The way back

untitled

The way back (id.)
Usa, Australia 2010, 130′
Genere: Drammatico, Guerra
Regia di: Peter Weir
Cast principale: Ed Harris, Jim Sturgess, Colin Farrell, Saoirse Ronan
Tematiche: libertà, potere, prigionia, viaggio, amicizia, comunismo, dittatura
Target: da 14 anni
 

La fuga di un gruppo di prigionieri di nazionalità diverse da un gulag sovietico durante la II guerra mondiale.
 
Recensione

Meglio morire da uomini che vivere da schiavi. È il motto scandito quasi come una litania da un pugno di uomini evasi da un gulag siberiano che, dopo un viaggio durato anni – che lascerà sulla strada tanti di loro – riescono a rifugiarsi in India poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. La storia di The Way Back è tutta qui: è la cronaca di una lunghissima, massacrante fuga per la libertà da un campo di lavoro forzato dove si finiva dentro, quasi sempre, per reati di opinione contro il regime sovietico. È la storia di Janusz (Jim Sturgess), un giovane polacco ritenuto spia e spedito in Siberia. Accanto a lui, nel gulag dove a mietere vittime ogni giorno più che le pallottole dei sovietici sono i 40 gradi sottozero, un’umanità varia e sofferente. C’è un attore internato per aver interpretato il ruolo di un aristocratico, c’è un egittologo di fama dell’Università di Leningrado, accusato di spionaggio; ci sono artisti, comici, preti. E anche delinquenti che, come nel caso del personaggio interpretato da Farrell, hanno tatuati sul corpo le immagini di Lenin e Stalin “perché erano dei duri, toglievano ai ricchi per dare ai poveri”, salvo poi dover amaramente ricredersi. Ci sono russi, polacchi, ebrei, lettoni e lituani. C’è anche un americano, Mister Smith (Ed Harris), la faccia di pietra, segnata da tanti rimorsi e da un Potere che gli ha tolto tutto. Questo nella prima mezz’ora del film, perché poi Weir racconta l’odissea di un pugno di uomini, a cui poi si aggiungerà una ragazza (Saoirse Ronan), in perenne fuga. Attraversano la steppa che mieterà vittime, giungeranno quasi a mangiarsi tra di loro, conservando nei momenti peggiori per un miracolo, ma anche per le preghiere del prete che li accompagna, quel briciolo di umanità che il comunismo ha cercato di togliere loro. Arrivano, stremati, a un confine. Il primo di tanti, perché il la russia sovietica pare non avere confini. Eppure non demordono, un occhio al compagno che perde terreno, sofferente, il cuore alla casa, a casa propria e alla moglie che aspetta. Un capolavoro che in tanti punti assomiglia a Katyn di Wajda, più impegnato a raccontare il Bene che si percepisce tra questo gruppo di uomini in marcia in un Calvario collettivo, che non a denunciare tutto il male che il comunismo ha fatto. Basta solo un’immagine per questo: quella di un monastero mongolo totalmente distrutto o i racconti dolorosi del sacerdote. L’australiano Peter Weir, una carriera segnata da grandi film come Truman Show e Master & Commander, ha sempre raccontato la lotta della persona contro il Potere liberticida in film dai risvolti spesso tragici o inquietanti. Nel suo capolavoro, The Truman Show, lo scontro avveniva tra l’irriducibile sogno di libertà di un uomo protagonista suo malgrado di un programma televisivo. Prima ancora, in L’attimo fuggente, tale scontro si spostava dietro la cattedra di un college statunitense. Il carisma straordinario del professor Keating, amatissimo dai suoi studenti da una parte contro l’ottusità dell’istituzione scolastica. Con The Way Back, il regista de L’attimo fuggente riesce a coniugare lo spettacolo di un racconto avventuroso dai tratti epici con la denuncia di un sistema di potere in cui la persona e i suoi bisogni sono totalmente schiacciati. Poche parole, tanti fatti e altrettanti immagini forti: su tutti l’incipit che richiama tanto la sequenza iniziale di un altro grande film con al centro il tema della libertà, Le vite degli altri, in cui Sturgess nei panni di un soldato polacco accusato di spionaggio, durante un crudele interrogatorio, è umiliato e offeso sin negli affetti o la sequenza, assai suggestiva, di una ragazza coronata di spine che cammina nel deserto e che, col filo di voce che le è rimasto dopo i mesi di fuga, prova a scandire “Irena Zielinska”, il suo vero nome, quello che i comunisti non le hanno potuto far dimenticare, il nome di una donna libera. Scritto dallo stesso Weir assieme a Keith R. Clarke, il film si basa su The Long Walk, il romanzo scritto nel 1955 da Slawomir Rawicz, militare polacco internato in un Gulag sovietico. Diviso in due parti distinte, una prima in cui si racconta la vita dura dei prigionieri nel gulag e una seconda, più lunga, che di fatto è la cronaca della terribile, sfiancante fuga per la libertà degli evasi, The Way Back colpisce per il realismo a tratti brutale con cui vengono raccontati i fatti e per il desiderio irriducibile di libertà che anima questi soldati e prigionieri, un desiderio di vita e di speranza che consente loro di superare qualsiasi prova e di macinare migliaia di chilometri a piedi.
 

Simone Fortunato
Sentieri del Cinema

 
Leggi anche la recensione di Tempi.it: The Way Back, un film da non perdere