Aborto. Il «grazie» a papa Francesco da 17 associazioni che difendono la vita

Per la prima volta insieme esprimono in una lettera comune parole di gratitudine al successore di Pietro per le sue parole in difesa dei bambini non nati
 
(Avvenire, 10.10.18)
 
«Ringraziamo papa Francesco per le parole che egli ha pronunciato per difendere il diritto alla vita dei bambini non ancora nati». È un testo pieno di calore, affetto e passione quello scritto e firmato ieri da 17 associazioni e realtà cattoliche impegnate nella tutela e promozione della vita umana.

«Ringraziamo papa Francesco per le parole che egli ha pronunciato per difendere il diritto alla vita dei bambini non ancora nati». È un testo pieno di calore, affetto e passione quello scritto e firmato da 17 associazioni e realtà cattoliche impegnate nella tutela e promozione della vita umana. «Sono parole autorevoli ed efficaci – riprende la nota -, sulla scia di quanto più volte ribadito, perché il Santo Padre è molto amato anche nelle periferie del mondo e negli ambienti in cui è maggiormente diffusa una cultura aperta all’aborto. Lo ringraziamo a nome di tutte le associazioni, i gruppi e i movimenti di impegno cristiano e sociale che spendono la loro opera in difesa della vita, e soprattutto delle migliaia di volontari per la vita che si sentono incoraggiati dalla vicinanza loro espressa da papa Francesco. Lo ringraziamo a nome delle donne, che ascoltando le sue parole si sentiranno sostenute nella decisione di accogliere il figlio che vive nel loro grembo, ritrovando così il proprio innato coraggio e la gioia della maternità. Lo ringraziamo per il conforto dato a tutti i genitori che, rifiutando la cultura dello scarto, hanno accolto con amore i loro figli malati o con qualche problema. Ringraziamo papa Francesco – concludono le associazioni – perché ha collegato la riflessione sull’aborto a quella sulla pace e su ogni aggressione dell’uomo sull’uomo, perché tale collegamento dimostra che la questione dell’aborto non potrà essere considerata chiusa dalla sua legalizzazione. Rinnoviamo l’espressione della nostra fedeltà e del nostro affetto verso il Santo Padre Francesco». Continua a leggere

Olanda, ucciso con l’eutanasia un neonato: aspettativa di vita era di 10 anni

È la seconda volta dal 2005 che l’Olanda dichiara ufficialmente di avere ucciso un bambino con l’eutanasia secondo il Protocollo di Groningen: la qualità della vita del piccolo è stata considerata insufficiente
 
di Leone Grotti
Tempi, 12 ottobre 2018
 
In Olanda è stato ucciso un neonato di «meno di 12 mesi» con l’eutanasia. Si tratta del secondo caso ufficiale dal 2005, quando i pediatri olandesi hanno adottato il Protocollo di Groningen, elaborato dal professor Verhaegen, sulla soppressione dei neonati «affetti da malattie gravi». Il caso è stato dichiarato e comunicato ufficialmente nell’ultimo rapporto, uscito pochi giorni fa, redatto dalla Commissione di valutazione dell’interruzione tardiva di gravidanza e della morte provocata dei neonati.

SOFFERENZA INSOPPORTABILE

Il neonato soffriva di una patologia neurologica grave e i medici, con il consenso dei genitori, hanno valutato che fosse meglio ucciderlo per evitargli «una sofferenza insopportabile e senza prospettive» di guarigione.

«ASPETTATIVA DI VITA DI 10 ANNI»

I dottori hanno preso in considerazione diversi elementi per giustificare la morte con l’eutanasia: l’assenza di qualità della vita, lo stato di sofferenza del neonato e la mancanza di prospettive future. In realtà, si legge, il neonato aveva secondo gli esperti una «aspettativa di vita di 10 anni», durante i quali però la sua qualità della vita non sarebbe mai migliorata.  Continua a leggere

Droghe. Cannabis, quella light non esiste

Cannabis, quella light non esiste

(Avvenire,  11.10.18)
 
Bastano 20 grammi di sostanza in libera vendita e gas da accendini per ricavare il prodotto stupefacente. La denuncia di San Patrignano: così si abbassa la percezione del rischio

Quindici minuti. Tanti ne bastano per ottenere, comodamente in casa, un quantitativo pari a una ‘canna’, con appena 20/30 grammi di prodotto grezzo acquistato negli shop appositi o in negozi di alimentazione naturale. È sufficiente poi un estrattore – acquistabile a pochi euro su internet – a gas butano (quello utilizzato per gli accendini e i fornelletti da campo) e seguire le istruzioni rintracciabili sul Web.

Altro che cannabis light: è davvero facile estrarre e concentrare il Thc (ovvero il più importante principio attivo contenuto nella canapa), ottenendo una sostanza alterante dannosa per la salute in quantitativo sufficiente per una “canna” e acquistando prodotti attualmente in vendita in maniera legale. Ma, a dimostrare che la cannabis lightcosì “leggera” non è, ci ha pensato uno studio condotto da Giovanni Serpelloni, già capo Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, attualmente direttore dell’Uoc Dipendenze di Verona e collaboratore del Dp Institute dell’Università della Florida, che ha coordinato la sperimentazione effettuata negli istituti di Medicina legale delle Università di Ferrara, Parma e Verona.

Già nell’aprile scorso il Consiglio Superiore della Sanità si era espresso in merito alla pericolosità di queste sostanze: un “avvertimento” rimasto inascoltato. In Italia si calcola siano già circa 800 i negozi che legalmente vendono cannabis light. Ora la ricerca “Cannabis light extraction”, presentata a San Patrignano in occasione dei WeFree days dedicati alla prevenzione, mirava a scoprire se anche utilizzando la cannabis light fosse possibile estrarre e concentrare il principio attivo in dosi sufficienti per ottenere l’effetto stupefacente. I ricercatori hanno acquistato i prodotti negli store e con l’ausilio di un estrattore domestico con gas butano sono passati alla sperimentazione. Risultato: «Partendo da dosi di materiale grezzo che oscillavano dagli 8 ai 15 grammi, siamo giunti ad estrarre un prodotto con concentrazioni superiori allo 0,6%, limite della legalità – spiega il dottor Serpelloni –. Da calcoli successivi siamo arrivati alla conclusione che con 20-30 grammi di prodotto grezzo si può arrivare ad estrarre un concentrato resinoso di circa 25 milligrammi di principio attivo». Continua a leggere

Il Papa: abortire è come affittare un sicario

Prosegue la catechesi del mercoledì dedicata ai Comandamenti. Il quinto, «Non uccidere», ricorda che il valore della vita è alla base dei rapporti umani. Perché Dio ama ogni vita
 
(Avvenire, 10.10.18)
 
«Dio è amante della vita». L’ha scandito, su invito di papa Francesco, tutta piazza San Pietro affollata di fedeli per l’udienza generale del mercoledì. Dedicata stamani al quinto dei Dieci Comandamenti: «Non uccidere».

Dopo la lettura tratta dal libro della Sapienza («Tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato… Tu sei indulgente con tutte le cose perché sono tue, Signore, amante della vita»), il Papa ha centrato la catechesi sul valore della vita, che sta alla base dei rapporti umani. IL TESTO INTEGRALE
 
Il male si riassume nel disprezzo della vita

«Tutto il male operato nel mondo – ha detto – si riassume in questo: il disprezzo della vita». Guerre, organizzazioni che sfruttano l’uomo e l’ambiente, cultura dello scarto sono tutti «sistemi che sottomettono l’esistenza umana a calcoli di opportunità». Disprezzare la vita, in ogni sua fase, è uccidere. A cominciare dalla vita del concepito. Il Papa è stato esplicito: «Soppressione della vita umana nel grembo materno in nome della salvaguardia di altri diritti: ma come può essere terapeutico, civile o semplicemente umano un atto che sopprime la vita inerme nel suo sbocciare? È giusto far fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema?» ha chiesto ai fedeli. «Non si può, non è giusto, è come affittare un sicario». Continua a leggere

Verona: approvata mozione pro vita

Il Consiglio comunale vota a maggioranza, 21 voti, la mozione che vuole la città «a favore della vita». Tra loro anche Carla Padovani, capogruppo del Pd, che ha rilasciato un’intervista a Tv2000
 
(Avvenire, 5.10.18)
 
Il Consiglio comunale di Verona vota a maggioranza, 21 voti, la mozione che vuole la città «a favore della vita». Tra quei 21 c’è anche quello di Carla Padovani, capogruppo del Pd; gli altri sono della Lega e di Forza Italia. Gli altri dem votano contro, insieme al M5s e alla sinistra, arrivando a quota 6. Un no quasi pregiudiziale perché la mozione di Alberto Zelger, della Lega Nord, di fatto pone in discussione la 194. Apriti cielo. Il Pd pone Padovani sotto processoA Roma, più ancora che in riva all’Adige.

La signora Carla è una persona tranquilla ma ferma nei suoi principi “pro vita” e a favore della famiglia (cattolica, a suo tempo si è battuta contro le unioni civili sfidando anche allora le ire del suo partito). Confida di aver solo rispettato l’articolo 2 dello Statuto comunale che già da anni prevede che «la vita di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale, venga accolta e protetta in tutti i suoi aspetti». E anche l’articolo 2 del codice etico del suo partito, che prevede la libertà di coscienza.

Ma nel Pd non la pensano tutti così. Anzi. Se il segretario nazionale Maurizio Martina giudica «un grave errore il voto della capogruppo, perché non si può tornare al Medioevo». Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria, è altrettanto drastico: «Non si procede con colpi di mano ideologici su temi così delicati». Matteo Mauri, coordinatore della segreteria, prova a spiegare che si tratta di «una scelta individuale», ancorché non condivisa, ma Sergio Lo Giudice, responsabile diritti dei dem, sostiene addirittura l’incompatibilità di Padovani con il partito. Alessia Rota, veronese, vicepresidente del gruppo alla Camera, va oltre e invita la concittadina a dimettersi, perché «ha tradito i valori fondanti del nostro partito». «Esterrefatta e schifata» si dice Monica Cirinnà. Mentre per l’ex ministro Andrea Orlando non ci sono dubbi: Padovani va espulsa. Anche con il suo voto – insiste il Pd del Veneto – si torna al Medioevo.

In serata arriva una precisazione dello stesso leghista Zelger: «Questa non è una mozione contro la legge sull’aborto ma per prevenire l’aborto, come infatti chiede anche la stessa 194, che andrebbe applicata appieno nella prima parte». Ma aggiunge: «Se devo parlare a livello personale ritengo che l’aborto sia una cosa orrenda e che, dopo 40 anni, non sia una scandalo chiedere che alla 194 sia fatto il tagliando». Continua a leggere

Petizione globale di 89 associazioni. Utero in affitto mozione all’Onu per proibirlo

Utero in affitto mozione all’Onu per proibirlo

Le associazioni chiedono lo Stop alle politiche delle Nazioni Unite per legalizzarlo

(Avvenire, 30.09.18)
 
Un sonoro no alla pratica degli uteri in affitto. Un rifiuto totale e inappellabile alla legalizzazione della gravidanza surrogata, in qualsiasi sua forma. La chiedono alla comunità internazionale decine di organizzazioni senza scopo di lucro, molte di stampo femminista, di 17 Paesi. Tutte hanno aderito al movimento con il quale il gruppo spagnoloRecav (Red Estatal contra el Alquiler de Vientres: Rete statale contro l’affitto di uteri) ha invitato l’Onu e i governi di tutto il mondo a proibire la maternità «a pagamento».

Lo sforzo comune si è concretizzato questa settimana con la presentazione, da parte di 89 organizzazioni non governative, di una petizione di moratoria all’Assemblea generale, riunita a New York per il dibattito d’apertura della sua 73esima sessione. L’iniziativa è partita da 134 donne spagnole che hanno già chiesto al loro governo di mettere fine a una pratica che, nelle loro parole, «costituisce una grave violazione dei diritti umani e della dignità delle donne e dei minori, una forma di sfruttamento riproduttivo delle donne e che converte i neonati in un oggetto di transazione contrattuale e commerciale».

In pochi giorni, alle promotrici spagnole si sono unite 28 organizzazioni francesi, altrettante argentine, 6 britanniche, 6 svedesi, 5 italiane, 3 messicane, 3 australiane e varie di Stati Uniti, India, Belgio, Germania, Olanda, Canada, Thailandia, Cambogia, Perù e Repubblica Dominicana.

Se non è il primo caso in assoluto di un appello specifico alle Nazioni Unite (dall’Italia sono partite ad esempio la richiesta uscita dal primo incontro trasversale sul tema alla Camera il 23 marzo 2017 e una raccolta di firme lanciata da Mario Adinolfi con La Croce insieme ad altre associazioni), è invece la prima volta che un gruppo così folto e globale si impegna collettivamente per far arrivare la sua voce al Palazzo di Vetro. Continua a leggere

Procreazione assistita. Embrioni congelati, la città dimenticata

(Ansa)

Sono decine di migliaia, conservati in cliniche e centri specializzati di tutta Italia: vite sospese a -196°, spesso abbandonate da chi le aveva commissionate
 
di Assuntina Morresi
Avvenire, 27 settembre 2018
 
Solo una legge del Parlamento che modifichi radicalmente la 40 del 2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) può consentire la distruzione di embrioni umani, anche a fini di ricerca: lo ha ribadito pure la Corte europea dei diritti umani quando il nostro Paese ha vinto il contenzioso Parrillo vs Italia, nel quale si chiedeva, appunto, di destinare alcuni embrioni umani alla ricerca scientifica. È bene ribadirlo, di fronte alle periodiche campagne stampa che chiedono di eliminare uno degli ultimi pilastri della legge 40, cioè il divieto di distruzione e di manipolazione di embrioni umani: nessun atto ministeriale, o iniziativa regionale, o parere di società scientifiche, può destinare embrioni alla distruzione.

Va poi chiarita la situazione attuale. La legge 40 e un decreto ministeriale collegato distinguono, fra gli embrioni crioconservati, quelli ‘abbandonati’, cioè non più richiesti dai genitori, stabilendo di trasferirli tutti in un’unica, apposita biobanca dedicata. Ma questa disposizione riguarda solamente gli embrioni formati prima dell’entrata in vigore della legge 40, e non comprende i successivi. La 40 infatti, nella sua forma originale, prevedeva che tutti gli embrioni formati dovessero essere trasferiti in utero in modo da limitare a numeri residuali quelli eventualmente ‘in eccesso’.

Nella relazione al Parlamento sulla legge 40 per il 2007 risultavano circa 10mila embrioni abbandonati (prodotti in laboratorio prima della legge), ma per molti l’abbandono era solo presunto perché non si era riusciti a contattare i genitori per chiederne le intenzioni. La Corte Costituzionale nel 2009 ha poi sostanzialmente sdoganato la formazione di embrioni in sovrannumero, anche se la legge tuttora non lo consentirebbe (si richiede ancora di formare embrioni in numero strettamente necessario alla procreazione). Il risultato è stato un aumento vertiginoso di embrioni crioconservati: se nel 2008 – prima della Consulta – ne erano stati congelati 763, nel 2016 si è saltati a 38.687. Non è possibile, a oggi, conoscere con precisione quanti siano presenti nei centri Pma: gli embrioni vengono continuamente formati, congelati e scongelati, e il numero in ciascun centro cambia pressoché quotidianamente. Al momento, conoscendo solamente il numero complessivo di quelli congelati e scongelati annualmente, possiamo solo stimarne grossolanamente l’ordine di grandezza in diverse decine di migliaia, inferiori ai 100mila. Gli abitanti di una città.  Continua a leggere

Una gravidanza sofferta alle spalle, ora si aiutano a vicenda

DONNE, SOSTEGNO, INSIEME

Nasce il gruppo Maria Piccola per mamme che portano avanti la scommessa della vita in condizioni difficili e si accompagnano a trovare un lavoro e a sostenersi reciprocamente

di Paola Bonzi
(Aleteia 24.09.18)

Di solito non scrivo di domenica, ma la felicità che provo è tale che devo assolutamente comunicarvela.
Avevo già accennato alla formazione di un nuovo gruppo, che intendo dedicare a Maria Piccola, e che vuole favorire l’autonomia e l’integrazione sociale delle mamme che hanno finito il percorso dei diciotto mesi con noi.

Questa nuova iniziativa, cominciata un anno fa, conta già 28 membri che, con entusiasmo, condividono i nostri scopi: aiutare a trovare un lavoro adeguato, reperire piccoli appartamenti per chi fosse rimasta da sola e poter elargire microcrediti alle più intraprendenti con il desiderio di lavorare in proprio.
In questi mesi ho conosciuto tante persone nuove e regolarmente ci siamo ritrovati per avviare le nostre iniziative.

Ed ecco qua: ieri, sabato 22 settembre, abbiamo vissuto, con le nostre mamme, la prima giornata di formazione per il reperimento del lavoro.
Si sono alternati due gruppi, il primo di 7 alla mattina e l’altro di 8 al pomeriggio per conoscere meglio se stesse, le loro aspirazioni e competenze, vivendo in modo interattivo tre ore di ascolto di delicati momenti accoglienti, stimolate da spezzoni di film e impegnate in piccole descrizioni di sè e della propria vita. Continua a leggere

Francia. Vescovi contro la legge sulla procreazione assistita

Procreazione assistita

La nuova norma estenderebbe la possibilità anche alle coppie omosessuali e la autorizza post-mortem
 
In Francia è intenso il dibattito sulla possibilità che la procreazione medicalmente assistita venga estesa anche alle coppie omosessuali e ai single. Lo scorso luglio, dopo che il Comitato consultivo nazionale di bioetica ha emesso un parere positivo, un portavoce del governo ha annunciato che un testo su questa tematica sarà presentato dal governo entro la fine dell’anno e discusso in Parlamento nel 2019.

La possibilità ha provocato però tensioni. Nella società civile sono in tanti a manifestare il proprio disappunto. A prendere posizione critica sono anche i vescovi francesi. In un testo pubblicato ieri la Conferenza episcopale si dice preoccupata non soltanto dall’allargamento degli aventi diritto ma ribadisce che “anche le pratiche attuali di aiuto alla procreazione assistita presentano problemi etici“. I timori dei vescovi si concentrano sull'”esclusione delle responsabilità del padre”, dato che il testo “esclude fin dall’inizio il riferimento biologico e sociale a un padre”. “La soppressione giuridica della genealogia paterna – aggiungono – recherebbe un danno al bambino, che sarebbe privato del suo riferimento a una doppia filiazione”. “Potremmo accettare collettivamente – si chiede il testo – che l’uomo venga considerato come un semplice fornitore di materiale genetico e che la procreazione umana assomigli a una fabbricazione?”. Il testo dei vescovi – che ricordano come “considerare il figlio come il frutto dell’amore duraturo tra un uomo e una donna non è opzionale” – affronta anche la questione della procreazione assistita “post mortem”, che pure potrebbe essere autorizzata. La conferenza episcolae si chiede se “sia interesse del bambino essere generato in un contesto di lutto”. Quest’ultima possibilità ricorda la vicenda di una coppia di 50enni inglesi diventati nonni dopo aver fatto inseminare artificialmente lo sperma del figlio 26enne morto in un incidente stradale. Continua a leggere

Vittoria della vita nelle isole Hawaii

La vita nascente vale più del presunto diritto all’aborto. Così è stato deciso nelle isole Hawaii, dove qualche giorno fa è stata cancellata una legge che obbligava i medici pro-vita e i centri di gravidanza, anche se legati alla Chiesa, di – scrive la CNA – «informare i clienti sui programmi statali che offrivano gratuitamente o a basso costo “servizi di pianificazione familiare completi”, incluso l’aborto».

Questo importante cambiamento è stato naturalmente accolto con favore dal fronte pro-vita.

Derald Skinner, pastore di Calvary Chapel Pearl Harbor e presidente di “A Place for Women in Waipio”, ha dichiarato in un comunicato stampa: «Siamo grati che lo Stato abbia tirato indietro il suo attacco incostituzionale al nostro ministero [per la vita, ndR]. Le nostre porte rimangono aperte e continuiamo a offrire amore, cura e compassione per tutte le donne e i loro piccoli bambini, preziosi per la nostra comunità».

Infatti, dietro tutto questo c’è un equivoco di fondo tanto grossolano, quanto diffuso: l’idea che aiutare le donne ad abortire sia un atto di carità, un segno del progresso, nel nome del “diritto”. Invece è vero piuttosto il contrario: il primo diritto fondamentale, da tutelarsi sia per la madre sia per il nascituro, è il quello alla vita. Continua a leggere

La dignità negata ai malati sui treni per Lourdes: un fatto inaccettabile

Tempi di percorrenza dei convogli sempre più lunghi, pesanti controlli, snervanti attese: i viaggi da 15-16 ore sono passati a 25-26. Le mancate risposte dalla Francia
 
di Monsignor Paolo AngelinoPresidente Generale Oftal (Opera Federativa Trasporto Ammalati a Lourdes)

Corriere della Sera, 20 settembre 2018
 
Milano, Scalo San Cristoforo: dopo un’ora di snervante attesa finalmente la manovra perché il treno che porta a bordo malati gravi proveniente da Lourdes possa entrare in stazione. Una scena che si ripete ormai da diversi anni e che si assomma a tempi di viaggio intollerabili. Stiamo parlando dei treni che da tutta Italia raggiungono Lourdes da ormai cento e più anni e che da diverso tempo sono oggetto di un trattamento a dir poco disumano.
 
Bloccati per ore

Le responsabilità, è bene dirlo, sono equamente ripartite tra ferrovie italiane e francesi. I tempi di percorrenza tra Milano e Lourdes (giusto a titolo d’esempio) potrebbero essere di 15/16 ore (come è stato sino agli anni 2007/2008). Oggi ammontano a circa 25-26 ore. Stiamo parlando, ripeto, di treni che ospitano malati, spesso allettati, che escono per una volta sola all’anno dai loro istituti e ricoveri e che si trovano a dover affrontare un viaggio impossibile. Treni, si badi bene, che le Associazioni come la nostra pagano — giustamente — sino all’ultimo centesimo. Ma ormai questi treni hanno meno importanza dei carri merci. Spesso vengono fermati per ore e ore senza motivazione in sperdute stazioni francesi — l’ultimo treno è stato fermo tre ore ad Avignone —, quasi dimenticati e in alcuni casi è dovuta intervenire anche la Protezione Civile francese.  Continua a leggere

Thomas Evans, l’ultimo avventuriero del mistero di Alfie

La legge inglese non ha avuto la meglio sul fuorilegge che combatte per il mistero della vita dei propri figli. Premiato ad Atreju, il padre del piccolo inglese racconta perché non è ancora finita

di  

(tempi.it, 25.09.18)

«Mi chiamo Thomas Evans». Ha ancora tanto da fare, Tom, la legge non ha avuto la meglio sul fuorilegge, abile a dare pienezza a quel mistero che è stato il suo bambino Alfie Evans. Poco meno di due anni e neanche un secondo perso, se è vero che cercare di risolvere un mistero non ha a che fare con la perdita di tempo ma con l’essere uomo. «Mi chiamo Thomas Evans. Sono il papà di un bellissimo bambino di nome Alfie», e si commuove il papà increspando un sorriso davanti ai tantissimi venuti ad ascoltarlo ad Atreju, la convention politica organizzata dal 21 al 23 settembre all’Isola Tiberina da Fratelli d’Italia. «Alfie non è più con noi; la legge inglese non ci ha permesso di salvarne la vita».

DI COSA HA PAURA L’INGHILTERRA?L’ultima volta che Tom è stato a Roma ha incontrato papa Francesco, e qui, dove l’ospedale vaticano Bambino Gesù si era offerto di assisterlo fino all’ultimo respiro, sperava fosse portato Alfie. Così non è stato, «credo che gli inglesi fossero spaventati dal fatto che Alfie venendo qui potesse anche solo leggermente migliorare», spiega Tom a tempi.it. Spaventati: non lo erano abbastanza Tom e la sua compagna Katie quando i medici dell’Alder Hey di Liverpool parlarono loro di “best interest”, «nel caso di nostro figlio era semplicemente morire». Almeno non spaventati quanto i dottori, e poi i giudici, i tribunali: di cosa aveva paura l’Inghilterra quando rifiutò la disponibilità del Bambino Gesù, dell’ospedale di Monaco, dell’équipe del Besta e dell’ospedale Gaslini, quando vietarono agli Evans di trasferire il piccolo? Della vita “inutile” – così era stata definita in tribunale – di un bambino malato di 23 mesi? «Io credo – dice Tom – che in Inghilterra ci sia discriminazione nei confronti delle persone disabili. L’ospedale ha rinunciato a curare Alfie dall’inizio». Continua a leggere

Il Papa: genitori e insegnanti non siete avversari, ristabilite la fiducia e collaborate

Francesco riceve l’Associazione Italiana Genitori: «La famiglia non apprezza più come un tempo il lavoro dei docenti (spesso anche mal pagati), serve un nuovo patto educativo»

(lastampa.it, 7.09.18)
 
I genitori ristabiliscano «la fiducia» nei confronti degli insegnanti. E gli insegnanti non vedano come una fastidiosa invadenza la presenza dei genitori nelle scuole, al punto da considerarli «avversari». Papa Francesco riflette su uno dei fenomeni culturali e sociali emerso sempre più preponderantemente negli ultimi decenni, quello che registra una “rottura” della alleanza educativa tra scuole e famiglie dove a farne le spese sono i più piccoli, come figli e come alunni.

Il Pontefice parla ai membri dell’Associazione Italiana Genitori (Age) ricevuti questa mattina in udienza in Aula Paolo VI nel 50esimo anniversario dalla fondazione. «Un bel traguardo!», esclama il Papa, nonché «un’occasione preziosa per confermare le motivazioni del vostro impegno a favore della famiglia e dell’educazione», portato «avanti secondo i principi dell’etica cristiana», come dice nel suo discorso che segue momenti di musica, preghiera e testimonianze.

Bergoglio esprime la speranza che «la famiglia sia un soggetto sempre più riconosciuto e protagonista nella vita sociale». Per cambiare questa situazione il primo passo è vincere «il timore dell’altro», nel senso di «coltivare e alimentare sempre la fiducia nei confronti della scuola e degli insegnanti: senza di loro – avverte il Papa i genitori – rischiate di rimanere soli nella vostra azione educativa e di essere sempre meno in grado di fronteggiare le nuove sfide educative che vengono dalla cultura contemporanea, dalla società, dai mass media, dalle nuove tecnologie». Continua a leggere

La deriva britannica. Rifiuto delle cure? No, è eutanasia

Dove può condurre il «miglior interesse del paziente». Da Londra a New York la deriva è «tutelare» la morte
 
di Assuntina Morresi

(Avvenire, 6.09.18)
 
Potrà essere con il «best interest meeting» (l’incontro per il miglior interesse) che i medici inglesi, insieme a familiari e amici del paziente, stabiliranno se quel paziente con una condizione degenerativa – ad esempio demenza avanzata, Parkinson, Hungtinton, ma anche chi è stato colpito da ictus – debba o no continuare a essere nutrito e dissetato artificialmente, a prescindere da quanto ancora possa vivere. La famiglia sarà consultata, quindi, ma l’ultima parola sarà dei dottori che potranno stabilire se il «miglior interesse» per il malato sia vivere o morire, considerandone le possibilità di miglioramento, la qualità di vita e i desideri espressi in precedenza al riguardo. In ogni caso, nel certificato di morte andrebbe riportata la patologia di cui soffriva e non l’interruzione dei sostegni vitali.

È questa la sintesi del documento che sta discutendo la British Medical Association (Bma), la principale associazione professionale medica inglese, dopo che i giudici britannici hanno stabilito che per interrompere alimentazione e idratazione nei casi di stato vegetativo o minima coscienza non è più necessario interpellare un tribunale, se famiglia e medici sono d’accordo. L’allarme è stato lanciato il 13 agosto scorso dal quotidiano britannico ‘Daily Mail’, che ha anticipato il contenuto del documento in preparazione da parte della Bma citandone alcuni passaggi. Se approvato in questi termini, il testo estenderebbe in Gran Bretagna la platea dei possibili malati soggetti a ‘eutanasia di Stato’: così dovremmo infatti rasssegnarci a chiamare queste ‘procedure’, anche se ufficialmente, per chi sta pianificando tutto, non di eutanasia si tratta – la pratica è legalmente vietata nel Regno Unito – ma di ‘sospensione di trattamenti’ nel nome del proclamato interesse del paziente. Continua a leggere

Non tutti in Belgio vogliono morire

Negli ultimi anni sono state stralciate 382 dichiarazioni anticipate di eutanasia. «Le persone le redigono da sani, ma quando poi si ammalano cambiano»

(Tempi, 4.09.18)

Sempre più persone in Belgio tornano dalle amministrazioni comunali dove hanno deposito la dichiarazione anticipata di eutanasia per ritirarla e stralciarla. Da quando questo tipo di testamento biologico è disponibile in Belgio, permettendo di ricevere un’iniezione letale nel caso si venga colpiti da malattie che implicano la perdita di coscienza o che causano la caduta in coma, sono state firmate 170.942 domande. Se 128.291 sono ancora valide, 42.651 sono scadute e non sono state rinnovate, ma solo in alcuni casi si tratta di persone nel frattempo decedute o che si sono dimenticati di rinnovare la firma (scade dopo cinque anni).

382 CASI. Secondo i dati diffusi da De Standaard, 382 persone in tutto hanno stralciato il testamento biologico, 98 solo negli ultimi due anni. Secondo Gert Huysmans, presidente della Federazione fiamminga delle cure palliative, il dato è interessante perché dimostra che «le persone si affrettano a riempire questi moduli quando sono ancora perfettamente sani. Quando però si trovano davanti alla realtà della malattia, cambiano come persone e guardano la propria condizione in modo diverso da come la consideravano prima». Continua a leggere

Liverpool. «Per la malattia di Alfie c’era una terapia sperimentale»

I genitori di Alfie intervistati da una tv inglese. Con loro Thomas, nato l’8 agosto. Prime ipotesi sulla malattia del figlio morto il 28 aprile: 10 i casi nel mondo, 5 trattati con una nuova cura.
 
di Francesco Ognibene

(Avvenire, martedì 4 settembre 2018)
 
Qual era la malattia di Alfie Evans? Il mistero, rimasto anche dopo la morte del piccolo a Liverpool il 28 aprile, è forse sul punto di cadere. Nella loro prima intervista dopo la drammatica vicenda, papà Tom e mamma Kate hanno rivelato lunedì 3 settembre negli studi dell’emittente Itv di essersi sottoposti a esami genetici per capire se la malattia che aveva portato via Alfie avrebbe colpito anche il bambino che Kate portava in grembo, nato l’8 agosto. Le analisi, secondo quanto riferisce l’associazione Steadfast presieduta da Emmanuele Di Leo che è stata il sicuro riferimento italiano per la coppia, hanno rivelato che «la malattia di Alfie probabilmente è il “deficit di Gaba transaminasi”» dove la sigla sta per «acido gamma-aminobutirrico», o Gaba-T. Si tratta di «una malattia molto rara del metabolismo del Gaba, caratterizzata da encefalopatia epilettica neonatale-infantile grave e accelerazione della crescita. Il deficit di Gaba-T ha una trasmissione autosmica recessiva», ciò che spiega «perché Tom e Kate singolarmente non ne sono affetti, ma avendo figli insieme hanno, per ogni figlio, il 25% di possibilità che nasca malato». Nel mondo sono registrati 10 casi di questa patologia, cinque dei quali già deceduti mentre altri due «stanno ricevendo un trattamento sperimentale». Al quale dunque la morte precoce, procurata dal distacco dei supporti vitali ignorando l’accoglienza messa a disposizione dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma, avrebbe impedito ad Alfie di poter accedere.
Kate e Tom hanno portato con sé negli studi tv anche il piccolo Thomas James, che risulta perfettamente sano. «Ha lo stesso sorriso di Alfie – ha detto la mamma – e quando lo allatto la mattina è come se Alfie fosse con noi». «Siamo felici per quello che abbiamo avuto e per quello che abbiamo – ha detto Tom –, abbiamo due splendidi bambini e li avremo sempre». I due hanno anche annunciato che stanno costituendo la «Alfie’S Foundation» per aiutare bambini malati nel mondo.

 

Marijuana? Più dannosa di alcol e tabacco, ecco perché

Uno studio recente, apparso sul Journal of Alzheimer’s Disease, oltre ad aver confermato la dannosità della cannabis, ha mostrato anche la sua maggior pericolosità rispetto all’abuso di alcol. L’uso di tale droga, infatti, è associato a 2,8 anni di invecchiamento cerebrale prematuro, rispetto agli 0,6 anni di chi abusa nel consumo di alcol. Cogliamo l’occasione per riprendere un approfondimento di Enzo Pennetta sul tema.

di Enzo Pennetta
da Critica Scientifica, 26/06/18

Uno degli argomenti usati dal versante antiproibizionista e ripreso nella trasmissione RAI da Roberto Saviano è il confronto tra la cannabis ed altre sostanze (legalizzate) come alcol e tabacco. Ma si tratta di un paragone fuorviante in quanto hanno caratteristiche diverse.

Quello che caratterizza l’effetto della cannabis è l’azione sul sistema nervoso ed è su questo punto che il divieto si basa e, su questo, va verificata la presunta analogia con tabacco e alcol. Il principio attivo del tabacco è la nicotina che agisce sui recettori per l’acetilcolina (Ach) -dove ne imita l’azione del neurotrasmettitore- che sono appunto stati chiamati nicotinici. Questa sostanza, come del resto è esperienza diffusa, non provocaalterazioni negative delle capacità cognitive o di altri aspetti psicologici che sono circoscritti ai sintomi da astinenza, né tanto meno si registrano effetti di questo tipo a medio lungo termine. Negli alcolici la sostanza attiva è l’etanolo che, a bassi dosaggi, ha effetti benefici e manifesta quelli nocivi solamente con un uso eccessivo, come riportato in questo studio.

Nel caso della Cannabis, la situazione è la seguente: il principio attivo responsabile del maggiore effetto ai fini terapeutici riguardo a patologie infiammatorie, immunitarie, psichiatriche è il cannabidiolo (CBD), mentre la sostanza di interesse tossicologico è principalmente il tetraidrocannabinolo (THC). Nelle piante coltivate a scopo “ricreazionale” negli anni ’90, il contenuto medio di sostanza attiva (THC) era tra il 3 e il 4,5%; nel 2008, questo valore era salito all’8%, mentre nell’ultimo decennio sono state prodotte diverse varietà di cannabis con un contenuto di THC superiore al 20%, in alcuni casi fino al 30%. Continua a leggere

Dopo lo stop del Senato argentino. L’aborto è e resta ferita epocale e planetaria

di Marina Casini Bandini*
 
(da Avvenire, 12.08.18)
 
Caro direttore,

il recente colpo di scena del Senato argentino che ha bocciato il progetto di legge sull’aborto dopo che ne era data per scontata l’approvazione mostra ancora una volta che sul campo dei diritti umani si affrontano opposte visioni antropologiche: quella che fonda i diritti dell’uomo sull’essere umano in quanto tale, considerato sempre fine, soggetto, persona, perché caratterizzato da un valore (dignità) intrinseco che non si consuma né si acquisisce o si perde (principio di uguaglianza), e quella che fonda i diritti dell’uomo sulle opzioni individuali di carattere libertario spesso collegate a istanze utilitaristiche, che interpretano i concetti di dignità umana e uguaglianza in base al criterio di autodeterminazione (anche a rischio di causare nuove discriminazioni). La prima visione è coerente con la moderna idea dei diritti umani; la seconda, invece, nonostante lo sbandieramento dei cosiddetti “nuovi diritti civili”, rappresenta in modo sempre più chiaro una minaccia frontale all’autentica cultura dei diritti dell’uomo. La cartina di tornasole per capire da che parte vogliamo stare è la vita nascente.

Ecco perché la questione dell’aborto – che è quella del riconoscimento della uguale dignità di ogni essere umano fin dal momento in cui egli compare nell’esistenza nella forma più debole e povera – non è affatto periferica rispetto alle tante questioni in cui siamo immersi, ma riveste un’importanza centrale per almeno due motivi. Essa è epocale nel senso che contrassegna il passaggio storico in cui si tratta di confermare i diritti dell’uomo, parola d’ordine della modernità, ovvero di annullarli. Ed è planetaria perché non riguarda un singolo Paese del mondo ma tutte le nazioni con influenze reciproche. Per questo ci rallegriamo perché il Senato argentino l’altra notte ha respinto la legalizzazione dell’aborto, così come ci siamo addolorati per l’esito del referendum che in Irlanda nel maggio scorso ha tolto dalla propria Costituzione l’affermazione del diritto alla vita del concepito. Il carattere epocale e planetario della dignità umana è messo bene in luce dalla recente decisione di papa Francesco che ha dichiarato indisponibile la vita umana, anche quella del colpevole dei più efferati e pericolosi crimini. Egli ha proclamato l’illiceità assoluta della pena di morte e ha invitato tutte le Chiese del mondo a favorirne l’abolizione giuridica. È una decisione che conclude un lungo processo storico e chiede di essere attuata in ogni nazione.  Continua a leggere

Belgio. Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

di Gian Luigi Gigli

(Avvenire, 11.08.18)
 
Nel primo Paese (assieme all’Olanda) a legalizzare la pratica morti decuplicate in 15 anni. Si sono allentati progressivamente i criteri di controllo

Nei giorni scorsi è stato trasmesso al Parlamento del Belgio l’ottavo rapporto biennale della Commissione federale di controllo (Cfcee), previsto dalla legge sull’eutanasia del 28 maggio 2002 – la prima al mondo insieme a quella olandese, a distanza solo di qualche giorno – e relativo agli anni 2016 e 2017. Il rapporto si basa sui documenti inviati dai medici che praticano l’eutanasia, esaminati per verificare il rispetto dei requisiti di legge. La legge belga sull’eutanasia prevede che la capacità mentale del paziente sia conservata, che la sua richiesta sia ripetuta, prolungata ed espressa liberamente e che siano presenti sofferenze insopportabili causate da una malattia incurabile. Nel valutare l’incurabilità della malattia, tuttavia, «occorre tener conto del diritto del paziente di rifiutare i trattamenti, sia pure palliativi», con evidente estensione del diritto a richiedere la dolce morte. Secondo i dati rilevati dalla Commissione, in 15 anni il numero di eutanasie legali si è decuplicato, salendo dai 259 casi dei primi 15 mesi di applicazione ai 2.309 del 2017. In Belgio l’eutanasia legale interessa ormai più del 2% dei decessi, senza contare i casi in cui la morte è sopravvenuta somministrando una sedazione terminale, pur senza impiego di farmaci letali, oppure per la rinuncia ai trattamenti a seguito di disposizioni anticipate di trattamento.

Debbono poi essere numerosi i casi in cui l’eutanasia è stata effettuata al di fuori della legge se la stessa Commissione riconosce di non avere «la possibilità di valutare la proporzione del numero di eutanasie dichiarate rispetto al numero di eutanasie realmente praticate». Come è ovvio, i pazienti portati a morte si collocano in maggioranza nella fascia di età tra i 60 e gli 89 anni. Maschi e femmine sono egualmente distribuiti e quasi la metà delle eutanasie avviene ormai a domicilio, perché, secondo il rapporto, sempre più «il paziente desidera morire a casa sua». Continua a leggere

Topi umanizzati: i “progressi” della ricerca

(da notizie provita)

LifeNews ci informa di un nuovo contratto stipulato negli USA che ha ad oggetto l’impiego di parti del corpo di bambini abortiti per il trapianto nei cosiddettitopi umanizzati. Ne abbiamo già parlato con riferimento a Planned Parenthood e al National Institute for Health. Ora spunta anche la Food and Drug Administration (l’ente governativo statunitense per la regolamentazione del mercato dei prodotti alimentari e farmaceutici). Gli esperimenti consentono ai topi di avere un sistema immunitario umano funzionante a scopo di ricerca.

Dalla nota precontrattuale resa pubblica risulta che «i tessuti umani freschi sono necessari per l’impianto in topi gravemente immuno-compromessi per creare animali chimerici che abbiano un sistema immunitario umano». Lo scopo dichiarato di questa ricerca è di arrivare a curare disturbi neurologici umani. Potrebbero usare tessuti provenienti da fonti “etiche” come ad esempio i resti di un aborto spontaneo, ma non lo fanno. Per quale motivo? Perché, oltre al discorso quantitativo (gli aborti spontanei in gravidanza avanzata sono rari), i centri di ricerca sono alla ricerca di specifiche parti del corpo che possono essere “garantite” solo se durante la procedura di aborto il medico le lascia intatte volontariamente

Una buona notizia, almeno, giunge dall’università del New Mexico che ha annunciato l’interruzione del suo programma di sperimentazione che coinvolgeva feti abortiti. Il merito è dell’attivista pro life Tara Shaver dell’associazione Abortion Free New Mexico, che ha sporto denuncia contro la Southwestern Women’s Options, l’organizzazione che forniva i resti fetali da impiegare nella ricerca: il tutto, infatti, avveniva attraverso procedure abortive illegali che si concludevano nella vendita dei corpicini abortiti, che è reato federale.  Continua a leggere

L’Argentina respinge l’aborto, storico voto grazie a donne e Chiesa

(da UCCR, 9.08.18)
 
Quel che non accadde in Italia il 22 maggio 1978 e in Irlanda il 25 maggio 2018, è accaduto oggi in Argentina. La legalizzazione dell’aborto è stata storicamente respinta da 38 deputati contro 31, preferendo salvare “entrambe le vite” -secondo lo slogan dei pro-life argentini- quella della madre e quella del figlio. Molto ha influito lo schieramento compatto per il “no” della Conferenza episcopale, guidata da vescovi vicini all’argentino Papa Bergoglio e da lui scelti personalmente.

E’ una sconfitta del potente apparato mediatico che ha letteralmente censurato le migliaia di manifestanti per la vita caratterizzate dal colore “azzurro”: in pagina solo ed esclusivamentefotografie delle bandiere “verdi”, quelle pro-aborto (e anche in questi primi minuti dopo il voto, i quotidiani esteri -in Italia quasi nessuno ha ancora dato la notizia- scelgono foto di manifestanti “verdi” tristi e sconsolati, ignorando la esultante “marea azzurra”). Un esempio su tutti: nonostante un sondaggio avesse riportato che la maggioranza delle donne argentine era schierata contro l’aborto, ieri La Stampa informava dell’evento raccontando della sfida delle donne per l’aborto legale e dando visibilità solo alla “marea verde”.

E’ una vittoria per coloro che non credono che la storia sia irreversibile. Il fatto che vi sia stata un’Irlanda che ha ceduto, non significhi che la battaglia per il diritto alla vita sia compromessa. El Salvador ha recentemente respinto la legge sull’interruzione di gravidanza -annullando le pressioni di New York Times e Amnesty International– e lo stesso ha fatto oggi l’Argentina. Continua a leggere

Inaugura la prima spiaggia per disabili della Romagna nata dal sogno di un malato di sla

Il sogno di Dario diventa realtà: nasce il primo stabilimento balneare per disabili della Romagna

Tutto nasce dalla storia di Dario Alvisi, un faentino di 44 anni, malato di sla e recentemente scomparso, della moglie Debora e della sua famiglia che hanno voluto portare a compimento il sogno di questa struttura balneare
 
Il sogno di Dario finalmente diventa realtà. Lunedì 30 luglio alle 19 a Punta Marina Terme, nella zona di spiaggia libera tra il bagno Chicco Beach e il bagno Susanna, si terrà l’inaugurazione della struttura balneare “Tutti al mare nessuno escluso”, con il saluto di Michele de Pascale, sindaco di Ravenna e di Debora Donati, presidente dell’associazione “Insieme a te” di Faenza, che ha realizzato il progetto per restituire alle persone malate di Sla o con gravi disabilità la possibilità di fare un bagno in mare, attraverso un accesso facilitato e attrezzato con tutti gli ausili e i supporti necessari.

Tutto nasce dalla storia di Dario Alvisi, un faentino di 44 anni, malato di sla e recentemente scomparso, della moglie Debora e della sua famiglia, sostenuta dall’associazione “Insieme a te”, che hanno voluto portare a compimento il sogno di questa struttura balneare a Punta Marina Terme perché, come dice Debora, “quando una persona è affetta da sla sembra tutto impossibile: uscire di casa, andare al mare e figuriamoci fare il bagno. Raggiungere la Puglia come abbiamo fatto noi, dove è presente la prima struttura balneare con queste finalità, poteva sembrare una cosa impossibile, ma per noi era diventato un sogno, un obiettivo che andava raggiunto e che siamo riusciti a trasformare in realtà. Così, dopo 5 anni di lunga malattia e dopo 800 chilometri a bordo di un pulmino, Dario ha potuto fare il bagno con noi, con la sua famiglia. Finalmente potevamo nuovamente condividere insieme ciò che la malattia ci aveva portato via negli anni. Anche se può sembrare un semplice bagno, per noi è stato molto di più. Dario poteva farsi accarezzare dall’acqua trovandone anche beneficio e poteva godere della compagnia dei suoi amici. Soprattutto, però, la cosa più bella è stata che ha potuto sentire in acqua tutta la sua famiglia al completo. Grazie a un “semplice” bagno eravamo di nuovo una famiglia “normale””. Continua a leggere

Le monete croate inneggiano alla vita

Moneta croata con feto

Qualche settimana fa è stata emessa una versione in cui è rappresentato un feto
 
(interris, 6.08.18)
 
Ha ottenuto una storica qualificazione all’ultima finale di Coppa del Mondo. Ma la Croazia, un Paese di poco più di 4milioni di abitanti, continua ad attirare simpatie, almeno da parte di chi apprezza i popoli identitari e la difesa della vita sin dal concepimento. Nelle scorse settimane è stata emessa una moneta da 25 kune, la cui edizione commemorativa emessa nel 2000 riportava l’immagine incisa di un bambino in fase di gestazione.

Il sito croato Kunalipa, dedicato alla numismatica, dice parlando di questa moneta speciale che “il feto è il simbolo universale della vita umana, che è il centro del millennio e che determina il nuovo millennio che inizia”. Come riferisce Aleteianonostante la valorizzazione pubblica della vita umana nel ventre materno, in Croazia l’aborto è stato legalizzato nel 1978, quando il Paese faceva ancora parte dell’ormai estinta Yugoslavia, una dittatura socialista. La Corte Suprema Croata ha stabilito nel 2017 che quella legge è costituzionale, pur essendo stata promulgata prima dell’indipendenza del Paese, ma ha stabilito un termine di due anni per una sua revisione da parte del Governo. Da allora, in Croazia si è intensificata l’attività del movimento pro-vita, che ha già realizzato due marce nazionali in difesa del nascituro. Nella moneta in questione, il feto è rappresentato accovacciato, intorno a lui si diramano raggi solari.

 

El Salvador dice “no” all’aborto

(da UCCR, 13.07.18)
 
Nonostante una massiccia campagna di pressione da parte di New York Times, CNN, BBC, Human Rights Watch ed Amnesty International, l’uccisione di bambini non ancora nati tramite aborto continuerà a rimanere illegale in El Salvador. Quando queste grandi compagnie di corruzione ideologica falliscono i loro obiettivi è un momento di speranza per un mondo migliore.

I coordinatori di Amnesty International hanno dichiarato furiosi che i «legislatori di El Salvador hanno le mani macchiate di sangue dopo aver rifiutato persino di discutere la proposta di depenalizzazione dell’aborto. La fallita opportunità di porre fine a questa ingiustizia è un duro colpo per i diritti umani in El Salvador». Chi si rifiuta di uccidere avrebbe le “mani macchiate di sangue”. Amnesty International è come Hitler quando dal suo pulpito si indignò moralmente accusando il cristianesimo di aver macchiato di sangue i popoli precristiani.

Sul PanamaPost si legge che «sebbene la decisione sia stata presa a livello legislativo, decisive sono state le dimostrazioni di strada della società civile e la raccolta di decine di migliaia di firme in difesa della vita dei non nati». Davide contro Golia, in pratica.

La costituzione e la legislazione civile di El Salvador -paese che ha comunque risolvere tanti problemi di civiltà al suo interno-,  proibiscono l’interruzione di gravidanza dal momento del concepimento. Semplicemente, almeno in questo caso, sono coerenti con le evidenze dell’embriologia che riconoscono nella fecondazione il momento in cui appare l’essere umano, il quale da quel momento si svilupperà -senza soluzione di continuità- fino all’ultimo stadio della sua esistenza. La legge è fortemente difesa dalla principale associazione medica del paese, che comprende 37 diverse organizzazioni mediche. «Mai un medico può uccidere per azione o omissione», dichiara la legge. «Questo vale anche per l’aborto indotto, che è una grave violazione etica e deontologica. La biologia indica che la persona umana è l’oggetto del diritto assoluto alla vita dal suo concepimento» Continua a leggere