Scuole paritarie in sciopero il 19 e 20 maggio: “Non riusciamo più a pagare gli stipendi”

Comunicato – Le Presidenze Nazionali dell’USMI e della CISM, fortemente sollecitate dai Superiori/e Maggiori, manifestano tutto il disagio e la difficoltà che scuole pubbliche paritarie cattoliche fanno dinanzi alla fatica di tante famiglie a pagare le rette, all’indebitamento di tanti Istituti che non ce la fanno più a pagare gli stipendi dei docenti e del personale amministrativo.

Ora tocca alla politica, ma noi vogliamo e possiamo sostenerla. Come? Attraverso un gesto simbolico che faccia rumore e coinvolga tanti altri cittadini, oltre ogni schieramento, perché chi ama la scuola sa bene che questa è trasversale a tutto.
Le Presidenze nazionali dell’USMI e della CISM, tenendo in alta considerazione tutte le Associazioni di categoria e accogliendo l’appello delle famiglie, dei docenti, degli alunni e di tutto il comparto associativo cattolico, di ispirazione cristiana (gestori, Agidae -Fidae-Fism-Cdo opere educative, Confap-Cnos Scuola; genitori Agesc-Faes-Age-Forum Famiglie, e delle numerose realtà rappresentative anche dei docenti), Laico (Aninsei-Filins), promuovono un gesto simbolico nella viva speranza che sia appoggiato da tutti, in rappresentanza delle 12 mila scuole paritarie, i 900 mila allievi coinvolti, i 180 mila dipendenti. Perché se due giorni di sciopero responsabile e con didattica alternativa possono creare disagio, questo rappresenta solo un accenno al disastro di un servizio che potrebbe riprendere solo parzialmente a settembre.

Proponiamo che nei giorni 19 e 20 maggio p.v., giornate che vedono partire le votazioni degli emendamenti:

– le nostre scuole interromperanno le lezioni e per questi due giorni allievi, docenti e famiglie esporranno un # Noi siamo invisibili per questo governo;
– ciascuna scuola paritaria si adopererà con lezioni, video, dirette Fb dalle pagine delle scuole che saranno aperte a tutti per diffondere i temi della libertà di scelta educativa; il diritto di apprendere senza discriminazione; parità scolastica tra pubblica statale e pubblica paritaria; libera scuola in libero stato; appelli alla classe politica perché non condanni all’eutanasia il pluralismo culturale del nostro Paese. Continua a leggere

Scuole paritarie “invisibili”. A settembre 300mila studenti in più nelle statali

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Lettera inviata da Giuseppe Adernò – «Lo Stato c’è, aiuteremo tutti. Non lasceremo indietro nessuno. » ha dichiarato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte; «Nel rispetto della libertà di scelta educativa delle famiglie, saranno supportate in modo concreto tutte le scuole del sistema nazionale d’istruzione», ha dichiarato Lucia Azzolina, Ministro dell’Istruzione. Belle parole!

Ma nelle 439 pagine del dispositivo, composto da 258 articoli, le scuole paritarie sono citate solo per il finanziamento di 80 milioni di euro che serviranno a coprire il mancato versamento delle rette da parte delle famiglie, per questi mesi di sospensione della didattica in presenza. Il contributo sarà ripartito alle 8.957 scuole materne sulla base del numero di bambini iscritti per ogni bambino la somma assegnata sarà di 152.00 euro.
Grande dono della maggioranza giallo rossa che promette miliardi ed “ha a cuore l’istruzione dei suoi figli!”

Eppure anche nelle scuole paritarie sono state rispettate le regole di chiusura, è stata adottata la didattica a distanza. Mentre gli studenti delle scuole statali hanno beneficiato di computer e sussidi informatici gli alunni delle scuole paritarie sono stati esclusi da questi benefici per l’emergenza Covid-19

Il personale docente anche senza benefici di aggiornamento hanno attivato lodevolmente la didattica a distanza e le scuole superiori stanno provvedendo alla sanificazione e alle norme di distanziamento previste per gli esami di stato.

Molti genitori in difficoltà economica in questi mesi non hanno potuto pagare la retta e forse non la potranno pagare neanche a settembre, dato il permanere della pesante crisi economica.

Mentre si garantisce la ”visibilità agli invisibili”, che non hanno mai pagato le tasse, si rendono “invisibili” i genitori che nonostante la Legge 62/2000, nell’esercizio del diritto di libertà di scelta educativa, hanno pagato due volte il servizio scolastico, allo Stato con le tasse e alla scuola con la retta.

Nonostante le numerose dichiarazioni argomentate in modo pubblico da parte di tutte le componenti del Governo (Pd-Iv-M5Stelle), dell’Opposizione (FI-FDI-LEGA-UDC), con il decreto “Rilancio” è stata voltata pagina e tutto sembra andato nel vuoto, ma l’allarme c’è e presto esploderà.  Continua a leggere

Scuola pubblica. Perché aiutare le paritarie fa bene a tutti

Perché aiutare le paritarie fa bene a tutti

Perché va scongiurata la crisi di un servizio a vantaggio di 880mila ragazzi. Allarme per la possibile chiusura del 30% di questi istituti

Claudio Becchetti e Leonardo Becchetti

Avvenire, 21 aprile 2020

La scuola paritaria non è esente dal terremoto coronavirus e la sua crisi, se non opportunamente gestita, avrà una pesante ricaduta negativa su tutta la scuola, cioè sul progetto – ormai ventennale – di una ‘scuola di tutti’ che cammini sulla robusta gamba della scuola statale e su quella, altrettanto essenziale, della scuola non statale paritaria e, non per ultimo, sui conti dello Stato. In Italia 880mila studenti frequentano le oltre 12mila scuole paritarie che svolgono servizio pubblico e sono inserite nel sistema nazionale d’istruzione. Secondo le stime più accreditate – se ne è già dato conto su queste pagine – circa il 30% di queste realtà non sarà in grado di riaprire a settembre. Il conto è plausibile considerando che – in base a uno studio Censis – il 23% del totale delle imprese italiane potrebbe non riuscire a riaprire dopo la crisi. Il settore delle scuole paritarie sarà soggetto all’avvio del prossimo anno scolastico a forti tensioni. Da una parte, i genitori tenderanno a spostare massicciamente i figli nelle scuole statali per fronteggiare la crisi e ridurre i costi di iscrizione, dall’altra si può prevedere un aumento dei costi fissi indotto dalle future regole del distanziamento sociale.​

Alcuni commenti che circolano relativamente alla notizia della chiusura delle scuole paritarie (‘Sarebbe ora, miglioriamo la scuola pubblica!’, ‘Mai più denari pubblici ai privati’) non tengono conto dei dati di fatto. I numeri segnalano che la chiusura di scuole paritarie, oltre a impoverire l’offerta formativa e a limitare la libertà delle famiglie, avrà un impatto estremamente negativo sugli istituti statali con un peggioramento del servizio e un aumento dei costi che si tradurranno in nuove tasse o in minori risorse disponibili per la scuola statale.

In primis, i circa 300mila studenti che se non potranno più frequentare gli istituti paritari in crisi, si riverseranno sulle scuole statali. Gli edifici scolastici pubblici non godono purtroppo di buona salute: circa la metà degli impianti non ha un certificato di collaudo statico e di prevenzione anti-incendi. A settembre si dovranno con tutta probabilità implementare le misure di distanziamento sociale che implicheranno interventi edilizi e doppi turni con conseguente impatto sul corpo docente. Nei prossimi 4 mesi si dovrà pertanto definire un’organizzazione total- mente nuova che richiederà 3 miliardi di costi aggiuntivi secondo il sottosegretario Cristoforo. A tutti questi problemi si sommerebbero i 300mila studenti aggiuntivi provenienti dalle scuole paritarie chiuse qualora non si intervenisse a mitigare la crisi del settore. Non è solo un problema di riorganizzazione logistica ma anche di spese ulteriori. Uno studente della scuola paritaria costa allo Stato 500 euro ogni anno; parallelamente il nostro Paese spende mediamente 8.200 euro per ogni alunno iscritto negli istituti pubblici (fonte Ocse). I 300mila studenti in più che si iscriverebbero alla scuola statale costeranno alle casse pubbliche circa 2,3 miliardi aggiuntivi. Le risorse non sono infinite: si possono quindi stornare 2,3 miliardi da qualche altro capitolo di bilancio riducendo i servizi al cittadino. In alternativa, i costi dovranno essere pagati dai cittadini attraverso nuove tasse.​

In sintesi, se non si aiuta la scuola paritaria, la scuola pubblica e i cittadini ne pagheranno le conseguenze, così come i circa 40mila lavoratori delle scuole che verranno chiuse. Senza un intervento specifico, lo Stato dovrebbe sobbarcarsi 2,3 miliardi di euro a cui andrebbero aggiunti i costi degli ammortizzatori sociali per i circa 40mila disoccupati aggiuntivi. Non è uno scenario inesorabile. Lo Stato, infatti, potrebbe definire interventi specifici di sostegno quali per esempio l’erogazione di sussidi per l’iscrizione, la detraibilità integrale delle rette per l’anno 2020-21 per garantire continuità agli istituti, l’estensione alle scuole paritarie del credito d’imposta per gli affitti. Agevolazioni di tipo fiscale quali rateizzazioni o riduzioni potranno anche aiutare molti Istituti a superare la crisi. Tali interventi costerebbero allo Stato molto meno rispetto alle spese che dovranno essere sostenute se non si sostiene il servizio pubblico della scuola paritaria.​ Continua a leggere

Scuola/ “Diamo i numeri”

Scuola/ “Diamo i numeri”

di Anna Monia Alfieri
 

CONTRATTO PER IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO, Movimento 5 Stelle – Lega

Punto 22. SCUOLA (…) In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento. Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del sistema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative dei nostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, pertanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico precariato e dall’altro un efficace sistema di formazione. (clicca qui per il testo integrale)
 

FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE A 14 MESI  (clicca qui per leggere quanto scrivevo a Maggio 2018)

L’a.s. 2018/2019 che si è appena concluso (per l’a.s. che sta per iniziare la situazione sarà ben peggiore) :

  1. 800 presidi, con reggenze che hanno visto quadruplicate le sedi e raddoppiati gli alunni; 80.000 sono i posti coperti da supplenti; 50.000 cattedre di sostegno “in deroga”, ovvero posti a tempo determinato sulla pelle dei bambini e ragazzi disabili (clicca qui)2.000 direttori dei servizi amministrativi mancanti; Continua a leggere

Perché il liceo classico è il migliore investimento che si possa fare su un figlio

Un professore ha scritto un libro in difesa del liceo più formativo del nostro sistema educativo spiegando perché studiare greco e latino significa formarsi per il futuro e non guardare al passato
 
(fonte: wired.it)
 
Tra le molte cose che sono cambiate, nelle abitudini educative dei genitori italiani, c’è il paradigma della spendibilità. Se fino a pochi anni fa, infatti, i genitori costruivano spesso per i figli la possibilità di scoprire e sperimentare il mondo attraverso le libere espressioni ( corsi di teatro, di disegno, di musica, di fumetto ), adesso sembra che anche il tempo libero dei bambini debba essere “professionalizzante”. Ecco quindi che chiudono le scuole di musica e aprono centinaia di corsi di inglese madrelingua, informatica per bambini, sport agonistici e addirittura corsi di coding e programmazione.

Una scelta, quella di legare il tempo dei bambini e dei ragazzi all’idea dell’investimento il più possibile produttivo, che si riflette anche nell’iscrizione alle scuole superiori. Il costante calo delle presenze al liceo classico, sembra potersi leggere anche all’interno di questa prospettiva: perché perdere tempo a sudare sulle versioni di latino e greco, che “non servono”? – dicono molti genitori.
Meglio utilizzare i cinque anni precedenti alla maggiore età per specializzarsi in un ambito richiesto dal mondo del lavoro (su tutti, il caso dell’aumento vertiginoso di iscrizioni agli istituti alberghieri, che hanno doppiato, come riportato dal Miur, gli altri istituti tecnici) oppure per gettare le basi per una carriera in ambito scientifico.

All’interno di questo stravolgimento, a fare la parte della cenerentola non invitata al ballo, è proprio il liceo classico: quella che per oltre un secolo è stata la scuola della classe dirigente, vive un momento di abbandono diffuso.
Ne parla Federico Condello – docente di filologia a Bologna – nel suo recente La scuola giusta. In difesa del liceo classico (Mondadori). Continua a leggere

I ragazzi vanno sedotti con la cultura

Umberto Galimberti, intervistato da Danilo D’Angelo per Byoblu, suggerisce di innalzare il limite della scuola dell’obbligo e di puntare sulla lettura. Ecco la trascrizione dell’intervista radiofonica:

“Per me fino a 18 anni bisogna tenere una scuola dell’obbligo, inevitabilmente. E i ragazzi vanno in qualche modo sedotti… sedotti con la cultura. Allora vanno a scuola volentieri. Se tu insegni la “Divina Commedia” come ce la raccontava Benigni, magari qualcuno studia anche la “Divina commedia”. Se invece c’è lì un professore che ti chiede la Battaglia di Campaldino, dov’era Campaldino, allora non ti studia più la “Divina Commedia”. Quindi la scuola dell’obbligo fatta bene, fino a 18 anni e poi insistere a far leggere libri alle persone.

Dalle lettere che ho ricevuto dagli studenti, mi sono reso conto che in una classe a leggere sono due o tre! Due o tre! Gli altri fanno le interrogazioni tirando giù quattro informazioni da Google. Fine. Noi italiani siamo all’ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto. Ciò vuol dire che uno legge e non capisce. Esiste un analfabetismo di ritorno aiutato anche dall’informatica che riduce il linguaggio a 50 parole e oltre quelle non ne sai più.
Solo che se hai poche parole in bocca non è che hai tanti pensieri in testa, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che hai. Io non posso pensare una cosa di cui non ho la parola. E se ho poche parole penso poco. E quando un popolo pensa poco è incolto come siamo noi italiani… Basti pensare che il giornale più diffuso è “La gazzetta dello sport” (detto tutto)”.

(fonte: portalebambini.it)

 

Denis non vede, la classe studia il Braille. «È lui che ci ha insegnato a crescere»

Denis non vede, la classe studia il Braille. «È lui che ci ha insegnato a crescere»

All’inizio erano calci, pugni, urla. Avvicinare Denis, in prima elementare, era quasi impossibile: «Mio figlio tornava a casa e mi raccontava che c’era questo bambino che non vedeva, e lui e gli altri erano tanto dispiaciuti, perché non riuscivano a parlare con lui, a coinvolgerlo, a giocarci», racconta oggi Francesca Lanari, madre di Jason, che come Denis frequenta la V C dell’istituto comprensivo di Bedizzole, nel Bresciano.

È stata lei a scrivere una lettera commossa al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, anticipata al Corriere, per raccontare la storia del «bambino magico»: sono passati 4 anni da quei primi mesi difficili e ora Denis, ipovedente dalla nascita, è «un bambino dolcissimo, che in questi 5 anni ci ha insegnato a crescere, a conoscere e affrontare la vita con sfumature diverse», molto diverso da quel piccolo recalcitrante, taciturno e diffidente che non voleva neanche entrare in classe.

La trasformazione avvenuta in questi anni non è stata solo frutto di tanta pazienza «da parte di tutti i genitori e bambini, nessuno escluso». C’è una bacchetta magica dietro questo cambiamento ed è quella dell’insegnante di lettere, Maria Grazia Saccà, che ha intuito come avvicinarsi a Denis: «Al di là dell’insegnante di sostegno, ho organizzato laboratori sull’utilizzo delle sensazioni, giochi bendati così che tutti i bambini capissero cosa provava, lavori di gruppo in modo che si sentisse coinvolto: dicono che sono stata brava, ma ho fatto solo il mio dovere, spinta dai miei alunni», si schermisce. E sono stati sempre i bambini a chiedere di imparare il codice Braille, il linguaggio usato da Denis: una sfida da cui è nato il libricino dedicato a drago alfabeto, il mostro buono che, con le fiamme, riesce a far esplodere le lettere dell’alfabeto e farle diventare puntini, ovvero lettere in braille. «Per i bambini non ci sono ostacoli o barriere che non si possono superare na solo opportunità da scoprire, imparare, miracoli da compiere», scrive Francesca.  Continua a leggere