Ru486. L’aborto farmacologico diventa fai-da-te, l’annuncio (via tweet) del ministro

La pillol abortiva

Speranza: le nuove linee guide prevedono il day hospital e un limite temporale fino alla nona settimana di gestazione. La scelta arriverebbe dopo un parere del Consiglio superiore di sanità
 

Via libera all’aborto farmacologico in privato, ciascuna a casa sua, con la dotazione di pasticche consegnate dall’ospedale. È di questa mattina presto il tweet con il quale il ministro della Salute Roberto Speranza annuncia che le nuove linee guide prevedono l’aborto farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana di gravidanza.

Un annuncio a sorpresa, anticipato solo da Repubblica e, che oggi ne ha fatto il titolo di apertura della prima pagina, e dal Messaggero. A sorpresa perché si parla di un parere favorevole del Consiglio superiore di Sanità del quale al momento non c’è traccia ufficiale, e di Linee guide che “saranno approvate” (così scrive Repubblica) e che il ministro invece dà per approvate (“prevedono”). Secondo Repubblica inoltre le linee guida “invitano a favorire il day hospital”. Si attende chiarezza su un tema così importante, ai quali certamente non si addice la politica degli annunci non accompagnata dalla chiarezza dei documenti.

L’aborto chimico ricorrendo alla pillola abortiva Ru486 e dopo alcuni giorni a un farmaco che permette l’espulsione del feto è utilizzabile negli ospedali italiani come alternativa a quello chirurgico. Quando il metodo fu accettato nel nostro Paese, si dispose che l’intera procedura avvenisse in regime di ricovero, come accade per il metodo “tradizionale”.

Le precedenti linee guide risalgono al 2010, quando il mifepristone (RU486) fu registrato in Italia. Prevedevano per l’appunto tre giorni di ricovero, il tempo necessario per l’espulsione del feto e le verifiche sullo stato di salute della donna. Inoltre prevedevano il limite massimo di applicazione alle 7 settimane di gestazione, mentre ora, a quanto è dato capire, si potrà arrivare alle 9 settimane (63 giorni di gestazione).

Alcune Regioni nel tempo hanno superato le linee guida, bypassando il ricovero con la firma delle dimissioni volontarie e rendendo la pratica (la somministrazione delle pillole) sempre più ambulatoriale. Lo stesso Css si era già pronunciato per tre volte (2004, 2005 e 2010) sempre indicando il ricovero ospedaliero. Continua a leggere

I medici palliativisti. «La sedazione profonda non è eutanasia»

«La sedazione profonda non è eutanasia»

L’emozione suscitata dalla morte di Giovanni Custodero dopo la sua richiesta di ottenere la sedazione profonda ha svelato una diffusa ignoranza su quello che è un diritto dei pazienti
 
di Graziella Melina

Avvenire,  16 gennaio 2020
 
La sedazione profonda continua non è un atto eutanasico ma rientra nel percorso di assistenza finale delle cure palliative. Dopo la morte domenica di Giovanni Custodero, l’ex calciatore pugliese affetto da un osteosarcoma ormai inarrestabile che aveva chiesto la sedazione per evitare sofferenze e dolori non più trattabili con i farmaci, e dopo non pochi fraintendimenti nella comunicazione della vicenda, gli esperti palliativisti ora vogliono fare chiarezza: quella di Giovanni non è stata una richiesta di eutanasia ma un atto già previsto dal percorso di cure palliative, garantite dalla legge 38 di 10 anni fa.

«La sedazione diventa necessaria quando i farmaci non funzionano più e la sofferenza fisica, psicologica ed esistenziale non è più sopportabile – spiega Italo Penco, presidente della Società italiana Cure palliative –. Può essere effettuata negli hospice ma anche a domicilio, purché sia gestita da medici preparati. Va modulata in base alle necessità del malato, può essere anche intermittente, si può provare a sedare il paziente per un certo lasso di tempo, e poi lo si risveglia. È comunque un momento finale dell’assistenza delle cure palliative». Ma non è sempre necessaria. «Molti malati – prosegue Penco – rimangono coscienti fino alla fine. Altri invece sono incoscienti perché è la situazione naturale della malattia che li porta in un tale stato».

La sedazione profonda «viene praticata al 10-15 per cento dei pazienti che presentano sintomi cosiddetti refrattari, non trattabili cioè con le terapie convenzionali – dice Vittorio Franciosi, direttore del programma di Oncologia dell’Azienda ospedaliera universitaria di Parma e coordinatore della rete provinciale delle cure palliative –. È previsto dalle linee guida di tutte le società scientifiche di cure palliative che questi sintomi possano essere alleviati con una sedazione che può essere profonda, con la perdita di coscienza del paziente. Continua a leggere

Il no di Papa Francesco all’eutanasia

Foto di repertorio 
Nel suo primo documento del 2020, il Messaggio per la 28/a Giornata Mondiale del Malato che ricorrerà il prossimo 11 febbraio, papa Francesco lancia ancora un ‘no’ netto e inequivocabile ad ogni pratica eutanasica o per il suicidio assistito. E fa appello anche all’obiezione di coscienza dei medici, come “scelta necessaria” per “rimanere coerenti” alla visione di una vita “sacra e inviolabile”.
 
“Cari operatori sanitari – vi afferma -, ogni intervento diagnostico, preventivo, terapeutico, di ricerca, cura e riabilitazione è rivolto alla persona malata, dove il sostantivo ‘persona’, viene sempre prima dell’aggettivo ‘malata’”.

Pertanto, “il vostro agire sia costantemente proteso alla dignità e alla vita della persona, senza alcun cedimento ad atti di natura eutanasica, di suicidio assistito o soppressione della vita, nemmeno quando lo stato della malattia è irreversibile”.

“Ricordiamo che la vita è sacra e appartiene a Dio, pertanto è inviolabile e indisponibile – sottolinea il Pontefice -. La vita va accolta, tutelata, rispettata e servita dal suo nascere al suo morire: lo richiedono contemporaneamente sia la ragione sia la fede in Dio autore della vita”. “In certi casi”, prosegue quindi Francesco rivolgendosi sempre agli operatori sanitari, “l’obiezione di coscienza è per voi la scelta necessaria per rimanere coerenti a questo ‘sì’ alla vita e alla persona”. “In ogni caso – aggiunge -, la vostra professionalità, animata dalla carità cristiana, sarà il migliore servizio al vero diritto umano, quello alla vita. Quando non potrete guarire, potrete sempre curare con gesti e procedure che diano ristoro e sollievo al malato”. Continua a leggere

In Italia nove aborti all’ora

Indumenti da neonato 
Ieri, nella prima celebrazione del 2020, il Papa ha ricordato le donne indotte a “sopprimere la vita che portano in grembo”. La tragica situazione dietro le cifre ufficiali

Ottantamila interruzioni volontarie di gravidanza all’anno, nove all’ora. Sono queste le raccapriccianti cifre ufficiali di un genocidio avvolto da colpevole indifferenza. Una piaga resa ancora più sconvolgente perché esistono canali paralleli dove si praticano aborti senza che ne venga reso noto il numero. Si tratta di un olocausto silenzioso, di una crudele strage degli innocenti che, per ordine di grandezza, cancella ogni dodici mesi una città delle dimensioni di Treviso.

Livello di disumanità

Nella prima celebrazione eucaristica del 2020, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, Papa Francesco ha pronunciato parole chiare e forti che delineano un perfetto manifesto per la difesa della vita. Le donne sono fonti di vita, eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. “Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna – avverte il Pontefice -. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità”. E, invece, “quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare”. Quindi “va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati!”. Oggi “pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica“. Un’esatta fotografia di ciò che accade ogni giorno in quelle “fabbriche di morte” davanti alle quali don Oreste Benzi ci ha insegnato a recitare il santo Rosario per dissuadere la mamme, lasciate sole da uomini indegni, a sopprimere i loro bambini. Continua a leggere

Movimento per la Vita. Progetto Gemma, 24mila bimbi salvati in 25 anni

Sono tra 400 e 500 ogni anno le adozioni prenatali avviate da Progetto Gemma, e per ognuna c'è un bambino che nasce

Nella voce dei protagonisti di allora e di oggi i 25 anni dell’iniziativa di adozione prenatale. Un Fondo speciali per aiuti “una tantum” urgenti

Ci sono consigli comunali, interi condomìni, gruppi del catechismo, parenti o amici di neosposi, familiari di una persona scomparsa… Le motivazioni per sostenere la nascita di un bambino sono tantissime, e tutte lodevoli. E poi ci sono i carcerati; pochi giorni fa un gruppo di detenuti del carcere di massima sicurezza di Nuoro, su suggerimento del cappellano, ha deciso di avviare l’adozione a distanza di una mamma e del suo bambino.

Sono tra i 400 e i 500 ogni anno i Progetti avviati; e per ognuno c’è una Gemma che nasce, un bambino che può vedere la luce. In 25 anni di vita – compiuti proprio in questo 2019 che sta per finire – i responsabili che via via si sono avvicendati, da Silvio Ghielmi (dal 1994 al 2002), che ne fu l’ispiratore insieme a Mario Paolo Rocchi, Francesco Migliori e Giuseppe Garrone, passando per Erika Vitale (dal 2002 al 2012), fino all’attuale, Antonella Mugnolo, hanno seguito quasi 24mila casi. I primi bambini nati grazie all’adozione prenatale, sviluppata in seno al Movimento per la vita attraverso la Fondazione Vita Nova, sono ormai più che maggiorenni. In pochi sanno che le loro mamme erano così disperate da aver pensato a rinunciare a loro, se non fosse stato per quella mano tesa che le ha fatto sentire meno sole.
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“Governo antiscientifico, folle favore alla canna-business”

Il neuroscienziato Serpelloni denuncia l’emendamento di 5 Stelle e Pd che innalza la soglia drogante: “Follia, la quantità di sostanza psicoattiva non la decide la politica, ma la scienza. E la scienza certifica che già con lo 0,2% c’è il ritiro della patente. Come fanno a dire che non sia drogante?”. Ma il problema è l’assist all’industria dell’oro verde: “I primi a esultare sono stati i colossi del canna-business”. Declassati anche i cannabiniodi sintetici, che stanno facendo morti in Europa. “Allucinante che la politica si renda complice di tutto questo”.

di Andrea Zambrano

“Se i fatti non si accordano con la teoria, tanto peggio per i fatti”. La frase tradizionalmente attribuita al filosofo Hegel risuona nella commissione Bilancio del Senato dove gli eletti 5 Stelle e Pd hanno deciso di portare alle estreme conseguenze la loro ideologica e sulfurea visione sulla cannabis. Come? Definendo da soli e senza tenere conto della scienza la quantità di sostanza da considerare drogante. Un colpo di spugna sui dibattiti e soprattutto sulle prove scientifiche che apre di fatto allo sdoganamento massivo della cosiddetta cannabis light e del suo mercato.

Un emendamento. E’ bastato un piccolo emendamento inserito in Manovra a rivoluzionare tutto: una piccola modifica al testo unico sugli stupefacenti che stabilisce una volta per tutte che sotto lo 0,5% di Thc la canapa non si può considerare sostanza stupefacente.

Chi lo dice? Scienziatoni? Neanche per sogno.

Padre della misura, che ora dovrà essere ratificata dal voto finale in aula, è Matteo Mantero, senatore 5 Stelle, che con i colleghi Sbrollini, De Petris, Cirinnà e Nugnes ha svelato l’obiettivo comune e perverso di un governo che su tutto il resto è diviso: dare il via libera alla droga in Italia. E’ lo stesso Mantero a dirlo alle agenzie: “E’ evidente che non è il punto di arrivo, anzi solo quello di partenza, ma abbiamo dato la prima spallata all’assurdo muro di pregiudizio, che ancora circonda questa pianta. I canapicoltori e negozianti italiani potranno lavorare un po’ più tranquilli». Ecco, esultano i canapicoltori, ma sbaglierebbe che si tratti in realtà di sostenere piccole attività commerciali, quasi a km 0, come fossimo di fronte a una filiera corta da sostenere. No, a esultare sono le grandi multinazionali della cannabis, che non hanno mancato di mostrare il pollice recto all’iniziativa del governo. Continua a leggere

Il Papa: il «diritto di morire» non ha fondamento giuridico

Nell’udienza ai giuristi del Centro studi Livatino, intitolato al magistrato ucciso a 38 anni e del quale è in corso il processo di beatificazione, Francesco ha criticato la «giurisprudenza creativa»
 
Il «”diritto di morire”» che alcune «pronunce» giurisprudenziali «inventano» è «privo di qualsiasi fondamento giuridico». Lo dice il Papa nell’udienza ai giuristi del Centro studi Livatino, intitolato al magistrato ucciso a 38 anni il 21 settembre 1990 e definito da Giovanni Paolo II – come ha ricordato Francesco – «martire della giustizia e indirettamente della fede». IL TESTO INTEGRALE

Il Papa ricorda che «in una conferenza, riferendosi alla questione dell’eutanasia, e riprendendo le preoccupazioni che un parlamentare laico del tempo aveva per l’introduzione di un presunto diritto all’eutanasia», il magistrato del quale si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione «faceva questa osservazione: “Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana […] è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni “indisponibili”, che né i singoli né la collettività possono aggredire”».

Una citazione nella quale Francesco invita a considerare argomenti che «sembrano distanti dalle sentenze che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici. Pronunce per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che – secondo una giurisprudenza che si autodefinisce “creativa” – inventano un “diritto di morire” privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza». Continua a leggere

Scienziati choc “Emergenza clima? Ridurre nascite”

Maestra sgrida alunni

Gli scienziati di tutto il mondo chiedono la riduzione programmata della popolazione mondiale a fronte dell’emergenza climatica
 
di Paolo Vites,  Il Sussidiario, 07.11.2019
 
Quando chi si preoccupa del bene e del futuro del mondo propone, come soluzione, la riduzione delle nascite, vuol dire che si è arrivati al suicidio organizzato e pianificato della razza umana. Invece di essere una soluzione è un omicidio. E’ l’allarme lanciato da ben 11.258 scienziati di tutto il mondo in una “lettera di avvertimento” per l’emergenza climatica, che propone come risposta “la riduzione graduale della popolazione mondiale”. Non è un film di fantascienza, ma è la scienza, tanto lodata perché dovrebbe risolvere ogni problema. La lettera è stata pubblicata nei giorni scorsi sulla rivista BioScience, firmata da oltre 11mila scienziati di 153 paesi al mondo. Nella dichiarazione, i firmatari hanno elencato sia la crescita economica che un aumento della popolazione globale come “tra i più importanti fattori di aumento delle emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili”. Il rapporto chiede “trasformazioni audaci e drastiche riguardo alle politiche economiche e demografiche”. Hitler si sarebbe congratulato con loro, d’altro canto aveva messo in atto un piano analogo. Il documento non tiene minimamente conto dei milioni di poveri, soprattutto bambini, che muoiono ogni anno di stenti e di fame tanto che viene da pensare che l’incapacità di risolvere questo problema faccia parte di un piano preciso per ridurre la popolazione, e non si tiene neanche conto che nei paesi più ricchi la natalità è arrivata in molti casi, ad esempio in Italia, a livello zero. Cioè non si mettono più al mondo i figli. Sotto accusa allora come sempre quei fastidiosi popoli del terzo mondo che nonostante la povertà “si ostinano” a fare figli. La popolazione globale sta aumentando di 80 milioni di persone all’anno, afferma la dichiarazione, ed è un fattore chiave del cambiamento climatico.  Continua a leggere

Il concepimento è l’inizio della vita. Lo dicono i biologi

Ecografia di un feto
La tesi di dottorato del ricercatore Steve Jacobs, Università di Chicago, ha attirato l’attenzione dei media negli Usa. Perché raccoglie il parere dei biologi di tutto il mondo sul momento in cui inizia la vita umana. Inizia con la fertilizzazione, cioè dal concepimento, per il 97% di loro. Non si può fingere di non saperlo, quando si parla di aborto.

di Luca Volonté

Quando inizia la vita umana e cosa pensano i biologi a questo riguardo? Nel dibattito cinquantennale tra abortisti e difensori della vita, questa questione è stata al centro di ogni valutazione ed ispiratrice del criterio principale grazie al quale si giudicano leggi e decisioni amministrative. E’ chiaro che se l’opinione comune dei biologi in tutto il mondo fosse che la vita inizia dal concepimento, ovvero la fertilizzazione  tra sperma e ovulo, le conseguenze sarebbero ben chiare a tutti. Consentire l’aborto significherebbe uccidere una vita umana, non eliminare una ‘protuberanza carnale’, una ‘cisti’ come la definiscono invece i promotori dell’aborto. Per coloro che si ispirano alla fede cristiana, la vita è sacra sin dal concepimento.

Filosofie, partigianerie politiche di ogni ispirazione oppongono ragionamenti opposti gli uni agli altri. L’opinione comune degli scienziati può essere un punto fermo condiviso per tutti? Ebbene, nel tentativo di ricercare una possibile ‘mediazione’ ovvero trovare una intesa comune tra abortisti e pro vita, Steven Jacobs giovane ricercatore della Università di Chicago del Dipartimento di Studi Comparativi sullo sviluppo umano, ha condotto una ricerca straordinaria i cui esiti devono essere conosciuti da tutti: per la stragrande maggioranza dei biologi del mondo, la vita umana inizia dalla unione di uno spermatozoo e un ovulo. L’Università di Chicago è una delle principali istituzioni mondiali di istruzione universitaria, dove molti Nobel e Giudici Costituzionali americani hanno insegnato e studiato. Il giovane ricercatore Steven Andrew Jacobs sin dall’estate del 2018 era stato al centro dell’attenzione nazionale ed internazionale per la ‘bozza finale’ della ricerca di dottorato su Bilanciare i diritti all’aborto e quelli del feto: Bilanciare diversi metodi di mediazione nel dibatti sull’aborto negli Usa. Continua a leggere

Appello in Belgio. I genitori: «Non staccate il respiratore a nostro figlio Maciej»

I medici del Sint-Jan, a Bruges, vogliono disattivare i supporti vitali al bimbo di 6 anni giovedì: ha un danno cerebrale. Il padre e la madre si oppongono. Steadfast Onlus: «Violazione dei diritti»
 
(Avvenire, sabato 16 novembre 2019)
 
Lotta disperata di due genitori in Belgio per impedire che a loro figlio, un bambino di sei anni, Maciej, siano staccate le macchine salvavita. A riferirlo è Steadfast Onlus (la stessa che si è occupata dei casi Alfie Evans, Charlie Gard e altri). La storia – che per certi versi richiama i due tragici eventi che negli scorsi anni hanno diviso la Gran Bretagna mettendo contro la giustiza e le famiglie dei due giovanissimi pazienti – inizia nel novembre 2013, quando il piccolo, allora un bebè, si sente male, sviluppando una forte febbre.
I responsabili sanitari dell’ospedale Sint-Jan, a Bruges, nelle Fiandre, dove il piccolo viene ricoverato, dicono ai genitori che non c’è più niente da fare: gli organi di Maciej hanno smesso di funzionare e il bambino non è più in grado di respirare da solo. I medici decidono di interrompere il supporto vitale, con la disperazione dei genitori, poi il miracolo: gli organi di Maciej riprendono a funzionare e lui torna a respirare da solo, tanto che la famiglia può riportarselo a casa. Il bambino soffre di cardiomiopatia (una grave forma di insufficienza cardiaca), ed è stato catalogato come disabile.
Il dramma purtroppo si è riproposto lo scorso 3 novembre, quando Maciej ha nuovamente sviluppato una violenta febbre. Quando la famiglia raggiunge il pronto soccorso dell’ospedale, lo stesso medico che sei anni fa aveva detto loro di dire addio a Maciej, ripete che non si può fare niente. In un primo tempo anzi rifiuta di portare il bambino in terapia intensiva, sostiene la coppia, poi, di fronte alla richiesta del padre di mettere per iscritto la decisione, cambia idea. Maciej viene rianimato per un’ora e mezzo, quindi i medici annunciano ai suoi genitori che il suo cervello è gravemente danneggiato.
Nessun documento, tuttavia, a detta dei genitori che sono stati contattati da Steadfast, viene fornito per certificare il danno cerebrale. La coppia racconta che al bambino è stato praticato un test di apnea, per verificare se fosse in grado di respirare da solo, una prima volta per quindici minuti, poi per dieci. I sanitari stabiliscono che Maciej non è più in grado di respirare autonomamente e annunciano che giovedì prossimo, il 21 novembre, saranno staccate la macchine salvavita. Continua a leggere

Scienza e tecnologia abbiano un’«anima»

Nel secondo dopoguerra, mentre il progresso tecnologico iniziava quella formidabile accelerazione che, in meno di venticinque anni, avrebbe catapultato l’uomo dall’aereo a elica allo sbarco sulla Luna, si andò affermando soprattutto negli Stati Uniti un nuovo filone della letteratura di fantascienza. Al centro dell’azione di autori come Isaac Asimov o Ray Bradbury non c’erano più straordinarie avventure interstellari o invasioni aliene, ma una società alle prese con gli stravolgimenti spesso sconvolgenti prodotti da un progresso pronto in ogni momento a sfuggire di mano all’uomo. Con sullo sfondo interrogativi di senso quali la responsabilità degli scienziati, i limiti della ricerca, gli effetti di una tecnologia fine a se stessa.

Quanta straordinaria attualità ci sia in domande lo vediamo molto bene oggi, in cui le speranze continuamente alimentate da scoperte scientifiche sempre nuove si devono misurare con rischi sempre crescenti. Perché, per dirla con le parole rivolte da Papa Francesco ai partecipanti al seminario “Il bene comune nell’era digitale”, «un mondo migliore è possibile grazie al progresso tecnologico se questo è accompagnato da un’etica fondata su una visione del bene comune, un’etica di libertà, responsabilità e fraternità, capace di favorire il pieno sviluppo delle persone in relazione con gli altri e con il creato». Infatti, «l’indiscutibile beneficio che l’umanità potrà trarre dal progresso tecnologico dipenderà dalla misura in cui le nuove possibilità a disposizione saranno usate in maniera etica», mentre al contrario «un paradigma dominante – il “paradigma tecnocratico” –, che promette un progresso incontrollato e illimitato, si imporrà e forse, persino, eliminerà altri fattori di sviluppo con enormi pericoli per l’umanità intera». Continua a leggere

Buone notizie dall’Emilia Romagna: in aumento i medici obiettori

Buone notizie dal fronte pro life: un recente rapporto della Regione, relativo al 2018, ha evidenziato che, in Emilia-Romagna, negli ultimi due anni, è aumentato il numero di medici obiettori.  Parliamo di una percentuale che riguarda, oggi, il 55,5% degli ostetrici-ginecologi che, nel 2017, corrispondeva al 50,5% e nel 2016 al 49,8%. Solo a Bologna, negli ospedali dell’Ausl, i ginecologi obiettori sono il 47%, rispetto al 42,9% del 2017. In particolare, al Sant’Orsola, la percentuale dei medici obiettori si attesterebbe intorno al 69% (era addirittura all’80,6% nel 2017). Su scala nazionale, invece, l’obiezione di coscienza riguarda ben il 68,4% tra i medici e del 45,6% tra gli anestesisti.

Ma un fenomeno forse ancora più eclatante, segnalato sempre dal rapporto della Regione, è la drastica diminuzione delle interruzioni di gravidanza, circa 6.874 nel 2018, il numero più basso dal 1980, con una diminuzione del 4% rispetto al 2017. Anche a Bologna il numero è in diminuzione: 1.596 nel 2018 contro le 1.658 del 2017 e le 1.811 del 2016.

Un calo che riguarda sia le donne con cittadinanza italiana, sia le donne residenti in regione con cittadinanza straniera. In totale, il tasso di aborti su base regionale è passato dal 10.4% del 2004, al 6.7% del 2018. Insomma, dati che fanno ben sperare e su cui crediamo che l’attività delle associazioni pro life, talvolta presenti anche nei consultori, possa aver inciso e continui ad incidere, perché un risveglio delle coscienze su un tema così drammatico e delicato come l’aborto, spesso usato come becero strumento di propaganda psuedofemminista, oggi più che mai risulta necessario. Continua a leggere

La Corte Costituzionale. «Fecondazione eterologa solo per coppie di sesso diverso»

Foto Ansa

Respinto il ricorso di due donne unite civilmente che chiedevano un figlio in provetta con il seme di un “donatore”. Confermata la legge 40 dove limita la pratica a coppie formate da donna e uomo
 
di Marcello Palmieri

(Avvenire 23 ottobre 2019)
 
Il divieto di accedere alla procreazione medicalmente assistita, imposto dalla legge 40 nei confronti delle coppie formate da persone dello stesso sesso, è del tutto legittimo. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza 221, depositata oggi, che ha sancito la non fondatezza della questione postagli dal tribunale di Pordenone.

La Corte premette che la procreazione medicalmente assistita “solleva delicate questioni di ordine etico e morale”, e ricorda che – proprio per questo – la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto sul tema “un ampio margine di apprezzamento” da parte dei singoli Stati. Non solo. Osservano i giudici costituzionali che, in passato, tutte le pronunce della Corte sulla legge 40 “si sono mosse nella logica del rispetto della finalità (latu sensu) terapeutica assegnata dal legislatore alla Pma, senza contestare nella sua globalità – in punto di compatibilità con la Costituzione – l’altra scelta legislativa di fondo: quella, cioè, di riprodurre il modello della famiglia caratterizzata dalla presenza di una figura materna e di una figura paterna”. Continua a leggere

L’utero artificiale sarà realtà entro cinque anni. L’UE stanzia 2,9 milioni di euro per un prototipo olandese

Entro cinque anni gli scienziati dell’Università Tecnologica di Eindhoven (Paesi Bassi) metteranno a punto un prototipo funzionante di utero artificiale, una super incubatrice che, secondo quanto scrive il Guardian dovrebbe offrire risultati rivoluzionari per i bimbi nati prematuri, anche prima della 22esima settimana (ovvero 5 mesi e mezzo). I ricercatori hanno ricevuto 2,9 milioni di […]
 
di Enrica Perucchietti
 
Entro cinque anni gli scienziati dell’Università Tecnologica di Eindhoven (Paesi Bassi) metteranno a punto un prototipo funzionante di utero artificiale, una super incubatrice che, secondo quanto scrive il Guardian dovrebbe offrire risultati rivoluzionari per i bimbi nati prematuri, anche prima della 22esima settimana (ovvero 5 mesi e mezzo).

I ricercatori hanno ricevuto 2,9 milioni di euro dalla UE per preparare il macchinario. Il finanziamento proviene dal programma UE Horizon 2020. A differenza delle incubatrici attuali, il prototipo avvolgerà il bambino nel liquido e gli fornirà ossigeno e nutrimento tramite una placenta artificiale che sarà collegata al loro cordone ombelicale, ricreando l’esperienza di essere nel ventre materno, battito del cuore incluso.

Prima di applaudire una simile notizia, dovremmo però scavare più a fondo in queste ricerche che vanno avanti da decenni e che hanno una visione di riferimento non solo progressista ma anche post-umana, con “profeti” transumanisti che ne hanno spianato la strada.

Il punto di arrivo non è creare uteri artificiali per salvare i bimbi nati prematuri, ma far nascere le prossime generazioni tramite l’ectogenesi, scollando di fatto la riproduzione e la nascita dal ventre materno.

Come vedremo, ci sono filosofi, saggisti, bioeticisti e persino femministe che ne hanno incentivato e ne plaudono  la ricerca, come già spiegavo in Utero in affitto (rEvoluzione Edizioni) e in Cyberuomo (Arianna Editrice).

Cover del libro Dietro le quinte di Perucchietti, Bizzocchi, Pamio (Uno Editori), in uscita a novembre.

Peraltro, fino a circa un anno fa, chi parlava di questa tematica veniva tacciato di diffondere “fake news” e di vaneggiare: veniva cioè additato come un “complottista” visionario, modalità che serve per screditare e silenziare sul nascere le ricerche scomode, come spiega Andrea Bizzocchi in questo recente articolo (leggi l’articolo).

Ed è proprio con Bizzocchi e con Marcello Pamio che abbiamo approfondito questa delicata tematica in Dietro le quinte, in uscita a novembre per Uno editori.

Per approfondire i retroscena sull’ectogenesi, partiamo dalle parole di un personaggio che non può certo essere bollato come un “complottista”, ossia l’economista e banchiere francese Jacques Attali, di cui ho già ampiamente trattato in Cyberuomo (leggi il mio articolo: Il “mondo nuovo” sognato da Jacques Attali). Attali, che contribuì a scrivere il Trattato di Maastricht, è un lobbista che ha rilasciato negli anni interventi a dir poco inquietanti in linea con la sua fervida produzione saggistica (si pensi a Breve storia del futuro del 2006). Continua a leggere

Dopo la sentenza. Io malato di Sla come un paria ma ora potrò farmi suicidare

di Salvatore Mazza

(Avvenire 27 settembre 2019)
 
Non mi muovo. Dipendo in tutto e per tutto da qualcuno. La mia patologia si chiama Sla, sclerosi laterale amiotrofica, per la quale non c’è cura. Ne soffro da quasi tre anni, e non si sa quanto ancora andrò avanti. Ci sono giorni in cui mi fa male tutto, che in nessuna posizione trovo sollievo, e sono sempre di più.

A occhio e croce, dunque, sono tra i ‘fortunati’ ai quali la Consulta ha dato il via libera alla possibilità di accedere al suicidio assistito, e dunque dovrei essere tra coloro che oggi esultano perché un nuovo diritto è stato riconosciuto, il diritto a morire con dignità. Il problema è che proprio non ci riesco. Perché il mio problema vero non è di morire con dignità, anche perché questo diritto mi è pienamente assicurato da quanto già esiste: quando sarà il momento potrò ricorrere alle cure palliative, e andarmene in sedazione profonda, dopo aver rifiutato ogni accanimento terapeutico.

Il mio problema, e quello di chi si trova nelle mie condizioni, è prima di tutto di poter vivere con dignità. Che significa che lo Stato deve assicurarmi l’assistenza di cui ho bisogno, tutti gli ausili di cui ho bisogno, tutte le cose che mi consentano una qualità del vivere degna di questo nome. Esattamente come avviene in altri Paesi europei, dove chi è nelle mie condizioni non si sente un paria. La realtà è invece del tutto diversa. Ed è fatta di fatica infinita, nostra e dei nostri cari che ci assistono e si sfiancano fino allo sfinimento fisico e mentale per supplire alle troppe, infinite mancanze dello Stato, di una burocrazia che uccide e rende un miraggio il raggiungimento del poco che ti viene riconosciuto. Continua a leggere

Suicidio assistito. Dalla Consulta confusione, incoerenza e arbitrio

La Corte costituzionale si è pronunciata poco fa, introducendo di fatto l’eutanasia in Italia.
Di seguito la Nota del Centro Studi Livatino:

 

A dieci mesi di distanza dalla ordinanza 207, la decisione di oggi della Corte costituzionale non dichiara illegittimo l’articolo 580 del codice penale, ma:

1. demanda al giudice del singolo caso stabilire se sussistono le condizioni per la non punibilità, cioè investe il giudice del potere di stabilire in concreto quando togliere la vita a una persona sia sanzionato, oppure no;

2. fa crescere confusione e arbitrio, ricordando che deve essere rispettata la normativa su consenso informato e cure palliative: ma come, se la legge sulle cure palliative non è mai stata finanziata e non esistono reparti a ciò attrezzati?

3. medicalizza il suicidio assistito, scaricando una decisione così impegnativa sul Servizio sanitario nazionale, senza menzionare l’obiezione di coscienza, di cui pure aveva parlato nell’ordinanza 207;

4. ritiene l’intervento del legislatore “indispensabile”: e allora perché lo ha anticipato come Consulta?

Quel che si ricava dalla nota è confusione, incoerenza e arbitrio. Saranno sufficienti a svegliare un Parlamento colpevole di aver fatto trascorrere il tempo su un tema così cruciale? Continua a leggere

Eutanasia, no di Papa Francesco/ “Suicidio assistito? No libertà, strada sbrigativa”

Papa Francesco, nuovo no all’eutanasia e al suicidio assistito: “sono strade sbrigative, l’esatto contrario della piena libertà umana”
 
Lo aveva già detto lo scorso 2 settembre incontrando i membri dell’Associazione italiana di Oncologia Medica e lo ha ripetuto anche questa mattina ricevendo in udienza la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. Papa Francesco dice no all’eutanasia e al suicidio assistito e la tempistica non è per nulla casuale: in Italia entro il 24 settembre scade il termine posto dalla Corte Costituzionale affinché il Parlamento compisse una discussione e disegno di legge sul “suicidio assistito” e come ricordato anche dal capo della Cei Card. Gualtiero Bassetti «è stato perso tempo per difendere il No forte al diritto di morte». Dunque il nuovo appello-richiamo del Papa giunge forte in un momento in cui è l’Italia al centro di un dibattito che probabilmente infuocherà la politica e la società nei prossimi giorni: «Si può e si deve respingere la tentazione, indotta anche da mutamenti legislativi, di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone la morte», lo ha detto il Pontefice parlando di eutanasia e sottolineando come «si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte». Continua a leggere

Eutanasia: Associazioni, sentenza Consulta sarebbe vera crisi del Parlamento

Comunicato stampa del Comitato spontaneo Polis pro persona
 
“C’è un silenzio molto altisonante nel bailamme di questi giorni. Quello di tutti gli schieramenti politici che tacciono e volgono altrove lo sguardo di fronte allo stravolgimento istituzionale che incombe il prossimo 24 settembre. Quando, cioè, la Corte costituzionale introdurrà in Italia l’eutanasia per sentenza, disciplinando la vita e la morte di tutti noi, per la prima volta esplicitamente sostituendosi al legislatore. Come si legge da quasi un anno nell’ordinanza 207/18”. E’ quanto si legge in una nota del comitato spontaneo ‘Polis pro persona’, che riunisce oltre trenta associazioni no profit mobilitate contro l’eutanasia.

“Lo strano silenzio su questo scenario eversivo – si legge ancora – è imperdonabile distrazione o sintomo che alla politica in fondo va meglio così? Di certo l’attuale chiasso di tutti su (quasi) tutto copre l’evidente imbarazzo, di fronte alle decisioni più essenziali, dei leader e delle Camere, che stanno per abdicare verso il nuovo legislatore composto dai giudici costituzionali. Pertanto, di fronte alle scelte da assumere nei prossimi giorni le forze politiche hanno innanzitutto il dovere di rispondere a questa domanda, dirimente per la stessa democrazia: ‘Esiste ancora la sovranità del Parlamento, eletto dal popolo?’. Se la risposta sarà ‘SI’ – osservano le associazioni -, le forze politiche e le istituzioni parlamentari dovranno affrontare la crisi politica in atto innanzitutto pretendendo dalla Corte costituzionale il rispetto delle attuali esigenze di Camera e Senato e dunque il dovuto rinvio dell’udienza del 24 settembre. Viceversa – concludono -, il perdurare del silenzio sarà comunque una risposta a questa nostra domanda. La risposta di chi sta ponendo fine alla repubblica parlamentare”. Continua a leggere

Paola Bonzi: strumento di un miracolo

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(da tempi.it)
 
Nel tardo pomeriggio di ieri è morta Paola Bonzi, creatrice, anima e fino all’ultimo direttrice del Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli di Milano, il “Cav” che i lettori di Tempi conoscono bene.

A dare la notizia è stato Avvenire:

«Paola Marozzi Bonzi è scomparsa nel tardo pomeriggio di venerdì in ospedale a Brindisi, dove si trovava in vacanza con il marito Luigi, dopo una breve malattia che l’ha portata rapidamente e inaspettatamente in coma. Aveva 76 anni, era madre di due figli e nonna di quattro nipoti. A Milano nel 1984 aveva fondato il primo Centro di aiuto alla vita che abbia mai potuto trovare sede in un ospedale, in quella clinica Mangiagalli in cui passano migliaia di donne ogni anno, tante con un carico di difficoltà e di dolore».

Impossibile rendere in poche righe l’enormità della presenza che è stata e che continuerà a essere Paola Bonzi nella vita di tante persone. Quello che si può sicuramente dire è che Paola Bonzi è stata strumento di un miracolo. Meglio, migliaia di miracoli. La stessa nascita del Cav all’interno della Mangiagalli, e cioè nella la clinica che fu l’epicentro della battaglia a favore dell’aborto in Italia, è una piccola storia grandiosa che andrebbe ricordata come merita. Qualche prezioso accenno si trova in questa intervista a Giorgio Pardi, il primo medico a eseguire un’interruzione di gravidanza legale in Italia che poi, anche grazie all’incontro con Paola Bonzi, pur continuando a difendere la legge 194 assunse posizioni molto distanti da quelle dei paladini dell’aborto come “diritto”.

Paola Bonzi e gli eroici volontari del suo Cav hanno fatto nascere in 35 anni 22.702 bambini che senza di loro sarebbero stati abortiti. Ventiduemilasettecentodue. Ognuno dei quali aveva per Paola un valore infinito. Quanto fa 22.702 volte infinito? Fa tantissimo, tutto, troppo. Troppo per mollare anche solo un centimetro. Per questo Paola Bonzi nei 35 anni di servizio al Cav ha sempre combattuto quando c’è stato da combattere. Con impareggiabile serenità, con grande discrezione, con eleganza di gran signora perfino, tuttavia ha sempre gridato quando bisognava gridare, stretto la cinghia quando ha dovuto stringerla, preso gli sputi e gli insulti dei nemici quando era meglio lasciarli sfogare il loro odio ideologico. Era pronta a tutto, Paola Bonzi, per dare un aiuto a quelle mamme in difficoltà e una chance di vita a quei bambini. Continua a leggere

Caso Lambert. Don Colombo: hanno procurato la morte di un uomo malato

Paradossale la fine procurata del paraplegico francese in un reparto specializzato
 
di Roberto Colombo*
 
La morte di Vincent Lambert è avvenuta quando erano trascorsi dieci giorni dall’avvio del processo di eutanasia per omissione di idratazione e nutrizione. Sappiamo cosa è avvenuto nella camera dell’unità di cure palliative del policlinico universitario di Reims: al tetraplegico francese in stato di coscienza minima, un disabile motorio e neurologico, è stato tolto – per atto intenzionale del medico, avallato da sentenza inappellabile della Cassazione – l’apporto di fluidi e di sostanze alimentari che consente la vita di ogni paziente e quella di ciascuno di noi. Così la sua morte è stata voluta e provocata.

Lambert è ora nelle mani di Dio e della preghiera di tutti, come scritto dai suoi genitori. Il silenzio della stampa e delle voci pubbliche, con poche eccezioni, ha coperto impietosamente un dramma umano che non è senza responsabilità, che poteva e doveva essere evitato con una giusta resistenza alle richieste ingiuste di chi ha voluto la morte di Vincent al di là ogni considerazione delle sue condizioni umane e cliniche.

Non si è trattato – è necessario ripeterlo senza ombre né reticenze – di lasciare che sopravvenisse per cause patologiche la morte ormai prossima di un paziente nell’ultimo stadio di evoluzione della sua malattia inguaribile (Lambert era clinicamente stabilizzato e niente affatto morente) sospendendo trattamenti sanitari invasivi, sproporzionati o futili.

Non è quello che è accaduto: se così fosse stato, la scienza e la coscienza di tanti medici, la retta riflessione etica e la sapienza evangelica della Chiesa non sarebbero contrarie. Lo ha ribadito papa Francesco: «Non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte» (7 novembre 2017). Ciò che si è consumato in questi giorni a Reims è stato proprio interrompere la vita, procurare la morte di un uomo malato. Continua a leggere

Inventare, spiegare, risolvere problemi: essere genitori è una risorsa, anche per le aziende

Inventare, spiegare, risolvere problemi: essere genitori è una risorsa, anche per le aziende

MAAM, un programma di formazione basato sulla genitorialità, e l’associazione Valore D lanciano un Osservatorio dedicato. Lo studio dimostra come si sovrappongano il profilo di madri, padri e talenti innovatori: proprio quel che cercano oggi i cacciatori di teste
 
di Raffaele Ricciardi

(Repubblica, 10 Giugno 2019)
 
MILANO – Fare figli taglia di un terzo le prospettive di busta paga delle donne. Trasforma la vita in una gimkana tra lavoro, asili e baby sitter (per chi se li può permettere). Distoglie energie e da ultimo pone la scelta tra affermazione professionale e famiglia. Il cahier de doleance è noto. E allora perché non ribaltare la prospettiva? Perché non mostrare quanto, in realtà, diventando madri e padri si acquisiscono miriadi di competenze vicine a quelle soft skills – capacità relazionali, di risolvere problemi, inventiva – che sono l’Eldorado dei cacciatori di teste, che pare badino molto più a trovare queste qualità che non alle competenze tecniche, quando cercano un collaboratore per le aziende? A queste voci va ormai il 40% della spesa per la formazione dei dipendenti, che in Italia ha raggiunto un valore di quattro miliardi e mezzo.

Da qualche tempo ci prova MAAM, una programma di formazione aziendale che ha fatto della genitorialità un vero e proprio master in competenze-chiave per la crescita professionale e, di rimando, per la produttività aziendale. Da MAAM, iniziato da Riccarda Zezza come progetto di lezioni in aula, è nata Life Based Value, una tech company che ha portato il master su una piattaforma digitale. Una cinquantina di grandi aziende l’ha già sperimentata come forma di welfare interno: ai dipendenti-genitori arrivano le credenziali per accedere al programma, che può durare fino a sei mesi. In vari moduli, come una sorta di Socrate 2.0, MAAM porta i genitori a riflettere sul loro quotidiano, per individuare che riserva di risorse sia la crescita di un infante. E scoprire che i figli sono un esercizio permanente di problem solving; che l’inventiva per trasformare due sassi in riva al mare in un castello fantastico è una capacità non da tutti; che rispondere a una raffica di “perché?” con un linguaggio semplice e appropriato – rigirando le frasi come un calzino per soddisfare la curiosità di un bimbo o una bimba – sviluppa processi mentali utili anche in una riunione di altissimi dirigenti. Continua a leggere

Un’artista trasforma le ecografie delle future madri in splendidi dipinti

 
Laura Steerman è un’artista irlandese di Dublino, dove vive e lavora come illustratrice. E’ anche diventata un’amante di una forma d’arte molto particolare: convertire le ecografie in dipinti colorati!

Grazie a lei, le future madri possono conservare un ricordo molto speciale di questo momento che è il palcoscenico della gravidanza. Inizialmente Laura iniziò a dipingere le proprie ecografie mentre era incinta, in modo da rendere meno lunga e difficoltosa l’attesa. Presto si rese conto che queste immagini mediche potevano essere una fonte inesauribile di ispirazione. Continua a leggere

Il microchierismo: le cellule fetali che vivono per sempre nel corpo della madre

È proprio vero che le madri portano il proprio figlio dentro di sé per tutta la vita ma non solo dal punto di vista affettivo, anche in senso puramente biologico. A dirlo non sono i “bacchettoni” pro life ma la scienza!

Stiamo parlando di un fenomeno su cui la comunità scientifica internazionale si va interrogando da tempo ovvero il “microchimerismo” che altro non è che la migrazione di alcune cellule fetali, nel corso della gravidanza, nei tessuti materni. Un fenomeno sorprendente emerso anche da un recente studio dell’Arizona State University, nel corso del quale si è analizzato il cervello di donne decedute, riscontrando che, nel 60% dei casi, esso presentava cellule maschili.

La migrazione delle microchimere fetali avverrebbe attraverso la placenta ma probabilmente anche tramite l’allattamento. Gli scienziati, inoltre, non escludono nemmeno un altro fenomeno sorprendente e cioè che le cellule del bambino possano essere trasmesse ai suoi fratelli più piccoli, sempre tramite la placenta, per via di gravidanze successive. E ancora più incredibile sarebbe la scoperta che riguarda non solo le madri, ma anche le madri delle madri: ogni donna conserverebbe le cellule della propria madre nel proprio organismo, questo andrebbe a creare, di conseguenza, uno stretto legame biologico anche tra le nonne materne e i nipoti. Si ipotizza, per di più, che le cellule della nonna materna abbiano un ruolo chiave nella rigenerazione delle cellule staminali e del sistema immunitario, in quanto una maggiore quantità di queste cellule è stata riscontrata nel sangue di donne sane, rispetto a quello di donne che si erano ammalate di cancro al seno.

Tutto questo dimostra come l’essere umano non sia un’isola senza identità e senza storia, ma è al contrario frutto di importanti legami, innanzitutto biologici: a partire dalla profonda connessione madre-figlio che arriva a determinarlo nel profondo, nelle sue stesse “ossa”, potremmo dire. Continua a leggere

In morte di Noa. Farla finita a 17 anni, per depressione, col dottore accanto

di Assuntina Morresi
 
Non è la prima persona minorenne a morire perché lo ha chiesto, Noa, la ragazzina olandese che ha deciso di farla finita con un medico accanto, ma è la prima pubblica, plastica rappresentazione della ‘morte medicalmente assistita’. Le categorie legali e bioetiche a cui gli esperti di settore si sono riferiti finora – eutanasia volontaria, suicidio assistito, rinuncia ai sostegni vitali – sono state spazzate via dalla straziante morte di Noa, non a caso annunciata da lei stessa con un post su un social, e non poteva essere altrimenti: quella di morire è ormai una scelta privata, che riguarda solo chi la fa, condivisa con altri chiamati solo a essere spettatori, al massimo esprimendo la propria personalissima opinione.

Concretamente, Noa voleva farla finita e l’ha fatto smettendo di nutrirsi, sapendo che un medico sarebbe stato insieme a lei per giorni, non per impedire quel passo ma per assecondarlo, e che l’avrebbe guardata mentre moriva, sedandola perché non soffrisse. Forse nel suo fascicolo sanitario resterà traccia del colloquio che pure ci deve essere stato, quello surreale in cui Noa e il dottore hanno discusso su come farlo. Lei aveva deciso di lasciarsi morire di inedia, e probabilmente ha spiegato perché, e chissà se ha cercato il modo meno invasivo e doloroso sulla sua persona, lei che purtroppo non si era più ripresa dalla depressione in cui era caduta dopo essere stata violata da piccola.

Non si può ridurre la storia di Noa a questione procedurale, cioè se la sua sia stata o meno una ‘classica’ eutanasia, secondo le norme e le prassi olandesi, ma va guardata la sostanza: una giovane di 17 anni spezzata da prove e sofferenze fisiche ed esistenziali voleva morire e l’ha fatto, non era in fin di vita ma gravemente depressa, cioè con una malattia psichica, un medico l’ha aiutata e i genitori, che pure avevano fatto di tutto per dissuaderla, alla fine hanno assistito. E se il dottore non sarà perseguito penalmente, come è probabile (in Olanda a 17 anni non si deve più chiedere il consenso dei genitori in casi come questo, e sedare ovviamente non è reato), avremo la conferma che questo è consentito dalle istituzioni di quel Paese. Continua a leggere

Yes to Life: prendersi cura della vita nascente

Discorso del Santo Padre Francesco presso La Santa Sede del 25/05/2019. 
 
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO PROMOSSO DAL DICASTERO PER I LAICI, LA FAMIGLIA E LA VITA SUL TEMA “YES TO LIFE! – LA CURA DEL PREZIOSO DONO DELLA VITA NELLE SITUAZIONI DI FRAGILITÀ”
 
“Signori Cardinali,
venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle,

buongiorno e benvenuti. Saluto il Cardinale Farrell e lo ringrazio per le sue parole di introduzione. Saluto i partecipanti al Convegno internazionale “Yes to Life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, una delle realtà che nel mondo si adoperano ogni giorno per accogliere alla nascita bambini in condizioni di estrema fragilità. Bambini che, in taluni casi, la cultura dello scarto definisce “incompatibili con la vita”, e così condannati a morte.

Ma nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza. Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre! Anche quando piangono, come quello [applausi]. Forse qualcuno potrà pensare: “Ma, fa rumore…portiamolo via”. No: questa è una musica che tutti noi dobbiamo ascoltare. E dirò che ha sentito gli applausi e si è accorto che erano per lui. Bisogna ascoltare sempre, anche quando il bambino ci dà un po’ fastidio; anche in chiesa: che piangano i bambini in chiesa! Lodano Dio. Mai, mai cacciare via un bambino perché piange. Grazie per la testimonianza.

Quando una donna scopre di aspettare un bambino, si muove immediatamente in lei un senso di mistero profondo. Le donne che sono mamme lo sanno. La consapevolezza di una presenza, che cresce dentro di lei, pervade tutto il suo essere, rendendola non più solo donna, ma madre. Tra lei e il bambino si instaura fin da subito un intenso dialogo incrociato, che la scienza chiama cross-talk. Una relazione reale e intensa tra due esseri umani, che comunicano tra loro fin dai primi istanti del concepimento per favorire un reciproco adattamento, man mano che il piccolo cresce e si sviluppa. Questa capacità comunicativa non è solo della donna, ma soprattutto del bimbo, che nella sua individualità provvede ad inviare messaggi per rivelare la sua presenza e i suoi bisogni alla madre. È così che questo nuovo essere umano diventa subito un figlio, muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui. Continua a leggere

Aborto negli USA: nuovo colpo all’Obamacare, torna l’obiezione di coscienza

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Donald Trump regala una nuova soddisfazione ai pro life americani. La Casa Bianca ha infatti avanzato una proposta di modifica dell’Affordable Care Act (più noto come Obamacare), in modo da tutelare finalmente l’obiezione di coscienza sull’aborto.

Il nodo critico è nella normativa emessa nel 2016, ultimo anno dell’amministrazione Obama, dal Dipartimento di salute e servizi umani, che bollava come “discriminazione sessuale” nei confronti della donna, il rifiuto di praticare l’interruzione di gravidanza da parte del personale medico-sanitario.

Un anno dopo l’emanazione di quella norma, un tribunale del Texas sollevò il dubbio sulla sua illiceità. A ricorrere erano stati un ospedale cattolico e un’associazione di medici cristiani, sostenendo che il provvedimento andava contro le loro convinzioni religiose. L’intervento dell’amministrazione Trump andrebbe così a prevenire una controversia giudiziaria, ristabilendo in modo definitivo e chiaro la libertà di coscienza.

«Quando il Congresso ha vietato la discriminazione sessuale, lo ha fatto in base alla semplice definizione del termine, quindi stiamo conformando i nostri regolamenti», ha dichiarato Roger Severino, direttore della sezione diritti civili del Dipartimento di salute e servizi umani. «Il popolo americano vuole una vigorosa protezione dei diritti civili e la fedeltà alle leggi approvate dai loro rappresentanti». Il provvedimento di revisione dell’Obamacare dovrebbe essere approvato entro 60 giorni. Secondo Marjorie Dannenfelser, presidente dell’associazione pro life Susan B. Anthony List, ciò potrebbe condizionare l’applicazione delle nuove leggi degli stati di New York e Vermont, che permettono l’aborto fino al nono mese. Continua a leggere

Perché è importante l’intervento dell’Onu sul caso Lambert

Una interessante riflessione sul caso Vincent Lambert e il coinvolgimento dell’ONU, a cura di Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, su Tempi.it
 
L’intervento del Comitato Onu dei Diritti delle persone con disabilità, che ha salvato la vita a Vincent Lambert almeno per i prossimi sei mesi, è un precedente importantissimo, e potrebbe essere una vera e propria pietra di inciampo nel dilagare apparentemente inarrestabile delle leggi su eutanasia e suicidio assistito.

È la prima volta che un Comitato Onu interviene platealmente su una vicenda di peso internazionale, esponendosi in modo inedito. Lo può fare grazie al protocollo aggiuntivo della Convenzione stessa, dove è previsto che il Comitato che ne monitora l’applicazione da parte degli stati che l’hanno sottoscritta può ricevere segnalazioni di sue violazioni, procedere per indagare e pronunciarsi nel merito. Il suo parere non è legalmente vincolante ma ha un peso politico straordinario, e l’atteggiamento del ministro della Sanità francese lascia capire l’intenzione di attenersi a quanto verrà indicato.

Fra i vari articoli di cui si contesta la violazione, uno in particolare, il n.25, che prevede l’obbligo degli Stati di «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», è stato formulato mentre si lavorava ancora sul testo della Convenzione, inserito dopo la drammatica morte di Terri Schiavo, proprio per evitare che quella tragedia si ripetesse.

Se il Comitato si pronunciasse per continuare a far vivere Vincent Lambert, porrebbe un vero e proprio argine alla mentalità e alle leggi eutanasiche, solitamente introdotte dietro la maschera dei legittimi rifiuto e rinuncia delle cure. Nancy Cruzan e Tony Bland, Terry Schiavo e Eluana Englaro: i principali “casi famosi” che hanno traghettato l’idea secondo la quale in certe condizioni è preferibile morire perché “quella non è vita”, riguardano persone in stato vegetativo, non in fin di vita e sostenute solo da alimentazione e idratazione artificiale. Continua a leggere

Caso Lambert, l’arcivescovo di Parigi: «Siamo diventati dei meri rifiuti?»

Se oggi mi permetto di prendere la parola riguardo a quello che sta accadendo al signor Vincent Lambert è perché il suo caso, così particolare, è emblematico della società nella quale vogliamo vivere.
Anzitutto, il mio cuore di prete mi porta a pregare per lui, sottoposto a tante pressioni, e la cui vita non può che dipendere da decisioni fuori dal suo controllo. Già qualche anno fa aveva subito un arresto dell’alimentazione e dell’idratazione al quale era sopravvissuto in modo sbalorditivo. Quest’uomo di quarantadue anni, cerebroleso in seguito a un incidente automobilistico, è attualmente severamente handicappato, tetraplegico e degente in un letto al CHU di Reims. Il suo caso è assai vicino a quello di Michael Schumacher, che per un trauma cranico ha riportato gravi lesioni cerebrali, e anch’egli è in stato pauci-relazionale. Malgrado la celebrità del campione di Formula 1, i media non hanno messo le mani sul suo caso clinico ed egli può tuttora godere di cure specialistiche molto attente in un contesto privato. Nel caso specifico del signor Vincent Lambert, constatiamo che ha gli occhi aperti, che respira normalmente, che è stabile, tutto fuorché in fin di vita. Ha bisogno di un assistente e di un’infermiera che assicurino il nursing e il cambio di posizione, di un kinesiterapeuta per evitare le piaghe. La nutrizione e l’idratazione si fanno per gastrostomia o per sondino nasogastrico.
La decisione di interrompere le cure di comfort e di nutrizione di base in un paziente handicappato va contro la legge Léonetti. Nessuno ha fatto menzione del fatto che egli presenti sofferenze insopportabili che necessitino di una sedazione profonda, salvo evidentemente il caso in cui l’arresto dell’idratazione da parte dei medici comporti il crudele dolore della morte per sete. Non si tratta di “accanimento terapeutico”, poiché non parliamo di interventi curativi per una malattia incurabile, ma semplicemente di interventi corporali e nutrizionali di base, che sono dovuti anche a persone anziane degenti, emiplegiche, e ai neonati che non sono ancora autonomi. Continua a leggere

L’Alabama approva un disegno di legge per il bando totale dell’aborto

GOVERNOR KAY IVEY

La misura intende sfidare la sentenza Roe v. Wade
 
Lo Stato dell’Alabama (Stati Uniti) ha approvato un disegno di legge che intende sfidare la sentenza Roe v. Wade della Corte Suprema sull’aborto.Il provvedimento, approvato dal Senato statale martedì, proibisce l’aborto in qualsiasi stadio della gravidanza. La promotrice, la repubblicana Terri Collins, ha affermato di aspettarsi che la governatrice repubblicana Kay Ivey lo trasformi in legge, ha riferito l’Associated Press. La Ivey non si è espressa pubblicamente su quello che farà al riguardo.

Dopo più di 4 ore di dibattito, il Senato a guida repubblicana ha approvato con 25 voti contro 6 l’approvazione dell’HB 314, che non penalizzerebbe le donne che si sottopongono a un aborto ma prevede una sentenza carceraria fino a 99 anni per i medici che eseguono la procedura. La Camera dell’Alabama aveva approvato il disegno di legge all’inizio di questo mese.

La legge permette eccezioni solo “per evitare un serio rischio sanitario alla madre del bambino non nato”, per gravidanza ectopica e se “il bambino non nato ha un’anomalia letale”, ha riferito la CNN. Un emendamento promosso dai democratici per esentare le vittime di stupro e incesto è stato bocciato con 11 voti contro 21.

Il direttore esecutivo della American Civil Liberties Union dell’Alabama, Randall Marshall, ha affermato che la sua organizzazione si unirà all’ACLU nazionale, Planned Parenthood, e a Planned Parenthood Southeast per sfidare il provvedimento in tribunale nell’arco di “poche settimane” nel caso in cui dovesse diventare legge. Continua a leggere

Eutanasia. I paladini perduti di Vincent Lambert

Dovrebbero essere i paladini dell’autodeterminazione i primi a battersi per la vita di Vincent Lambert. Ma è vero che è l’autodeterminazione la vera posta in gioco in vicende come questa?
 
di Assuntina MorresiAvvenire 14 maggio 2019
 
Dovrebbero essere i paladini dell’autodeterminazione a battersi per primi per la vita di Vincent Lambert, il 42enne francese per il quale un lungo contenzioso giudiziario ha stabilito l’interruzione di alimentazione e idratazione artificiale, cioè la morte come per Terry Schiavo ed Eluana Englaro. I fatti sono noti: Vincent è tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11 anni, per via di un incidente. È un disabile grave con funzioni vitali stabili: non è in fin di vita, non è attaccato a nessuna macchina, e l’ospedale in cui è ricoverato non può offrirgli trattamenti riabilitativi.

Gli è impedito però di trasferirsi altrove: i giudici francesi ritengono che nutrirlo e idratarlo sia una «ostinazione irragionevole» e perciò vada lasciato morire, come chiedono sua moglie e una parte della sua famiglia di origine, mentre un’altra parte di quella stessa famiglia, compresi i suoi genitori, sta lottando per la sua vita. Vincent non ha elaborato direttive anticipate né scritto altro relativamente alle proprie volontà, e non ha nominato una persona di fiducia che lo potesse, eventualmente, rappresentare. La moglie ha dichiarato che Vincent le avrebbe confidato, prima dell’incidente, di non voler vivere in stato di totale dipendenza. Un’affermazione generica e neppure comparabile a un consenso informato o a un biotestamento, secondo il Tribunale amministrativo che si è pronunciato nel gennaio 2014; una dichiarazione attendibile invece, per l’opinione del Consiglio di Stato espressa nel giugno successivo. Continua a leggere

Genetista e Servo di Dio. Parigi ricorda Jerome Lejeune a 25 anni dalla morte

Parigi ricorda Jerome Lejeune a 25 anni dalla morte

Scopritore dell’origine genetica della Sindrome di Down, primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, con una Messa a Notre Dame viene ricordata la figura del grande scienziato.
 
di Francesco OgnibeneAvvenire, 9 aprile 2019
 
La Francia tutta – e non solo – dovrebbe fermarsi per ricordare un suo grande scienziato, che con le sue scoperte ha permesso di decifrare il mistero di una malattia della quale si ignorava l’origine genetica come la Trisomia 21. Ma i riconoscimenti che gli furono negati in vita – come il Nobel per la medicina – non gli vengono restituiti ora, in un clima culturale che ormai ha voltato le spalle al senso dell’umano del quale fu testimone di eccezionale coerenza e credibilità. Venticinque anni dopo la sua morte, è la Chiesa a riproporre con una Messa nella cattedrale parigina di Notre Dame mercoledì 10 aprile la figura del genetista Jerome Lejeune, eccezionale uomo di scienza, credente dalla fede cristallina, medico marito e padre (di cinque figli), uomo di grandi virtù umane, intellettuale coinvolgente e persuasivo, che fu primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita (sebbene per soli due mesi, dal febbraio 1994 al 3 aprile, quando morì), nominato da Giovanni Paolo II, suo profondo estimatore. La scoperta sessant’anni fa dell’anomalia alla base della Sindrome di Down fu orientata dalla sua inesausta ricerca di poter contenere le forme di ritardo cognitivo diagnosticandole tempestivamente e, di scoperta in scoperta, se possibile anche prevenendole. Resta determinante ciò che Lejeune scoprì per far cadere lo stigma sociale su quelli che erano spregiativamente considerati «mongoloidi». L’applicazione eugenetica di quegli studi era dunque agli antipodi rispetto al suo approccio, coerente con il suo rifiuto dell’aborto, della fecondazione extracorporea e di ogni forma di selezione e di forzatura della maternità naturale, convinzioni moralmente radicate e scientificamente argomentate senza paura e in ogni sede, che però gli costarono l’aperta ostilità di tanti colleghi, intellettuali, mass media e del mondo accademico, con ostacoli continui alla sua attività di ricerca. La diffusa e consolidata fama di santità di Lejeune ha convinto la diocesi di Parigi ad aprire nel 2007 il processo di canonizzazione, concluso nella sua fase diocesana nel 2012. La «Positio» – documento che attesta le virtù del Servo di Dio – è stata consegnata alla Congregazione per le cause dei santi nel maggio 2017. Continua a leggere

La proposta della Lega. «Si renda adottabile il concepito»

«Si renda adottabile il concepito»

Meno aborti, più chance alle coppie disponibili ad accogliere figli non loro: progetto di legge leghista per offrire una nuova possibilità alle donne che hanno scelto di non tenere il nascituro
 
di Francesco OgnibeneAvvenire 27 marzo 2019
 
Basta una parola – «concepito » – e a una parte del Palazzo puntualmente saltano i nervi. Eppure, lui, il concepito, è tutt’altro che minaccioso. Anzi, è «uno di noi», come disse efficacemente la campagna europea che nel 2013 raccolse due milioni di firme nei Paesi Ue per la tutela giuridica dell’embrione umano.

Ora che però un disegno di legge lo mette nero su bianco ecco che riparte la polemica attorno al consueto slogan ‘la 194 non si tocca’. Il bello è che il ddl – primo firmatario il deputato della Lega Alberto Stefani, seguito da altri 47 onorevoli del Carroccio – non tocca affatto la 194, proponendo «Disposizioni in materia di adozione del concepito» come alternativa all’aborto per la donna incinta che ha deciso di non tenere il bambino (e che comunque già oggi dispone della legge sul parto in anonimato). In soldoni: per chi vuole abortire non cambierebbe nulla, mentre si introdurrebbe solo una nuova possibilità di libera scelta.

Certo, molto significativa: perché nei 7 articoli del ddl – depositato a Montecitorio il 4 ottobre 2018, curiosamente senza farlo sapere in giro, e solo da pochi giorni incardinato nelle Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali – si riconosce nei fatti una soggettività giuridica del concepito che segna un passo avanti con l’intento di ridurre il numero di aborti e di famiglie che sperano in un’adozione (solo una su dieci riuscirebbe nel suo intento).

La novità si esplicita già all’articolo 1, dove si prevede che «la donna può fare ricorso, nell’ambito delle misure alternative all’interruzione di gravidanza di cui alla legge 194, alla procedura di adozione del concepito». Altro fatto nuovo – all’articolo 2 – è l’obbligo per «il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia al quale la donna si rivolge» di informare «per iscritto la donna, nonché la persona eventualmente presentata come padre, della possibilità di ricorrere alle misure alternative all’interruzione volontaria di gravidanza». Continua a leggere

La cannabis aumenta il rischio di psicosi

Epa

Uno studio internazionale dimostra quanto grande sia l’influsso della marijuhana sui disturbi del comportamento, allucinazioni, linguaggio incoerente e incomprensione delle normali circostanze della vita.

di Arnaldo Benini

(Il Sole 24 ore, 21.03.19)

Uno studio cui hanno partecipato 10 istituti europei (fra i quali i centri di psichiatria e di neurologia delle Università di Palermo e di Bologna) e il diparti-mento di medicina preventiva dell’Università di San Paulo in Brasile, guidato da Marta Di Forti dell’Istituto neurologico del King’s College di Londra, appena uscito su Lancet Psychiatry, dimostra quanto grande sia l’înflusso di cannabis, cioè di regola della marijuhana, sulla frequenza delle psicosi. Per psicosi s’in-tendono disturbi di comportamento, allucinazioni, lin-guaggio incoerente e incomprensione delle normali cir-costanze della vita.
Fra il maggio 2010 e l’aprile 2015 i ricercatori hanno controllato 901 persone dopo il primo ricovero per attacco di psicosi in età fra i 18 e 64 anni a 1237 persone che non avevano mai usato cannabis. Il consumo giornaliero di cannabis comporta un rischio di psicosi tre volte superiore a chi non la usa. Se la marijuana contiene l’agente psicoattivo THC sopra il 10% (è quasi la regola), cioè, dicono gli studiosi, è “molto potente”, il rischio di psicosi è di cinque volte superiore agli astinenti. Nell’hascisch il THC arriva al 19-20%. Continua a leggere

Da scienziato chiedo di fermare la manipolazione degli embrioni

Il fronte di biologi, genetisti ed esperti di bioetica si compatta attorno al no alla manipolazione genetica dei gameti umani. Dopo gli appelli su Nature e Science per una moratoria mondiale delle tecniche che intervengono sul Dna umano in modo ereditabile, la comunità scientifica ha aumentato la pressione sulle istituzioni, ottenendo un primo passo da parte della National Academy of Sciences statunitense. La commissione internazionale che verrà istituita dall’agenzia Usa gode già dell’appoggio della Casa Bianca che, un po’ tardivamente, si è pronunciata contro gli esperimenti di editing genetico su ovuli o embrioni. Ma l’inquietudine resta. Lo strappo del laboratorio cinese che ha recentemente tentato di eliminare un gene da 86 embrioni ha creato un precedente preoccupante. «Se uno, cinque, dieci laboratori lo stanno facendo, il processo prima o poi potrebbe riuscire. E non possiamo prevedere quali conseguenze avrebbe», spiega ad Avvenire Rudolf Jaenisch, docente di biologia del Mit di Boston, presidente della Società internazionale per la ricerca sulle staminali e pioniere delle cellule pluripotenti derivate da tessuti adulti.

Professor Jaenisch, l’équipe dell’università di Sun Yat-sen non aveva intenzione di impiantare gli embrioni “ritoccati” in un utero femminile. Perché allora il loro tentativo deve preoccupare?

Perché non ne capisco la motivazione scientifica o medica. E allora dico che lo scopo era probabilmente la fama mondiale: una motivazione squilibrata per uno scienziato, che spinge a fare passi sconsiderati. Quando furono sviluppate le tecniche di clonazione si disse subito che sarebbe stato inaccettabile clonare un essere umano. Malgrado ciò, alcuni ricercatori ci hanno provato. Mi preoccupa che qualcosa di simile possa accadere con la modifica genetica embrionale.

Perché secondo lei questa tecnica va fermata?

Perché ha una portata spaventosa. Consente di alterare i geni di ogni cellula di un embrione umano, e le modifiche sarebbero trasmesse alle generazioni future. Potrebbero essere modificati geni sani in modo irreversibile. Danni collaterali potrebbero verificarsi su alcuni geni o su tutti. E i risultati si propagherebbero per generazioni. Bisogna chiedersi se è un rischio tollerabile. Continua a leggere

“La fortuna di averti”. Un cromosoma in più, un altro motivo per amarti

Catholic Link | Mar 20, 2019

di Nory Camargo
 
Ecco un bel video prodotto da Down España che ci ricorda che tutti sono preziosi. A volte avendo davanti la cosa più bella e speciale del mondo non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati. “La fortuna di averti” è un video che ha come protagonista un bambino affetto dalla sindrome di Down, e rivolge un appello urgente ad amare senza etichette.
La narratrice è la sorella minore, una bambina adorabile che ricorda a tutti che l’amore dev’essere disinteressato e che non dobbiamo mai permettere che una persona con la sindrome di Down si senta inferiore agli altri.

Sei perfetto come sei

Sì. Anche se tutti le guardano come se fossero diverse, anche se la gente per la strada non sa dissimulare, anche se mormora o fa commenti negativi, anche le persone Down sono perfette, perché la loro disabilità cognitiva non le rende meno degne, né meno meritevoli di rispetto e affetto. Le persone con la sindrome di Down hanno un’incredibile capacità di vedere e fare tutto con una dose extra di amore a cui aspiriamo in tanti, ma che non riusciamo a raggiungere. Sforziamoci di più per permettere loro di sentirsi come chiunque altro. Dimostriamo che anche i loro sogni possono essere possibili, e che le loro aspirazioni possono diventare realtà.
Diamo loro l’opportunità di dimostrare a tutti di cosa sono capaci, e lottiamo sempre per far capire agli altri che non sono persone “stupide”, come molti credono. Che sono persone amate da Dio, piene di talenti, di doni, di qualità, di speranze, come me e voi. Continua a leggere

Oggi la Giornata della Sindrome. Down: più ricerca, meno «selezione»

Il genetista Strippoli: «Lavoriamo a una terapia metabolica, ma i fondi vanno alla diagnosi prenatale»
 
di Danilo Poggio – Avvenire 21 marzo 2019
 
La ricerca sulla Sindrome di Down ormai da tempo si focalizza sulla diagnosi prenatale, soprattutto con il fine dell’aborto selettivo, e trascura le possibili cure per migliorare la vita delle persone. I finanziamenti sono sempre più risicati e le poche ricerche rischiano di scomparire, malgrado i risultati promettenti. Si minano le concrete speranze di riuscire a ridurre le difficoltà legate all’anomalia genetica più diffusa e che coinvolge un bambino ogni 700 nati, per una stima nazionale di 38mila persone (6 milioni in tutto il mondo).
Eppure, esattamente sessant’anni fa lo scopritore della Sindrome era animato da intenzioni ben diverse: «La troveremo. È impossibile che non riusciamo a trovarla. È un’impresa intellettuale meno difficile che spedire un uomo sulla Luna. Se trovo come guarire la trisomia 21, allora si aprirà la strada verso la guarigione di tutte le altre malattie di origine genetica». Jérôme Lejeune – di cui è in corso la causa di beatificazione – era uno scienziato rigoroso, che ebbe intuizioni “futuristiche”: nel 1959, quando la mappatura del genoma umano era ancora impensabile, comprese che la sindrome è dovuta alla presenza di tre copie del cromosoma 21 (da cui trisomia 21) anziché due.

A una sua lezione, negli anni Ottanta, era presente anche un giovane universitario al quinto anno di Medicina, che trent’anni dopo ha deciso di portarne avanti le intuizioni. Oggi Pierluigi Strippoli è professore associato di Biologia applicata e responsabile del laboratorio di Genomica del Dipartimento di Medicina specialistica, diagnostica e sperimentale all’Università di Bologna, diretto da Mauro Gargiulo. Con i moderni strumenti della genomica ha potuto confermare le intuizioni di Lejeune, nel progetto clinico-sperimentale più grande a livello nazionale, coinvolgendo 180 bambini: «Lejeune – spiega Strippoli, nella Giornata mondiale sulla Sindrome di Down, che si celebra come ogni anno il 21 marzo – era convinto che la disabilità intellettiva derivasse dall’intossicazione delle cellule cerebrali causata dall’azione del cromosoma in eccesso e pensava che solo una piccola parte del cromosoma stesso ne fosse responsabile. Effettivamente è così». Continua a leggere