Vecchie & nuove leggi. Aborto, gli Stati Uniti cambiano idea?

Aborto, gli Stati Uniti cambiano idea?

Come ogni anno, il 18 gennaio Washington è teatro della Marcia per la Vita, la più imponente del mondo, per ricordare la sentenza della Corte suprema del 1973. Ma molte leggi locali stanno cambiando.

di Elena Molinari

(Avvenire, 17.01.19)
 
Il 2019 si è aperto all’insegna della speranza per il movimento per la vita americano, che dimostrerà in forze tutta la sua motivazione venerdì 18 gennaio per le strade di Washington nel corso della Marcia per la vita, la più grande manifestazione pro life dell’anno negli Usa (e nel mondo), che si ripete a ogni anniversario della sentenza del 1973 Roe vs Wade con la quale la Corte suprema legalizzò l’interruzione di gravidanza.
Nonostante la Camera dei deputati americana a maggioranza democratica difficilmente possa approvare limitazioni all’aborto a livello federale nel corso del suo mandato, e malgrado sia quindi improbabile che il Congresso modifichi la legislazione nazionale in materia nei prossimi due anni, l’Amministrazione Trump continua a compiere passi in direzione anti-aborto facendo ricorso al suo potere di regolamentazione. È prevista a breve, ad esempio, una misura che taglierebbe una parte significativa dei finanziamenti federali a Planned Parenthood, la rete che gestisce la principale catena di consultori e di cliniche abortiste nel Paese.

Ma le speranze degli attivisti per la vita e degli americani che li sostengono sono concentrate soprattutto sui tribunali, in particolare la Corte suprema. Dopo la conferma del giudice Brett Kavanaugh in ottobre, la maggioranza del massimo tribunale costituzionale Usa è composta da magistrati non del tutto contrari a rovesciare Roe vs Wade, o perlomeno a imporre maggiori restrizioni sull’aborto. Kavanaugh nel 2017 come giudice di Corte d’appello federale ha votato a favore del rinvio dell’aborto per un’adolescente incinta immigrata che si trovava sotto custodia federale. Per questo i gruppi anti-aborto sono ansiosi di sottoporre casi-test alla Corte e di mettere alla prova il suo nuovo orientamento. I casi, probabilmente, non mancheranno. La sentenza del 1973 lascia infatti agli Stati una certa discrezionalità nella sua applicazione, e la più parte, con l’avallo dei tribunali e il sostegno della maggioranza degli americani, impone varie restrizioni alla procedura. Continua a leggere

La dipendenza digitale è un problema serio

Daniela Lucangeli non ha dubbi e nell’articolo a sua firma pubblicato su “Agenda Digitale” mette in guardia dalla dipendenza digitale sempre più diffusa (e sempre più dannosa): “alla luce degli effetti positivi e negativi dei device digitali c’è da considerare che in Italia il 71% dei bambini preferisce trascorrere il proprio tempo libero utilizzando uno strumento digitale. Questo rappresenta un enorme campanello d’allarme non solo per i fattori di rischio sopraelencati, ma anche perché ci mostra che i bambini preferiscono uno strumento digitale, piuttosto che giocare all’aria aperta, incontrare amici e stare con le figure significative“.

La docente e studiosa ritiene che in questo quadro allarmante, caratterizzato soprattutto dall’assenza – colpevole o incolpevole – dei genitori, tocchi alla scuola cercare un rimedio: “da qui emerge il ruolo decisivo della Scuola. La dipendenza dal sistema digitale nasce quando il processo non è sufficientemente guidato e supportato. C’è una situazione di rischio e di pericolo e bisogna combatterlo e prevenirlo con la piena consapevolezza. In questo la scuola ha una potenzialità immensa“.

La verità è che c’è digitale e digitale: da un lato, un universo costellato di opportunità di lavoro e di innovazione; dall’altro, il mondo oscuro della dipendenza, dei social network utilizzati al peggio (social network che, riporta la Royal Society for Public Health britannica, rischiano di indurre ansia, depressione e di rovinare il sonno) e della ludopatia. Purtroppo, cadiamo spesso nel lato oscuro del digitale. Continua a leggere

Dalla marijuana all’eroina, se ne parla a Milano al Teatro Parenti

Chi si fa le canne ha il triplo di probabilità di consumare le droghe pesanti: non si tratta di un semplice punto di vista ma di quanto scrive il Cdc (Center for Disease Control) del governo degli Stati Uniti, equivalente al nostro Istituto Superiore di Sanità, secondo cui chi è dipendente dalla marjiuana ha una probabilità 3 volte superiore di diventare dipendente da eroina rispetto a chi non ha mai provato le droghe “leggere”. Un dato che conferma l’allarme di chi non riesce proprio ad accettare la distinzione tra “droghe pesanti” e “droghe leggere” considerando le seconde pericolose almeno quanto le prime.

Lo stesso messaggio è stato lanciato con forza il 4 dicembre scorso, a Milano, al Teatro Franco Parenti, nello spettacolo organizzato da Ragazzi Permale. Un nome singolare che, come si legge sul loro sito, fa riferimento ad «un network di moltissime associazioni provenienti da ogni angolo del pianeta e attive in ambito sociale. Usano l’arte, breakdance, graffiti e hip-hop come strumento di recupero e integrazione sociale»tra loro giovani tra i 18 e i 25 anni, provenienti dalla comunità di San Patrignano, che hanno vissuto e superato il problema della tossicodipendenza, non semplici “maestri di vita” ma testimoni degli effetti devastanti che le droghe possono avere sulla psiche, il corpo e le relazioni interpersonali.

È quanto ha affermato Silvia, durante lo spettacolo, raccontando di  aver cominciato a drogarsi quando aveva appena dodici anni, prima con le canne, poi con la cocaina e a 17 anni con l’eroina. Ora è alla fine del suo percorso di recupero nella comunità terapeutica che la ospita. Se  diamo un’occhiata ai dati allarmanti della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia del 2018, scopriamo che  il 34 % dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni (circa 880.000) ha provato almeno una sostanza stupefacente nella vita, ma negli ultimi anni il consumo di droghe tra i giovanissimi sta tendendo ad aumentare, per la falsa credenza, diffusa addirittura tra il 55,6% dei ragazzi, che sia pericoloso solo il loro uso costante. Continua a leggere

Corte Suprema Alabama: «la legge pro aborto è anomala e illogica, i non nati sono persone»

Aborto illegale. Lo hanno chiesto in una storica sentenza i giudici dell’Alabama chiedendo ai colleghi della Corte Suprema degli Stati Uniti di intervenire a livello nazionale per mettere fine ad una legge “anomala e logicamente errata”.
 
(UCCR, 6.11.18)
 
Una storica sentenza non ha stranamente avuto l’adeguata risonanza mediatica, ma non c’è da stupirsi. La Corte Suprema dell’Alabama, il più importante tribunale del popolato stato americano, ha infatti riconosciuto la personalità dei bambini non ancora nati e ha simultaneamente e coerentemente chiesto il rovesciamento di Roe v. Wade, ovvero la legge che dal 1973 legalizza l’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti.

Nel caso Jessie Livell Phillips v. State of Alabama è stata infatti confermata la condanna per omicidio per un uomo che nel 2009 uccise la moglie incinta e il loro bambino non ancora nato. I giudici hanno quindi riconosciuto due vittime e coerentemente hanno sentito l’obbligo di spiegare:

«Secondo le leggi penali dello stato dell’Alabama, il valore della vita di un bambino non ancora nato è nientemeno che il valore della vita di tutte le altre persone. Il commento aggiuntivo del tribunale di prima istanza è che questo paese è fondato sull’identica protezione ed il giusto processo per tutte le sue persone, basandosi sulla legge costituzionale. Così, questa Corte conclude che non è errata la negazione dell’attenuante rispetto all’aggravante dovuta dal fatto che Baby Doe era una persona non nata al momento dell’omicidio».

Detto in altri termini: l’accusa di duplice omicidio è fondata e non necessita di attenuanti soltanto perché la madre, vittima dell’omicidio, portava nel grembo un bambino non nato. I giudici hanno anche aggiunto che la legge che regolamenta l’aborto negli USA è un’«anomalia legale e un errore logico», invitando quindi i colleghi della Corte Suprema degli Stati Uniti ad «annullare questa eccezione, sempre più isolata, ai diritti dei bambini non nati». Continua a leggere

Droghe. Cannabis, quella light non esiste

Cannabis, quella light non esiste

(Avvenire,  11.10.18)
 
Bastano 20 grammi di sostanza in libera vendita e gas da accendini per ricavare il prodotto stupefacente. La denuncia di San Patrignano: così si abbassa la percezione del rischio

Quindici minuti. Tanti ne bastano per ottenere, comodamente in casa, un quantitativo pari a una ‘canna’, con appena 20/30 grammi di prodotto grezzo acquistato negli shop appositi o in negozi di alimentazione naturale. È sufficiente poi un estrattore – acquistabile a pochi euro su internet – a gas butano (quello utilizzato per gli accendini e i fornelletti da campo) e seguire le istruzioni rintracciabili sul Web.

Altro che cannabis light: è davvero facile estrarre e concentrare il Thc (ovvero il più importante principio attivo contenuto nella canapa), ottenendo una sostanza alterante dannosa per la salute in quantitativo sufficiente per una “canna” e acquistando prodotti attualmente in vendita in maniera legale. Ma, a dimostrare che la cannabis lightcosì “leggera” non è, ci ha pensato uno studio condotto da Giovanni Serpelloni, già capo Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, attualmente direttore dell’Uoc Dipendenze di Verona e collaboratore del Dp Institute dell’Università della Florida, che ha coordinato la sperimentazione effettuata negli istituti di Medicina legale delle Università di Ferrara, Parma e Verona.

Già nell’aprile scorso il Consiglio Superiore della Sanità si era espresso in merito alla pericolosità di queste sostanze: un “avvertimento” rimasto inascoltato. In Italia si calcola siano già circa 800 i negozi che legalmente vendono cannabis light. Ora la ricerca “Cannabis light extraction”, presentata a San Patrignano in occasione dei WeFree days dedicati alla prevenzione, mirava a scoprire se anche utilizzando la cannabis light fosse possibile estrarre e concentrare il principio attivo in dosi sufficienti per ottenere l’effetto stupefacente. I ricercatori hanno acquistato i prodotti negli store e con l’ausilio di un estrattore domestico con gas butano sono passati alla sperimentazione. Risultato: «Partendo da dosi di materiale grezzo che oscillavano dagli 8 ai 15 grammi, siamo giunti ad estrarre un prodotto con concentrazioni superiori allo 0,6%, limite della legalità – spiega il dottor Serpelloni –. Da calcoli successivi siamo arrivati alla conclusione che con 20-30 grammi di prodotto grezzo si può arrivare ad estrarre un concentrato resinoso di circa 25 milligrammi di principio attivo». Continua a leggere

Nobel per la pace al ginecologo congolese Denis Mukwege e all’attivista yazida Nadia Murad

Sono stati scelti, tra i 331 candidati “per i loro sforzi per mettere fino all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”
 
(rainews.it, 5.10.18)
 
Il premio Nobel per la pace è stato assegnato al medico congolese Denis Mukwege e alla yazida Nadia Murad. Sono stati scelti, tra i 331 candidati “per i loro sforzi per mettere fino all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”. “Entrambi i vincitori hanno dato un contributo cruciale a focalizzare l’attenzione e a combattere tali crimini di guerra”, si legge nella motivazione del comitato norvegese.
Il medico ginecologo congolese Denis Mukwege cura le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo, mentre Murad è una donna yazida irachena, attivista per i diritti umani, ex schiava sessuale dell’Isis, che nel suo villaggio ha ucciso migliaia di persone. “Denis Mukwege è l’assistente che ha ha dedicato la sua vita a difendere queste vittime. Nadia Murad è la testimone che racconta degli abusi perpetrati contro di lei e contro gli altri. Ognuno di loro a modo suo ha contribuito a dare maggiore visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra, in modo che gli autori possano essere ritenuti responsabili per le loro azioni”, si legge ancora nell’annuncio. “Il medico Denis Mukwege ha trascorso gran parte della sua vita aiutando le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo. All’ospedale Panzi, fondato a Bukavu nel 2008, il Dr. Mukwege e il suo staff hanno curato migliaia di pazienti che sono caduti vittima degli assalti. La maggior parte degli abusi è stata commessa nel contesto di una lunga guerra civile che è costata la vita a più di sei milioni di congolesi. Denis Mukwege è il simbolo più importante e unificante, sia a livello nazionale che internazionale la lotta per porre fine alla violenza sessuale in guerra e nei conflitti armati. Il suo principio di base è “la giustizia è affare di tutti”. Mukwege: “Dedico il premio alle donne vittime di violenza” Denis Mukwege ha dedicato il premio Nobel per la pace alle donne “uccise nei conflitti e colpite da violenza ogni giorno”. Lo ha affermato lui stesso in una breve dichiarazione alla stampa. Continua a leggere

Vittoria della vita nelle isole Hawaii

La vita nascente vale più del presunto diritto all’aborto. Così è stato deciso nelle isole Hawaii, dove qualche giorno fa è stata cancellata una legge che obbligava i medici pro-vita e i centri di gravidanza, anche se legati alla Chiesa, di – scrive la CNA – «informare i clienti sui programmi statali che offrivano gratuitamente o a basso costo “servizi di pianificazione familiare completi”, incluso l’aborto».

Questo importante cambiamento è stato naturalmente accolto con favore dal fronte pro-vita.

Derald Skinner, pastore di Calvary Chapel Pearl Harbor e presidente di “A Place for Women in Waipio”, ha dichiarato in un comunicato stampa: «Siamo grati che lo Stato abbia tirato indietro il suo attacco incostituzionale al nostro ministero [per la vita, ndR]. Le nostre porte rimangono aperte e continuiamo a offrire amore, cura e compassione per tutte le donne e i loro piccoli bambini, preziosi per la nostra comunità».

Infatti, dietro tutto questo c’è un equivoco di fondo tanto grossolano, quanto diffuso: l’idea che aiutare le donne ad abortire sia un atto di carità, un segno del progresso, nel nome del “diritto”. Invece è vero piuttosto il contrario: il primo diritto fondamentale, da tutelarsi sia per la madre sia per il nascituro, è il quello alla vita. Continua a leggere