Convivenza e morale cristiana

La convivenza prematrimoniale o alternativa al matrimonio rappresenta una scelta sempre più diffusa soprattutto tra i giovani.

Sono tanti coloro che in buona fede (spinti da una mentalità dominante ormai fortemente secolarizzata) ritengono tale forma di relazione perfettamente conforme alla morale cristiana. E non pochi di questi sono cattolici e praticanti.

Vorrei quindi fare alcune precisazioni e chiarire – per quanto possibile – un equivoco ricorrente soprattutto riguardo a ciò che dice il Magistero della Chiesa sul tema.

Proprio recentemente Papa Benedetto XVI ha ribadito che «la pratica della coabitazione prima del matrimonio è gravemente peccaminosa, per non parlare del fatto che danneggia la stabilità della società». Il Papa ha proposto il ritorno ad una catechesi convincente e chiara, che si avvalga sistematicamente del «Catechismo della Chiesa Cattolica». Un rimedio che ha già indicato in vista del prossimo Anno della Fede: «restaurare nel posto che gli spetta» nella predicazione e nella catechesi il «Catechismo della Chiesa Cattolica». I fedeli, particolarmente giovani, vi troveranno un’apologia della castità, che «è più sana e attraente delle ideologie permissive esaltate in certi ambienti le quali di fatto costituiscono una potente e distruttiva forma di contro-catechesi» (Benedetto XVI ai vescovi della Regione VIII degli Stati Uniti in visita «ad limina», 9.03.12).

Sappiamo che la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna costituisce la cellula fondamentale della società, quella da cui dipende la stabilità, il benessere sociale ed economico di una società civile. Nei giorni scorsi avevo pubblicato un articolo tratto dal sito UCCR, che presentava numerosi studi sui benefici provenienti da una società composta da famiglie stabili e indissolubili in quanto fondate sul matrimonio, a dispetto della provvisorietà tipica delle c.d. coppie di fatto.

Non va poi dimenticato come il matrimonio – in ragione della stabilità affettiva che maggiormente assicura rispetto ai rapporti tra conviventi – sia la condizione ideale per la crescita dei figli; in tal senso, ricerche internazionali hanno mostrato come i bambini che crescono in una famiglia tradizionale – rispetto a quelli che crescono in contesti di precarietà affettiva ed educativa – corrano un terzo del rischio di andare male a scuola e la metà di soffrire di disturbi psichici [1].

Inoltre è noto che la convivenza pre-matrimoniale incrementa drammaticamente le chance di divorzio. Sono molti oramai gli studi che attestano che le coppie che convivono prima di sposarsi hanno una maggiore probabilità (dal 50 al 100%) di divorziare rispetto a coloro che scelgono di aspettare a vivere insieme fino a dopo il matrimonio [2].
Il punto spesso non compreso è che la convivenza, anche quella «come periodo di prova dell’unione», mina il matrimonio alle fondamenta.
Anzitutto perché lo “svuota” di un elemento caratteristico della vita coniugale rappresentato, per l’appunto, dalla coabitazione (inclusa la dimensione sessuale). Ne consegue che quando ci si sposa dopo una convivenza, per forza di cose si fatichi ad assaporare quello slancio ideale tipico della promessa matrimoniale, che tende così a ridursi alla dimensione rituale, per non dire burocratica.
In secondo luogo, convivendo, gli innamorati scoprono di colpo la complessità della vita insieme senza però essere adeguatamente “equipaggiati”, come invece possono essere coloro che si sposano, per fronteggiarla.
Si salta poi in tal modo quella stagione bella, faticosa ma fondamentale che è il fidanzamento, durante il quale i fidanzati sviluppano e approfondiscono il dialogo, il rispetto, la conoscenza di sé e dell’altro, il sacrificio, l’impegno, l’attesa, l’elaborazione di un progetto, l’esercizio alla fedeltà, il senso di responsabilità… Tutti fattori che contribuiscono a costruire, mattone dopo mattone, un solido edificio matrimoniale e che costituiscono la premessa per la comprensione della vera essenza del matrimonio.
Si rischia altrimenti di poggiare il rapporto su basi molto fragili, a partire da una visione individualistica (e dunque inevitabilmente egoistica) del matrimonio, dove difficilmente maturerà il concetto fondamentale che sposarsi significa donarsi senza riserve, totalmente e per sempre, e dove invece facilmente ci si abituerà ad un’idea distorta dell’unione matrimoniale come esperienza “a termine”, con “clausola di rescissione” e che quindi può cessare (specie in tempi come questi in cui dilagano edonismo e relativismo).
Infine, la convivenza può impedire ad un convivente di sentirsi davvero del tutto libero, di fronte all’altro, di decidere se sposarlo oppure no. Vivendo insieme, i conviventi rischiano di ostacolarsi nella scoperta di ciò che desiderano veramente. La risposta a molte delle domande su di sé e sulla solidità della coppia deve essere cercata anche da soli, invece che nella vita che trascorre continuamente insieme, dove la persistente presenza dell’altro e il flusso continuo dei sentimenti non aiutano la conoscenza dell’altro, dei propri desideri, della persona che davvero fa per noi, ecc. Senza la possibilità di riflettere da soli, i conviventi possono trovarsi in una situazione in cui non sono più davvero liberi di scegliere e dunque rischiano di sposarsi senza essere veramente fatti l’uno per l’altra (i dati riportati nella “nota 2” sono significativi in proposito).

Ma al di là di queste considerazioni (a mio avviso fin troppo ovvie da un punto di vista umano e psicologico, indipendentemente dalle statistiche) vorrei tornare a quanto insegnato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che è ciò che qui mi interessa maggiormente evidenziare. Le convivenze prematrimoniali o extra-matrimoniali sono dal Catechismo definite “Libere unioni”, costituiscono un'”offesa alla dignità del matrimonio” e sono “contrarie alla legge morale”. Tanto da precludere l’accesso alla S. Comunione, finchè perdura la convivenza.

Vediamo cosa dice esattamente il Catechismo:

2390 Si ha una libera unione quando l’uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l’intimità sessuale. L’espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l’una nei confronti dell’altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell’altro, in se stessi o nell’avvenire?

L’espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità di legarsi con impegni a lungo termine. Tutte queste situazioni costituiscono un’offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l’idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l’atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale.

2391 Molti attualmente reclamano una specie di «diritto alla prova» quando c’è intenzione di sposarsi. Qualunque sia la fermezza del proposito di coloro che si impegnano in rapporti sessuali prematuri, tali rapporti non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna, e specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci. L’unione carnale è moralmente legittima solo quando tra l’uomo e la donna si sia instaurata una comunità di vita definitiva. L’amore umano non ammette la «prova». Esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro (CCC nn. 2390-2391)”.
 
Concludo con il bellissimo appello lanciato nel giugno 2011 da Papa Benedetto XVI in Croazia: “Care famiglie, siate coraggiose! Non cedete a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria, o addirittura sostitutiva del matrimonio! Mostrate con la vostra testimonianza di vita che è possibile amare, come Cristo, senza riserve, che non bisogna aver timore di impegnarsi per un’altra persona! Care famiglie, gioite per la paternità e la maternità! L’apertura alla vita è segno di apertura al futuro, di fiducia nel futuro, così come il rispetto della morale naturale libera la persona, anziché mortificarla! Il bene della famiglia è anche il bene della Chiesa”.
 
 
NOTE:

[1] Cfr. H. Sweeting – West P. – Richards M. (1998) “Teenage Family life, lifestyles and life chances”. «International Journal of Law, Policy and the Family»; 12:15-46; Mauldon J. (1990)”Effect of Marital Disruption on Children’s Health” «Demography»; 27: 431-446.

[2] Cfr. “La convivenza? Davvero un pessimo test”, di G. Samek Lodovici; “Nuovo studio: la convivenza prima del matrimonio aumenta il tasso di divorzio”, UCCR 11.10.11; “Convivere prima del matrimonio aumenta il rischio di divorzio”, UCCR 8.5.12; Matrimonio meno appagante se preceduto da convivenza, Journal of Family Psychology (2009) 23 (1): 107-111; “Castità prematrimoniale, il segreto per una coppia felice” (studio condotto dalla Brigham Young University’s School of Family Life, pubblicato su “Journal of Family Psychology”); “Unioni più stabili per le coppie che ‘attendono'”, Il Sole 24 Ore, 29.12.2010; Tony Anatrella, Felici e sposati. Coppia, convivenza, matrimonio, (ESD, Bologna 2007, pp. 64-68 e 82).

[3] Cfr. Il sesto comandamento (Catechismo della Chiesa Cattolica).