“Allarme” obiezione di coscienza

feto

Ieri sera cenavo a casa dei miei suoceri e, di solito, l’ora di cena a casa loro coincide con l’inizio del Tg3. Così l’ho seguito anch’io, nonostante normalmente questo Tg non rientri tra i miei preferiti.

Verso la fine del telegiornale, scorre un servizio sul “problema” (sic!) dell’obiezione di coscienza in Italia, riguardo all’aborto.
Dopo un’intervista ad una coppia “obbligata” alla scelta di abortire a causa di malformazioni fetali (la cronista parla proprio di “scelta obbligata”), segue un commento della cronista che parla di “percorso a ostacoli” nel nostro paese per poter interrompere la gravidanza, vista la difficoltà negli ospedali italiani di trovare un medico non obiettore.
Quindi il servizio prosegue parlando della solitudine della donna, che alla fine è l’unica a dover pagare tutto questo; infatti, “complice cause etiche o maggiori opportunità di carriera, i medici obiettori superano ormai il 70 % e i reparti per l’interruzione di gravidanza chiudono. Soprattutto al sud. Insomma la 194 rischia di essere presto inapplicabile nei nostri ospedali”. Infine un medico intervistato lamenta il fatto che sono già in pochi i medici che praticano l’aborto e che, dunque, “basta che un medico si ammali, che il servizio di interruzione rimane bloccato” .

Premettendo che l’espressione “scelta obbligata”, riferita all’aborto in caso di malformazioni fetali, è falsa e anche tendenziosa perché in realtà la scelta non è affatto obbligata. Accudire un bambino malformato comporta certamente fatica, difficoltà, preoccupazione, paura (specie nel contesto attuale che non aiuta di certo), ma questo non vuol dire che la soluzione sia l’aborto. Conosco diverse persone che vivono questa situazione, avendo avuto un figlio con cosiddette “anomalie cromosomiche” (sindrome di down, ad esempio) e, pur incontrando parecchie difficoltà di vario tipo (salute cagionevole del bimbo, non accettazione da parte degli altri, ecc.), adorano il loro bambino e non lo cambierebbero con nessun altro (Vedi QUI e QUI due testimonianze significative al riguardo).

Ma detto ciò, quel servizio – senza volerlo – rivela in realtà tutta l’ipocrisia di una legge come la 194 (sull’interruzione di gravidanza). Legge che non prevede formalmente l’eliminazione del feto per motivi di discriminazione genetica (non prevede infatti la possibilità di abortire un figlio malformato tout court, cioè per il semplice fatto che è malformato), ma afferma che l’aborto è consentito se una gravidanza di questo tipo (cioè con possibili malformazioni del nascituro) comporta “un pericolo per la salute mentale della donna”… Oltretutto, è possibile in questi casi interrompere la gravidanza fino alla 24° settimana (ovvero fino al sesto mese).

Perché parlo di ipocrisia? Perché di fatto in Italia, come in altri Paesi, 9 donne su 10, di fronte all’esito della diagnosi prenatale che dà come risultato la sindrome di down o altre anomalie crosmosomiche, scelgono l’aborto.
Dunque l’ipocrisia della legge 194, come della cultura che ne permette l’applicazione, consiste nel consentire di fatto l’aborto eugenetico da oltre trent’anni, pur senza chiamarlo così, e mascherandosi dietro a presunti rischi per la “salute mentale della donna”… (sottinteso: causati dal dover accudire un bambino “imperfetto”).

Si parla in questi casi, per indorare la pillola, di aborti «terapeutici». E qui la seconda ipocrisia: come fa un aborto, cioè la distruzione di una vita umana, ad essere “terapeutico”, cioè curativo? Cos’è che cura?
Semplice, l’aborto è detto “terapeutico” perché evita ai futuri genitori la nascita di un feto malformato, ossia il peso dell’esistenza di un bambino malato. E’ terapeutico per i genitori, non per il nascituro, perché quest’ultimo non vedrà mai la luce del sole.

Lo dico per evitare fraintendimenti: non condanno le donne intervistate in quel servizio, come non condanno tutte le altre donne che per i motivi più vari (principalmente per paura, ma anche per solitudine, per mancanza di qualcuno che le faccia riflettere, e a causa di una società che ha completamente banalizzato l’aborto) decidono di interrompere la gravidanza. Avranno già purtroppo la loro ferita da curare, ferita che difficilmente potranno rimarginare; ci sono donne che, anche dopo tantissimi anni, non riescono ancora a superare il trauma di un aborto procurato. Al telefono SOS vita dei Centri di aiuto alla Vita chiamano spesso donne che hanno abortito parecchi anni prima (trenta, quaranta anni prima, e anche più) e che sono tormentate dal pensiero, e per questo chiedono un aiuto psicologico. Addirittura, secondo uno studio della rivista scientifica “British Journal of Psychiatry” (e l’Inghilterra non è propriamente un paese cattolico), le donne che hanno abortito corrono un altissimo rischio di tendenza al suicidio rispetto alla media. E nessuno che metta mai in guardia le donne su questi dati.

Ci si appella alla libertà, all’autodeterminazione. Ma quante volte si invoca la libertà non accorgendosi di negarla al proprio vicino?
Poi giustamente tutti reclamiamo giustizia quando vediamo che questa è infranta. Non merita rispetto pure un bambino innocente non ancora nato? Non spetta anche a lui il diritto primario che abbiamo tutti: quello alla vita?

E non si tratta qui di essere credenti o meno. Per affermare l’umanità del concepito non ho bisogno di prendere in mano il Catechismo o il Vangelo, basta andare dall’ecografo e vedere cosa c’è nella mia pancia quando aspetto mio figlio o in quella della mia amica in attesa. Se c’è qualcosa che fa le capriole, dà i pugni, ne riconosco gli occhi e le orecchie, mi sembra difficile definirlo “qualcosa”, l’evidenza mi dice che è “qualcuno”. E’ l’evidenza a dirmelo, non il parroco.

Madre Teresa di Calcutta diceva: “I bambini non nati minacciati dall’aborto sono i più poveri tra i poveri. Nemmeno i più poveri dei poveri che dormono per le strade di Calcutta e vivono con i rifiuti sono tanto bisognosi quanto il bambino non nato che viene ucciso con l’aborto. Se non potete fare altro che aiutare i bambini minacciati dall’aborto avete già fatto molto…”.
Diceva ancora: “Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. […] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me.” (da “Nobel lectures”, “Peace” 1971-1980, 10 dicembre 1979).

Quando ci organizziamo per garantire che i bambini, per nascere, debbano essere sottoposti al vaglio dell’accettazione preventiva (debbano essere in qualche modo certificati, come la merce che si vende) legittimiamo di fatto una mentalità che seleziona la vita, ritenendo degno di vivere solo il “perfetto”, e rifiutando il più debole. E questa è ormai una realtà da tempo. Tanto è vero che quelle poche persone che scelgono consapevolmente di accogliere con amore un figlio “malformato”, sono guardate, nel migliore dei casi, con sospetto. Nel peggiore dei casi, invece, vengono colpevolizzate per non aver usufruito della possibilità offerta dalla legge di fare le diagnosi prenatali e abortire (lasciando intendere tra le righe – ma mica tanto tra le righe – che il bambino “non perfetto” rappresenta un peso per la società).

Spesso si sente legittimare il diritto ad abortire citando casi limite, come lo stupro; ma (oltre al fatto che anche in questi dolorosissimi casi c’è un bambino che non ha alcuna colpa se non “quella” di esistere) dubito che quella esigua minoranza di aborti dovuti a stupri possa giustificare un genocidio.
Quante scuse usavano i nazisti per giustificare la shoah? Eppure le vittime innocenti degli aborti nel mondo sono milioni di volte superiori alle innocenti vittime di quella immane brutalità che era il nazionalsocialismo (vedi a questo proposito i dati forniti dall’illuminante libro di A. Socci, Aborto, un miliardo di vittime innocenti).

Ringraziando il Cielo, esistono, in Italia e nel mondo, Movimenti pro-life che, realizzando concreta solidarietà verso le maternità difficili, hanno come scopo proprio quello di sensibilizzare sulla necessità di difendere la vita e la dignità di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale. E aiutano le donne che ad essi si rivolgono a comprendere che le difficoltà che incontrano si possono risolvere, affrontandole insieme, ma senza sopprimere la vita.

Una società che permette la soppressione di qualunque essere umano (legalmente poi è ancora peggio; erano legali anche le leggi razziali in Italia e in Europa, l’apartheid in Sud Africa o la schiavitù negli USA) non ha antidoti contro nessun altro tipo di ingiustizia. Finché non capiremo tutti su cosa si debba basare davvero il “bene comune”, che almeno il diritto alla vita per tutti debba essere il minimo sindacale della convivenza civile, ci sarà ben poco da indignarsi per le tante altre illiceità diffuse che ogni giorno ci raccontano tv e giornali.

Tornando dunque al Tg di ieri, che dava un allarme “drammatico” (unendosi peraltro al coro di molti altri, vedi il giurista Stefano Rodotà, giornali come Repubblica, associazioni per l’applicazione della L. 194, ecc.), ovvero che oltre il 70% dei medici sceglie di appellarsi all’obiezione di coscienza per non praticare aborti, personalmente non posso che rallegrarmene. In effetti è l’unica nota positiva di quel servizio.

Mi chiedo se le forze culturali e politiche allarmate da questo dato “preoccupante” non siano sfiorate dal dubbio che magari l’evidenza (fondata sulla semplice osservazione della realtà e favorita dalle moderne tecnologie) abbia indotto i medici ad una maggiore presa di coscienza circa la gravità dell’aborto.

Eppure, proprio partire dalla realtà, dalla consapevolezza del vero significato dell’aborto come soppressione di un essere umano, può essere l’unica via per guarire questa piaga che affligge l’umanità.

 

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4 commenti su ““Allarme” obiezione di coscienza

  1. soggettivamente ha detto:

    Anche se non è una scelta obbligata, nella maggior parte dei casi è una scelta molto sofferta. In certi casi non so se si possa parlare di vera e propria scelta.

  2. unacasasullaroccia ha detto:

    Certamente è una scelta che porta sofferenza, ma dato che si tratta di sopprimere un bambino, una persona umana con la sua dignità di figlio di Dio, la scelta non dovrebbe nemmeno esserci. Il “non uccidere” vale per tutti, inclusi i bambini non ancora nati.

  3. Grazie, c’è bisogno di dire, e di dirsi, certe cose. Hai visto la polemica recente sui ricercatori italiani che parlano di aborto post-natale? Ne parlo qui: http://sonotuttimiei.blogspot.com/2012/03/come-dar-loro-torto.html
    Dobbiamo ricominciare ad usare la ragione, per non finire nella barbarie!

  4. unacasasullaroccia ha detto:

    Sì, ho letto le farneticazioni dei due bioeticisti italiani… Farneticazioni amaramente “coerenti” con le premesse degli abortisti.
    Chissà se queste stesse tesi – conseguenza innegabile delle argomentazioni a favore dell’aborto – possono almeno far riflettere sulla verità di questo flagello!
    A volte serve partire da ciò che ci sconvolge di più (come, appunto, le parole dei due ricercatori sull’infanticidio) per risalire all’errore (o all’orrore) di partenza.
    Grazie Cristina.

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