“Gesù sì, Chiesa no?”

Desidero ritornare su un argomento già trattato qualche giorno addietro, poichè mi capita di vederlo troppo spesso affrontato con superficialità e leggerezza, mentre meriterebbe una più attenta riflessione per l’importanza fondamentale che riveste.

Si tratta della frase che sempre più sovente corre sulla bocca di molti: “Gesù si, Chiesa no”. La tendenza a separare Gesù dalla Chiesa, a mostrare gradimento per Gesù e insieme ostilità verso la Chiesa è molto diffusa anche tra coloro che si dicono vagamente credenti.

Questa separazione ha in realtà origini molto remote e affonda le sue radici nel processo rivoluzionario iniziato con la riforma protestante (Cristo sì, Chiesa no) e proseguito poi attraverso alcune tappe della storia: la rivoluzione francese (Dio sì, Cristo no), il comunismo (Dio è morto, anzi non è mai esistito), il ’68 con l’abbattimento di ogni autorità (ruolo del padre in famiglia, ruolo degli insegnanti nella scuola, ruolo del Magistero nella Chiesa) e con il progressivo smantellamento della famiglia naturale e indissolubile; ed infine il relativismo (tante volte condannato da Giovanni Paolo II e oggi da Benedetto XVI) con il quale si cerca di inculcare nella mentalità comune che, non esistendo una verità oggettiva valida per tutti, non può esistere neanche una istituzione legittima in grado di educarci al bene e guidarci nel cammino verso la verità.

In un celebre discorso del 12 ottobre 1952, Papa Pio XII (1939-1958) si serviva appunto di una formula che descriveva la sequenza dell’allontanamento dell’Occidente dalla verità cattolica, attraverso tre tappe: 1. negazione della Chiesa all’epoca della riforma, 2. deismo illuminista e massonico, 3. ateismo marxista. «Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto, anzi: Dio non è mai stato» (Pio XII, 1952).

Questa tendenza a dividere Gesù dalla Chiesa (corpo mistico di Cristo) rientra proprio in questo lungo processo.

Il messaggio che passa dalla cultura moderna è quello per cui la Chiesa con le sue regole limiterebbe la nostra libertà. Il motore di tutto è dunque – come sempre, sin dalle origini umane, sin dal primo peccato della storia – l’orgoglio (la superbia) che non a caso è il primo vizio capitale, perchè ci separa da Dio, ci fa dimenticare che siamo creature (e non creatori di noi stessi), ci fa dire che NOI siamo la guida di noi stessi, che nessun altro può avere questo ruolo, nè a maggior ragione un’istituzione composta da uomini come la Chiesa.
 
Due osservazioni:

1) La Chiesa è nata da una volontà esplicita di Gesù. E’ stato Gesù stesso a fondare con un mandato chiaro ed inequivocabile la sua Chiesa, e a prometterle la sua assistenza divina nei secoli.

“Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la Mia Chiesa, e le porte degli Inferi non prevarranno contro di Essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. (Mt 16, 18-19).

Qui è chiaro che Gesù si riferisce al Primato del Papato. E Gesù certo non dà a Pietro le chiavi del giardino o del garage, ma gli consegna il mandato sulla Chiesa Universale, mandato che un domani il successore di Pietro dovrà riconsegnare.

Ora, se Gesù Cristo è persona viva, dove lo possiamo incontrare? La nostra fede non è una dottrina astratta, una filosofia, ma è fondata su una Persona che è Gesù Cristo, il Figlio Unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per noi, e vivo tuttora in mezzo a noi. Dunque dove lo incontriamo?

Lo incontriamo nella Chiesa. É lei che dice oggi “Ecco l’agnello di Dio!”, é lei che lo annuncia, é nella Chiesa che Gesù Cristo é vivo, nei Sacramenti della Chiesa è presente. É nella Chiesa che si costruisce nell’incontro con Cristo la comunione vera. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica della Chiesa.

Senza la Chiesa, la persona unica di Cristo risorto finisce per ridursi ad un’idea, ad una dottrina, o ad un sentimento. Rifiutando la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo diviene alla mercé della nostra immaginazione, della nostra interpretazione, del nostro stato d’animo.

La Chiesa è invece il luogo ed il prolungamento nel tempo e nello spazio dell’azione e della Parola di Gesù.

Gesù si fa conoscere, si rende accessibile e dunque ci dà il suo Spirito nella Chiesa mediante la Sacra Scrittura, i Sacramenti, i ministri e il Magistero. La Chiesa è l’umanità resa nuova, la nuova alleanza.

Ogni annuncio del vangelo promana dalla Chiesa ed è finalizzato all’edificazione di essa. I Vangeli sono stati scritti dalla Chiesa, e dalla Chiesa offerti agli uomini. Chi dice “Chiesa no!” rifiuta di fatto anche i Vangeli. Chi rifiuta i Vangeli, quale Cristo accoglie? Un Cristo senza parole, senza voce?
 
2) Spesso si sente motivare l’ostilità nei confronti della Chiesa con la presunta indegnità dei suoi membri. Ma basterebbe meditare sulle parole di Gesù quando, nel conferire il mandato a Pietro, dice: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. E Pietro gli disse: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”. Gli rispose: “Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi” [Lc 22, 31-34].

Gesù assegna il compito a Pietro di confermare i fratelli proprio quando ne evidenzia i limiti umani (“Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi”). Come osserva don Alfredo Morselli (qui), Gesù non trova la debolezza di Pietro incompatibile con la sua missione. Che cosa rende possibile la missione di Pietro nonostante la sua debolezza? La preghiera di Gesù. E se Gesù non trova incompatibile la debolezza di Pietro con la missione di confermare i fratelli nella fede, potremo forse noi dubitarne, potremo forse credere che la preghiera di Cristo sia inefficace, potremo credere che vacilli ciò che Cristo ha stabilito Roccia, pensare che su questa Roccia prevalgano anziché infrangersi le porte dell’Inferno, ritenere che il buon Dio lasci soli la carne e il sangue di Pietro – e quindi lasci soli noi tutti – a dubitare di quale sia la verità?

Se si riflette su come gli apostoli abbiano abbandonato Gesù dopo il suo arresto (sotto la croce non era rimasto nessuno dei discepoli, eccetto Giovanni) eppure, nonostante ciò, abbiano poi ricevuto lo Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, abbiano mangiato e bevuto insieme al Signore dopo la sua Risurrezione, si siano ritrovati ad annunciare ovunque il Vangelo a prezzo della loro vita (come Gesù aveva loro comandato); oppure se si riflette su quante volte anche noi, dopo aver peccato, ritorniamo in stato di Grazia con il sacramento della Confessione, possiamo facilmente comprendere come i peccati degli uomini di Chiesa (come quelli di ogni cristiano) non possano in alcun modo intaccare la santità del Corpo mistico di Cristo. La Chiesa in sé, quale Sposa e Corpo mistico di Cristo, è Santa perché Cristo stesso la santifica con il suo Sangue Preziosissimo. Coloro che la compongono, essendo uomini, sono inclini – come tutti – al peccato e possono certamente sbagliare ma non scalfiscono la santità della Chiesa, che, in quanto Sposa di Cristo, rimane splendente della santità del suo Sposo Eterno.

Giovanni Paolo II, all’Udienza generale del 24 luglio 1991, così si esprimeva: “La logica del mistero dell’incarnazione – sintetizzata in quel «sì a Cristo» – comporta l’accettazione di tutto ciò che nella Chiesa è umano, per il fatto che il Figlio di Dio assunse la natura umana, in solidarietà con la natura contaminata dal peccato nella stirpe di Adamo. Pur essendo assolutamente senza peccato, egli prese su di sé tutto il peccato dell’umanità: «Agnus Dei qui tollit peccata mundi». Il Padre «lo trattò da peccato in nostro favore», scriveva l’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (5,21). Perciò la peccaminosità dei cristiani (dei quali si dice, a volte non senza ragione, che «non sono migliori degli altri»), la peccaminosità degli stessi ecclesiastici non deve suscitare un atteggiamento farisaico di separazione e di rifiuto, ma deve piuttosto spingerci a una più generosa e fidente accettazione della Chiesa, a un sì più convinto e più meritorio in suo favore, perché sappiamo che proprio nella Chiesa e mediante la Chiesa questa peccaminosità diviene oggetto della potenza divina della redenzione, sotto l’azione di quell’amore che rende possibile e realizza la conversione dell’uomo, la giustificazione del peccatore, il cambiamento di vita e il progresso nel bene a volte sino all’eroismo, cioè alla santità”.

Nel condannare i cristiani (giudicandoli “indegni”), senza prima ‘convertire’ il nostro cuore, non ci accorgiamo di incorrere nel monito evangelico: “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7,5); rischiamo di comportarci come i farisei, che Gesù condannava severamente proprio perchè non conoscevano la misericordia: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18, 9-14).

Infine non dimentichiamoci che, come dice Benedetto XVI, l’orgoglio, la superbia, impediscono a Gesù di guarirci. Essere pienamente cristiani non vuol dire infatti essere perfetti, ma anzi riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono; vuol dire sforzarsi di osservare i comandamenti e, ogni volta che si cade, rialzarsi in piedi chiedendo perdono a Dio, fiduciosi nel Suo aiuto e in quello di Maria, nostra madre amorevole. Sta scritto infatti in Proverbi 24,16: «Se il giusto cade sette volte, egli si rialza». Le Scritture dunque non dicono che il giusto non pecca mai. Dicono che anche se pecca non rimane per terra nel fango, nel suo peccato, ma si rialza e continua a camminare.

Pur essendo tutti chiamati alla santità, nessuno (eccetto Maria) è esente dal peccato. Tutti abbiamo bisogno dell’infinita misericordia di Dio. Misericordia che comunque, in questa vita – piaccia o no -, per espresso volere di Cristo, passa per la Chiesa, attraverso la purificazione del Battesimo, attraverso la remissione dei peccati (Mt 16,19 – 18,18; Gv 20,22) nel sacramento della Riconciliazione, attraverso l’Eucaristia che è la suprema manifestazione dell’amore di Gesù (nonchè nutrimento dell’anima), attraverso il Magistero che è deposito sicuro della nostra fede (“Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza”. Benedetto XVI, 30.03.2008).

Diceva l’Arcivescovo statunitense Fulton John Sheen (1895–1979): “Coloro che sfuggono dalla Chiesa per l’ipocrisia o l’imperfezione delle persone religiose, si scordano che, se la Chiesa fosse perfetta nel senso da loro reclamato, non ci sarebbe in essa posto per loro!”
 

Se Gesù non avesse voluto la Chiesa, avrebbe scelto i Dodici? Li avrebbe mandati in tutto il mondo? Li avrebbe cercati dopo la sua morte? Se non avesse voluto la Chiesa, avrebbe detto a Pietro: “Pasci le mie pecore!”?

Ci sono altri che possono battezzare al di fuori della Chiesa? (“Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto quello che io vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.” Matteo 28,19-20).

Ci sono altri al di fuori della Chiesa che possono accogliere il comando di Gesù: “Fate questo in memoria di me”? O ai quali è stato detto: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,23)?

O ancora: “Chi ascolta voi ascolta me, e chi disprezza voi disprezza me” (Lc 10,16). “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo” (Mt 18,18).

Chi dice “Cristo si, Chiesa no”, in definitiva, accusa Cristo di aver sbagliato tutto; e sceglie di rimanere all’oscuro dei suoi insegnamenti, privo del suo perdono, digiuno del suo Corpo, lontano dal luogo dove egli si fa incontrare.

C’è dunque un solo modo, una sola strada per incontrare Cristo: vivere dentro la Chiesa, perché vivere nella Chiesa significa concretamente vivere con Cristo. Far parte di quella comunità di uomini e donne in cui – guidati dai successori degli Apostoli e partecipando ai sacramenti – siamo uniti in una comunione di persone nella quale “non c’è giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, più uomo né donna, poiché voi siete uno in Cristo” [Gal 3,26].
 
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Per approfondire:

 

1) “Sì alla Chiesa è Sì a Cristo” – Giovanni Paolo II, UDIENZA GENERALE, 24 luglio 1991

2) Si può separare Cristo dalla Chiesa, o la Chiesa da Cristo? (Zenit.org, 11/05/2009)

 
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