l’immagine “ridata” dell’uomo: è la sua Bellezza; e la sua Bellezza è comunione e vita di relazione “assolutamente vissuta” con lo Spirito Santo ed il Padre; è il rendersi perfetto nella “volontà del Padre che sta nei cieli”. Arte, creatività, cultura, insomma il lavoro umano, diviene espressione dell’essere individuale universale, della fatica umana, quella di trasfigurare la realtà riportandola al suo creatore.

È il compito della vocazione umana che si fa cultura consacrando il mondo, restituendogli la sua sacralità originaria, riportando la divisione demoniaca all’unità della comunione divina. Così la creatività non diviene semplice copia, riproduzione della natura e della sua necessità meccanicista ma la trasfigura alla realtà ultima, quella del Regno, rivelatasi nella croce di Cristo; la creatività umana diviene contributo al compimento della stessa fatica divina. Continua a leggere

La domanda più importante della storia

Fedor Dostoevskij

di Giovanni Moleri

(da lanuovabq.it 20-02-2016)
 
Con questo articolo iniziamo un itinerario alla scoperta del grande scrittore russo Fedor Dostoevskij e al tema della Bellezza, che investe la condizione di ogni uomo. A guidarci sarà Giovanni Moleri, regista, fondatore e direttore del Teatro dell’Aleph.
 
Che ci stiamo a fare qui, in questo tempo, in questa storia, in quest’attimo destinato a passare e noi con lui? Che senso ha esserci se non si serve a nulla, se si è sempre soprafatti dagli eventi, da potenze e volontà altrui? E ancora che vale soffrire, amare, sperare se ogni cosa pare effimera e disattesa?

È in questo radicale bisogno di senso e di valorizzazione dell’io che si colloca la domanda più importante e più paurosa che la storia contiene in sé: “Dio dove sei?”. È la domanda delle domande. È la domanda senza la quale ogni respiro, ansia, azione, appare inutile o semplicemente concesso all’istinto di sopravvivenza animale. È la radicale profondità dell’uomo e del suo mistero. È su questo livello che l’opera di Dostoevskji s’impegna. Cito a memoria dai suoi diari: «Che vale la vita se non per sondare il mistero profondo che è l’uomo?».   Continua a leggere

Eugenio Corti, il grande scrittore sconosciuto a scuola

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di Giovanni Fighera
 
In un’intervista rilasciata a Renato Farina poco prima di morire, Eugenio Corti rivelava che la sua vocazione di scrittore era nata quando era ancora ragazzino, incontrando la grande epopea dell’Odissea, poema in cui Omero era riuscito a trasformare in bellezza ciò di cui trattava. «Da grande», si era ripromesso il piccolo Corti, «anch’io farò lo stesso». Era una chiamata a trasmettere la grandezza della vita, a rendere gloria a Dio per il dono del creato, conscio che non c’è circostanza dell’esistenza a cui non siamo chiamati, non c’è nulla che non abbia senso. Se ogni circostanza ha senso, allora ogni momento ci chiama a un compito e ad una responsabilità.

In partenza per il fronte russo (9 giugno 1942), Corti scrive alla famiglia: «Mamma e papà carissimi,questa mia vi giungerà che io sarò in viaggio per il Fronte russo. Ve la scrivo perché voglio che sappiate con quali sentimenti io parto. Continua a leggere

Incontro con Franco Nembrini sulla Divina Commedia

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La Divina Commedia è un’attrazione anche per la gente del popolo,non solo per gli studiosi:tutti infatti desiderano aspirare alla virtù, alla fuga dei vizi e la Divina Commedia la si può considerare un’itinerario verso la verità.
Nembrini ricorda che per vivere davvero bisogna “lasciare quel mantello di fango e di loto che ci copre e vestirci decentemente;bisogna vivere dunque col cuore in mano, stando davanti alla vita all’altezza del proprio desiderio”. Noi infatti siamo fatti per la bellezza,la verità,l’infinito,la sapienza vera,il sapore vero delle cose. Non si entra nella vita senza vivere all’altezza del proprio desiderio,cioè delle proprie domande. Continua a leggere

La favola di Natale (di Giovannino Guareschi)

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Natale è la festa della famiglia e tutti si danno da fare per trascorrerla insieme in allegria; se gli adulti hanno da fare, i bambini non sono da meno.

In molte famiglie è tradizione che i figli recitino nel giorno della festa una poesia e allora … che fatica imparare le poesie! E se poi in famiglia ci sono più poesie da imparare c’è il rischio che mezzo quartiere sia costretto a impararle.

Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo. Continua a leggere

«Il Natale deve andarsene. È assolutamente inadatto al mondo moderno»

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di Gilbert Keith Chesterton
 
«Il Natale è un ostacolo al progresso», «è una superstizione», «un relitto del passato». «Ma è veramente necessario continuare a elencare i motivi per lodare il Natale?», si domanda lo scrittore inglese
 
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo il brano “Il natale deve andarsene” (1933) della raccolta “Lo spirito di Natale” di Gilbert Keith Chesterton. L’opera, edita da D’Ettoris Editori e pubblicata a ottobre, è a cura di Maurizio Brunetti. 
 
Il Natale è assolutamente inadatto al mondo moderno. Presuppone la possibilità che le famiglie siano unite, o si riuniscano, e persino che gli uomini e le donne che si sono scelti si parlino. Così, migliaia di spiriti giovani e avventurosi, pronti ad affrontare i fatti della vita umana e a incontrare la vasta varietà di uomini e donne come sono realmente, altrettanto pronti a volare fino ai confini della terra e a tollerare ogni qualità stravagante o accidentale dei cannibali o degli adoratori del demonio, sono crudelmente obbligati ad affrontare un’ora – no: talvolta persino due ore! – in compagnia di uno zio Giorgio o di qualche zia di Cheltenham che non trovano particolarmente simpatici. Continua a leggere

Il pastore addormentato e quello meravigliato

di Alessandro D’™Avenia
 
Il Presepe è il Mondo. Dio fece il Presepe del Mondo perché suo Figlio un giorno vi abitasse. L’uomo, creando il presepe, ricrea se stesso e scopre l’essenza di quel mondo che è chiamato ad abitare, coltivandolo e custodendolo. Lo sapeva bene Giuseppe Antonio Matera, grande scultore di presepi e pastori del barocco siciliano, inventore di personaggi che entrarono nella tradizione del presepe locale. Se domenica scorsa ho parlato del muschio e del pastore che si toglie la spina dal piede, adesso vorrei soffermarmi su altri due pastori del presepe siciliano, posto che nei personaggi del presepe è l’uomo di tutti i tempi che si rivela, con i suoi pregi e i suoi difetti. Continua a leggere

In una manona il tepore di un Bambinello – di Giovannino Guareschi

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Anche don Camillo faceva il presepe. Se avete voglia di sorridere, e magari anche di commuovervi un po’, leggete qualche brano di questo racconto…

***

Si era oramai sotto Natale e bisognava tirar fuori d’urgenza dalla cassetta le statuette del Presepe, ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature.
Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone. Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende, e tutt’e due tacquero per un bel po’. […] Continua a leggere

La video-intervista a Franco Nembrini

Franco Nembrini

 (tratto da cattonerd)

Dante, il purgatorio… e tante curiosità!

Qualche mese fa abbiamo avuto l’onore di intervistare Franco Nembrini, uno dei massimi esperti di “Divina Commedia”, oltre che ex presidente della Federazione Opere Educative (FOE), anche se ormai, se ci seguite, lo conoscerete bene. Infatti l’anno scorso vi avevamo parlato del suo interessante progetto in collaborazione con l’amato illustratore Gabriele Dell’Otto, che ha realizzato le illustrazioni dell’inferno della Divina Commedia e che quest’anno ci mostrerà quelle sul purgatorio, che nel frattempo potete ammirare nel seguente video trailer e nella stessa intervista. Tali opere sono destinate in seguito a un progetto più grande: una “Divina Commedia”commentata e spiegata dal professor Nembrini.  Continua a leggere