Dopo lo stop del Senato argentino. L’aborto è e resta ferita epocale e planetaria

di Marina Casini Bandini*
 
(da Avvenire, 12.08.18)
 
Caro direttore,

il recente colpo di scena del Senato argentino che ha bocciato il progetto di legge sull’aborto dopo che ne era data per scontata l’approvazione mostra ancora una volta che sul campo dei diritti umani si affrontano opposte visioni antropologiche: quella che fonda i diritti dell’uomo sull’essere umano in quanto tale, considerato sempre fine, soggetto, persona, perché caratterizzato da un valore (dignità) intrinseco che non si consuma né si acquisisce o si perde (principio di uguaglianza), e quella che fonda i diritti dell’uomo sulle opzioni individuali di carattere libertario spesso collegate a istanze utilitaristiche, che interpretano i concetti di dignità umana e uguaglianza in base al criterio di autodeterminazione (anche a rischio di causare nuove discriminazioni). La prima visione è coerente con la moderna idea dei diritti umani; la seconda, invece, nonostante lo sbandieramento dei cosiddetti “nuovi diritti civili”, rappresenta in modo sempre più chiaro una minaccia frontale all’autentica cultura dei diritti dell’uomo. La cartina di tornasole per capire da che parte vogliamo stare è la vita nascente.

Ecco perché la questione dell’aborto – che è quella del riconoscimento della uguale dignità di ogni essere umano fin dal momento in cui egli compare nell’esistenza nella forma più debole e povera – non è affatto periferica rispetto alle tante questioni in cui siamo immersi, ma riveste un’importanza centrale per almeno due motivi. Essa è epocale nel senso che contrassegna il passaggio storico in cui si tratta di confermare i diritti dell’uomo, parola d’ordine della modernità, ovvero di annullarli. Ed è planetaria perché non riguarda un singolo Paese del mondo ma tutte le nazioni con influenze reciproche. Per questo ci rallegriamo perché il Senato argentino l’altra notte ha respinto la legalizzazione dell’aborto, così come ci siamo addolorati per l’esito del referendum che in Irlanda nel maggio scorso ha tolto dalla propria Costituzione l’affermazione del diritto alla vita del concepito. Il carattere epocale e planetario della dignità umana è messo bene in luce dalla recente decisione di papa Francesco che ha dichiarato indisponibile la vita umana, anche quella del colpevole dei più efferati e pericolosi crimini. Egli ha proclamato l’illiceità assoluta della pena di morte e ha invitato tutte le Chiese del mondo a favorirne l’abolizione giuridica. È una decisione che conclude un lungo processo storico e chiede di essere attuata in ogni nazione.  Continua a leggere

Belgio. Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

Eutanasia autorizzata per minori, depressi, disabili: la banalità della morte

di Gian Luigi Gigli

(Avvenire, 11.08.18)
 
Nel primo Paese (assieme all’Olanda) a legalizzare la pratica morti decuplicate in 15 anni. Si sono allentati progressivamente i criteri di controllo

Nei giorni scorsi è stato trasmesso al Parlamento del Belgio l’ottavo rapporto biennale della Commissione federale di controllo (Cfcee), previsto dalla legge sull’eutanasia del 28 maggio 2002 – la prima al mondo insieme a quella olandese, a distanza solo di qualche giorno – e relativo agli anni 2016 e 2017. Il rapporto si basa sui documenti inviati dai medici che praticano l’eutanasia, esaminati per verificare il rispetto dei requisiti di legge. La legge belga sull’eutanasia prevede che la capacità mentale del paziente sia conservata, che la sua richiesta sia ripetuta, prolungata ed espressa liberamente e che siano presenti sofferenze insopportabili causate da una malattia incurabile. Nel valutare l’incurabilità della malattia, tuttavia, «occorre tener conto del diritto del paziente di rifiutare i trattamenti, sia pure palliativi», con evidente estensione del diritto a richiedere la dolce morte. Secondo i dati rilevati dalla Commissione, in 15 anni il numero di eutanasie legali si è decuplicato, salendo dai 259 casi dei primi 15 mesi di applicazione ai 2.309 del 2017. In Belgio l’eutanasia legale interessa ormai più del 2% dei decessi, senza contare i casi in cui la morte è sopravvenuta somministrando una sedazione terminale, pur senza impiego di farmaci letali, oppure per la rinuncia ai trattamenti a seguito di disposizioni anticipate di trattamento.

Debbono poi essere numerosi i casi in cui l’eutanasia è stata effettuata al di fuori della legge se la stessa Commissione riconosce di non avere «la possibilità di valutare la proporzione del numero di eutanasie dichiarate rispetto al numero di eutanasie realmente praticate». Come è ovvio, i pazienti portati a morte si collocano in maggioranza nella fascia di età tra i 60 e gli 89 anni. Maschi e femmine sono egualmente distribuiti e quasi la metà delle eutanasie avviene ormai a domicilio, perché, secondo il rapporto, sempre più «il paziente desidera morire a casa sua». Continua a leggere

Topi umanizzati: i “progressi” della ricerca

(da notizie provita)

LifeNews ci informa di un nuovo contratto stipulato negli USA che ha ad oggetto l’impiego di parti del corpo di bambini abortiti per il trapianto nei cosiddettitopi umanizzati. Ne abbiamo già parlato con riferimento a Planned Parenthood e al National Institute for Health. Ora spunta anche la Food and Drug Administration (l’ente governativo statunitense per la regolamentazione del mercato dei prodotti alimentari e farmaceutici). Gli esperimenti consentono ai topi di avere un sistema immunitario umano funzionante a scopo di ricerca.

Dalla nota precontrattuale resa pubblica risulta che «i tessuti umani freschi sono necessari per l’impianto in topi gravemente immuno-compromessi per creare animali chimerici che abbiano un sistema immunitario umano». Lo scopo dichiarato di questa ricerca è di arrivare a curare disturbi neurologici umani. Potrebbero usare tessuti provenienti da fonti “etiche” come ad esempio i resti di un aborto spontaneo, ma non lo fanno. Per quale motivo? Perché, oltre al discorso quantitativo (gli aborti spontanei in gravidanza avanzata sono rari), i centri di ricerca sono alla ricerca di specifiche parti del corpo che possono essere “garantite” solo se durante la procedura di aborto il medico le lascia intatte volontariamente

Una buona notizia, almeno, giunge dall’università del New Mexico che ha annunciato l’interruzione del suo programma di sperimentazione che coinvolgeva feti abortiti. Il merito è dell’attivista pro life Tara Shaver dell’associazione Abortion Free New Mexico, che ha sporto denuncia contro la Southwestern Women’s Options, l’organizzazione che forniva i resti fetali da impiegare nella ricerca: il tutto, infatti, avveniva attraverso procedure abortive illegali che si concludevano nella vendita dei corpicini abortiti, che è reato federale.  Continua a leggere

L’Argentina respinge l’aborto, storico voto grazie a donne e Chiesa

(da UCCR, 9.08.18)
 
Quel che non accadde in Italia il 22 maggio 1978 e in Irlanda il 25 maggio 2018, è accaduto oggi in Argentina. La legalizzazione dell’aborto è stata storicamente respinta da 38 deputati contro 31, preferendo salvare “entrambe le vite” -secondo lo slogan dei pro-life argentini- quella della madre e quella del figlio. Molto ha influito lo schieramento compatto per il “no” della Conferenza episcopale, guidata da vescovi vicini all’argentino Papa Bergoglio e da lui scelti personalmente.

E’ una sconfitta del potente apparato mediatico che ha letteralmente censurato le migliaia di manifestanti per la vita caratterizzate dal colore “azzurro”: in pagina solo ed esclusivamentefotografie delle bandiere “verdi”, quelle pro-aborto (e anche in questi primi minuti dopo il voto, i quotidiani esteri -in Italia quasi nessuno ha ancora dato la notizia- scelgono foto di manifestanti “verdi” tristi e sconsolati, ignorando la esultante “marea azzurra”). Un esempio su tutti: nonostante un sondaggio avesse riportato che la maggioranza delle donne argentine era schierata contro l’aborto, ieri La Stampa informava dell’evento raccontando della sfida delle donne per l’aborto legale e dando visibilità solo alla “marea verde”.

E’ una vittoria per coloro che non credono che la storia sia irreversibile. Il fatto che vi sia stata un’Irlanda che ha ceduto, non significhi che la battaglia per il diritto alla vita sia compromessa. El Salvador ha recentemente respinto la legge sull’interruzione di gravidanza -annullando le pressioni di New York Times e Amnesty International– e lo stesso ha fatto oggi l’Argentina. Continua a leggere

Inaugura la prima spiaggia per disabili della Romagna nata dal sogno di un malato di sla

Il sogno di Dario diventa realtà: nasce il primo stabilimento balneare per disabili della Romagna

Tutto nasce dalla storia di Dario Alvisi, un faentino di 44 anni, malato di sla e recentemente scomparso, della moglie Debora e della sua famiglia che hanno voluto portare a compimento il sogno di questa struttura balneare
 
Il sogno di Dario finalmente diventa realtà. Lunedì 30 luglio alle 19 a Punta Marina Terme, nella zona di spiaggia libera tra il bagno Chicco Beach e il bagno Susanna, si terrà l’inaugurazione della struttura balneare “Tutti al mare nessuno escluso”, con il saluto di Michele de Pascale, sindaco di Ravenna e di Debora Donati, presidente dell’associazione “Insieme a te” di Faenza, che ha realizzato il progetto per restituire alle persone malate di Sla o con gravi disabilità la possibilità di fare un bagno in mare, attraverso un accesso facilitato e attrezzato con tutti gli ausili e i supporti necessari.

Tutto nasce dalla storia di Dario Alvisi, un faentino di 44 anni, malato di sla e recentemente scomparso, della moglie Debora e della sua famiglia, sostenuta dall’associazione “Insieme a te”, che hanno voluto portare a compimento il sogno di questa struttura balneare a Punta Marina Terme perché, come dice Debora, “quando una persona è affetta da sla sembra tutto impossibile: uscire di casa, andare al mare e figuriamoci fare il bagno. Raggiungere la Puglia come abbiamo fatto noi, dove è presente la prima struttura balneare con queste finalità, poteva sembrare una cosa impossibile, ma per noi era diventato un sogno, un obiettivo che andava raggiunto e che siamo riusciti a trasformare in realtà. Così, dopo 5 anni di lunga malattia e dopo 800 chilometri a bordo di un pulmino, Dario ha potuto fare il bagno con noi, con la sua famiglia. Finalmente potevamo nuovamente condividere insieme ciò che la malattia ci aveva portato via negli anni. Anche se può sembrare un semplice bagno, per noi è stato molto di più. Dario poteva farsi accarezzare dall’acqua trovandone anche beneficio e poteva godere della compagnia dei suoi amici. Soprattutto, però, la cosa più bella è stata che ha potuto sentire in acqua tutta la sua famiglia al completo. Grazie a un “semplice” bagno eravamo di nuovo una famiglia “normale””. Continua a leggere

Le monete croate inneggiano alla vita

Moneta croata con feto

Qualche settimana fa è stata emessa una versione in cui è rappresentato un feto
 
(interris, 6.08.18)
 
Ha ottenuto una storica qualificazione all’ultima finale di Coppa del Mondo. Ma la Croazia, un Paese di poco più di 4milioni di abitanti, continua ad attirare simpatie, almeno da parte di chi apprezza i popoli identitari e la difesa della vita sin dal concepimento. Nelle scorse settimane è stata emessa una moneta da 25 kune, la cui edizione commemorativa emessa nel 2000 riportava l’immagine incisa di un bambino in fase di gestazione.

Il sito croato Kunalipa, dedicato alla numismatica, dice parlando di questa moneta speciale che “il feto è il simbolo universale della vita umana, che è il centro del millennio e che determina il nuovo millennio che inizia”. Come riferisce Aleteianonostante la valorizzazione pubblica della vita umana nel ventre materno, in Croazia l’aborto è stato legalizzato nel 1978, quando il Paese faceva ancora parte dell’ormai estinta Yugoslavia, una dittatura socialista. La Corte Suprema Croata ha stabilito nel 2017 che quella legge è costituzionale, pur essendo stata promulgata prima dell’indipendenza del Paese, ma ha stabilito un termine di due anni per una sua revisione da parte del Governo. Da allora, in Croazia si è intensificata l’attività del movimento pro-vita, che ha già realizzato due marce nazionali in difesa del nascituro. Nella moneta in questione, il feto è rappresentato accovacciato, intorno a lui si diramano raggi solari.

 

El Salvador dice “no” all’aborto

(da UCCR, 13.07.18)
 
Nonostante una massiccia campagna di pressione da parte di New York Times, CNN, BBC, Human Rights Watch ed Amnesty International, l’uccisione di bambini non ancora nati tramite aborto continuerà a rimanere illegale in El Salvador. Quando queste grandi compagnie di corruzione ideologica falliscono i loro obiettivi è un momento di speranza per un mondo migliore.

I coordinatori di Amnesty International hanno dichiarato furiosi che i «legislatori di El Salvador hanno le mani macchiate di sangue dopo aver rifiutato persino di discutere la proposta di depenalizzazione dell’aborto. La fallita opportunità di porre fine a questa ingiustizia è un duro colpo per i diritti umani in El Salvador». Chi si rifiuta di uccidere avrebbe le “mani macchiate di sangue”. Amnesty International è come Hitler quando dal suo pulpito si indignò moralmente accusando il cristianesimo di aver macchiato di sangue i popoli precristiani.

Sul PanamaPost si legge che «sebbene la decisione sia stata presa a livello legislativo, decisive sono state le dimostrazioni di strada della società civile e la raccolta di decine di migliaia di firme in difesa della vita dei non nati». Davide contro Golia, in pratica.

La costituzione e la legislazione civile di El Salvador -paese che ha comunque risolvere tanti problemi di civiltà al suo interno-,  proibiscono l’interruzione di gravidanza dal momento del concepimento. Semplicemente, almeno in questo caso, sono coerenti con le evidenze dell’embriologia che riconoscono nella fecondazione il momento in cui appare l’essere umano, il quale da quel momento si svilupperà -senza soluzione di continuità- fino all’ultimo stadio della sua esistenza. La legge è fortemente difesa dalla principale associazione medica del paese, che comprende 37 diverse organizzazioni mediche. «Mai un medico può uccidere per azione o omissione», dichiara la legge. «Questo vale anche per l’aborto indotto, che è una grave violazione etica e deontologica. La biologia indica che la persona umana è l’oggetto del diritto assoluto alla vita dal suo concepimento» Continua a leggere

Trump nomina giudice “pro-life” alla Corte Suprema: il vento cambia?

TRUMP

(da Aleteia, 10.07.18)
 
Dopo che le speranze di molti erano state innalzate dalla possibile scelta della giurista cattolica Amy Barrett, la delusione per la scelta di Kavanaugh. Ma forse non è tutto perduto…
Poteva andare meglio, ma il bicchiere è mezzo pieno. Da giorni attendevamo l’importantissima nomina del successore del giudice Anthony Kennedy alla Corte suprema degli Stati Uniti, le cui sentenze spesso creano importanti precedenti per tutto il resto del mondo. Sopratutto sui temi etici. Il presidente Donald Trump ha scelto Brett Kavanaugh, repubblicano conservatore, collaboratore di Kennedy e George W Bush.

Storico nemico di Bill Clinton, attraverso Kavanaugh il presidente Trump afferma di aver mantenuto la sua promessa in campagna elettorale, quando annunciò«Io sono pro-life e i giudici che nominerò saranno pro-life». Ed infatti gli equilibri si sono ribaltati. I giudici sono 9: cinque “conservatori”nominati da Bush (John G. Roberts, presidente, Clarence Thomas e Samuel A. Alito) e Trump (Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh) e quattro “progressisti” nominati da Clinton (Stephen G. Breyer e Ruth Bader Ginsburg) e da Obama (Elena Kagan e Sonia Sotomayor). Continua a leggere

Il DNA dell’embrione attivo dalla fecondazione

(da UCCR, 3.07.18)
 
Il Dna dell’embrione inizia, appena dopo la fecondazione, a dirigere autonomamente il processo di formazione dell’organismo umano. Una scoperta rivoluzionaria apparsa su Nature dimostra che il codice genetico non viene tradotto in un secondo momento o stadio come invece si pensava.

«Abbiamo fatto luce su ciò che attiva il programma genetico che ci fa diventare ciò che siamo»ha commentato uno degli autori, il ricercatore del Politecnico di Losanna, Didier Trono. Una conferma scientifica in più, dunque, sul fatto che la vita umana inizia pienamente al concepimento. Nessuna “entità in atto“, nessuna “entità iniziale” o “progetto di umanità”, il tutto è già in essere, in sviluppo fin dall’inizio: dall’embrione all’ultimo stadio, la morte, senza soluzione di continuità.

Il programma genetico riceve il “calcio di inizio” del processo di crescita grazie ad una famiglia di proteine chiamata Dux e la scoperta viene consideratauna pietra miliare della biologia dello sviluppo. Per questo abbiamo deciso di citarla nel nostro dossier sulle evidenze scientifiche della personalità dell’embrione umano. Continua a leggere

Omogenitorialità e diritti di ogni figlio. Nascere orfani?

di Mariolina Ceriotti Migliarese
(Avvenire, 25 giugno 2018)
 
Certamente non sono rari nella storia umana i casi di bambini cresciuti solo dalle donne; nei tempi di guerra come nei tempi di pace è successo spesso che i padri fossero assenti: morti in guerra, lontani per lavoro, oppure semplicemente latitanti, magari dopo aver messo incinta la donna madre del bambino. Tante donne coraggiose si sono rimboccate le maniche, si sono aiutate tra loro, hanno amato, accudito e fatto crescere figli che l’assenza del padre non ha necessariamente reso patologici o incapaci di vivere.

Perché dunque ci sconcerta e ci interroga la notizia che diversi sindaci, a Milano, a Torino e in altre città italiane, hanno voluto riconoscere bambini “figli di due madri”?

Pensiamo forse che queste donne non possano essere capaci, in quanto omosessuali, di dare ai bambini l’amore di cui hanno bisogno? Pensiamo forse di negare a questi bambini, in nome di qualche astratto principio, l’amore a cui hanno diritto? Che differenza c’è, dunque, tra l’essere cresciuti da due donne perché il padre è scomparso, ed essere cresciuti da due donne che hanno scelto di mettere al mondo un figlio senza il padre? Malgrado le apparenze, la differenza c’è ed è molto importante: solo nel secondo caso, infatti, gli adulti decidono consapevolmente che il bambino nasca orfano di padre.

Orfano è una parola che significa “privo di un genitore” e genitore significa “colui che ha generato”. Comunque si considerino le cose, ognuno di noi è generato senza possibilità di eccezione dai gameti di un uomo e di una donna, che sono dunque biologicamente nostro padre e nostra madre: il legame con loro è innegabile e ineludibile, perché impresso nel nostro corpo attraverso un patrimonio genetico fatto sia di caratteristiche fisiche che di inclinazioni temperamentali, che ci accompagneranno per sempre. Il legame biologico da solo è certamente insufficiente a fondare la genitorialità, ma rimane un legame potente; chi si occupa di adozioni sa bene ad esempio che qualsiasi adottivo, anche se accolto fin dai primi giorni di vita in una famiglia che ama e che lo ha amato, porta in sé una forte domanda sulle sue origini, che lo spinge sempre a cercare di scoprire chi erano i suoi genitori biologici.  Continua a leggere

Sedazione e divieto d’eutanasia omissiva. Giusta chiarezza sulla morte inflitta

di Gian Luigi Gigli – Avvenire 27.06.18
 
Qualche volta i magistrati riescono a precisare i limiti applicativi delle leggi. Così in una recente sentenza della Corte di Cassazione in tema di eutanasia. ‘Avvenire’ ne ha dato opportunamente conto, mentre altri mezzi di informazione hanno passato la cosa sotto silenzio. Forse a causa dell’apparente ‘banalità’ del tema in giudizio. Infatti, con la sentenza 26899/2018 la Suprema Corte è intervenuta ‘soltanto’ per respingere il ricorso di una anestesista contro la misura cautelare di divieto di espatrio impostole dal Gip del Tribunale di La Spezia e confermata dal Tribunale di Genova in funzione di giudice del riesame. La dottoressa è sotto processo per aver provocato la morte del fratello con notevole anticipo rispetto a quanto la sua malattia faceva ipotizzare.

L’eutanasia sarebbe stata praticata su persona non informata né consenziente, utilizzando la propria competenza professionale e la facilità di accesso ai farmaci.

Il divieto di espatrio è stato motivato dal pericolo di reiterazione del reato (i giudici, sulla base di registrazioni telefoniche, sospettano altri analoghi interventi da parte dell’imputata) e dal radicato inserimento all’estero dell’imputata che lasciava temere la volontà di andare a lavorare fuori dei nostri confini per sottrarsi all’espiazione della pena eventualmente comminata dalla giustizia italiana.

L’interesse della sentenza della Cassazione è solo in parte per la conferma del divieto di espatrio, perché risiede soprattutto nelle definizioni in essa contenute. A sua difesa l’imputata sosteneva, infatti, non essersi trattato di eutanasia, ma di sedazione profonda. La Cassazione ha voluto ribadire la distinzione tra le due condotte, ricordando che «per eutanasia, secondo classica e condivisa definizione, s’intende un’azione od omissione che ex se procura la morte, allo scopo di porre fine a un dolore. La sedazione profonda, invece, è ricompresa nella medicina palliativa e fa ricorso alla somministrazione intenzionale di farmaci, nella dose necessaria richiesta per ridurre, fino ad annullare, la coscienza del paziente, per alleviarlo da sintomi fisici o psichici intollerabili nelle condizioni di imminenza della morte con prognosi di poche ore o poco più, per malattia inguaribile in stato avanzato e previo consenso informato». Continua a leggere

Un parroco convince sei donne a non abortire e regala ad ognuna 1000 euro

A Don Marco Scattolon sono arrivati anche i complimenti del Papa

Anche Papa Francesco incoraggia don Marco Scattolon ad andare avanti. Nei giorni scorsi, in canonica a Rustega (Padova), è arrivata una lettera dal Vaticano firmata dal nunzio apostolico in Italia e a San Marino, Emil Paul Tscherrig, ed indirizzata al parroco don Marco.
 
Le difficoltà della gravidanza

La decisione del sacerdote piombinese di donare 1000 euro, al momento della nascita del figlio, a sei donne che avevano inizialmente scelto di abortire a causa delle tante difficoltà da affrontare durante e dopo la gravidanza, ha colpito anche il Papa ed il Vaticano.
 
“Luminoso esempio”

«Il suo è un luminoso esempio, più loquace di mille prediche ed insegnamenti cattedratici, dell’immenso valore della vita umana e del sostegno che ad essa dobbiamo riservare ad ogni costo», scrive il nunzio apostolico Tscherrig. Il gesto di don Marco è un esempio evangelico di investire nelle “cose di Dio”». E ancora: «E’ meraviglioso constatare che i risparmi di un ecclesiastico siano riconsegnati al “tesoro” di Dio, che è ogni uomo vivente, soprattutto colui che è più indifeso e nel bisogno».
Alla fine della lettera il saluto del Papa: «Anche a nome del Santo Padre Francesco, le rinnovo autentica riconoscenza ed invoco copiosa la benedizione del Signore» (Il Mattino di Padova, 24 giugno). Continua a leggere

Nancy. Così è morta Inés, l’«Alfie di Francia»

L'ospedale pediatrico di Nancy, dov'era ricoverata Inés.

di Assuntina Morresi
(Avvenire, 28.06.18)

40 ore di agonia, polizia schierata per impedire che i genitori fermassero la procedura di morte decisa da medici e giudici. E il silenzio dei media. Ecco la vera storia di Inés,14 anni, vegetativa.
 
Inés ha impiegato circa 40 ore a morire. Le hanno staccato il respiratore artificiale martedì 19 giugno alle 18.30 del pomeriggio, ed è morta giovedì 21 a mezzogiorno all’ospedale di Nancy, in Francia. Quando l’hanno “estubata” erano presenti otto poliziotti per garantire che tutto andasse liscio, impedendo qualsiasi resistenza dei genitori, che fino alla fine si sono opposti alla decisione dei medici di lasciar morire loro figlia. «Quattro su di me e quattro sul padre», racconta Djamila Afiri, la mamma di Inés, in una intervista a Europe1, dicendo di provare «un enorme disgusto. Aveva bisogno di ossigeno. Quando l’hanno staccata, respirava un po’ da sola. Ma dopo è diventata blu». La madre ha chiesto allora ai medici «di dare un po’ di ossigeno, e hanno rifiutato. Ho detto loro che non erano umani, che non avevano un cuore».
 
La vera storia

Inés aveva 14 anni quando ha avuto un arresto cardiaco, il 22 giugno 2017, ed è entrata in stato vegetativo. Solo un mese dopo una decisione collegiale dei medici dell’ospedale francese aveva stabilito che continuare a ventilare la ragazzina sarebbe stata una «ostinazione irragionevole», come recita la legge francese intitolata ai suoi due “padri”, Claeys-Lèonetti. Secondo un documento citato dal quotidiano L’Est Républicain, il capo del dipartimento in cui la ragazza era ricoverata ha giudicato che «la storia, l’esame clinico, i risultati delle immagini, l’elettroencefalogramma sono tutti concordi nel ritenere quasi nulle le possibilità di miglioramento o guarigione, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche».
Ma i genitori si oppongono: «Un crimine organizzato – denuncia sua madre –, è inumano». Inizia quindi un contenzioso che investe prima il tribunale amministrativo competente, poi il Consiglio di Stato e infine la Corte europea dei Diritti umani, in un percorso che ripete, in salsa francese, quello dei piccoli inglesi Charlie Gard, Isaiah Haastrup, Alfie Evans. Continua a leggere

Nasce la Fondazione Charlie Gard

The Charlie Gard Foundation

I genitori di Charlie Gard, Chris e Connie, hanno dato vita alla “Charlie Gard Foundation” per sostenere ricerca e famiglie con bambini affetti da malattie mitocondriali
 
Debora Donnini-Città del Vaticano
 
Avrebbe compiuto 1 anno solo una settimana dopo il piccolo Charlie, a cui il 28 luglio dello scorso anno venne interrotta la respirazione artificiale e così morì. Una vicenda che commosse il mondo: si verificò una battaglia legale di mesi tra i medici dell’ospedale londinese dove era in cura, da una parte, e, dall’altra, i genitori che volevano tentare una cura sperimentale. Una possibilità che gli venne negata da varie sentenze delle Corti britanniche, che avallarono la linea dell’ospedale. Da Papa Francesco al presidente degli Sati Uniti, Donald Trump, alle piazze fino ai Social si levarono appelli perché al piccolo fosse data una chance.

Alla fine, il danno muscolare sembrava troppo avanzato e i genitori a quel punto rinunciarono alla battaglia legale non senza denunciare i ritardi e ribadendo che si dovesse intervenire subito per tentare il tutto per tutto per salvare il piccolo: troppo tempo era stato perso. Una vicenda che, tra l’altro, non per il tipo di malattia, ma per la battaglia legale, la questione del miglior interesse e della qualità della vita, ricorda le successive storie di altri due bimbi inglesi: Isaiah Hastrup e Alfie Evans.
 
La Charlie Gard Foundation

Ora la missione con cui nasce la Fondazione Charlie Gard è quella di migliorare la qualità della vita dei malati mitocondriali, in modo specifico. Lo farà sia attraverso la ricerca innovativa sia attraverso il sostegno familiare. L’obiettivo è fornire speranza di un futuro migliore per questi bambini e di trovare cure nuove per determinati ceppi della malattia genetica, spiega Emmanuele Di Leo, presidente di Steadfast onlus, che ha collaborato e supportato i genitori dei tre bambini. Di Leo, tra l’altro, ci racconta che Chris e Connie sono molto riconoscenti all’Italia per quanto ha fatto per questi bambini malati. Continua a leggere

Bambino Gesù presenta la Carta dei Diritti del Bambino Inguaribile

Dopo i casi Alfie e Charlie, l’Ospedale pediatrico della Santa Sede ha messo a punto un documento per promuovere l’alleanza terapeutica e il sostegno ai bambini con malattie gravi e inguaribili. Aperto anche un dibattitto tra medici, politici, bioeticisti e uomini di Chiesa
 
Esistono purtroppo bambini non guaribili ma non esistono bambini incurabili. Parte da questo presupposto la riflessione aperta dall’Ospedale pediatrico della Santa Sede, Bambino Gesù, dopo un mese dalla morte del piccolo Alfie Evans.
 

I temi affrontati

L’alleanza terapeutica tra famiglia e medico, l’accompagnamento e la cura anche dei pazienti affetti da malattie inguaribili, il diritto alle cure palliative e di accesso alle cure sperimentali, la capacità di fare rete tra le strutture di diversi Paesi , la necessità di creare una normativa internazionale capace di attenuare i conflitti. Di questo è molto altro hanno parlato, questa mattina, all’Aula Salviati del Bambino Gesù, politici, medici, ricercatori e bioeticisti. Presenti, tra gli altri, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia; la parlamentare europea, Silvia Costa; il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa; il direttore della Pediatria e della Rianimazione Neonatale dell’Ospedale “A. Beclere” di Parigi, Daniele De Luca; il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina. Per l’Ospedale Bambino Gesù, oltre alla presidente Enoc, sono intervenuti il direttore scientifico Bruno Dallapiccola; il direttore dei dipartimenti clinici Nicola Pirozzi e il responsabile dell’Etica Clinica, don Luigi Zucaro.  Continua a leggere

Anna voleva abortire. Papa Francesco la chiama e la convince a non farlo

La donna, divorziata, era rimasta incinta di un uomo che aveva già una famiglia. Dopo la gravidanza indesiderata ha iniziato a pressarla…
 
Non doveva proseguire la gravidanza. Perché l’uomo che l’aveva lasciata incinta non avrebbe riconosciuto il figlio. Di fronte a lei la soluzione che si prospettava era l’aborto.
Poi una chiamata, inattesa, improvvisa. Dall’altro capo del telefono c’è Papa Francesco, che come un buon padre la fa ragionare e le spiega perché vale la pena di portare avanti la gravidanza. Anna, originaria di Arezzo, riceve la chiamata che le cambia la vita. Accetta il consiglio di Francesco e decide di non interrompere la gravidanza. Una favola a lieto fine.
 
La richiesta dell’uomo

Anna è una donna divorziata. Racconta Credere (22 maggio), che dopo aver perso il lavoro, decide di trasferirsi da Roma in Toscana. Qui scopre di essere incinta di un uomo che però ha già una famiglia. E non intende riconoscere il bambino. Lui la pressa, lei è debole, e cede alla sua richiesta: abortire.
Prima di farlo, però, decide di scrivere una lettera a una persona speciale. Mette nero su bianco tutta la sua storia; sulla busta l’indirizzo è semplice: «Santo Padre Papa Francesco, Città del Vaticano, Roma». imbuca la lettera senza pensarci troppo. Poi, pochi giorni dopo il telefono inizia a squillare.
 
“Ho letto la tua lettera”

Sul display un numero sconosciuto, con il prefisso di Roma. Risponde e resta pietrificata: «Pronto Anna, sono papa Francesco. Ho letto la tua lettera. Noi cristiani non dobbiamo farci togliere la speranza, un bambino è un dono di Dio, un segno della Provvidenza». Continua a leggere

Giuseppe Noia. «Una società senza più aborti? Ecco perché non è un’utopia»

«Una società senza più aborti? Ecco perché non è un'utopia»

Giuseppe Noia: nel 1978 la vita prenatale era quasi ignota. Oggi si può agire su problemi e cause, con effetti impensabili
 
La possibilità di arrivare un giorno non lontano a una società senza aborti non è utopia, né pretesa infondata. Sembra un proclama assurdo nel quarantesimo anniversario della ‘194’, una legge che nasce segnata da due grandi assenze, i diritti del bambino e la sofferenza della donna. Ma proprio chi da 40 anni lavora per la salute della donna e del bambino, come Giuseppe Noia, si dice convinto che i margini per ridurre – se non azzerare completamente – l’aborto terapeutico esistono e vanno perseguiti con coraggio e determinazione.

Nessuno obiettivo ideologico. Sarebbe fuori posto per una persona che è tra le massime autorità scientifiche sul fronte della vita prenatale, docente e ricercatore, oltre che direttore dell’hospice prenatale del «Gemelli » di Roma. Quindi solo rispetto della realtà. A cominciare dai dati. Oggi solo il 10% degli oltre 80mila aborti cosiddetti ‘terapeutici’ («ma che terapia è un intervento che uccide il figlio e danneggia gravemente la madre?») praticati in Italia è motivato da abbandono terapeutico, amplificazione del rischio o ignoranza della possibilità di intervenire con efficacia per ridurre il danno in fase prenatale. Poi c’è un 50% determinato da cause sociali (povertà, solitudine, dinamiche familiari sfavorevoli) e un altro 40% da cause ‘culturali’ (pretesa di autodeterminazione assoluta, volontà di rifiutare la presenza del figlio).

Come e dove è possibile incidere? «Dobbiamo e possiamo intervenire sulle cause sociali e culturali ma innanzi tutto – osserva il professor Noia – dobbiamo diffondere una più corretta conoscenza medica, a partire da tutto quello che sappiamo sulla relazione fortissima tra madre e figlio fin dal concepimento. Già nel novembre 2000, quindi 18 anni fa, il British medical journal, spiegava in un editoriale che dalla relazione biologica tra madre e bambino deriva il benessere futuro della persona. Come ignorare per esempio il fatto che il figlio manda alla madre cellule staminali terapeutiche? Tutte queste conoscenze scientifiche che si vorrebbero silenziare si traducono in una grande perdita di umanità». Continua a leggere

L’anniversario. Quarant’anni di 194, l’ora di andare oltre

Realismo e tenacia per agire su mentalità, scelte ed errori determinati dalla legge
 
di Carlo e Marina Casini

(Avvenire 22 maggio 2018)
 
Se potessimo scegliere tra due ipotesi astratte – una società con norme che legittimano l’aborto, ma in cui peraltro l’aborto non avviene mai, e una società con leggi che proibiscono sempre l’interruzione volontaria di gravidanza, ma dove nonostante la regola, l’aborto è di fatto frequente – quale dovremmo dichiarare preferibile?

È evidente che la preferenza dovrebbe andare alla prima. Questa è una delle ragioni per cui nel pensiero di alcuni il problema della legge ingiusta viene messo in disparte e si lavora soltanto per superare la legge iniqua con il solo metodo dell’aiuto alle gravidanze difficili o non desiderate. Ma le ipotesi sopra formulate sono astratte: non esistono nella realtà. È provato che le leggi permissive aumentano il numero degli aborti. Questo è tanto più vero oggi quando la prevenzione dell’aborto è divenuta largamente un effetto dello stato di coscienza individuale e sociale. La legge è percepita come un’indicazione di valori, una guida all’azione. Essa contribuisce potentemente a formare la mentalità del popolo e dei singoli. (…) La rimozione della legge ingiusta è un obiettivo ineliminabile.

Ma, realisticamente, le difficoltà sono enormi perché la legge 194 in Italia è divenuta la bandiera di importanti formazioni politiche attualmente maggioritarie. Sembra, dunque, che il criterio della gradualità quale espressione di tenacia operosa debba essere accettato. Gradualità non significa legittimare l’ingiustizia, nemmeno in piccola parte, ma guadagnare spazi di giustizia il più largamente possibile in vista di un risultato finale. Un’azione diretta al cambiamento della legge 194, in una logica di realismo e di gradualità, dovrebbe almeno rimuovere le equivocità e le insincerità che sono presenti nella legge stessa, la più grave delle quali maschera sotto l’apparenza di un aborto ammesso in casi particolari l’applicazione del principio di autodeterminazione. Continua a leggere

Dat, eutanasia del non consenziente

Non è paradossale che il principio della sacra libertà sul fine vita sia stato nei fatti scardinato e contraddetto fin dalla prima applicazione? Il caso di Modena
 
di Caterina Giojelli
 
Ci eravamo già chiesti se l’assolutizzazione del diritto all’autodeterminazione fosse una valorizzazione della libertà o la uccidesse definitivamente. Lo scudo della libera scelta sancita dall’approvazione delle Dat non avrebbe dovuto arginare ogni deriva paternalistica sul fine vita? Non era la vittoria delle garanzie fondamentali della persona, dopo undici anni di battaglie per la dignità e la libertà di tutti? E non è paradossale che tale principio sia stato nei fatti scardinato e contraddetto fin dalla prima applicazione della legge sul biotestamento?

IL CASO DI MODENA. È accaduto a Modena, dove il padre ultraottantenne di una donna da mesi ricoverata in coma all’ospedale di Baggiovara, è stato nominato dal giudice tutore della figlia, ad oggi incapace di esprimere le sue volontà. Tocca quindi al padre diventare interprete delle stesse, perché la donna, le sue disposizioni anticipate di trattamento in materia di cure da affrontare o meno, ed espresse sulla base di conoscenze precise e circostanziate, non le ha mai date. Non le ha date perché non le ha scritte e in mancanza di biotestamento scritto, ha deciso il giudice, deve essere un tutore a decidere per lei. Occupandosi di questioni patrimoniali, ma soprattutto agendo nel suo «migliore interesse» e ricostruendo le volontà della donna quando ancora era in grado di esprimersi. Continua a leggere

Voto sull’aborto in Irlanda. Pro-life: «Fb e Google ci censurano»

Le due piattaforme bloccheranno qualsiasi inserzione, anche dall’estero, in vista del referendum del 25 maggio sulla legalizzazione dell’aborto
 
In Irlanda i giganti del Web dicono no alla pubblicità elettorale per il referendum sulla legalizzazione dell’aborto del prossimo 25 maggio. Con una decisione senza precedenti, dopo i mesi di polemiche sullo scandalo di Cambridge Analitica, Google ieri ha annunciato di voler rifiutare tutte le inserzioni riguardanti la campagna elettorale, da qualsiasi parte del mondo provengano, compresa la stessa Irlanda. Nulla verrà pubblicato in merito sulla propria piattaforma di notizie.

Una misura che viene bollata dalle associazioni pro-life come una forma di «censura ». E che non tiene conto della legge in vigore del Paese, che vieta l’uso di finanziamenti esteri nelle proprie campagne elettorali ma consente ovviamente di utilizzare quelli che provengono da donatori nazionali. Solo il giorno prima, Facebook aveva infatti annunciato di bloccare qualsiasi forma di pubblicità elettorale dall’estero relativa alla campagna referendaria, per scongiurare il pericolo di infiltrazioni di componenti politiche che potessero orientare in un modo specifico gli ultimi giorni prima della delicatissima consultazione.

Il 25 i cittadini della Repubblica d’Irlanda sono chiamati infatti a esprimersi sulla rimozione dell’ottavo emendamento nell’articolo 40 della Costituzione. Introdotto nel 1983, equipara i diritti della madre e del bambino che ha in grembo vietando di fatto di interrompere una gravidanza e rendendo qualsiasi forma di aborto illegale e perseguibile penalmente, a eccezione delle situazioni di rischio per la madre e il bambino, regolamentate da un provvedimento del 2013. L’ultimo sondaggio di Millward Brown, domenica scorsa, dava una situazione di recupero del fronte che si schiera contro l’abolizione del divieto: il 45% degli irlandesi è per l’abrogazione dell’emendamento ma il 34% è per il no (era il 28% poche settimane fa) e il 4% non si esprime. La battaglia si gioca su quel fronte consistente di indecisi che si attesta sul 18%. E che ora rischia di essere tagliato fuori da qualsiasi informazione alternativa a quella tradizionale, quasi del tutto schierata con il «sì». Maria Steen, di Iona Institutethink tank per la famiglia, attivamente impegnato nella campagna referendaria sul fronte per la vita, ha dichiarato ieri pomeriggio in conferenza stampa che «Google ha il dovere di informare su come la campagna sia stata già pesantemente compromessa». Steen si riferisce alla rimozione del 50% delle inserzioni pubblicitarie stradali dei pro-life che secondo una stima fatta dall’organizzazione sarebbero state illegalmente tolte dai fautori del «no», peraltro con un danno economico stimato attorno ai 100mila euro. Continua a leggere

Papa Francesco: “La vita va tutelata dal concepimento al naturale tramonto”

Al Regina Coeli appello di Papa Francesco per la Repubblica Centroafricana colpita dalle violenze: «Costruire insieme la pace». «Dare ai malati, anche se terminali, tutta l’assistenza possibile. Accogliere sempre i nascituri»
 
(La Stampa, 06.05.18)
 
Appello di Francesco per la pace nella Repubblica Centrafricana e per «tutelare la vita dal concepimento al naturale tramonto». Durante il Regina Coeli in piazza San Pietro, il Pontefice ha invitato i 40mila fedeli presenti «a pregare per la popolazione della Repubblica Centrafricana, paese che ho avuto la gioia di visitare e che porto nel cuore, dove nei giorni scorsi sono avvenute gravi violenze con numerosi morti e feriti, tra cui un sacerdote». «Il Signore, per intercessione della Vergine Maria, aiuti tutti a dire no alla violenza e alla vendetta, per costruire insieme la pace», ha detto Papa Francesco.

Che, nella sua catechesi, si è soffermato sul tema dell’amore. Quello che «si realizza nella vita di ogni giorno, negli atteggiamenti, nelle azioni», altrimenti rimane «soltanto qualcosa di illusorio». È «importante prendere coscienza che l’amore di Cristo non è un sentimento superficiale, ma un atteggiamento fondamentale del cuore, che si manifesta nel vivere come Lui vuole», ha sottolineato il Papa.

Gesù, ha spiegato, «ci chiede di osservare i suoi comandamenti», che si riassumono in questo: «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Ma come fare perché questo amore che il Signore risorto ci dona possa essere condiviso dagli altri? «Più volte – ha precisato Bergoglio – Gesù ha indicato chi è l’altro da amare, non a parole ma con i fatti. È colui che incontro sulla mia strada e che, con il suo volto e la sua storia, mi interpella; è colui che, con la sua stessa presenza, mi spinge a uscire dai miei interessi e dalle mie sicurezze; è colui che attende la mia disponibilità ad ascoltare e a fare un pezzo di strada insieme». Continua a leggere

Mini cuore artificiale salva una bambina di 3 anni

cuore

«L’insufficienza cardiaca è uno dei mali del secolo» abbiamo affermato in un altro articolo, mostrando come il mal funzionamento del cuore, che non pompa il sangue in modo efficiente, possa essere curato mediante l’utilizzo di cellule staminali adulte derivanti dal midollo osseo.

Ora siamo lieti di comunicarvi un nuovo progresso della scienza medica, che è stato utile a salvare la vita di una bambina di soli tre anni, che soffriva proprio di insufficienza cardiaca.

Come leggiamo su  Toscana Oggi, il celebre ospedale pediatrico della Santa Sede è stato teatro dell’innovativo intervento in questione, dopo che, unico al mondo, ne aveva già effettuato un altro simile nel 2012.

Il Bambin Gesù è stato, infatti, autorizzato dalla Food and drug administration (Fda) americana e dal ministero della Salute italiano a fare uso di una pompa cardiaca miniaturizzata per salvare la vita della piccola.

Infant Iarvik è il nome di questo cuore artificiale che a breve sarà in sperimentazione negli Stati Uniti, spiega Timothy Baldwin, responsabile Nhlbi del progetto PumpKIN, affermando che «Il National heart lung and blood institute (Nhlbi) ha iniziato il programma PumpKin nel 2004 per finanziare lo sviluppo e la valutazione clinica del Jarvik 2015 Vad e di altri dispositivi simili, poiché i bambini con insufficienza cardiaca avevano a quei tempi un numero davvero ridotto di opzioni che gli consentisse di rimanere in vita». Continua a leggere

È l’ora delle lacrime e delle domande

di Francesco OgnibeneAvvenire 28.04.18
 
E’ l’ora delle lacrime e delle domande. Alle prime lasciamo che scorrano insieme a quelle di papà Tom e mamma Kate nell’ora in cui pensavamo invece di sostenerli con la discrezione che avevano chiesto per portare a casa il loro piccolo guerriero. Alle seconde non ci si può sottrarre, tanto sono lancinanti, aggiungendosi al dolore per una morte che ogni coscienza che sappia ancora custodire un barlume di senso umano percepisce come ingiustizia, un nuovo, lacerante grido della vita innocente che si aggiunge a quello che risuona oltre i confini della geografia, della storia, del tempo.

Alfie poteva vivere se lunedì 23 aprile alla 22.17 non gli avessero spento la ventilazione assistita e sospeso la nutrizione? La medicina non può darci una risposta, anche perché neppure alla malattia del piccolo era riuscita a dare un nome, e al capezzale di Alfie si muoveva come a tentoni, pur dichiarando in comunicati ufficiali e deposizioni in tribunale le sue certezze di carta. Quel che la nostra coscienza sa, anche senza lauree mediche o giuridiche, è che se si ostacola il respiro e si levano acqua e cibo qualunque essere umano, qualsiasi forma di vita si spegne, poco o tanto tempo occorra a ottenerne la morte.

Alfie ha resistito poco più di quattro giorni, con un andirivieni di ossigeno ridato e poi ritolto, nutrizione prima negata e poi riammessa come una concessione e non un diritto umano elementare che spetta a tutti, anche al paziente nelle condizioni più disperate, finché assolve la sua funzione, e con il piccolo malato di Liverpool è fuor di dubbio che lo facesse. Era la morte, allora, che si voleva? La risposta in questo caso è certamente affermativa: sta scritto in tutte le sentenze dei tribunali di Sua Maestà britannica e, implicitamente, nel diniego opposto dalla Corte europea dei diritti umani (diritti umani!) a riaprire il caso, a riconsiderare se su quel lettino ci fosse una vita “inutile”, com’era stata definita, dunque un costo, un fastidio, uno scarto da smaltire, oppure una persona umana per sua dignità innata meritevole di avere ciò che spetta a tutti: cure, ossigeno, nutrimento. Continua a leggere

La lezione di Alfie: oggi l’accanimento non è terapeutico, ma per la morte

Comunicato del Centro Studi Livatino
 
La lezione di Alfie: oggi l’accanimento non è terapeutico, ma per la morte. E non è un problema soltanto inglese
 
Alfie Evans, grave disabile di 23 mesi, in continuità con quanto da oltre 15 anni viene praticato in Belgio e in Olanda, ha raccontato oltre ogni dubbio che oggi il criterio decisivo nei confronti di chi soffre non è più nemmeno l’autonomia o l’autodeterminazione, bensì la convenienza sanitaria e sociale di sopprimere una vita qualificata come “inutile”. Dal suo lettino Alfie, pur non parlando, ha mostrato che il vero accanimento oggi esistente non è quello c.d. terapeutico, ma è quello per la morte, che passa per le aule di giustizia di ordinamenti formalmente democratici. E che il dibattito non è fra chi ha pietà e chi non ne ha: il dibattito è fra chi lascia l’individuo solo nelle mani dello Stato e chi sa che per vivere è necessaria la speranza, specie nelle prove, come hanno testimoniato i suoi genitori.
Non è un problema solo inglese: non trascuriamo che in Italia la legge 219/2017 riconosce, ai fini della permanenza in vita, “disposizioni” date “ora per allora”, qualifica cibo e acqua come trattamenti sanitari, se somministrati per via artificiale, contiene norme pericolose per i minori e per gli incapaci, nega l’obiezione di coscienza ai medici e obbliga anche le strutture non statali. Riprendendo peraltro quanto già affermato dalla giurisprudenza nel caso Englaro.
La speranza – dei pazienti, dei parenti, di chi li affianca con generosità – non la danno né lo Stato né i giudici né la legge: possono però oltraggiarla e schiacciarla, come è accaduto da ultimo a Liverpool. Il piccolo Alfie sollecita tutti a impedire che ciò avvenga.
E’ quanto sostiene il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati.
 
info@centrostudilivatino.it – www.centrostudilivatino.it (+393494972251 +393334152634)
 
(fonte: tempi.it)