Scuole paritarie in sciopero il 19 e 20 maggio: “Non riusciamo più a pagare gli stipendi”

Comunicato – Le Presidenze Nazionali dell’USMI e della CISM, fortemente sollecitate dai Superiori/e Maggiori, manifestano tutto il disagio e la difficoltà che scuole pubbliche paritarie cattoliche fanno dinanzi alla fatica di tante famiglie a pagare le rette, all’indebitamento di tanti Istituti che non ce la fanno più a pagare gli stipendi dei docenti e del personale amministrativo.

Ora tocca alla politica, ma noi vogliamo e possiamo sostenerla. Come? Attraverso un gesto simbolico che faccia rumore e coinvolga tanti altri cittadini, oltre ogni schieramento, perché chi ama la scuola sa bene che questa è trasversale a tutto.
Le Presidenze nazionali dell’USMI e della CISM, tenendo in alta considerazione tutte le Associazioni di categoria e accogliendo l’appello delle famiglie, dei docenti, degli alunni e di tutto il comparto associativo cattolico, di ispirazione cristiana (gestori, Agidae -Fidae-Fism-Cdo opere educative, Confap-Cnos Scuola; genitori Agesc-Faes-Age-Forum Famiglie, e delle numerose realtà rappresentative anche dei docenti), Laico (Aninsei-Filins), promuovono un gesto simbolico nella viva speranza che sia appoggiato da tutti, in rappresentanza delle 12 mila scuole paritarie, i 900 mila allievi coinvolti, i 180 mila dipendenti. Perché se due giorni di sciopero responsabile e con didattica alternativa possono creare disagio, questo rappresenta solo un accenno al disastro di un servizio che potrebbe riprendere solo parzialmente a settembre.

Proponiamo che nei giorni 19 e 20 maggio p.v., giornate che vedono partire le votazioni degli emendamenti:

– le nostre scuole interromperanno le lezioni e per questi due giorni allievi, docenti e famiglie esporranno un # Noi siamo invisibili per questo governo;
– ciascuna scuola paritaria si adopererà con lezioni, video, dirette Fb dalle pagine delle scuole che saranno aperte a tutti per diffondere i temi della libertà di scelta educativa; il diritto di apprendere senza discriminazione; parità scolastica tra pubblica statale e pubblica paritaria; libera scuola in libero stato; appelli alla classe politica perché non condanni all’eutanasia il pluralismo culturale del nostro Paese. Continua a leggere

Scuole paritarie “invisibili”. A settembre 300mila studenti in più nelle statali

item-thumbnail

Lettera inviata da Giuseppe Adernò – «Lo Stato c’è, aiuteremo tutti. Non lasceremo indietro nessuno. » ha dichiarato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte; «Nel rispetto della libertà di scelta educativa delle famiglie, saranno supportate in modo concreto tutte le scuole del sistema nazionale d’istruzione», ha dichiarato Lucia Azzolina, Ministro dell’Istruzione. Belle parole!

Ma nelle 439 pagine del dispositivo, composto da 258 articoli, le scuole paritarie sono citate solo per il finanziamento di 80 milioni di euro che serviranno a coprire il mancato versamento delle rette da parte delle famiglie, per questi mesi di sospensione della didattica in presenza. Il contributo sarà ripartito alle 8.957 scuole materne sulla base del numero di bambini iscritti per ogni bambino la somma assegnata sarà di 152.00 euro.
Grande dono della maggioranza giallo rossa che promette miliardi ed “ha a cuore l’istruzione dei suoi figli!”

Eppure anche nelle scuole paritarie sono state rispettate le regole di chiusura, è stata adottata la didattica a distanza. Mentre gli studenti delle scuole statali hanno beneficiato di computer e sussidi informatici gli alunni delle scuole paritarie sono stati esclusi da questi benefici per l’emergenza Covid-19

Il personale docente anche senza benefici di aggiornamento hanno attivato lodevolmente la didattica a distanza e le scuole superiori stanno provvedendo alla sanificazione e alle norme di distanziamento previste per gli esami di stato.

Molti genitori in difficoltà economica in questi mesi non hanno potuto pagare la retta e forse non la potranno pagare neanche a settembre, dato il permanere della pesante crisi economica.

Mentre si garantisce la ”visibilità agli invisibili”, che non hanno mai pagato le tasse, si rendono “invisibili” i genitori che nonostante la Legge 62/2000, nell’esercizio del diritto di libertà di scelta educativa, hanno pagato due volte il servizio scolastico, allo Stato con le tasse e alla scuola con la retta.

Nonostante le numerose dichiarazioni argomentate in modo pubblico da parte di tutte le componenti del Governo (Pd-Iv-M5Stelle), dell’Opposizione (FI-FDI-LEGA-UDC), con il decreto “Rilancio” è stata voltata pagina e tutto sembra andato nel vuoto, ma l’allarme c’è e presto esploderà.  Continua a leggere

Scuola pubblica. Perché aiutare le paritarie fa bene a tutti

Perché aiutare le paritarie fa bene a tutti

Perché va scongiurata la crisi di un servizio a vantaggio di 880mila ragazzi. Allarme per la possibile chiusura del 30% di questi istituti

Claudio Becchetti e Leonardo Becchetti

Avvenire, 21 aprile 2020

La scuola paritaria non è esente dal terremoto coronavirus e la sua crisi, se non opportunamente gestita, avrà una pesante ricaduta negativa su tutta la scuola, cioè sul progetto – ormai ventennale – di una ‘scuola di tutti’ che cammini sulla robusta gamba della scuola statale e su quella, altrettanto essenziale, della scuola non statale paritaria e, non per ultimo, sui conti dello Stato. In Italia 880mila studenti frequentano le oltre 12mila scuole paritarie che svolgono servizio pubblico e sono inserite nel sistema nazionale d’istruzione. Secondo le stime più accreditate – se ne è già dato conto su queste pagine – circa il 30% di queste realtà non sarà in grado di riaprire a settembre. Il conto è plausibile considerando che – in base a uno studio Censis – il 23% del totale delle imprese italiane potrebbe non riuscire a riaprire dopo la crisi. Il settore delle scuole paritarie sarà soggetto all’avvio del prossimo anno scolastico a forti tensioni. Da una parte, i genitori tenderanno a spostare massicciamente i figli nelle scuole statali per fronteggiare la crisi e ridurre i costi di iscrizione, dall’altra si può prevedere un aumento dei costi fissi indotto dalle future regole del distanziamento sociale.​

Alcuni commenti che circolano relativamente alla notizia della chiusura delle scuole paritarie (‘Sarebbe ora, miglioriamo la scuola pubblica!’, ‘Mai più denari pubblici ai privati’) non tengono conto dei dati di fatto. I numeri segnalano che la chiusura di scuole paritarie, oltre a impoverire l’offerta formativa e a limitare la libertà delle famiglie, avrà un impatto estremamente negativo sugli istituti statali con un peggioramento del servizio e un aumento dei costi che si tradurranno in nuove tasse o in minori risorse disponibili per la scuola statale.

In primis, i circa 300mila studenti che se non potranno più frequentare gli istituti paritari in crisi, si riverseranno sulle scuole statali. Gli edifici scolastici pubblici non godono purtroppo di buona salute: circa la metà degli impianti non ha un certificato di collaudo statico e di prevenzione anti-incendi. A settembre si dovranno con tutta probabilità implementare le misure di distanziamento sociale che implicheranno interventi edilizi e doppi turni con conseguente impatto sul corpo docente. Nei prossimi 4 mesi si dovrà pertanto definire un’organizzazione total- mente nuova che richiederà 3 miliardi di costi aggiuntivi secondo il sottosegretario Cristoforo. A tutti questi problemi si sommerebbero i 300mila studenti aggiuntivi provenienti dalle scuole paritarie chiuse qualora non si intervenisse a mitigare la crisi del settore. Non è solo un problema di riorganizzazione logistica ma anche di spese ulteriori. Uno studente della scuola paritaria costa allo Stato 500 euro ogni anno; parallelamente il nostro Paese spende mediamente 8.200 euro per ogni alunno iscritto negli istituti pubblici (fonte Ocse). I 300mila studenti in più che si iscriverebbero alla scuola statale costeranno alle casse pubbliche circa 2,3 miliardi aggiuntivi. Le risorse non sono infinite: si possono quindi stornare 2,3 miliardi da qualche altro capitolo di bilancio riducendo i servizi al cittadino. In alternativa, i costi dovranno essere pagati dai cittadini attraverso nuove tasse.​

In sintesi, se non si aiuta la scuola paritaria, la scuola pubblica e i cittadini ne pagheranno le conseguenze, così come i circa 40mila lavoratori delle scuole che verranno chiuse. Senza un intervento specifico, lo Stato dovrebbe sobbarcarsi 2,3 miliardi di euro a cui andrebbero aggiunti i costi degli ammortizzatori sociali per i circa 40mila disoccupati aggiuntivi. Non è uno scenario inesorabile. Lo Stato, infatti, potrebbe definire interventi specifici di sostegno quali per esempio l’erogazione di sussidi per l’iscrizione, la detraibilità integrale delle rette per l’anno 2020-21 per garantire continuità agli istituti, l’estensione alle scuole paritarie del credito d’imposta per gli affitti. Agevolazioni di tipo fiscale quali rateizzazioni o riduzioni potranno anche aiutare molti Istituti a superare la crisi. Tali interventi costerebbero allo Stato molto meno rispetto alle spese che dovranno essere sostenute se non si sostiene il servizio pubblico della scuola paritaria.​ Continua a leggere

Scuola/ “Diamo i numeri”

Scuola/ “Diamo i numeri”

di Anna Monia Alfieri
 

CONTRATTO PER IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO, Movimento 5 Stelle – Lega

Punto 22. SCUOLA (…) In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento. Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del sistema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative dei nostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, pertanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico precariato e dall’altro un efficace sistema di formazione. (clicca qui per il testo integrale)
 

FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE A 14 MESI  (clicca qui per leggere quanto scrivevo a Maggio 2018)

L’a.s. 2018/2019 che si è appena concluso (per l’a.s. che sta per iniziare la situazione sarà ben peggiore) :

  1. 800 presidi, con reggenze che hanno visto quadruplicate le sedi e raddoppiati gli alunni; 80.000 sono i posti coperti da supplenti; 50.000 cattedre di sostegno “in deroga”, ovvero posti a tempo determinato sulla pelle dei bambini e ragazzi disabili (clicca qui)2.000 direttori dei servizi amministrativi mancanti; Continua a leggere

Perché il liceo classico è il migliore investimento che si possa fare su un figlio

Un professore ha scritto un libro in difesa del liceo più formativo del nostro sistema educativo spiegando perché studiare greco e latino significa formarsi per il futuro e non guardare al passato
 
(fonte: wired.it)
 
Tra le molte cose che sono cambiate, nelle abitudini educative dei genitori italiani, c’è il paradigma della spendibilità. Se fino a pochi anni fa, infatti, i genitori costruivano spesso per i figli la possibilità di scoprire e sperimentare il mondo attraverso le libere espressioni ( corsi di teatro, di disegno, di musica, di fumetto ), adesso sembra che anche il tempo libero dei bambini debba essere “professionalizzante”. Ecco quindi che chiudono le scuole di musica e aprono centinaia di corsi di inglese madrelingua, informatica per bambini, sport agonistici e addirittura corsi di coding e programmazione.

Una scelta, quella di legare il tempo dei bambini e dei ragazzi all’idea dell’investimento il più possibile produttivo, che si riflette anche nell’iscrizione alle scuole superiori. Il costante calo delle presenze al liceo classico, sembra potersi leggere anche all’interno di questa prospettiva: perché perdere tempo a sudare sulle versioni di latino e greco, che “non servono”? – dicono molti genitori.
Meglio utilizzare i cinque anni precedenti alla maggiore età per specializzarsi in un ambito richiesto dal mondo del lavoro (su tutti, il caso dell’aumento vertiginoso di iscrizioni agli istituti alberghieri, che hanno doppiato, come riportato dal Miur, gli altri istituti tecnici) oppure per gettare le basi per una carriera in ambito scientifico.

All’interno di questo stravolgimento, a fare la parte della cenerentola non invitata al ballo, è proprio il liceo classico: quella che per oltre un secolo è stata la scuola della classe dirigente, vive un momento di abbandono diffuso.
Ne parla Federico Condello – docente di filologia a Bologna – nel suo recente La scuola giusta. In difesa del liceo classico (Mondadori). Continua a leggere

I ragazzi vanno sedotti con la cultura

Umberto Galimberti, intervistato da Danilo D’Angelo per Byoblu, suggerisce di innalzare il limite della scuola dell’obbligo e di puntare sulla lettura. Ecco la trascrizione dell’intervista radiofonica:

“Per me fino a 18 anni bisogna tenere una scuola dell’obbligo, inevitabilmente. E i ragazzi vanno in qualche modo sedotti… sedotti con la cultura. Allora vanno a scuola volentieri. Se tu insegni la “Divina Commedia” come ce la raccontava Benigni, magari qualcuno studia anche la “Divina commedia”. Se invece c’è lì un professore che ti chiede la Battaglia di Campaldino, dov’era Campaldino, allora non ti studia più la “Divina Commedia”. Quindi la scuola dell’obbligo fatta bene, fino a 18 anni e poi insistere a far leggere libri alle persone.

Dalle lettere che ho ricevuto dagli studenti, mi sono reso conto che in una classe a leggere sono due o tre! Due o tre! Gli altri fanno le interrogazioni tirando giù quattro informazioni da Google. Fine. Noi italiani siamo all’ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto. Ciò vuol dire che uno legge e non capisce. Esiste un analfabetismo di ritorno aiutato anche dall’informatica che riduce il linguaggio a 50 parole e oltre quelle non ne sai più.
Solo che se hai poche parole in bocca non è che hai tanti pensieri in testa, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che hai. Io non posso pensare una cosa di cui non ho la parola. E se ho poche parole penso poco. E quando un popolo pensa poco è incolto come siamo noi italiani… Basti pensare che il giornale più diffuso è “La gazzetta dello sport” (detto tutto)”.

(fonte: portalebambini.it)

 

Denis non vede, la classe studia il Braille. «È lui che ci ha insegnato a crescere»

Denis non vede, la classe studia il Braille. «È lui che ci ha insegnato a crescere»

All’inizio erano calci, pugni, urla. Avvicinare Denis, in prima elementare, era quasi impossibile: «Mio figlio tornava a casa e mi raccontava che c’era questo bambino che non vedeva, e lui e gli altri erano tanto dispiaciuti, perché non riuscivano a parlare con lui, a coinvolgerlo, a giocarci», racconta oggi Francesca Lanari, madre di Jason, che come Denis frequenta la V C dell’istituto comprensivo di Bedizzole, nel Bresciano.

È stata lei a scrivere una lettera commossa al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, anticipata al Corriere, per raccontare la storia del «bambino magico»: sono passati 4 anni da quei primi mesi difficili e ora Denis, ipovedente dalla nascita, è «un bambino dolcissimo, che in questi 5 anni ci ha insegnato a crescere, a conoscere e affrontare la vita con sfumature diverse», molto diverso da quel piccolo recalcitrante, taciturno e diffidente che non voleva neanche entrare in classe.

La trasformazione avvenuta in questi anni non è stata solo frutto di tanta pazienza «da parte di tutti i genitori e bambini, nessuno escluso». C’è una bacchetta magica dietro questo cambiamento ed è quella dell’insegnante di lettere, Maria Grazia Saccà, che ha intuito come avvicinarsi a Denis: «Al di là dell’insegnante di sostegno, ho organizzato laboratori sull’utilizzo delle sensazioni, giochi bendati così che tutti i bambini capissero cosa provava, lavori di gruppo in modo che si sentisse coinvolto: dicono che sono stata brava, ma ho fatto solo il mio dovere, spinta dai miei alunni», si schermisce. E sono stati sempre i bambini a chiedere di imparare il codice Braille, il linguaggio usato da Denis: una sfida da cui è nato il libricino dedicato a drago alfabeto, il mostro buono che, con le fiamme, riesce a far esplodere le lettere dell’alfabeto e farle diventare puntini, ovvero lettere in braille. «Per i bambini non ci sono ostacoli o barriere che non si possono superare na solo opportunità da scoprire, imparare, miracoli da compiere», scrive Francesca.  Continua a leggere

Quanto fa dieci diviso tre?

Insegnare significa stare davanti agli studenti avendo a cuore la loro vita, cercando di aiutarli a guardare la realtà: una testimonianza da Washington.
 
di Roberto Amoruso
 
Le esperienze di educazione quest’anno sono state una provocazione costante. La domanda che sorge di frequente è che cosa diventi la realtà una volta che è guardata con coscienza. Per alcuni ragazzi, la condizione più naturale sembra essere quella virtuale: gruppi virtuali, amicizie virtuali, giochi dove con formazioni militari virtuali si combattono le guerre. Ma arriva il momento in cui devono stare davanti ad una realtà che non è virtuale, che li provoca, li cambia, chiede un rapporto reale e un confronto con ciò che non conoscono e che spesso non vogliono conoscere.

All’inizio dell’anno, uno dei miei ragazzi del primo anno di liceo, Shawn, non voleva neanche che io pregassi per la loro felicità o che pronunciassi la parola amore. Diceva che erano cose astratte. Per alcuni di loro, la realtà della famiglia è così tragica che anche la parola felicità fa paura. Ci sono volute alcune settimane perché se ne potesse parlare in classe. Ho dovuto metterlo davanti al fatto che, insegnando Sacra Scrittura, se ne sarebbe parlato spesso. Così, dai pensieri astratti e dalla realtà tragica, che sembra dire l’ultima parola, siamo pian piano passati ad una realtà misteriosa, sempre presente e amante. Dalla tragedia al mistero. Chissà se i greci, incontrando il cristianesimo, hanno dovuto fare lo stesso passo. Ma lo sguardo perso non era più solo quello di Shawn: l’incontro con la persona di Gesù, infatti, non era in programma. L’educazione che viene nelle scuole statali è per lo più accademica. Nella scuola dove insegno, invece, ciascun insegnante è davanti agli studenti avendo a cuore la loro vita e la loro educazione. Il fatto che all’inizio di ogni lezione si preghi per le loro famiglie, per la loro vita, piano piano li abbraccia e li accompagna.

La scorsa settimana abbiamo discusso di come i cinque sensi siano fondamentali per la realtà fisica. Quando ne manca uno, cominciano i problemi. Se ne mancano due, la vita diventa molto difficile. Se mancassero tutti e cinque, sarebbe impossibile. Ho chiesto loro che cosa, nel mondo spirituale, giochi il ruolo dei cinque sensi. Dopo qualche tentativo e un po’ di aiuti, un ragazzo è arrivato a dire: la fede. Così ci siamo avventurati in questo nuovo mondo, un po’ come a tentoni, come aprendo gli occhi per la prima volta in un luogo ancora buio. Una volta entrati in questa sorta di nuova dimensione, hanno capito che, se lì c’è qualcuno, sarebbe meglio comunicare. Hanno così fatto i primi passi verso la preghiera, scoprendo la possibilità di un dialogo reale. Continua a leggere

Scuola, se il problema degli esuberi nella scuola pubblica potesse risolverlo la scuola paritaria

Nei licei pubblici milanesi, quest’anno, si ripresenterà il problema degli esuberi. L’offerta delle scuole paritarie potrebbe aiutare a risolvere la questione ma c’è la complessità legata alle rette
 
di Suor Anna Monia Alfieri
 
Il problema degli esuberi presso alcuni licei classici e scientifici statali di Milano si ripresenta quest’anno in maniera rilevante, come denuncia il Corriere della sera del 13 febbraio.

90 esuberi all’Einstein: valgono 900.000 euro di spesa evidentemente imprevista, stando ai 10.000 euro annui di costo pro capite per un alunno presso un ottimo scientifico statale milanese, indicati alcuni mesi fa dallo stesso Corriere.

Qualcuno dirà: è la moda degli scientifici e dei classici. Si vada a fondo: in tempi di incertezza e fragilità concettuale su tutti i fronti, di degrado delle compagini familiari, di offuscamento dei valori, chi appena ragiona (genitori e alunni) valorizza la cultura. “Con una buona scuola superiore hai una carta in mano. Potrai andare alle migliori università italiane, ma soprattutto straniere. Forse stai facendo un po’ male le Medie: tenta lo stesso, i voti alti ci sono. Poi, allo Scientifico ti faranno filare. Comincia a iscriverti. Vediamo se ti prendono.” Di fatto, la scure delle bocciature piomberà sulle 10 classi prime del famoso liceo: si sa. Ma nel frattempo 90 aspiranti sono sulla porta.

Finita l’era dei bacini di utenza, normalizzati in ascesa i voti finali dell’esame di licenza, eliminati quasi del tutto i poco democratici test di ingresso, migliorata la mobilità pubblica, i licei milanesi terribili per fama di severità e di gloria sono oggetto di un movimento centripeto anche da parte di rampolli volitivi di famiglie non italiane radicate da anni, ragazzini poveri e intelligenti che cercano un riscatto. “Perché non io al liceo prestigioso, dove i docenti sono (quasi) tutti seri, gli ambienti abbastanza puliti, il vicepreside gentile e il preside autorevole?”. Risultato: 90 da ricollocare non si sa dove. Continua a leggere

La dipendenza digitale è un problema serio

Daniela Lucangeli non ha dubbi e nell’articolo a sua firma pubblicato su “Agenda Digitale” mette in guardia dalla dipendenza digitale sempre più diffusa (e sempre più dannosa): “alla luce degli effetti positivi e negativi dei device digitali c’è da considerare che in Italia il 71% dei bambini preferisce trascorrere il proprio tempo libero utilizzando uno strumento digitale. Questo rappresenta un enorme campanello d’allarme non solo per i fattori di rischio sopraelencati, ma anche perché ci mostra che i bambini preferiscono uno strumento digitale, piuttosto che giocare all’aria aperta, incontrare amici e stare con le figure significative“.

La docente e studiosa ritiene che in questo quadro allarmante, caratterizzato soprattutto dall’assenza – colpevole o incolpevole – dei genitori, tocchi alla scuola cercare un rimedio: “da qui emerge il ruolo decisivo della Scuola. La dipendenza dal sistema digitale nasce quando il processo non è sufficientemente guidato e supportato. C’è una situazione di rischio e di pericolo e bisogna combatterlo e prevenirlo con la piena consapevolezza. In questo la scuola ha una potenzialità immensa“.

La verità è che c’è digitale e digitale: da un lato, un universo costellato di opportunità di lavoro e di innovazione; dall’altro, il mondo oscuro della dipendenza, dei social network utilizzati al peggio (social network che, riporta la Royal Society for Public Health britannica, rischiano di indurre ansia, depressione e di rovinare il sonno) e della ludopatia. Purtroppo, cadiamo spesso nel lato oscuro del digitale. Continua a leggere

Riconosciuto il «servizio pubblico». La parità scolastica vince al Tar

La parità scolastica vince al Tar

(Avvenire 8.01.19)
 
Non c’è ragione «per discriminare tra servizi aventi per legge la medesima dignità e le medesime caratteristiche». Ci sono voluti quasi tre anni, ma alla fine il Tar del Lazio ha dato ragione agli ex-docenti delle scuole paritarie, riconoscendo per intero il punteggio pre-ruolo svolto negli istituti non statali e accogliendo il ricorso contro l’ordinanza del Miur sulla mobilità. Con una sentenza pubblicata in questi giorni, il Tribunale amministrativo ha annullato il provvedimento del Ministero dell’Istruzione, nella parte in cui non riconosceva il servizio preruolo svolto nelle paritarie ai fini della mobilità, dopo il passaggio di questi docenti nelle scuole statali. «Finalmente si sta per chiudere un vergognoso capitolo di discriminazioni», esulta Filomena Pinca portavoce del Comitato nazionale per il riconoscimento del servizio prestato nella scuola paritaria.

«È davvero sconfortante che si debba ricorrere a un tribunale per vedere tutelati dei diritti sacrosanti», aggiunge la docente, che è stata tra i promotori del ricorso. E di «sentenza storica», parla anche l’avvocato Angela Maria Fasano, che ha patrocinato il ricorso e ora si prepara a riaprire «tutti i casi che, in questi anni, hanno avuto un esito negativo», anche di coloro che, nel frattempo, sono andati in pensione. La sentenza del Tar laziale, infatti, indica una «linea nazionale» a cui, da qui in avanti, tutti i tribunali del lavoro dovranno attenersi. Un altro aspetto rilevante riguarda la ricostruzione della carriera degli ex-docenti delle paritarie ai quali, una volta assunti di ruolo nello Stato, non venivano computati, ai fini degli scatti stipendiali, gli anni di servizio prestati.

Un danno che il Comitato, quando nel 2017 ha presentato una Petizione al Parlamento Europeo, ha quantificato in oltre 2,5 miliardi di euro, considerando soltanto gli insegnanti (circa il 30% del totale) che avevano maturato tra i 9 e i 15 anni di servizio nelle scuole paritarie. Complessivamente, sono oltre 300mila i docenti transitati nello Stato dal 2000, anno di approvazione della legge 62 sulla parità scolastica. E che, alla luce della sentenza del Tar Lazio, conferma l’avvocato Fasano, ora potranno rivalersi sul Miur per rientrare in possesso di quanto loro dovuto.

La normativa sulla parità viene a più riprese richiamata anche dal dispositivo della sentenza, che ricorda la «piena omogeneità tra il servizio d’insegnamento svolto nelle scuole statali e quello alle dipendenze degli istituti privati paritari » e il «servizio pubblico» svolto da questi ultimi. In sostanza, scrivono i giudici amministrativi, «è illegittima l’esclusione dell’attribuzione di punteggio, in sede di mobilità, per il servizio d’insegnamento svolto negli istituti paritari. Continua a leggere

Scuola cattolica. Dal Consiglio nazionale un sussidio per ripensare l’educazione tra crisi, opportunità e prospettive

“Educare nel cambiamento. Realtà e futuro della scuola e della formazione professionale cattolica e di ispirazione cristiana” è il sussidio elaborato dal Consiglio nazionale della scuola cattolica (Cnsc) della Cei. Nella presentazione del volumetto – anticipato al Sir – mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente del Cnsc, richiama il “cambiamento d’epoca” sottolineato dal Papa nel 2015 a Firenze e sostiene che il mondo della scuola e della formazione deve “fare i conti con esigenze, generazioni e modelli educativi diversi da quelli cui si era abituati fino a un passato anche recente”. Di qui il documento con il quale, spiega al Sir il direttore dell’Ufficio Cei, Ernesto Diaco, il Cnsc “vuole offrire uno strumento per ‘pensare la scuola e l’educazione’ nel contesto attuale. Le difficoltà che le scuole cattoliche devono affrontare sono numerose, ma le opportunità non sono da meno, come dimostrano le numerose esperienze raccolte nel testo”.

La pubblicazione, frutto della riflessione e del lavoro comune dell’organismo che rappresenta l’ampia e composita realtà della scuola cattolica in Italia, contiene il documento su “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa”, pubblicato nel giugno 2017 e dal carattere programmatico, e il sussidio “Uno strumento per il discernimento delle comunità educative”, che vede qui la luce per la prima volta e si propone di aiutare scuole e centri di formazione professionale (Cfp) a promuovere una riflessione ponderata di fronte alle trasformazioni sociali e culturali in corso. A completare il volumetto due appendici: la prima costituita da esperienze e buone pratiche di scuole e Cfp che hanno saputo misurarsi con il cambiamento in maniera creativa e coraggiosa; la seconda contenente i recapiti degli organismi che a vario titolo compongono il mondo della scuola cattolica. Per mons. Crociata, “la scuola paritaria è una risorsa per la pluralità di proposte che la sua presenza permette di attivare”, ma deve anche “essere di stimolo nel sistema nazionale dell’istruzione”. Continua a leggere

Non crollano solo i ponti

(Corriere della Sera, Lunedì 03 settembre 2018)

È la prima campanella dell’anno scolastico quella che suonerà tra poco: l’ennesima promessa di un nuovo inizio, rintocco del desiderio umano che non smette mai di sperare che una vita rinnovata e più piena possa sorgere dal ripetitivo orizzonte quotidiano. Immagina, cara/o collega, di sederti al posto di un tuo studente in questo primo giorno. Guardati entrare in classe, osservati: dal portamento ai libri che hai con te. Che cosa vedi? Perché sei lì? Per chi sei lì? Perché hai scelto chimica, italiano, fisica, diritto… e hai scelto di raccontarli a una nuova generazione? Rispondi a queste domande mentre ti vedi disporre gli strumenti del mestiere sulla cattedra. Adesso ascoltati formulare l’appello. Come pronunci i nomi dei tuoi studenti? Come guardi i loro volti? E che cosa vedi sul tuo?

Forse nel tuo sguardo puoi scorgere delusione e stanchezza, per un sistema che non valorizza la tua personalità e la tua professionalità… Ma ricorda che i ragazzi saranno lo specchio di ciò che trasmettono i tuoi occhi, perché lo sguardo umano non è mai neutro ma contiene esattamente la vita che vuole dare o togliere, così dal loro sguardo saprai sempre com’è il tuo. Desiderano ciò che tu desideri: essere riconosciuti, valorizzati, supportati. Non vedi, forse, la tua stessa carne? Perché non prendersene cura come vorresti si facesse con te? Proprio perché loro non sanno ancora farsi carico della vita, è a te, adulto, che chiedono di provarci, per poter scoprire che maturare è un’avventura e non una colpa da espiare. Essere adulti è questo: finita l’iniziazione alla vita, riuscire a portarne il peso, come un padre solleva suo figlio perché colga i frutti sui rami a cui neanche lui arriva. Se ti avvicini puoi scorgere sui loro volti i segni della solitudine e della paura: la spavalderia, le provocazioni, i silenzi, le maschere di questa età tradiscono il desiderio di avere un nome, di abitare la vita. Non sono forse i segni della tua stessa ricerca? Ma come far sì che la speranza sia sempre un passo avanti rispetto alla paura? Da dove attingere la pazienza e la generosità per farsi carico di queste vite? Un pensiero ti conforta: tu sai che sono la cultura e le buone relazioni le risposte a questa ferita, alla fragilità dell’io rispetto alla pienezza a cui aspira. La cultura generosamente condivisa nella relazione educativa, la trasmissione del vero, del bello, del buono, resistenti al tempo vorace, sono proprio ciò che consente di dare peso e senso alla vita, la risposta umana al nulla: «Ove tende questo vagar mio breve? E io che sono?», ti interrogano con le parole di Leopardi. Ti chiedono di «soffrire» per loro, e il verbo vuol dire sia «portare il peso» della vita sia «dare» la vita: concepirli e generarli. Non respingerli nel buio, lasciali venire alla luce, attraverso di te.  Continua a leggere

Immissione in ruolo nella statale o restare nelle paritarie: il dilemma del docente

Per il docente che si trova a scegliere se accettare l’immissione in ruolo nella scuola statale o rimanere nel sistema paritario di eccellenza si tratta di una scelta radicale, dalla quale non si può più tornare indietro.

Non accettare l’immissione in ruolo significa essere depennato per sempre dal sistema di insegnamento statale, rimanendo esclusivamente nel sistema delle paritarie.

Stando a quanto scritto da Suor Anna Monia Alfieri sul quotidiano Il Giornale.it, molti docenti sono presi da dubbi e incertezze nel momento in cui ricevono la telefonata con cui viene loro comunicata l’immissione in ruolo in una scuola statale.
 
Le ansie nei giorni d’estate

La telefonata arriva nel pieno dell’estate, cioè quando le è già pianificato l’anno didattico che si va ad aprire dove è già stato fatto anche l’orario scolastico, salvo alcune questioni da definire nel Collegio Docenti di inizio anno.

Suor Anna Monia si domanda nel suo articolo se esiste libertà, quando non si concede tempo, se non pochi giorni, a un docente impegnato in una scuola pubblica paritaria di scegliere il suo destino. La Suora trova ingiusto che la scelta non possa essere rinviata nel tempo.

Il ragionamento è semplificato in questo concetto: non è giusto che il docente che non accetta immediatamente il ruolo statale venga estromesso dalle graduatorie e non possa più riprendere in considerazione in futuro quella opportunità. Continua a leggere

Caserta, ragazzo autistico si diploma: il suo prof scoppia in lacrime. Il video fa il giro del mondo

E’ lo stesso istituto dove a febbraio una insegnante fu sfregiata da un alunno. Durante l’esame orale del ragazzo erano presenti tutti i suoi compagni di classe

(Corriere della Sera, 3.07.18)
 
«La scuola è finita, viva l’estate». Francesco Criscuolo termina la prova orale del suo esame di maturità e dal fondo dell’aula, lì dove si erano assiepati in religioso silenzio i suoi compagni di classe, si levano applausi. Che seguono le lacrime del suo insegnante di sostegno, professore Michele Vozzella, che gli era stato accanto durante la prova. Il video dell’esame di Francesco, ragazzo autistico della provincia di Benevento diplomatosi all’istituto tecnico Majorana-Bachelet di Santa Maria a Vico, nel Casertano, gira di bacheca in bacheca su Facebook. Centinaia le condivisioni, migliaia i «like» dedicati all’ultimo atto del percorso di studi del 19enne.

«Mi sono permesso di condividere il video di Francesco anche sul mio profilo – ha spiegato la dirigente scolastica Pina Sgambato – perché, come si sente dall’audio, la sua bravissima mamma desidera che faccia il giro del mondo, in aiuto alla causa di ragazzi speciali come lui». E ancora: «Sono felice che la nostra scuola abbia professionisti del valore di Michele Vozzella. Siamo orgogliosi di te Francesco, ci mancherai! Possa tu vivere sempre in un mondo a colori!». La scuola è la stessa dove il 1 febbraio scorso uno studente di quarta si era scagliato con un temperino tra le mani contro la professoressa di Lettere Franca Di Blasio, ferendola gravemente al volto. La docente, ricevuta dall’allora premier Gentiloni e dalla ministra Fedeli, è poi diventata un po’ il simbolo di una categoria sempre più di frequente esposta alle aggressioni di alunni e genitori. Il ragazzo, processato, ha perso l’anno ed è finito in riformatorio. La storia di Francesco Criscuolo, di contro, riconcilia con la scuola che tutti vorrebbero. Quella della tolleranza e dell’inclusione, del reciproco rispetto e del riconoscimento del lavoro. Continua a leggere

Riforma dell’Esame di Stato: anche alle medie il tema rischia l’estinzione. Ma chi lo sa?

di Giovanni Fighera
 
Da quest’anno la prova di Italiano dell’Esame di Stato nella Scuola secondaria di primo grado cambia. Il Documento di orientamento per la redazione della prova di italiano nell’Esame di Stato conclusivo del primo ciclo offre alcune indicazioni per la predisposizione delle prove scritte al termine della scuola secondaria di primo grado.

Parte da due premesse. In primis «la Commissione d’esame può liberamente scegliere quali tipologie di prove proporre nell’ambito di quelle previste dalla normativa e può definire le tracce tenendo conto delle indicazioni nazionali e anche delle situazioni specifiche dei singoli istituti scolastici». In secondo luogo, a prescindere dalla scelta della tipologia, la commissione richiama l’attenzione sull’opportunità di insegnare agli studenti la stesura del riassunto.

Quali sono le opzioni tra cui la commissione può scegliere? La tipologia A prevede lo svolgimento di un testo narrativo o descrittivo, ovvero la stesura di un racconto o di una descrizione a partire da indicazioni precise. La tipologia B consiste nell’elaborazione di un testo argomentativo: la prova è molto simile al tradizionale tema. La tipologia C è «la comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico, anche attraverso richieste di riformulazione». Negli esempi troviamo domande sul testo anche a scelta multipla, vero/falso, sostituzione di parole, etc. La quarta possibilità propone una prova strutturata in più parti, riferibili alle prime tre tipologie. Quindi, gli studenti devono dimostrare di aver compreso un brano e devono comporre brevi elaborati a partire dall’argomento.

Apparentemente, la riforma sembra solo sottolineare meglio le competenze richieste in uscita agli studenti e suggerire agli insegnanti un percorso virtuoso per il conseguimento delle stesse. Come sempre, credo che si potrà comprendere la reale portata di questa riforma solo tra qualche anno quando se ne vedranno gli esiti. Continua a leggere

Scuola, l’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze

Elio Germano nei panni di Giacomo Leopardi ne «Il giovane favoloso» di Mario Martone. Il giovane Leopardi trascorse sette anni rinchiuso nella biblioteca paterna, anni di «studio matto e disperatissimo»

Le conclusioni di un panel di esperti consultati dall’Ente nazionale di valutazione americano: gli studenti non imparano più a leggere perché a scuola si fanno solo test e si trascurano storia e letteratura, arte e scienze
 
(Corriere della Sera, 17 aprile 2018)
 
Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica? Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum. Era il 2001 – presidente George W. Bush – quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi – ricchi o poveri – delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo. Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 – presidente Barack Obama – la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media). Continua a leggere

Quanto costa all’Italia la fobia delle paritarie

Fondi Ue solo per le statali nonostante l’intervento dei ministri Fedeli, De Vincenti e le associazioni di scuole e genitori. E non è colpa dell’Europa
 
Intervista a Maria Grazia Colombo, vicepresidente Forum delle associazioni familiari
 
«Non stiamo parlando di vizi di forma ma di fobia, una vera e propria fobia, lo ha appena ricordato Berlinguer: in Svezia non esistono scuole statali, in Olanda sono solo il 30 per cento. Soltanto in Italia c’è questa distinzione tra scuola statale e non statale». Maria Grazia Colombo, vicepresidente Forum delle associazioni familiari, rilancia il duro attacco sferrato su Avvenire dall’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer all’indomani dell’ennesima esclusione delle scuole non statali dai bandi ministeriali che assegnano i fondi europei per la scuola: «Siamo di fronte a un errore tecnico del ministero – ha detto il padre della legge 62/2000 sulla parità scolastica –. Soltanto il ministero italiano, sbagliando, ha fatto introdurre la distinzione tra scuola statale e non statale, che nelle intenzioni del legislatore europeo non ha ragione di esistere».

A quale errore si riferisce Berlinguer?
A qualcosa che è successo nel 2014, l’anno in cui vengono individuate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, le priorità strategiche del settore fino al 2020 attraverso il Programma operativo nazionale (Pon) finanziato con i fondi strutturali europei. Ma le scuole paritarie non possono accedervi. Finché, a settembre del 2016, chiedo e ottengo un colloquio con un funzionario del ministero: il punto dolente è l’Accordo di partenariato per l’impiego di fondi strutturali e di investimento europei sottoscritto nel 2014 tra commissione europea e dal ministero dell’Istruzione italiana, in base al quale per “istituzioni scolastiche” si intendono soltanto le scuole statali. In pratica il ministero ha dichiarato alla commissione che il sistema scolastico è fatto solo da scuole di sua proprietà e che solo queste avrebbero potuto accedere alle risorse dell’Europa. Continua a leggere

Troppi progetti nella scuola, torniamo alla didattica seria. Lettera

item-thumbnail

Mario Bocola – Fare solo progetti a scuola è un male, creano disorientamento negli alunni e li allontanano dallo studio delle discipline. Occorre ridurli drasticamente a favore di una didattica seria e a misura dell’alunno. Non si può fare solo una scuola di progetti tralasciando o meglio sacrificando le discipline.

È ora di tornare a fare didattica quella che ha funzionato per oltre settanta anni e che poi è stata cestinata perché vecchia ed obsoleta non adatta al progettificio..

La scuola italiana è distrutta, vilipesa, annientata, sbeffeggiata, torturata, ridotta a brandelli, avendo persino perso persino i suoi connotati di istituzione e di formazione navigando in un immenso mare di progetti.

Progetti di tutte le specie e le fatture che sottraggono tempo alla didattica “vera”, quella cioè che deve formare il futuro cittadino, l’uomo competente e preparato ad affrontare le sfide del complesso mondo dell’esistenza. Torniamo con urgenza a riscoprire il valore vero, autentico e reale della didattica, di quella didattica, cioè, che trasmette saperi, conoscenze da tradursi in abilità e non lasciamoci naufragare in quella miniera di progetti che ogni giorno vengono diramati alle scuole. I nostri alunni non sanno più coniugare i verbi, non sanno leggere, non sanno scrivere una frase semplice, non conoscono le regole elementari le la scuola di oggi che fa: continua a fare un mare di progetti che non accrescono affatto le abilità linguistiche e comunicative ma stanno solo affossando la scuola facendole perdere sempre più i suoi connotati di luogo di crescita e di conoscenze. Continua a leggere

La riforma dell’esame e il mondo della scuola oggi

Intervista di Alessandra Scarino a Giovanni Fighera (su “Vita nuova”)
 
Come prima cosa, cerchiamo di capire in che cosa dovrebbe consistere questa riforma proposta dal Ministero dell’Istruzione.

Il Documento di orientamento per la redazione della prova di italiano nell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo offre alcune indicazioni per la predisposizione delle prove scritte al termine della scuola secondaria di primo grado. Parte da due premesse. In primis «la Commissione d’esame può liberamente scegliere quali tipologie di prove proporre nell’ambito di quelle previste dalla normativa e può definire le tracce tenendo conto delle indicazioni nazionali e anche delle situazioni specifiche dei singoli istituti scolastici». In secondo luogo, a prescindere dalla scelta della tipologia, la commissione richiama l’attenzione sull’opportunità di insegnare agli studenti la stesura del riassunto.
Quali sono le opzioni tra cui la commissione può scegliere? La tipologia A prevede lo svolgimento di un testo narrativo o descrittivo, ovvero la stesura di un racconto o di una descrizione a partire da indicazioni precise. La tipologia B consiste nell’elaborazione di un testo argomentativo: la prova è molto simile al tradizionale tema. La tipologia C è «la comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico, anche attraverso richieste di riformulazione». Negli esempi troviamo domande sul testo anche a scelta multipla, vero/falso, sostituzione di parole, etc. La quarta possibilità propone una prova strutturata in più parti, riferibili alle prime tre tipologie. Quindi, gli studenti devono dimostrare di aver compreso un brano e devono comporre brevi elaborati a partire dall’argomento. Continua a leggere

«Da studente dico ai genitori: non fate i sindacalisti dei vostri figli»

Dobbiamo parlare chiaro ai nostri genitori e dobbiamo dar loro un consiglio: «Metteteci in discussione»
 
di Enrico Galletti, studente 18enne

(dal Corriere della Sera 15.02.18)
 
Il rimprovero, il brutto voto, la parola di troppo, il regolamento di conti a suon di botte. Il timore di assestare quel quattro a caratteri cubitali perché con ogni probabilità il professore dovrà vedersela con i genitori. Tra la malavita e questo lato della scuola, il confine è labile. Tanto labile da chiedersi se i vecchi tempi – quelli del dietro la lavagna, del «è così e basta», del sola andata per la presidenza – siano del tutto finiti. Di anni ne ho diciotto io, mica sessanta. Non sono docente e nemmeno genitore. Sono studente, con tutto quello che comporta. Vedo i tele-giornali: il padre che va dal vicepreside e lo manda all’ospedale perché ha rimproverato suo figlio, la madre che dice al professore che quel voto non era un quattro, ma che suo figlio meritava sei. Ho visto una giovane madre andare dal professore di latino e minacciarlo di fare ricorso al Tar per una versione andata male. La stessa versione di cui io stesso, a quindici anni, avevo azzeccato forse una riga.

Viene da chiedersi chi fa la scuola. Se noi studenti, con il nostro entusiasmo, se i professori, con la loro competenza, oppure i genitori, con quelle loro regole che rischiano di diventare intimidatorie. Il problema, però, è che quell’entusiasmo che ci si aspetta dalla scuola – deputata a formare nuovi cittadini – rischia di essere stroncato dall’atteggiamento dei nuovi genitori. I genitori del «lei non si deve permettere», quelli del «mio figlio me la racconta giusta e la colpa è sua». La verità è una: è che noi millennials siamo dei bravi ragazzi. Lo siamo per davvero, ma dobbiamo avere più coraggio.  Continua a leggere

Bestemmie in classe e genitori che picchiano i professori…scuola allo sbando?

C’era una volta la figura autorevole, rispettata e quasi venerata del maestro di scuola, del professore. Questa immagine è immortalata nel prestigio sociale che aveva la figura del maestro Perboni nel libro Cuore, ma l’impressione è che quel prestigio da tempo si sia perso, e addirittura si è ribaltata la considerazione che alunni e genitori hanno della figura dell’insegnante altrimenti non si spiegherebbero i sempre più numerosi casi di aggressione, verbale o fisica, da parte di alunni e genitori verso gli insegnanti.

La cronaca ci viene in soccorso:

Circola in rete un video di un minuto e 25 secondi che – riporta Avvenire – un concentrato di insulti e bestemmie che in un istituto superiore del Comasco uno studente di 15-16 anni rivolge al professore, in classe, davanti ai compagni ammutoliti. Il video è stato girato dal compagno di banco e, non si sa ad opera di chi, è stato pubblicato in rete il 27 gennaio scorso e sta ottenendo centinaia di visualizzazioni.

È una scena choc per la sfrontatezza, la volgarità e la violenza verbale del ragazzo, ma anche per l’incredibile mancata reazione del docente, che, dopo avere minacciato lo studente di portarlo dal preside, ha lasciato sfogare il ragazzo, alla fine interrotto da un compagno di scuola. Nel filmato, registrato con uno smartphone tenuto in verticale, non ci sono riferimenti a luoghi, ma La Provincia di Como ha ricostruito che la scena è avvenuta in un istituto superiore della provincia comasca. Continua a leggere

Manovra 2018. Materne paritarie, tagliato il contributo di 50 milioni

Foto Ansa

Cancellati anche 10 milioni per gli altri istituti paritari. La Fism: «Colpite migliaia di famiglie»
 
Cancellato in commissione Bilancio della Camera il contributo di 50 milioni di euro per le scuole materne paritarie, introdotto lo scorso anno nella legge di stabilità. Dura la reazione della segreteria nazionale della Federazione che riunisce le scuola materne di ispirazione cattolica (Fism), che esprime «disappunto» e «preoccupazione». E non manca la sorpresa visto che l’introduzione dei 50 milioni per le materne paritarie lo scorso anno «era stata salutata come una novità positiva per il 2017».

Eppure non erano mancate «rassicurazioni a vari livelli – ricorda la segreteria nazionale della Fism –, cui sono seguite anche iniziativa concrete di proposte ed emendamenti da parte dei parlamentari, che la Federazione ben conosce e ringrazia», ma «purtroppo si deve constatare, ancora una volta, la sordità e l’insensibilità su questioni che interessano centinaia di migliaia di famiglie, visto che le scuole e le istituzioni educative associate alla Fism accolgono circa 600mila bambini da zero a sei anni». Una cancellazione di fondi – a cui si aggiunge un ulteriore taglio di 10 milioni al capitolo di bilancio destinato alle scuole paritarie – che avviene nello stesso periodo nel quale il medesimo governo annuncia il varo di un decreto attuativo proprio per rafforzare il sistema formativo da zero a sei anni, con uno stanziamento di 209 milioni di euro da erogare agli Enti locali affinché li utilizzino per potenziare la rete delle scuole dell’infanzia presente sul proprio territorio. Continua a leggere

Scuola, come procede il cammino verso il costo standard di sostenibilità

“Un passaggio storico un punto di non ritorno”. È entusiasta suor Anna Monia Alfieri, presidente della Fidae Lombardia, delle dichiarazioni della ministra Valeria Fedeli al Festival della Dottrina Sociale della Chiesa al Cattolica Center di Verona. Sabato scorso 25 novembre, nella terza giornata dedicata alla scuola paritaria, in un confronto con il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha affermato: “Credo sia giunto il momento dopo 17 anni di cominciare a fare sul serio sul pluralismo educativo e sull’offerta formativa per il diritto allo studio, anche per le scuole paritarie cattoliche. Ci tengo ad annunciare di aver firmato la costituzione del Gruppo di lavoro per la definizione del costo standard di sostenibilità per gli studenti, uno dei punti che ritengo fondamentali per iniziare un percorso insieme.”

Suor Monia s’è battuta per l’introduzione del costo standard di sostenibilità nella scuola che permetterà di cancellare finalmente le discriminazioni alle quali sono sottoposte le famiglie che scelgono una paritaria (la maggior parte cattoliche) costrette a pagare due volte i costi scolastici per i propri figli, prima con le tasse e poi con la retta d’istituto. Condizione che non permette a tutte le famiglie una libertà di scelta educativa per l’impossibilità di sostenerne il peso economico. Continua a leggere

Scuola. Crescono le chiusure: ecco cosa fare per salvare la parità scolastica

Lezione in una scuola elementare paritaria (Boato)

La crisi continua con 204 chiusure di scuole solo nel 2016. Presentato il XIX Rapporto del Centro studi della scuola cattolica, che fotografa ogni anno la situazione. Proposte e strumenti per salvarle
 
Tra poco più di cinque mesi la legge sulla parità scolastica (la 62/2000) diventerà maggiorenne, ma molti istituti paritari potrebbero non esserci a festeggiare questo traguardo. Solo nell’anno scolastico 2016/17 hanno chiuso i battenti 204 scuole paritarie (159 materne, 26 primarie, 12 medie inferiori, 7 istituti superiori) confermando un calo che si registra dal 2012 e che ha portato alla chiusura di 580 scuole in tutta Italia nell’ultimo quadriennio. E in diversi casi si trattava anche di istituti con una lunga storia alle spalle, ma che non sono più riuscite a far fronte all’impegno economico per continuare il servizio.

“Il valore della parità”

E proprio “il valore della parità” è il tema scelto dal Centro studi scuola cattolica (Cssc) per l’annuale fotografia scattata alla scuola cattolica, che rappresenta da sola i due terzi dell’intero segmento delle paritarie nell’unico sistema scolastico nazionale, offerta nel Rapportopresentato alla Camera dei Deputati alla presenza del segretario generale della Conferenza episcopale italiana il vescovo Nunzio Galantino e del ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. Un Rapporto giunto alla sua XIX edizione e che proprio in vista dell’anniversario dei 18 anni della legge 62/2000, ha voluto rilanciarne potenzialità e criticità. Purtroppo gli aspetti critici sembrano ancora prevalere su quelli della potenzialità, e così, ancora una volta “il valore della parità – commenta Sergio Cicatelli coordinatore scientifico del Centro studi scuola cattolica – è soltanto quello economico e non anche quello del valore del suo servizio, di ciò che fa e offre all’intero sistema scolastico italiano”. Insomma “l’analisi dei valori precede quella dei costi”. Ma al momento prevale proprio quest’ultimo. Continua a leggere

Maturità, dateci cultura non ideologia

Risultati immagini per maturità studenti

di Giovanni Fighera
 
Qualche giorno fa avevo avanzato delle previsioni sulle tracce degli Esami di Stato cercando di interpretare le parole del Ministro Fedeli che lasciavano intendere che le proposte concernevano percorsi affrontati durante l’anno dagli studenti. Le previsioni non si sono avverate. L’attesa che fosse proposto uno dei grandi scrittori del panorama studiato, mai prima presi in considerazione durante gli Esami di Stato, non si è realizzata, ma neppure sono stati suggeriti nomi importanti come Pirandello o Saba di cui si festeggiano rispettivamente i centocinquant’anni della nascita e l’ottantesimo anno della morte.

Anche per le altre tipologie tutte le previsioni sono state disattese. Per quanto riguarda la tipologia B (articolo di giornale o saggio breve) nell’ambito artistico-letterario negli ultimi anni gli argomenti proposti vertevano sull’affettività (amore, amicizia, rapporto padre-figlio, relazione tra i poeti e la terra natia). Continua a leggere

“Basta proteggere i ragazzi I brutti voti servono, eccome”

È il prof più amato dagli adolescenti: “Capiscono il bullismo leggendo Arancia meccanica. Che errore basare la scuola sulla performance”
 
Alessandro D’Avenia assomiglia al Piccolo Principe e ha l’energia dell’Attimo fuggente. Ma soprattutto ha un dono: sa parlare ai sedicenni. Sì, quei sedicenni indecifrabili che non sorridono nemmeno nei selfie e sembrano buoni solo a chattare.

Invece no: il prof-scrittore li incontra a teatro, in libreria. Li stuzzica su idoli un po’ più edificanti di Justin Biber e delle miriadi di youtuber. Leopardi e Omero in testa.

Come fa? Dice la verità. Cruda, senza sconti. Ma poi non li molla lì, da soli. Li aiuta a non avere vergogna della loro fragilità e a cercare in quel caos interiore tipico dell’adolescenza (e non solo) il loro talento, piccolo o grande che sia. Ecco perché è entrato nel cuore di tanti ragazzi e di tanti genitori.
 
Libri, teatro. D’Avenia, mica è uno di quei prof che non si presenta mai a scuola?
 
«Non sarei credibile. Ho fatto un solo giorno di assenza. Ho un contratto part time per riuscire a fare tutto». Continua a leggere

Ora di religione, dieci risposte ai luoghi comuni

scuole religiose

di Nicola Rosetti*
*docente di Religione cattolica nella scuola secondaria

da Ancoraonline, 06/07/16
 
È sempre molto vivo il dibattito attorno all’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nella scuola italiana. Sono numerose le obiezioni sollevate sull’opportunità della presenza di questa materia nel curricolo scolastico: proviamo a riportare le contestazioni più frequenti e cosa si può rispondere ad esse.
 
1) Lo studio della religione non serve a niente, andrebbe abolito
Il compito della scuola è quello di aprire gli occhi degli studenti sul mondo che li circonda. Di questo mondo fa parte a pieno titolo anche l’universo religioso: ignorarlo sarebbe una forma di oscurantismo. Continua a leggere

“La scuola cambia davvero soltanto se punta su autonomia e parità”

scuola-elementare-372x221

Il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà: educare non è trasmettere nozioni, ma suscitare curiosità e interesse nello studente.

«In tutto il mondo sul tema dell’educazione si va verso un potenziamento di autonomia e parità. È arrivato il tempo cha anche l’Italia proceda su questa strada con maggior coraggio». Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà ha le idee chiare su come aiutare il nostro Paese.

Nel volume
Far crescere la persona, della Fondazione e da lei curato, si parla di una scuola che fatica a tenere il passo con il mondo che cambia. Quanto fatica?
Direi tanto. Siamo ancora legati a una antica concezione di scuola che deve «trasmettere nozioni». Ma studi scientifici recenti, come quello condotto dall’americano James J.Heckman (pubblicati in un volume in uscita in Italia per il Mulino), hanno dimostrato che il miglior apprendimento non è quello che si basa sul passaggio di nozioni, ma quello che ha la capacità di guardare anche ad altri aspetti della personalità dello studente: la responsabilità, la stabilità emotiva, l’essere coscienziosi, il saper relazionarsi con gli altri, e potremmo continuare. Aspetti che restano nella nostra scuola ancora relegati in un angolo. Anzi spesso questo approccio è stato bollato come «cattolico», ma ora è molto più evidente l’aspetto totalmente laico. Continua a leggere

Il sistema scolastico è plurale ma il ministero non lo sa

logo

Di seguito il Comunicato del Forum nazionale delle Associazioni Familiari:
 
Nel nostro Paese si sta giocando una partita decisiva per la difesa e la promozione del pluralismo culturale ed educativo. A rischio non è tanto la sopravvivenza delle scuole paritarie ma di un sistema scolastico plurale composto da scuole gestite dallo Stato e da scuole gestite da privati entrambe pubbliche che esercitano insieme un servizio pubblico (Legge 62/2000 firmata Luigi Berlinguer).
Il Forum ha al suo interno associazioni che in modo specifico giocano questa partita (Agesc, Faes, Age, Confederex) e sostiene la presa di posizione pubblica riguardante l’anomalia tutta italiana del bando “SCUOLA AL CENTRO” pensato e definito solo per le scuole e gli alunni di scuola statale. Una presa di posizione sintetizzata nelle tre domande dell’immagine. Continua a leggere

Scuole paritarie, sbloccati i contributi. «Contenti, ma temiamo la burocrazia»

scuola-primo-giorno-ansa

Il Consiglio di Stato boccia il ricorso Aninsei. Parlano il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi e l’esperta suor Anna Monia Alfieri

«Sono contenta che finalmente sia arrivata la sentenza del Consiglio di Stato, ma sono preoccupata che i fondi restino ancora impantanati nella burocrazia». Un importante passo avanti è stato fatto per l’erogazione dei contributi statali alle scuole paritarie per l’anno 2015-2016, spiega a tempi.it suor Anna Monia Alfieri, esperta di politiche scolastiche e legale responsabile dell’istituto di cultura e di lingue marcelline a Milano. Venerdì infatti il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso fatto da Aninsei (Associazione nazionale degli istituti non statali di educazione e istruzione). I fondi erano stati momentaneamente congelati in attesa del responso del Consiglio di Stato, mandando in crisi le casse di parecchi istituti alle prese con gli stipendi di agosto. Ora quei fondi potranno essere distribuiti.

I TEMPI TECNICI. Il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi si dice «dispiaciuto di questa situazione», parlando con tempi.it. «Spero che la distribuzione avverrà nel più breve tempo possibile, anche se ci sono dei tempi tecnici da rispettare», aggiunge. Quali siano questi tempi tecnici lo spiega ancora la religiosa: «Adesso il Ministero dovrà dare mandato agli Uffici scolastici regionali. Poi gli Usr dovranno redigere un decreto speciale per distribuirli. E così si perderà tempo prezioso, e io riceverò altre telefonate di dirigenti preoccupati. A ognuno di loro dico sempre di resistere, di non abbattersi e di non pensare affatto di chiudere».  Continua a leggere

Eugenio Corti, il grande scrittore sconosciuto a scuola

corti09

di Giovanni Fighera
 
In un’intervista rilasciata a Renato Farina poco prima di morire, Eugenio Corti rivelava che la sua vocazione di scrittore era nata quando era ancora ragazzino, incontrando la grande epopea dell’Odissea, poema in cui Omero era riuscito a trasformare in bellezza ciò di cui trattava. «Da grande», si era ripromesso il piccolo Corti, «anch’io farò lo stesso». Era una chiamata a trasmettere la grandezza della vita, a rendere gloria a Dio per il dono del creato, conscio che non c’è circostanza dell’esistenza a cui non siamo chiamati, non c’è nulla che non abbia senso. Se ogni circostanza ha senso, allora ogni momento ci chiama a un compito e ad una responsabilità.

In partenza per il fronte russo (9 giugno 1942), Corti scrive alla famiglia: «Mamma e papà carissimi,questa mia vi giungerà che io sarò in viaggio per il Fronte russo. Ve la scrivo perché voglio che sappiate con quali sentimenti io parto. Continua a leggere

10 consigli di san Josemaría agli studenti

Opus Dei - 10 consigli di san Josemaría agli studenti

San Josemaría aveva molto a cuore sia il tema della formazione umana sia quel particolare periodo della vita dei giovani che si svolge tra aule, colleghi, amici e studio. Vi proponiamo una breve raccolta di spunti e consigli, tratti da Cammino, Solco e Forgia, che il fondatore dell’Opus Dei dava a degli studenti.
 
– Frequenti i Sacramenti, fai orazione, sei casto… e non studi… — Non dirmi che sei buono: sei soltanto bonaccione.

– Studente: àpplicati con spirito di apostolo ai tuoi libri, con la convinzione intima che queste ore e ore sono, già adesso!, un sacrificio spirituale offerto a Dio per l’umanità, per il tuo paese, per la tua anima

– Un’ora di studio, per un apostolo moderno, è un’ora d’orazione. Continua a leggere

Troppa paura di dire “no”. Questa è una cultura che non regge il fallimento

davenia-kmvC-UhDxWXKMQz8bWBu-700x394@LaStampa.it-kSDF-UKv3tewY48bQMYx-700x394@LaStampa.it (1)

di ALESSANDRO D’AVENIA

«La colpa non è dei maestri, che coi pazzi devono fare i pazzi. Infatti se non dicessero ciò che piace ai ragazzi, resterebbero soli nelle scuole… E allora? Degni di rimprovero sono i genitori che non esigono per i loro figli una severa disciplina dalla quale possano trarre giovamento… essi devono abituare gradualmente i giovani alle fatiche, lasciare che si imbevano di letture serie e che conformino gli animi ai precetti della sapienza… Invece i fanciulli nelle scuole giocano.»

Questa geremiade appartiene ad Agamennone, maestro sbeffeggiato da Encolpio e Ascilto, giovani protagonisti del Satyricon di Petronio, che rispondono all’ennesima ramanzina del fallito, scappando da scuola e avventurandosi per le vie della città, irte di peripezie che mostrano loro che avrebbero fatto meglio a studiare un po’ di più prima di affrontare il mondo, improvvisando. È il racconto comico di una società decadente, quella neroniana, con una scuola al passo con la decadenza. Continua a leggere

C’eri una volta tu

0318c92fe503f5799b90551bac7f7eee

di Alessandro D’Avenia
 
Ragazzo che ti abbatti sul banco come una balena spiaggiata, con quegli occhi annebbiati dalla noia e dalla forza ingabbiata in una stanza per cinque ore, che dobbiamo fare tu e io di quest’anno scolastico? Ragazza tutta in fioritura assetata di essere vista, guardata, amata, dal cervello mai in pace, con le orecchie a caccia di qualcosa che possa servirti ad essere felice, che dobbiamo fare tu e io di quest’anno scolastico? Che ne sapete voi due adesso dell’io di domani?

Che ne sapete voi due dell’amore che cercate? Che ne sapete voi due del senso da dare alla vita se state scoprendo adesso che la vita ha un senso, si inarca, si stira, si tende dentro di voi come neanche voi sapete come, ma con tutto il dolore del caso. Ragazzo dalla maschera inespressiva, incapace di raccontare i tuoi sentimenti se non nascondendoli dietro uno strato di spacciata sicurezza, che dobbiamo farne di queste lezioni di italiano? Continua a leggere

Far pagare l’ICI alla scuole paritarie è un vero controsenso

400x275

di Pietro Vernizzi

“Le rette scolastiche degli enti senza fini di lucro non servono a generare profitto ma a coprire una parte delle spese. Far pagare l’Imu alle paritarie è quindi un controsenso”. Lo afferma Giuseppe Fioroni, ex ministro dell’Istruzione nel governo Prodi, secondo cui per risolvere il problema basterebbe una legge di una riga nella quale si affermi che “gli enti gestori di scuole senza reddito e senza profitto non possono essere considerati attività commerciali”. Lo scorso 8 luglio la Cassazione ha accolto il ricorso del Comune di Livorno, stabilendo che le scuole paritarie devono pagare l’Imu perché non sono attività che possono godere dell’esenzione.
 
La sentenza ha riaperto una ferita. Secondo lei perché?

Intanto va ricordato che le sentenze della Cassazione non hanno immediatamente una valenza universale. Creano però un riferimento giuridico non indifferente, e vanno inserite nel contesto che stiamo vivendo oggi. Continua a leggere