“Mettersi in gioco”, i pensieri di Francesco sullo sport

Un incontro "storico" in Vaticano fra papa Francesco e l'ex capitano della Roma e campione del mondo nel 2006 Francesco Totti

Lo sport come palestra di vita e come canale speciale per promuovere la pace e l’unità. Questo il senso e il valore del nuovo volume “Mettersi in gioco. Pensieri sullo sport” (edito dalla Libreria Editrice Vaticana), che raccoglie, con uno stile semplice e concreto tipico del magistero di Papa Francesco, i pensieri del Pontefice tratti dai suoi discorsi più significativi rivolti agli atleti.

Di seguito la prefazione al volume, curata da Lucio Coco (da Avvenire.it):
 

Lo sport è un canale davvero speciale per promuovere la pace e l’unità. In diversi modi papa Francesco tratta lo sport. In primo luogo come palestra di vita, perché per raggiungere i risultati è richiesta una lunga preparazione, bisogna perseverare nell’impegno e nella disciplina. In questo senso l’attività sportiva “allena” le persone e soprattutto i giovani a dei valori che non sono così facili da perseguire quando si tratta di impegnarsi in 22 altri campi come per esempio lo studio o il lavoro. Oltre ai risultati tecnici gli atleti offrono infatti «una testimonianza di disciplina, di sano agonismo e di gioco di squadra», mostrando «a quali mete si può arrivare attraverso la fatica dell’allenamento, che comporta un grande impegno e anche delle rinunce». Tutto questo costituisce «una lezione di vita» che si estende e coinvolge anche altre qualità morali. La pratica sportiva educa infatti ad essere leali, onesti, a coltivare la semplicità, il senso di giustizia, l’autocontrollo, tutte virtù non solo di chi fa sport ma più propriamente dell’uomo. In tal modo viene reso un importante servizio all’umanità e «i valori di rispetto, coraggio, altruismo, equilibrio e dominio di sé, appresi nello sport, sono una preziosa preparazione per una buona riuscita nella corsa della vita». Continua a leggere

Imparare la filosofia dalla corsa

Sport, partecipazione politica, giovani: il filosofo Luca Grion lancia a In Terris un nuovo “umanesimo”
 
“La fatica non è mai sprecata” soleva ripetere Pietro Mennea. E così accade che lo sport, più di altre attività umane, possa indurci a riflettere sulle caratteristiche dell’esistenza. Ne è convinto Luca Grion, Professore associato di Filosofia Morale presso l’Università degli studi di Udine, presidente dell’Istituto Jacques Maritain e direttore della rivista di filosofia Anthropologica. Podista amatore, per Grion la corsa è l’occasione per soffermarsi a pensare a se stessi, ai limiti certo, ma anche ai traguardi che si ottengono puntando a quello che lui stesso chiama “bene arduo”. In un mondo sempre più dominato da una visione economico-commerciale dello sport, egli ne sonda il potenziale umano, che può insegnare ai bambini tanto quanto agli adulti. Grion ha deciso di mettere nero su bianco le sue riflessioni da filosofo-podista nel libro “La filosofia del running spiegata a passo di corsa” edito da Mimesis Edizioni: Perché correre? Cosa possiamo imparare dai chilometri che ogni giorno percorriamo sotto la pioggia o alle prime luci del mattino? A In Terris Luca Grion ha provato a dare una risposta a questi e altri interrogrativi, per una riflessione che riguarda il nostro stare al mondo.

Luca, come sei arrivato a studiare filosofia morale?
“Fin da adolescente, ero sempre molto curioso rispetto alla domanda di senso Perché vivere? Che senso ha la vita? e nella filosofia cercavo queste risposte. Inizialmente, queste domande sono state deluse – c’è stato un momento, nei primi anni dei miei studi, in cui pensavo che avrei fatto altro – perché ho incontrato erudizione e scetticismo davanti a queste domande che mi stavano a cuore. Ma poi, come spesso capita nella vita, ho trovato un insegnante speciale che è stato un po’ il mio maestro: il compianto Prof. Paolo Gregoretti mi ha mostrato che si poteva stare in università in un modo diverso, serbando attenzione verso gli studenti, capace di assecondare le loro domande, e questo mi ha fatto crescere la voglia di essere un po’ come lui. Per me lui è stato l’esempio concreto di come l’università possa essere luogo di incontro e di crescita e non solo rifugio per ego ipertrofici e teatro di sterili rivalità. Questo ha, senz’altro, fatto emergere in me la vocazione di fare ricerca in un certo modo”. Continua a leggere

Il grande cuore di Re Roger

Roger Federer è riconosciuto come il più grande tennista di tutti i tempi. Il campione ha dimostrato di essere anche un grande uomo, avviando un progetto d’istruzione per i bambini africani. Il campione di tennis svizzero ha investito ben 12 milioni di euro in un progetto che consiste nella costruzione e nella manutenzione delle scuole in alcuni Paesi africani.
 
Roger Federer, il campione e l’uomo

C’è qualcosa di speciale nel vedere giocare Roger Federer, come se nel suo tennis ci fosse una scintilla di divino. Il campione svizzero è riuscito ad emozionare il pubblico di Wimbledon anche quest’anno, regalando loro la finale più bella di tutti i tempi contro Novak Djokovic. Una prova di classe e resistenza che non gli ha consegnato il nono trofeo britannico, ma che ha confermato a tutti che lui è il più grande di tutti i tempi.

Fuori dal campo da tennis, Roger è un uomo alla mano, capace di autoironia e disponibile con tutti – splendida la risposta al bimbo che gli ha chiesto di rimanere in attività finché non diventerà professionista – come se le pressioni a cui è sottoposto da oltre un ventennio non scalfissero minimamente il suo animo. La percezione, nel sentirlo parlare, è che ci trovi dinnanzi ad un uomo dalle grandi qualità umane. Tale sentimento è confermato in parte da quanto ha fatto in questi anni Federer per i bambini in Africa.
 
Il regalo di Re Roger ai bambini africani

Non tutti sanno che nel 2011 Roger Federer ha avviato un progetto umanitario attraverso la sua Foundation. Si tratta di un piano quindicennale che si concluderà nel 2026 che consiste nel donare ai bambini africani gli strumenti per studiare e provare a migliorare le loro condizioni di vita società. Solamente dal 2011 al 2015 il campione svizzero ha speso 12 milioni di euro per la costruzione di 81 scuole e la ristrutturazione ed il mantenimento di alte 400. Continua a leggere

Ghedina: “Promuovo lo sport per disabili ma in realtà sono io che imparo da loro”

Ghedina: "Promuovo lo sport per disabili ma in realtà sono io che imparo da loro"

Il più grande velocista dello sci italiano parla del suo impegno per promuovere lo sport tra persone diversamente abili, dall’incontro con Zanardi alla collaborazione con la onlus SciAbile
 
di ALESSANDRA RETICO
 
E’ stato il più grande velocista dello sci italiano, Kristian Ghedina: 13 successi in Coppa del mondo, di cui 12 in discesa. “Un record, che però presto verrà infranto dal campione azzurro Dominik Paris cui manca un solo centro per raggiungermi”. Però molte qualità di Ghedo, com’è chiamato da tutti, quelle sono inimitabili. La celebre spaccata poco prima dell’arrivo nella libera più famosa e temuta del circuito, la Streif di Kitzb?hel: nei locali austriaci la foto dell’impresa del cortinese nel 2004 viene esposta nelle vetrine come biglietto da visita. “Vengo ricordato più per quella pazzia, che feci dopo una scommessa con un amico, che per la vittoria nel ’98 sul tracciato sacro di Kitz”. Dopo il ritiro dalle nevi nel 2006, Ghedina, 49 anni, si è dedicato all’automobilismo, ha fatto da “cavia” per lo sviluppo di nuove tecnologie come l’air bag, ha partecipato a corsi e campagne per promuovere lo sport tra le persone diversamente abili.

Ci racconta le sue esperienze con la disabilità? 
“La prima: Alex Zanardi. A lui devo moltissimo. Mi ha fatto crescere e mi ha coinvolto in un mondo incredibile, che prima conoscevo poco. Mi ha insegnato che ognuno di noi ha dentro risorse che nemmeno conosce e che, scioccamente, non sfrutta. Che il mondo paralimpico non vuole essere commiserato, ma guardato e rispettato per le qualità che mostra e porta in campo. Avete presente la sua foto sulla pista a Londra 2012, dove ha vinto due ori e un argento nell’handbike? Lui che solleva la bici in aria, con quell’espressione di fatica, felicità e orgoglio? Un’immagine che è una lezione completa non sulla disabilità, ma sullo sport e la volontà umana. Alex non si è mai fermato dopo l’incidente nel 2001 in Formula Cart: nonostante l’amputazione degli arti inferiori, ha voluto continuare a correre con tutti i mezzi, esplorando ogni limite della sua passione. Una personaggio bestiale”. Continua a leggere

Manuel Bortuzzo, inizia la nuova sfida

Manuel Bortuzzo

Il giovane nuotatore ha lasciato l’ospedale, inizia la riabilitazione in clinica con grande forza: “Grazie a voi sorrido”
 
Ha lasciato il San Camillo di Roma Manuel Bortuzzo, il 19enne ferito alcune settimane fa da un colpo di pistola all’Axa, dove stava trascorrendo la serata. Ora il giovane nuotatore, che ha riportato una grave lesione al midollo, affronterà la riabilitazione nella Clinica Santa Lucia, anch’essa nella capitale, dove ha dichiarato di non voler rimanere a lungo: “Darò tutto quello che ho per tornare il prima possibile – ha detto in un video registrato e diffuso sui social -, perché qui ci voglio rimanere poco”. Il giovane atleta è consapevole che lo aspetta un percorso difficile ma nel video mostra tutta la sua incredibile forza di volontà e voglia di vivere, infondendo lui stesso coraggio a chi gli è vicino: “Sono appena arrivato in quello che sarà il mio nuovo campo di combattimento, il Santa Lucia di Roma, un centro di riabilitazione dove rimarrò per un bel po’. Volevo ringraziare le persone fantastiche che lavorano al San Camillo, la squadra e la federazione. Adesso sono qua e non vedo l’ora di dare tutto quello che ho per tornare tra di voi il prima possibile. Grazie di tutto l’affetto, mi fate sorridere”.
 
Grande forza
Manuel ha mostrato gratitudine non solo nei confronti della sua famiglia e di chi lo ha aiutato nella prima difficile parte del suo percorso, ma anche tutti coloro che sui social hanno mostrato vicinanza e affetto. Anche la Federazione italiana nuoto ha fatto molto per il suo atleta, arrivato a Roma dopo il tesseramento con l’Aurelia nuoto, assistendolo fin dai primissimi giorni dopo il suo ferimento. Ora inizia la seconda parte della sfida per il giovanissimo trevigiano: “Anche se non riesco a rispondere a tutti quanti, giuro che leggo tutto tutto tutto e ogni giorno sono col sorriso stampato in faccia per il supporto che mi date”.

 
(fonte: In terris, 18.02.19)

 

Ravenna, bimbi con la sindrome di Down in acqua: “Quanti muri si abbattono”

Due di sette anni, uno di quattro, una di nove. Presto, si aggiungerà al gruppo un bimbo di appena due. Sono i partecipanti al progetto “Interacquiamo” che un gruppo di istruttori della piscina comunale di Ravenna, dopo aver seguito un corso di operatore sportivo per la disabilità, hanno proposto alla società SwimFit e poi lanciato alle famiglie.Grazie a una collaborazione con la sezione ravennate dell’Associazione Italiana Persone Down, in ottobre il corso che si tiene tutte le domeniche mattine è iniziato proprio con i bambini con la trisomia 21, anche se rimane aperto ad altri tipi di disabilità.

“Intendiamo questo progetto – spiega Marcella Masetti, anima del corso insieme a Fernando Testi, Susy Atangana, Mara Ranieri, Silvia Pagliai e Elena Zaccardo – come una fase preparatoria per poi integrare i nostri bambini con i cosiddetti normodotati nei corsi di nuoto classici. Ci siamo infatti resi conto, anche facendo formazione, che il più delle volte le società sportive di nuoto, per mancanza di risorse o disponibilità, non sono in grado di accogliere anche i bambini con disabilità. Che invece, come ci stiamo rendendo conto in questi mesi, in acqua migliorano da molti punti di vista”.

I giovamenti non sono solo sugli aspetti tecnici, dove comunque si stanno registrando risultati imprevisti, ma soprattutto su quelli relazionali: “Ci sorprende ogni volta notare come i bambini, passo dopo passo, prendano fiducia in noi istruttori: quando liberano muri e resistenze, è il momento in cui riescono a imparare di più. Per noi è un’emozione vedere che si affidano”. Continua a leggere

Cristian, baby calciatore eroe: a 12 anni salva la vita ad un avversario in campo

Cristian, baby calciatore eroe: a 12 anni salva la vita ad un avversario in campo

Poteva essere una vera e propria tragedia, durante una partita di calcio giovanile, ma la situazione è stata brillantemente risolta dal sangue freddo e dall’altruismo di un giovanissimo calciatore, appena dodicenne, che negli istanti più tragici ha saputo mantenere la calma, salvando la vita ad un avversario che aveva appena perso i sensi ed era crollato a terra.

Un vero e proprio miracolo, secondo tanti spettatori del match, quello avvenuto in Spagna, durante la sfida della categoria Tercera Andaluza Infantil tra San Fernando CD e Medina Balompié. Cristian Fernandez, 12 anni, militante nel San Fernando, si è reso eroico protagonista dei primi soccorsi ad un avversario, Daniel Delgado, che dopo uno scontro di gioco aveva perso i sensi, cadendo e rimanendo immobile a terra.

Molti baby calciatori, sconvolti da quanto stava accadendo, si sono allontanati terrorizzati, ma Cristian, senza pensarci due volte, si è avvicinato all’avversario, girandolo sul fianco e aprendogli la bocca per tirargli la lingua, in modo da evitare il soffocamento, fino all’intervento dei medici, che ha permesso a Daniel di riprendersi. Nel momento in cui sono arrivati i soccorsi, Cristian si è allontanato e, anche per effetto della forte tensione, è esploso in un pianto disperato e liberatorio al tempo stesso. Una reazione assolutamente comprensibile per un ragazzino così giovane, che oltretutto per la bassa statura sembra anche più piccolo dei suoi coetanei. Continua a leggere

Sara Vargetto 10 anni, una malattia invalidante e la vita che le scappa da tutti i pori

SARA VARGETTO

Lasciamoci travolgere dalla sua voglia di vivere ma non fermiamoci alla semplice commozione: le famiglie come quelle di Sara non vanno lasciate sole! Ci perderemmo tutti.
 
di Paola Belletti

(Aleteia, 5.11.18)
 
Run, baby run! Continua a correre Saretta, principessa nostra, perché sembra che in tanti non ne possano più fare a meno. Di vederti sorridere, di guardarti giocare a basket sulla tua fantasmagorica carrozzina, di correre vicino a te e al tuo papà Paolo che spinge con tutta la forza che ha per portarti al traguardo e lasciarti fare l’ultimo tratto, mentre lui ti scatta foto…

Lei, Sara, è una bambina di dieci anni, vive vicino Roma, a Ciampino. E’ affetta da AIG, artrite idiopatica giovanile (una malattia di cui non si conosce ancora la causa – per questo idiopatica- ma si vede la manifestazione infiammatoria che colpisce le articolazioni; giovanile perché insorge prima dei sedici anni. Concede periodi di benessere, in fase di remissione, e altri in cui si riacutizza) e con quella fa i conti senza farsi sconti da anni. Con quella è scesa in guerra e combatte a suon di palestra, nuoto, pallacanestro, terapie e soprattutto irriducibile gioia di vivere.

Presso la Fondazione Santa Lucia a Roma ha trovato cure e sport: dalla fisioterapia al sostegno psicologico, agli allenamenti con la squadra dei Giovani e Tenaci. In qualche scatto la vedrete in piedi, sì perché Sara può camminare ma non deve sforzarsi troppo né sollecitare articolazioni e muscoli come si fa in una normale attività fisica; per questo nella sua carrozzina ha trovato un’alleata di fiducia.

Dunque Sara è affetta da una malattia invalidante e sono sicurissima che preferirebbe poter correre  tutte le volte che vuole sulle sue gambette sottili fino a farle diventare piene di muscoli; e sono altrettanto certa che esploderebbe di allegria anche se fosse sana. Ma forse non in modo così limpido e definitivo? Chi lo sa; nessun dolorismo, in ogni caso, nessuna lode sperticata della malattia in sé stessa ma solo perché, accidenti a lei, a volte permette alla bellezza di farsi strada con più prepotenza.  Continua a leggere

Dalic, il Ct croato che stringe il rosario in campo

Zlatko Dalic fu ministrante nella chiesa vicino a casa quando mostrare la fede cattolica era motivo di persecuzione. Da grande fece la guerra ed è convinto che la croce vada portata «con fortezza» e che «Dio è presente quotidianamente nella mia vita». Così il Ct tiene la mano destra in tasca per stringere il rosario benedetto a Medjugorje e con la sinistra dà indicazioni ai giocatori.
 
Nella vita non sempre i mali vengono per nuocere. Per la nazionale croata di calcio, che mercoledì sera a Mosca contenderà all’Inghilterra il passaggio alla finale del Campionato del Mondo in corso in Russia, questo ”male“ si materializzava lo scorso 6 ottobre al 91° minuto della partita contro la Finlandia, penultima nella classifica del girone, quando il finlandese Soiri pareggiava il gol del vantaggio di Mandzukic. In questo modo la Croazia perdeva il primo posto del girone, quello che qualificava direttamente ai mondiali, a vantaggio dell’Islanda, e veniva raggiunta in classifica al secondo posto dall’Ucraina, con il rischio assai concreto di perdere anche il secondo posto necessario a disputare il turno di play-off che concedeva un ulteriore posto per i mondiali.

Con una squadra in evidente crisi tecnica e di gioco, scossa dalle perduranti e violentissime polemiche dello Hajduk di Spalato e della sua tifoseria contro la Federazione Calcio croata, accusata di favorire la Dinamo di Zagabria e di essere succube del padre-padrone di quest’ultima, Zdravko Mamic, al presidente della Federazione Croata di calcio, Davor Šuker, non rimaneva che il classico metodo per scuotere la squadra, vale a dire licenziare l’allenatore, Ante Čačic, e sperare che in Ucraina, di lì a tre giorni, la squadra strappasse almeno il pareggio necessario per giungere ai play-off. Continua a leggere

Gli ori azzurri e la difficile vita dei disabili

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di Massimiliano Castellani
 
Il 14 settembre 2016, d’ora in avanti, dovrebbe essere inserito nel nostro calendario come il “giorno di grazia” dello sport italiano. La beatificazione degli atleti paralimpici azzurri: quelli che hanno vinto l’oro, cinque, quelli che sono saliti sul podio, otto, ma anche di quelli che non ce l’hanno fatta e magari non ce la faranno mai, e che però restano comunque esseri speciali, di cui fidarsi ad occhi chiusi. La loro specialità non sta nella disciplina che praticano e che li ha portati fino alle Paralimpiadi di Rio.

L’essere “speciale” sta nel saper affrontare la vita con la consapevolezza che i propri limiti e le residue facoltà fisiche di cui dispone l’atleta paralimpico sono un patrimonio a disposizione della società, tutta. “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”, ha raccontato spesso Alex Zanardi dopo l’incidente che gli capitò nella sua “prima vita” di pilota. Ogni atleta è passato per un tragico campo minato in cui ciò che non l’ha ucciso l’ha reso più forte. Per ognuno di loro c’è stato “un primo e un secondo tempo”, così come Bebe Vio vede la sua esistenza “prima e dopo la meningite”. Continua a leggere

Solo Dio ha saputo far risplendere l’Oro nella vita di Michael Phelps

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Le medaglie e i riconoscimenti dei media si sono rivelati vacui, non riuscendo a colmare un vuoto interiore che stava conducendo il nuotatore verso il suicidio
 
Il celebre nuotatore Michael Phelps, l’atleta più decorato di sempre nelle Olimpiadi, era sull’orlo di commettere suicidio, due anni fa. La sua prestanza atletica e il successo raggiunto gli hanno dato molta attenzione mediatica negli ultimi dieci anni, al punto da essere venerato quasi come un dio dalle riviste sportive; ma Phelps stava in realtà lottando per trovare pace nel suo cuore.

Aveva un vuoto dentro, e provò a placare il suo dolore con le droghe e con l’alcol, entrando in una spirale di depressione. Nel 2009 diventò virale una fotografia che lo ritraeva mentre fumava un bong, costandogli la sospensione dalle piscine per tre mesi. Ma questo non gli ha impedito di andare alle feste e vivere sul filo del rasoio. Anzi, le cose sono peggiorate, culminando nel secondo arresto per guida sotto effetto di stupefacenti in 10 anni. Continua a leggere

Il gioco e Dio. Una breve teologia dello sport

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(dal blog theologhia.com)
 
Se guardiamo gli scritti di alcuni antichi scrittori ecclesiastici, ma anche di qualcuno fra i Padri della Chiesa che ha affrontato il tema gioco-fede, ci troviamo davanti ad affermazioni adamantine di rifiuto. Per cui – specie per chi ama lo sport – siamo tristemente invitati, con la coda tra le gambe, di allontanarci dalla passione per lo sport e dalla prassi sportiva. Nondimeno, fare così sarebbe un grande errore ermeneutico.

Prima di cercare la corretta ermeneutica, è bene guardare qualche affermazione esemplificativa. Tertulliano affermava che chi avesse promesso alla fonte battesimale di rifiutare le opere del diavolo e dei suoi angeli non poteva partecipare alle manifestazioni di natura diabolica. Lo sport, secondo lo scrittore nord-africano, rende furiosi, collerici e litigiosi. Gli schiamazzi e gli scherni ingiuriosi non si conciliano con la mitezza cristiana. Dal canto suo, Clemente Alessandrino considerava l’ippodromo come «sede di disordine e iniquità». Forse nella stessa linea George Orwell considerava lo sport moderno come «una guerra senza fucili» o come «una religione senza i sacrifici»? Continua a leggere

Antonio Conte: «prego la Vergine ogni sera, e i santi. Mi guida la fede»

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In attesa di Italia-Germania (Euro 2016‬) di sabato… 
 
Da giovane faceva il chierichetto, serviva la Messa e seguiva attentamente quel che gli diceva il suo parroco. Dei sacerdoti apprezza soprattutto la capacità di saper rendere concreto il Vangelo, calandolo nella vita quotidiana senza per questo dover trasformare la fede in un servizio saociale.

L’episodio del Vangelo che preferisce è la parabola del figliol prodigo, chissà se è perché un po’ ci si riconosce… Un cardinale, un vescovo, un monaco, un teologo? No, è l’allenatore della nazionale di calcio italiana, Antonio Conte, l’uomo che con la Juventus ha vinto tutto e che adesso si propone di fare entrare gli Azzurri nel novero deirecordpartendo dal presupposto (lo ha detto appena nominato) che per giocare a calcio serve anzitutto e soprattutto essere uomini. Continua a leggere

E Dio creò il calcio

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(un sogno di don Bosco assolutamente inedito)
 
L’angelo era titubante, tossicchiò con discrezione per avvertire il Principale della sua presenza. Dio naturalmente stava creando.

“C’è qui don Bosco che vorrebbe avere un colloquio”
“Uh, il caro Giovanni, fallo entrare, fallo entrare” disse il Signore.
Don Bosco entrò con la berretta in mano.
“Buongiorno, Signore”
“Vieni, Giovanni, vedo che non hai cambiatola veste talare e che hai un bello strappo lì al fondo”.
“Giocando a Barra Rotta, una ragazzino mi ha pestato la veste, proprio mentre stavo correndo all’inseguimento di un’altro, che era velocissimo. Ma l’avrei preso, eh!”
“Non ne dubito, Giovanni. Ti ho fatto piuttosto in gamba… Sono contento di vedere che ti piaccia ancora giocare”.
“Proprio per questo sono qui, Signore. Tu sai quanto sia importante per me che i ragazzi abbiano lo spazio per scatenarsi nel gioco e nell’allegria.” Continua a leggere

Eroe del Super Bowl, oggi malato di Sla: «No al suicidio assistito. Questa vita è degna»

O.J. Brigance

O. J. Brigance ha parlato davanti al Senato del Maryland: «Da quando ho la Sla, ho fatto più bene di quanto non avessi fatto nei precedenti 37 anni»
 
«Il pensiero che una persona potrebbe avere un modo legale di togliersi la vita mi rattrista profondamente. È una tragedia». Non volava una mosca martedì nell’aula del Senato del Maryland, mentre Orenthial James Brigance con la sua voce metallica rendeva una testimonianza «in opposizione alla legge 676 sul suicidio assistito».

«EROE» DEL SUPER BOWL. O. J. Brigance non è una persona qualunque. Stella ed «eroe» degli Stallions e dei Baltimore Ravens, è uno dei sette giocatori nella storia del football americano ad aver vinto sia il campionato della lega canadese che il Super Bowl nel campionato nazionale. Ma è l’unico nella storia ad averlo fatto per la stessa città: Baltimore. Continua a leggere

“Gesù ha preso posto nella mia anima come il pezzo mancante di un puzzle”

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La campionessa di salto in alto croata Blanka Vlasic racconta la storia della sua conversione

Roma, 28 Ottobre 2014 (Zenit.org)

In un’intervista a ZENIT, la superstar olimpionica croata Blanka Vlašić ha condiviso il suo ispirato viaggio di fede, raccontando come, all’improvviso, Gesù abbia preso posto nella sua anima, quasi come il “pezzo mancante di un puzzle”.

Primogenita di una famiglia dove lo sport era molto praticato, la Vlašić è una delle più titolate campionesse di salto in alto nella storia dell’atletica.

Nata nel 1983, ricevette un nome ispirato alla città marocchina di Casablanca, dove, lo stesso anno, suo padre Josko aveva vinto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo e dove aveva stabilito il record croato nel decathlon. Il talento sportivo di Blanka era emerso sin dalla più tenera età e la bambina aveva iniziato ad allenarsi assieme al padre a soli sette anni. Continua a leggere

Baronchelli: «La vittoria più bella è la conversione»

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di Riccardo Cascioli 
 
«La vittoria più bella per me è stata la conversione». Se a dirlo è un ex campione di ciclismo che di vittorie se ne intende perché nella sua carriera da professionista ha colto ben novanta successi, allora gli si deve credere. Gianbattista Baronchelli, «Tista» per gli amici, Gibì per i tifosi, classe 1953, uno dei corridori italiani che ha dominato gli anni ’70 e ’80, oggi vive ad Arzago d’Adda, un paesino della provincia di Bergamo al confine con quelle di Cremona e Milano, dove gestisce un piccolo negozio di biciclette insieme al suo inseparabile fratello Gaetano. È qui che si è ritirato alla fine della carriera di professionista ed è qui che lo incontro, il sapore del vecchio negozio di bici dove trovi il “maestro” di ciclismo più che il venditore.

Sulla bici ha percorso centinaia di migliaia di chilometri, ha percorso strade di tutto il mondo, ma solo da pochi anni ha trovato la strada giusta: «E quando si trova la strada giusta bisogna non perderla più, si riesce a vedere tutto nella giusta dimensione, non si dà più importanza a cose che in realtà sono secondarie». Anche il successo nello sport, che pure ha indirizzato la sua vita. Continua a leggere

Il capitano degli Usa Dempsey: «Sono cattolico, voglio vivere piacendo a Dio»

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Il gol segnato nella partita tra Usa e Ghana da Clint Dempsey dopo soli 28 secondi è stato il più rapido di questa edizione dei Mondiali, il quinto di sempre. Con il Portogallo il centravanti e capitano della formazione a stelle e strisce (31 anni) è stato uno dei migliori.

Un leader in campo, Dempsey. Un uomo schietto fuori, che non ha remore nel parlare della propria fede.
Così ha detto in un’intervista rilasciata poco prima di partire per il Brasile:

«Sono cresciuto in una famiglia cattolica (a Nacogdoches,in Texas ndr) e andavo a Messa con mia nonna ogni domenica. Grazie a lei ho imparato che la fede era importante… Continua a leggere

Il gioco di Dio, il calcio secondo Papa Ratzinger

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di Antonio Socci

(da Libero, 15.06.14)

La febbre planetaria dei Mondiali di calcio è un fenomeno che nessuno sa spiegare.
Il banale conformista celebrerà l’evento come la solita festa della fraternità, con la retorica dell’agonismo leale, del dialogo fra i popoli, contro il razzismo e la guerra (tutti gli slogan grigi del politically correct). Il moralista col birignao – che è l’altra faccia del banale conformista e a volte pure la stessa persona – lamenterà la superficialità di un mondo che – con tutti i problemi che ha – impazzisce per il calcio, poi dirà che il calcio è l’oppio dei popoli e s’indignerà per tutti i miliardi spesi mentre la gente (pure in Brasile) muore di fame.

Tutto vero, ma anche tutto ovvio, noioso e superficiale.

Però, grazie al Cielo, nel mondo accade a volte il miracolo, accade che ci sia qualche vero poeta o perfino un profeta, un genio di quelli che vedono la profondità delle cose e colgono l’oceano nella goccia d’acqua e l’eterno nell’istante. Continua a leggere

68 maratone spingendo una carrozzina. Perché l’amore di un padre per un figlio muove le montagne

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Rick Hoyt nasce nel 1962 da Dick e Judy Hoyt. Mentre sta venendo al mondo il cordone ombelicale gli si attorciglia intorno al collo bloccando l’afflusso di sangue al cervello e causandogli una paralisi cerebrale associata a quadriplegia spastica. I medici consigliano i genitori di metterlo in un istituto, perché avrebbe avuto bisogno di assistenza 24 ore su 24. Ma loro rifiutano.
La passione di Rick diventa lo sport, a partire dall’Hockey e dalla sua squadra del cuore, i Bruins di Boston. Un giorno chiede a suo padre: “Partecipi alla maratona con me?”. La mitica maratona di Boston. Dick dice di sì e i due gareggiano insieme: uno corre spingendo l’altro su una carrozzina “da competizione”. E’ la prima di una lunga lista imprese firmate dal “Team Hoyt”, sempre padre e figlio: numerosissime gare di resistenza, fra cui 68 maratone e tre gare di triathlon nella versione Ironman. Nelle prove di nuoto Dick nuota con Rick attaccato attaccato a una fune e seduto in un canotto. In quella ciclistiche Dick pedala e Rick davanti fa da aprista… di speranza. Continua a leggere

“Il tempo di vincere”. Una delle più belle pagine della storia del football americano. La racconta Jim Caviezel

Celebrities gear up to watch the US Open Men's Finals Match

Abbiamo parlato poco tempo fa del ruolo della Chiesa cattolica nella storia del basket americano e di quello assai minore nella storia del football. Tuttavia c’è una pagina, una delle più belle dello sport con la palla ovale versione Usa, che le va ascritta.

Gli Spartans sono la squadra di football del De La Salle High School di Concord, in California, “liceo” dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Dal 1965, anno di fondazione, per oltre dieci anni fu un team anonimo, non vinse praticamente nulla. Fino a che Bob Ladouceur, insegnante di religione al De La Salle e appassionato di football, fu coinvolto nella sua gestione e nel 1979, a 25 anni, con pochissima esperienza alle spalle, ne divenne l’allenatore. Profondamente cattolico e grande motivatore, Ladouceur nel giro di pochissimo tempo trasformò un gruppo scalcinato in una delle squadre più forti di tutto il panorama nazionale. Continua a leggere

Javier Zanetti: confessioni di un calciatore cristiano

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Il capitano dell’Inter parla della sua lunga carriera professionistica all’insegna della fede in Dio

Anche oggi, quando farà il suo ingresso sul campo dello Stadio “Ennio Tardini” di Parma, Javier Zanetti non mancherà di adempiere quel gesto che lo accompagna da lunghi anni. Non un rito scaramantico, ma l’esibizione discreta di un’appartenenza profonda. “Durante tutta la mia carriera, prima di entrare in campo faccio sempre il segno della croce, è una maniera per chiedere la protezione del Signore prima di ogni partita e per testimoniare la mia fede, per me ha molto significato”, spiega lo stesso Zanetti in un’intervista a Sky.

Lo storico capitano argentino dell’Inter, del resto, non ha mai nascosto il suo rapporto profondo con la religione, un legame snodatosi durante i vari incontri in Vaticano con i Pontefici. “Sono molto fortunato – ammette Zanetti -, perché quando arrivai in Italia nel 1995 ho avuto subito la possibilità di incontrare papa Giovanni Paolo II; siamo andati a Roma, mi ricordo che ci siamo svegliati molto presto perché ha celebrato una Messa solo per noi alle 7 del mattino, per me e per gli altri connazionali, Batistuta, Balbo, Chamot, Fonseca (che in realtà è uruguaiano, ndr)”. Continua a leggere

Carolina Kostner: “L’Ave Maria è il ringraziamento per quello che ho imparato”

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La scelta di pattinare sulle note della melodia di Schubert dedicata alla Madonna
 
Carolina Kostner confessa “L’Ave Maria per me è come una preghiera per dire grazie per tutto quello che ho fatto ed imparato nel pattinaggio”. Sono queste le dolci parole – riprese da Repubblica il 20 febbraio – che la campionessa italiana ha pronunciato nel corso della conferenza stampa tenutasi all’interno dell’Iceberg Ice Palace poco dopo la semifinale della sua specialità. Continua a leggere

Mara Santangelo: «Avevo tutto ma non ero felice»

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Campionessa del mondo di tennis nel 2006, racconta quel viaggio a Medjugorje che oggi le ha ridato la serenità.

Ha raggiunto le vette del tennis mondiale sia nel singolare che nel doppio. Nel 2006 è diventata “campione del mondo” vincendo la Fed Cup con la nazionale femminile. Sembrava che la carriera e la vita di Mara Santangelo fossero perfette. Successi sportivi, popolarità, denaro. E invece la tennista italiana non era felice. Una malformazione ai piedi che si portava dietro fin dalla nascita l’ha costretta, in dodici anni di professionismo, a convivere con dolori lancinanti. Sofferenze che lei ha sopportato per mantenere una promessa fatta, anni prima, alla persona più importante della sua vita: sua madre, scomparsa quando lei era ancora adolescente. Mara ne ha parlato nel libro “Te lo prometto” (Ed. Piemme), un racconto commovente e sferzante al tempo stesso. Da quando ha lasciato il professionismo, agli inizi del 2011, per la Santangelo è iniziata una nuova vita alla luce della fede. Siamo andati a scoprire cosa l’ha aiutata a trovare la serenità. Continua a leggere

Le confessioni di Wesley Sneijder: «dal cattolicesimo la mia forza, prego il rosario»

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Wesley Sneijder, l’ex giocatore dell’Inter, oggi in forza al Galatasaray, aveva già accennato in diverse occasioni alla sua fede cattolica, incontrata grazie alla sua attuale moglie Yolanthe e all’amicizia con Javier Zanetti. Ne ha parlato più apertamente recentemente con il quotidiano olandese De Volkskrant: «Ad Appiano Gentile c’era una cappella a un sacerdote, lì sono stato battezzato e ho ricevuto il sacramento della Cresima»; nel 2010, in partenza per i mondiali in Sudafrica, «Yolanthe mi regalò un rosario benedetto da un sacerdote di Milano e tutti i giorni lo recitavamo insieme al telefono»; «La fede e il cattolicesimo mi hanno dato forza… anche se non prego mai sul campo, lo faccio prima di ogni partita e cerco il tempo di farlo, con discrezione, in hotel o nello spogliatoio». Continua a leggere

Stella Kim: “Pattino pregando la Vergine”

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Campionessa sudcoreana, dopo la conversione al cattolicesimo è diventata ambasciatrice della fede nel suo Paese

Prima di vincere un oro olimpico, alle Olimpiadi invernali di Vancouver 2010, il primo per la sua nazione, si è fatta in silenzio il segno della croce. E da allora quel segno della croce la accompagna sempre. La pattinatrice sul ghiaccio Stella Kim Yu-na è divenuta così, senza volerlo, un simbolo della Chiesa cattolica sudcoreana.

Nata il 5 settembre del 1990, inizia a pattinare a cinque anni, quasi per scherzo. A 12 anni vince i campionati sudcoreani di pattinaggio artistico. Due anni dopo arriva il debutto sul palcoscenico internazionale: si classifica seconda in diverse competizioni di livello mondiale e i media sudcoreani cominciano a interessarsi a lei. Continua a leggere

Francesco e il calcio come metafora della vita

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Il 13 agosto il Papa ha ricevuto in udienza le squadre nazionali di calcio di Italia e Argentina, impegnate in un incontro amichevole a Roma. «Sarà un po’ difficile per me fare il tifo – ha detto sorridendo il Papa -, ma per fortuna è un’amichevole… e che sia veramente così, mi raccomando!».

L’occasione naturalmente si presta all’aneddoto e alla curiosità. Per la seconda volta da quando è Papa – la prima volta era avvenuto in un messaggio del 20 marzo al San Lorenzo de Almagro, la squadra di cui è tifoso e socio, con una quota sociale pagata regolarmente ancora qualche giorno fa, ben dopo la sua elezione a Pontefice -, Francesco ha citato «il gol di Pontoni» come il suo più bel ricordo calcistico. Quando era arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Bergoglio aveva già menzionato più volte il calciatore René Pontoni (1920-1983) e il suo famoso gol a titolo di esempio di come anche il calcio, bene inteso, possa esprimere la bellezza ed essere a suo modo una di quelle arti minori, che – come la gastronomia o le canzoni – fanno ricca la vita. Continua a leggere

Cari giornalisti, l’errore è l’Epo non il pianto

Quando uno sbaglia, cade, ammette le proprie colpe, i giornalisti danno il meglio di loro: infieriscono. È successo ieri in una scena per certi versi surreale, dettata dalla drammaturgia della cronaca.

Stiamo parlando della conferenza stampa di Alex Schwazer, ambientata in una saletta dell’Hotel Sheraton di Bolzano. Un’ora di sofferenza. Sofferenza vera di un atleta che ammetteva di non avercela fatta a reggere la pressione da risultato, di avere ingannato la mamma e la fidanzata, di aver comprato l’eritropoietina in una farmacia turca (oggi proteste della stampa turca) e di aver fatto finta si trattasse di vitamine. Continua a leggere