Dalic, il Ct croato che stringe il rosario in campo

Zlatko Dalic fu ministrante nella chiesa vicino a casa quando mostrare la fede cattolica era motivo di persecuzione. Da grande fece la guerra ed è convinto che la croce vada portata «con fortezza» e che «Dio è presente quotidianamente nella mia vita». Così il Ct tiene la mano destra in tasca per stringere il rosario benedetto a Medjugorje e con la sinistra dà indicazioni ai giocatori.
 
Nella vita non sempre i mali vengono per nuocere. Per la nazionale croata di calcio, che mercoledì sera a Mosca contenderà all’Inghilterra il passaggio alla finale del Campionato del Mondo in corso in Russia, questo ”male“ si materializzava lo scorso 6 ottobre al 91° minuto della partita contro la Finlandia, penultima nella classifica del girone, quando il finlandese Soiri pareggiava il gol del vantaggio di Mandzukic. In questo modo la Croazia perdeva il primo posto del girone, quello che qualificava direttamente ai mondiali, a vantaggio dell’Islanda, e veniva raggiunta in classifica al secondo posto dall’Ucraina, con il rischio assai concreto di perdere anche il secondo posto necessario a disputare il turno di play-off che concedeva un ulteriore posto per i mondiali.

Con una squadra in evidente crisi tecnica e di gioco, scossa dalle perduranti e violentissime polemiche dello Hajduk di Spalato e della sua tifoseria contro la Federazione Calcio croata, accusata di favorire la Dinamo di Zagabria e di essere succube del padre-padrone di quest’ultima, Zdravko Mamic, al presidente della Federazione Croata di calcio, Davor Šuker, non rimaneva che il classico metodo per scuotere la squadra, vale a dire licenziare l’allenatore, Ante Čačic, e sperare che in Ucraina, di lì a tre giorni, la squadra strappasse almeno il pareggio necessario per giungere ai play-off. Continua a leggere

Anna voleva abortire. Papa Francesco la chiama e la convince a non farlo

La donna, divorziata, era rimasta incinta di un uomo che aveva già una famiglia. Dopo la gravidanza indesiderata ha iniziato a pressarla…
 
Non doveva proseguire la gravidanza. Perché l’uomo che l’aveva lasciata incinta non avrebbe riconosciuto il figlio. Di fronte a lei la soluzione che si prospettava era l’aborto.
Poi una chiamata, inattesa, improvvisa. Dall’altro capo del telefono c’è Papa Francesco, che come un buon padre la fa ragionare e le spiega perché vale la pena di portare avanti la gravidanza. Anna, originaria di Arezzo, riceve la chiamata che le cambia la vita. Accetta il consiglio di Francesco e decide di non interrompere la gravidanza. Una favola a lieto fine.
 
La richiesta dell’uomo

Anna è una donna divorziata. Racconta Credere (22 maggio), che dopo aver perso il lavoro, decide di trasferirsi da Roma in Toscana. Qui scopre di essere incinta di un uomo che però ha già una famiglia. E non intende riconoscere il bambino. Lui la pressa, lei è debole, e cede alla sua richiesta: abortire.
Prima di farlo, però, decide di scrivere una lettera a una persona speciale. Mette nero su bianco tutta la sua storia; sulla busta l’indirizzo è semplice: «Santo Padre Papa Francesco, Città del Vaticano, Roma». imbuca la lettera senza pensarci troppo. Poi, pochi giorni dopo il telefono inizia a squillare.
 
“Ho letto la tua lettera”

Sul display un numero sconosciuto, con il prefisso di Roma. Risponde e resta pietrificata: «Pronto Anna, sono papa Francesco. Ho letto la tua lettera. Noi cristiani non dobbiamo farci togliere la speranza, un bambino è un dono di Dio, un segno della Provvidenza». Continua a leggere

“Mio figlio come Alfie: dissero che doveva morire, invece…”

Lauren Mcmahon, mamma di un bimbo di 5 anni di nome Alfie, come Alfie Evans, racconta alla Nuova BQ: «Mio figlio fu portato al Birmingham Children’s Ospital dove lo intubarono. Dopo una tac ci dissero che era cerebralmente morto, che lo stavamo facendo soffrire e che bisognava sospendere la ventilazione. Ma oggi mio figlio respira, mangia e mi chiama mamma».
 
(da lanuovabq.it, 26.04.18)
 
«Anche mio figlio è finito in ospedale, è stato intubato prima di ricevere una diagnosi tremenda», per cui i medici avevano deciso di abbandonare ogni speranza «convincendomi a sospendere i sostegni vitali». Quindi a provocarne la morte prima di cercare di fare il possibile per curarlo, ma sopratutto prima di attenderne la morte naturale. A raccontare la sua storia alla Nuova BQ è Lauren Mcmahon, mamma di un bimbo di 5 anni di nome Alfie, come Alfie Evans. E come lui inglese.

Mcmahon ha scritto alla Evans mercoledì scorso sul profilo Facebook alfies army official postando un video di suo figlio, in una condizione peggiore di quella di Alfie Evans, mentre un altro mostra il suo recupero. Alla mamma di Evans, Mcmahon ha spiegato: «Voglio solo farti vedere come tutti questi dottori davvero non avessero idea di quello di cui parlavano…il mio ometto è stato portato al Birmingham Children’s Ospital circa 6 mesi fa, gli hanno fatto una tac al cervello e hanno detto a me e alla mia famiglia che era cerebralmente morto, che la sua attività cerebrale era pari a zero…poi ci hanno detto che stavamo facendo soffrire Alfie, permettendogli di sopravvivere mentre i suoi organi stavano collassando. Ci sentivamo senza altra scelta se non quella dolorosissima di privarlo dell’unica cosa che permetteva al nostro piccolo di respirare». Continua a leggere

«Mia figlia Anna con la sindrome di Down: ecco la buona notizia»

Anna Marangoni è nata nel 2014, terza di tre sorelle. I suoi genitori Guido e Daniela hanno aperto una pagina Facebook per raccontare la loro storia. Il tono è quello della leggerezza che non è superficialità ma aiuta a condividere
 
(Corriere della Sera, 19.03.18)
 
Trisomia 21. «Quando la ginecologa ha pronunciato quelle due parole, ho avuto un tuffo al cuore. Mi sono spaventato da morire, ho cominciato a farmi film orribili, mi sono sentito perduto. Mia moglie invece ha semplicemente chiesto: “È maschio o femmina?”. Cosi mi è arrivata l’illuminazione. Io mi stavo preoccupando di COSA stava succedendo, lei di CHI stava arrivando». Guido Marangoni è il papà di Anna, nata in provincia di Padova il 24 marzo 2014 e arrivata a portare nuove energie ai suoi genitori e alle sue sorelle, Francesca e Marta. Una bimba con la sindrome di Down diventata presto la «buona notizia» di questa famiglia che vive a Noventa Padovano e che ha deciso di non tenere nascosta la propria vicenda. «Internet – prosegue Marangoni – è pieno zeppo di informazioni su questa e su altri sindromi, ti raccontano cause ed effetti, ci sono medici che illustrano teorie avanzate sulle scoperte della genetica e sulle cure possibili. Ma nessuno parla delle persone che si nascondono dietro a queste sindromi e ad ogni tipo di disabilità».

Così balena l’idea di aprire una pagina Facebook: Buone notizie secondo Anna. «È ovvio – chiarisce Guido Marangoni, pensando anche a qualche critica ricevuta sul web – che la buona notizia non è certo la sindrome di Down e che quello è un problema. Ma il buono è ciò che Anna porta con se, regala al mondo e al mondo di chi incontra». Il tono che usa Guido è quello della leggerezza: che, come scriveva Italo Calvino, «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». A questa pagina, che nel giro di poco tempo ha conquistato migliaia di condivisioni, like e fan, collaborano anche Daniela, la mamma di Anna, e le due figlie maggiori che oggi hanno 18 e 16 anni. La loro reazione alla notizia dell’arrivo di una sorellina “malata”? «Io – ammette Guido – sono riuscito a ripetere il mio errore. Mi affannavo a rassicurarle spiegando i termini tecnici della sindrome. E loro mi hanno spiazzato dicendo “Ma quindi è come Sara”?, pensando a una ragazzina della loro scuola, inserita e amata. “E che problema c’è?”. Ci ero ricascato: loro parlavano di persone e io di cose». Continua a leggere

Mamma a 12 anni: “Il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi”

In occasione della 40esima Giornata Nazionale per la Vita, Aurora Leoni ha dato la sua testimonianza durante la Festa diocesana per la Vita organizzata dall’arcidiocesi di Udine.  Avvenire racconta la storia di questa mamma, oggi 19enne, che sente l’urgenza di dire alle donne di non farsi ingannare, di non credere che l’aborto sia la soluzione, perché abortire vuol dire uccidere il proprio figlio.
 
(Avvenire, 2.02.18)

«Far nascere questo figlio sarebbe la tua rovina, la tua vita finirebbe qua». Stefano era alto 7 centimetri e già era un pericolo pubblico, insomma, da annientare prima che combinasse danni irreversibili. Ma sveglio com’era (era l’agosto del 2011 quando lo scoprirono rannicchiato nel piccolo utero di sua madre) sfoderò il primo dei suoi assi nella manica: «Per settimane non ci accorgemmo che ero incinta, perché al primo mese ebbi ugualmente il ciclo», spiega Aurora Leoni, «così io e nonna Valentina lo scoprimmo con un mese di ritardo. Vivevo con lei da sempre, perché mia mamma se n’era andata quando avevo un anno e mio padre non l’ho mai conosciuto, per questo ero sotto i servizi sociali di Forlì e ovviamente ci rivolgemmo a loro: avevo 12 anni, ero una bambina e aspettavo un figlio. Tutto il mondo degli adulti si mosse per ‘aiutarmi’, ma aiutarmi ad abortire, invece quel fagiolino era già mio e io non avevo mai provato la felicità che sentivo da quando lo avevo dentro».

Matura come una madre e acerba come l’adolescente che è, Aurora (oggi 19 anni) oscilla tra le sue due anime e prova ad armonizzarle, certa soltanto di una cosa: «Allora ero ribelle e trasgressiva, un colpo di testa dopo l’altro… ma il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi. Senza di lui oggi sarei sicuramente alla rovina». L’esatto opposto di quanto le diceva l’assistente sociale, cioè, che provava a farla ragionare: «Se lo tieni cosa dirà la gente? Anche i giornali ne parleranno». Continua a leggere

«Da studente dico ai genitori: non fate i sindacalisti dei vostri figli»

Dobbiamo parlare chiaro ai nostri genitori e dobbiamo dar loro un consiglio: «Metteteci in discussione»
 
di Enrico Galletti, studente 18enne

(dal Corriere della Sera 15.02.18)
 
Il rimprovero, il brutto voto, la parola di troppo, il regolamento di conti a suon di botte. Il timore di assestare quel quattro a caratteri cubitali perché con ogni probabilità il professore dovrà vedersela con i genitori. Tra la malavita e questo lato della scuola, il confine è labile. Tanto labile da chiedersi se i vecchi tempi – quelli del dietro la lavagna, del «è così e basta», del sola andata per la presidenza – siano del tutto finiti. Di anni ne ho diciotto io, mica sessanta. Non sono docente e nemmeno genitore. Sono studente, con tutto quello che comporta. Vedo i tele-giornali: il padre che va dal vicepreside e lo manda all’ospedale perché ha rimproverato suo figlio, la madre che dice al professore che quel voto non era un quattro, ma che suo figlio meritava sei. Ho visto una giovane madre andare dal professore di latino e minacciarlo di fare ricorso al Tar per una versione andata male. La stessa versione di cui io stesso, a quindici anni, avevo azzeccato forse una riga.

Viene da chiedersi chi fa la scuola. Se noi studenti, con il nostro entusiasmo, se i professori, con la loro competenza, oppure i genitori, con quelle loro regole che rischiano di diventare intimidatorie. Il problema, però, è che quell’entusiasmo che ci si aspetta dalla scuola – deputata a formare nuovi cittadini – rischia di essere stroncato dall’atteggiamento dei nuovi genitori. I genitori del «lei non si deve permettere», quelli del «mio figlio me la racconta giusta e la colpa è sua». La verità è una: è che noi millennials siamo dei bravi ragazzi. Lo siamo per davvero, ma dobbiamo avere più coraggio.  Continua a leggere

La madre di Andrea Bocelli: «Mi dissero abortisci, tuo figlio sarà cieco»

Il racconto a «Domenica In» di Edi Aringhieri, madre del tenore: «Mi dissero che sarebbe nato con una malattia congenita che l’avrebbe portato a perdere la vista. Mi consigliarono di abortire ma non lo feci»
 
di Annalisa Grandi
 
(Corriere della Sera, 22.01.18)
 
«Mi dissero di abortire perché mio figlio sarebbe diventato cieco». Suo figlio, è diventata una delle voci più famose al mondo. Perché quella madre, a cui i medici consigliarono di interrompere la gravidanza, era la mamma di Andrea Bocelli. A raccontarlo è proprio lei, Edi Aringhieri, ospite di “Domenica In”.

Ha raccontato della vita del figlio, di come abbia perso la vista a dodici anni. Ma soprattutto di quella scelta fatta in ospedale, molti anni prima. «Mi ricordo quando mi dissero: abortisci, tuo figlio sarà cieco» racconta la donna. «Arrivai in ospedale a causa di forti problemi al ventre» spiega la madre di Bocelli. In quel momento le dissero che Andrea sarebbe nato con un glaucoma congenito, che lo avrebbe reso ben presto cieco. Ma la mamma del tenore racconta anche di quando, in un ospedale di Torino, il figlio «conobbe un uomo russo grande amante della musica sinfonica, che ascoltava tutto il giorno durante il suo ricovero. Fu allora che Andrea si rese conto di essere ammaliato da quel genere, arrivando persino a non rendersi conto di trovarsi in una clinica. Non si ricordava più di essere in cura, era affascinato dalla musica».

Edi però decise di portare a termine la gravidanza, nonostante il parere contrario dei medici. «Ho voluto raccontare questa storia – ha spiegato – per dare forza alle famiglie che affrontano situazioni simili a quella vissuta da me e dalla mia famiglia».
 

Eminem chiede perdono al suo bambino mai nato

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Eminem, il celebre rapper americano, noto per le sue rabbiose diatribe contro la società, nel suo nuovo album “Revival”, ha pubblicato un singolo che parla di una esperienza dolorosa che ha vissuto: l’aborto di suo figlio ed i traumi che ne sono seguiti.

I media, accorti nel cogliere, all’interno dell’album, le varie tematiche politiche, hanno trascurato quel brano che senza dubbio ha più toccato la sfera intima dell’artista, oltre che un vero e proprio dramma sociale mascherato, spesso, da conquista.

È proprio intorno a questo inganno – racconta un articolo di LifeNews – che si costruisce il testo di “River”: una dolorosa confessione del suo crimine ed un potente grido di perdono rivolto al piccolo ed alla madre.

Eminem è senza veli nella descrizione di tutta la storia. Ammette di essere un imbroglione seriale, un «tossicodipendente» che dopo aver avuto una relazione con una donna, Suzanne, l’ha abbandonata ed allontanata dalla sua vita. Ciò che, di lui, però, non poteva abbandonarla era il figlio concepito insieme e della cui vita Eminem non voleva prendersi cura. Continua a leggere

“Così facevamo morire i malati di fame e di sete”

“Confusione e disinformazione”. Questa, secondo il presidente di Pro Vita onlus, Toni Brandi, la strategia di una “campagna mediatica orchestrata dai radicali” per spingere il Parlamento ad approvare la legge sulle cosiddette Dat, ovvero le Dichiarazioni anticipate di trattamento. L’incontro promosso alla Stampa estera con l’infermiera canadese Kristina Hodgetts ha rappresentato l’occasione per fare il punto sull’iter legislativo e portare la testimonianza di chi nella sua esperienza professionale ha praticato l’eutanasia passiva sui malati attraverso l’interruzione di alimentazione e idratazione.
 
L’esperienza

Ma prima del racconto, per certi versi drammatico, della Hodgetts, è toccato al segretario della Stampa estera, l’inglese Christopher Warde Jones, che ha moderato il dibattito, raccontare quello che gli è capitato alla fine dello scorso anno. “Mio fratello mi ha chiamato da Londra e mi ha detto di raggiungerlo subito perché nostra madre stava molto male. Il giorno dopo un medico mi ha avvicinato e mi ha spiegato che potevamo accelerare la fine per evitare che soffrisse. Io e mio fratello gli dicemmo di aspettare, di non fare nulla. Vorrei che quel medico vedesse ora mia madre che si è perfettamente ristabilita e a 84 anni guida ancora e fa un lavoro di beneficenza. Ma voglio sottolineare – ha concluso – che in quel momento noi non ci siamo resi conto di quello che stava accadendo”. Continua a leggere

Giulia Michelini ha scelto per la vita

L’attrice Giulia Michelini, nota ai più per il ruolo interpretato in Squadra antimafia, ha rilasciato una forte dichiarazione in favore della vita, raccontando la sua storia di ragazza madre. Una testimonianza controcorrente, che di certo è una buona notizia!

Questi i fatti. Napoletana d’origine, a diciannove anni Giulia Michelini si trovava a Roma e aveva una relazione con un uomo di otto anni più grande di lei. Tutto sembrava andare bene, vedeva il successo a portata di mano e aveva in mano la sua vita come ogni ragazza appena maggiorenne desidererebbe che fosse, in quell’impeto adolescenziale che molto ha di fantasioso e poco di reale.

Un giorno, però, Giulia scopre che una nuova vita ha preso corpo dentro di lei. La sua famiglia le spinge verso l’aborto e lei stessa sa che la relazione con il padre del bambino non è destinata a durare. Anche le altre persone attorno a lei le dicono che «un figlio a questa età ti rovina la vita».

L’attrice fissa quindi l’appuntamento per andare ad abortire: «All’appuntamento – afferma l’attrice a Vanity Fair – sono andata da sola. È stata chiamata una ragazza, poi un’altra. Non so neanch’io cosa mi ha portato ad alzarmi; so solo che a un certo punto sono andata via».

Uscita da quel luogo di morte, Giulia si ritrova sola: la sua famiglia, infatti, per i primi sei mesi di gravidanza taglia ogni rapporto con lei e – come si diceva – il rapporto con il padre del bambino non era quello destinato a durare una vita. Continua a leggere

Noi siamo accanto a Flavia. Da Milano risposta all’appello per una giovanissima mamma

Da Milano risposta all'appello per una giovanissima mamma

Caro direttore, abbiamo letto su ‘Avvenire’ di lunedì 23 ottobre il toccante e puntuale articolo di don Maurizio Patriciello sulla storia di Flavia
 
di Paola Bonzi
 
Caro direttore,
abbiamo letto su ‘Avvenire’ di lunedì 23 ottobre il toccante e puntuale articolo di don Maurizio Patriciello sulla storia di Flavia. Siamo le donne e gli uomini che animano il Centro di aiuto alla vita Mangiagalli di Milano e, senza falsi pudori, le diciamo che quell’articolo avremmo potuto scriverlo noi, esattamente con le stesse parole, gli stessi sentimenti, le stesse emozioni e qualche volta la stessa civilissima rabbia. È proprio così: la legge 194 non viene attuata nella parte positiva; viene presa per la «legge dell’aborto», ma è anche quella stessa legge che vuole proteggere la maternità difficile.

E quest’ultima parte positiva è assolutamente disattesa. Il nostro modo di accogliere le donne in difficoltà è davvero quello di ascoltarle attivamente, di stare in silenzio davanti ai loro drammi, di non esprimere nessun tipo di giudizio negativo, ma semplicemente offrire noi stessi, «servi inutili» perché la vita che è in ognuna di loro possa essere accettata e, quindi, fiorire. Ha ragione Flavia di voler stringere tra le braccia il suo bambino. Si tratta della libertà di far nascere, cosa che troppe volte non viene presa in nessuna considerazione. Libertà di abortire invece sì, e la si proclama la «libertà della donna»: questo è il pensiero corrente; ma la libertà di diventare madre sembra non interessare a nessuno tra quelli che hanno potere. Noi siamo con Flavia. Per lei e per il suo bambino. Continua a leggere

Michelle Hunziker “Prigioniera di una setta per 5 anni. Ora vi racconto perché”

Uscita da questo incubo nel 2006 ora lo racconta in un libro
 
di Paola Belletti
 
Michelle Hunziker è un volto noto  da tempo a tutti gli italiani e non solo. Di origini svizzere si trasferì vicino a Bologna a 16 anni.

Bella ed energetica ha sempre interpretato un femminile sensuale ma misurato (si, sì ci ricordiamo tutti le rotondità alla fine di quella lunga Treccia, nelle gigantografie esposte dietro gli autobus o affisse sui palazzi. Era giovanissima).

Simpatica, spiritosa, in grado di cantare, ballare, recitare, condurre o fare da spalla. Qualche imitazione o personaggio caricaturale, anche piuttosto riusciti. Trasmette e dichiara un’immediata simpatia per la vita e tutto ciò che essa comporta.

Un divorzio famoso alle spalle, un periodo poco chiaro che lo ha preceduto, ora appare più sicura, serena. Sposata in seconde nozze con Tomaso Trussardi ha già avuto con lui due figlie.  Solo lui il destinatario, fino ad ora, delle confidenze su quel terribile periodo.

Ma ora Michelle ha parlato chiaro. Proprio di quel periodo strano. Perché dietro il suo volto, soprattutto quello semplificato rimandatoci dagli schermi e dalle pagine di giornale, si nasconde una persona, che ha sempre una storia e spesso ferite.  Continua a leggere

Una vita in gioco: Stefano Borgonovo

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“Una Vita In Gioco” è il titolo di un libro scritto a quattro mani da Mapi Danna e Chantal Borgonovo, moglie del celebre calciatore Stefano, stella del Milan, della Fiorentina, del Como, della Nazionale, prematuramente scomparso a causa della SLA, nel 2013.

Scrivono le autrici che in questo libro si legge «un racconto straordinario, un intreccio tra una magica e granitica storia d’amore, il mondo dorato del calcio e la ferocia della SLA.
Eppure non è un diario di malattia, né una biografia, è un libro che ha la struttura di un romanzo e la potenza di una storia vera, vera e nota». Un libro in cui risalta la «centralità della famiglia come luogo del desiderio, della crescita, della relazione».

Stefano Borgonovo è stato un grande calciatore e un grande combattente nella vita: il «libro è pieno di vita, passione, condivisione, coraggio, è un libro bianco, luminoso e bianco. Senza retorica, senza ripiegamento e compiacimento del dolore, senza enfasi e senza intenti edificanti, senza presunzione, duro e liquido allo stesso tempo». Continua a leggere

Il chitarrista di Vasco Rossi che è diventato Terziario Francescano

La sua è una storia che ormai da sedici anni è diventata itinerante. Da quando ha deciso di lasciare il rock duro e passare all’ideale di vita francescano.
 
Perché Nando Bonini è passato da chitarrista di Vasco Rossi a Terziario Francescano.

Musicista, compositore, autore, arrangiatore, Bonini si affaccia alle opere di carattere religioso già nel 1995, quando, su commissione di alcuni amici, compone un musical sulla vita di San Francesco.

“IL MIO PEGGIOR DIFETTO…”

Fu l’inizio della svolta. «Il musical su San Francesco – confessava a lalucedimaria.it – è stato l’inizio, per me in modo inconsapevole, di un cammino che ora continua e prosegue fino a quando Dio vorrà. Il Signore ha usato il mio peggior difetto in quel periodo, la vanagloria, per farmi avvicinare alla fede. La storia è lunga e non posso raccontarla tutta, ma in breve accettai l’incarico perché mi mancava nel curriculum la direzione artistica di un musical, che significa la gestione di tante persone, le musiche, le scenografie, ecc. Insomma, un lavoro dove mi vedevo a capo di tutto». Continua a leggere

DjFanny: il ragazzo con la Sla che compone il suo “Sì alla Vita”

Andrea e il coraggio di dire “si” alla vita

Il 17 Settembre in Italia si è celebrata la Giornata Nazionale dedicata alla Sla. In questa occasione vogliamo ricordare i veri eroi di questa malattia, donne e uomini che come Andrea hanno scelto di combatterla. Andrea Turnu è un ragazzo di 29 anni originario di Ales un paese nel cuore della Sardegna.

Andrea è affetto da Sla (sclerosi laterale amiotrofica), malattia neurodegenerativa che colpisce i motoneuroni centrali e periferici, causando rigidità e diminuzione muscolare che portano alla totale perdita di movimento. La Sla costringe Andrea a rimanere su un letto, immobile, ma non per questo ha smesso di sognare ed è riuscito a trasformare il suo sogno in realtà.

“La musica è la migliore medicina per l’anima”. Andrea ha fatto di questo aforisma la sua filosofia di vita, diventando DjFanny, il dj che compone musica con gli occhi attraverso un sintetizzatore vocale. Con DjFanny si compie uno dei più grandi miracoli: la vita, un miracolo di cui è diventato promotore e che nel silenzio e nella solitudine di un letto fa rumore in ogni coscienza, in quelle coscienze che ogni giorno, offuscate dalla nebbia della quotidianità, non riescono ad “aprire gli occhi.” Andrea però non è solo, come lui anche altri ragazzi decidono di dire “si” alla vita, come Paolo che affetto da Sla, ha sconfitto la malattia grazie all’amore per la cucina.

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“L’aborto è guerra, io ho detto stop”

Il ginecologo Massimo Segato è un medico abortista. La pratica delle interruzioni di gravidanza, però, lo ha indotto a un profondo ripensamento. In un libro racconta tormenti e difficoltà della 194
 
Non ci sono credi. Non ci sono ideologie. Non ci sono bandiere. C’è solo il respiro profondo della vita: uno sguardo, un sorriso, un bambino che corre come una promessa di felicità.

E poi c’è lui: il medico abortista che fa il suo lavoro da tanti anni, con scrupolo, con dedizione, senza fanatismi ma con la consapevolezza che il primo dovere di un camice bianco è aiutare le donne in difficoltà. E quando una ragazza si presenta con la pancia nello studio di un ginecologo, qualche volta chiede proprio quello: interrompere la gravidanza. Continua a leggere

Mio fratello ha la sindrome di Down

Una bella lettera-testimonianza pubblicata sul Corriere della Sera del 25.03.17.
 
Caro Beppe, mio fratello ha la sindrome di Down. Quando è nato io avevo 11 anni, le mie sorelle 9 e 4 anni. Quando aveva pochi mesi ho chiesto ai miei di portarlo a scuola per farlo vedere ai miei professori e ai miei compagni: ero orgogliosissima. Gli ho cambiato i pannolini, dato la pappa facendo l’aeroplanino, percorso il corridoio decine di volte per farlo addormentare nel passeggino. Quest’anno mio fratello ha compiuto trent’anni. Al mattino esce e prende il suo autobus. Lavora in una scuola elementare come aiutante del bidello. I bambini gli vogliono bene. Ha le sue piccole manie: tempera le matite fino a quando non sono appuntite come spilli, va in bagno con 5 asciugamani e cose del genere. E’ pigro e mangia troppo. Ma ride. Ride tantissimo. Una risata genuina, che ti arriva dritta al cuore. Ride come non fa quasi nessuno. Ride perché ama la vita, la sua vita. E ti abbraccia. Ti abbraccia fortissimo. Continua a leggere

Lettera aperta alla CEDU della mamma di un bambino con la stessa malattia di Charlie Gard

Gentili Signori,

Sono la mamma di Emanuele Campostrini, detto “Mele”. Mio figlio ha 9 anni ed è considerato uno dei pittori italiani di maggior talento, spesso paragonato ad altri giovani artisti famosi di tutto il mondo.

Mio figlio è affetto da malattia mitocondriale e da deplezione mitocondriale.

Non può camminare, stare seduto, sostenere il capo, viene nutrito con un sondino nasogastrico e ha bisogno di un ventilatore elettrico per respirare. E’ sordo e parzialmente cieco, ha sopportato migliaia di crisi epilettiche durante tutta la sua vita. Non può piangere, non può ridere….lui ride DENTRO.

Quando eravamo in ospedale i medici lo considerarono in uno stato così grave e con nessuna possibilità di sopravvivenza che ricevette la Cresima con il rito per i bambini in pericolo, o vicini alla morte. Continua a leggere

Alessandro D’Avenia: «Il celibato è una scelta, a volte fare l’amore è dare una carezza»

Lo scrittore della fragilità parla del nuovo libro e fa un bilancio dei suoi 40 anni. «Sono innamorato di Dio e delle persone. E quando vivi un sentimento così profondo che fai? Te lo tieni stretto»
 
«Ancora adesso, a quarant’anni anni, mi sorprende il modo in cui i miei genitori mi dimostrano che per loro sono importante. Questo mi dà una forza che nessuno può togliermi», dice Alessandro D’Avenia e racconta della mattina di un mese fa — il 2 maggio, giorno del suo compleanno — colazione nello stesso bar milanese in cui si trova ora, con vista su Santa Maria delle Grazie: «Ci eravamo salutati il giorno precedente a Roma: loro tornavano a casa, a Palermo, mentre io ero diretto a Milano, per riprendere la scuola. Così il 2 mi alzo, vengo qui e, colpo di scena, li vedo entrare e venirmi incontro per un abbraccio: avevano passato la notte da mia sorella, volevano esserci per farmi gli auguri a sorpresa. Sono cose del genere che mi hanno permesso di diventare l’uomo che sono».

Quanto è piena la sua vita? C’è il successo dei suoi libri: l’ultimo, «L’arte di essere fragili» (Mondadori), dallo scorso novembre è nella classifica dei più venduti, «pensavo di togliermi uno sfizio e fare un libro per i professori, sulla scuola che sogno con una letteratura al servizio della vita e non solo del programma, e invece…». C’è il suo lavoro di insegnante di italiano e latino al liceo San Carlo di Milano: «Ogni mattina, durante l’appello, guardo i miei studenti, uno per uno. Loro si spazientiscono. “Dai prof, è una tortura, perché lo fa?”. E io rispondo: perché voi siete più importanti della lezione. Curare le relazioni è la forma dell’amore nel nostro tempo veloce, fatto tutto di prestazioni anziché di presenze». Continua a leggere

Anche oggi un angelo era sul mio cammino

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di don Maurizio Patriciello

da Avvenire 29 aprile 2017
 
«Manda, Signore, un angelo sul mio cammino», prego uscendo di casa la mattina. E l’angelo arriva sempre. A volte è bello, luminoso, leggero come un alito di vento. Emana un profumo inconfondibile, ha lo sguardo buono e il sorriso sulle labbra. Quando parla, canta: la sua voce ha il suono dell’acqua che sgorga da una polla di montagna. Lo guardi e, rapito dalla sua bellezza, lo implori: «Portami con te, fammi riposare negli atri della casa del mio Dio». Altre volte, invece, fai fatica a riconoscere il messaggero di Dio. Si camuffa, si traveste, si nasconde. Sembra quasi che non voglia essere disturbato. È scontroso, parla con fatica. Non profuma, non sorride. Occorre molto discernimento per dire «è lui».

Ma l’angelo viene, porta con sé un sacco traboccante di speranza e te lo dona. «Troppo poco», dicono gli ingenui, convinti che siano le cose a riempire il cuore. Non è vero. Nella vita puoi anche fare a meno di viaggiare, vestire alla moda, divertirti, ma mai puoi rinunciare alla speranza. Continua a leggere

Giusy Versace: «Ho perso le gambe ma Dio mi ha regalato talmente tante cose che oggi farei peccato a lamentarmi»

di Silvia Lucchetti
 
Un inno alla vita attraverso la testimonianza di fede della campionessa paralimpica
 
Ho trascorso il sabato pomeriggio sul divano a riposarmi, mi sono presa l’influenza in pieno aprile – la più antipatica – , il proverbio dice: “Aprile dolce dormire”, ma lo tradurrei nel mio #mood del momento: “Aprile dolce tossire!”.

Comunque mentre facevo zapping per trovare qualcosa di carino da vedere in TV, e mi lagnavo con mio marito con frasi tipo “perché non mi fai compagnia qui sul divano invece di sistemare il giardino?”, ho trovato su Rai1 Giusy Versace. Lei ha quegli occhi che ti colpiscono, scuri e accesissimi, due lucciole, e sempre umidi, come se avessero dentro il riflesso dell’acqua. Mi è venuta subito voglia di ascoltarla. Intanto i fazzolettini li avevo già a portata di mano per il raffreddore…

Era ospite della trasmissione “A Sua immagine”, condotta da Lorena Bianchetti, e nel momento in cui mi sono sintonizzata ha detto: Continua a leggere

Giornata mondiale persone Down. «Quel terrore prima del parto. Ma ha vinto la bellezza»

La piccola Maritè con la madre Veronica

La storia di Maritè e della sua mamma Veronica: la tentazione dell’aborto, la svolta e un inno alla vita condensata in un libro.
 
Maritè non è un nome moderno, è un diminuitivo di Maria Antonietta. Maritè è una bambina di cinque anni e vive a Napoli. Maritè è la più piccola della famiglia e ha due sorelline. Maritè frequenta la scuola materna, ama la danza e pratica il nuoto. Maritè ha la sindrome di Down. Ventinove luglio 2011. Manca circa un’ora al parto, epilogo di una gravidanza già molto complicata, quando Veronica Tranfaglia viene informata delle condizioni di salute di chi porta in grembo. «Terrore, ecco, ho provato terrore – racconta –, perché era la prima volta che mi approcciavo al mondo Down e per la schiettezza con cui i medici mi presentarono la situazione, dicendomi: ‘C’è una trisomia del cromosoma 21’. Lì capii che la mia sarebbe stata una missione che non avevo scelto, per tutta la vita…».

La mamma di Maritè, sino all’estate di sei anni fa, aveva le idee molto chiare sulle «difficoltà enormi di crescita» per un feto con simili caratteristiche, tanto da considerare «normale» che «nel 96% dei casi si decide consapevolmente di non portare avanti la gravidanza». Ma la farmacista di origini salernitane si spinge oltre: «Sarò sincera, la Veronica di quei tempi, se avesse saputo in tempo utile, avrebbe accampato qualche scusa e di certo abortito». Continua a leggere

Lettera di un giovane disabile. Appello ai politici. «L’eutanasia mi fa paura»

La lettera ad Avvenire del giovane Lorenzo Moscon. Un appello ai politici per la difesa della vita
 
Caro direttore,

le invio questa missiva, indirizzata ai capigruppo di Camera e Senato, con la speranza che mi aiuti a far sentire la mia voce.

«Agli illustrissimi signori capigruppo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Sono uno studente universitario di 23 anni affetto dalla nascita da una triplegia spastica a causa della quale sono disabile al 100%, costretto su di una sedia a rotelle. Mi rivolgo a voi attraverso questa lettera, poiché ho appreso che in questo periodo inizia un dibattito in sede parlamentare sul tema dell’eutanasia, e questa notizia ha destato in me un sincero timore. La World Medical Association nel 1987 definì l’eutanasia come segue: “Atto volontario con cui si pone deliberatamente fine alla vita di un paziente, anche nel caso di richiesta del paziente stesso o di un suo parente stretto”: dunque anche nel caso di richiesta, da parte del paziente, di realizzare nei suoi riguardi un abbandono terapeutico, la cessazione di terapie adeguate.  Continua a leggere

L’appello di Matteo, 19 anni, disabile gravissimo. “Dj Fabo, non andare a morire”

Nel blog di Matteo c'è tanta luce

di Lucia Bellaspiga

Avvenire, 25.02.17

Non parla, non cammina, non fa nulla da solo a causa di un’asfissia alla nascita. Ma all’uomo che chiede l’eutanasia dice (sfiorando una tastiera): “Noi possiamo pensare e il pensiero cambia il mondo”
 
Tenere dietro alla velocità con cui la mano di Matteo vola da una lettera all’altra sulla tavoletta di legno è impossibile per chi non sia allenato come sua madre: aveva 6 anni quando ha iniziato a comunicare in questo modo con il mondo, dimostrando che dietro il presunto vegetale (così lo definivano i neurologi) c’era un’acuta ironia, e da allora è diventato un razzo. Mamma Ivana gli regge il polso e legge ad alta voce i pensieri che lui “scrive”. Ed è così che il ragazzo si presenta accogliendoci nella sua casa di Milano, zona San Siro: «Mi chiamo Matteo Nassigh, ho 19 anni e sono uno che pensa». Non c’è male.   Continua a leggere