Eutanasia: Associazioni, sentenza Consulta sarebbe vera crisi del Parlamento

Comunicato stampa del Comitato spontaneo Polis pro persona
 
“C’è un silenzio molto altisonante nel bailamme di questi giorni. Quello di tutti gli schieramenti politici che tacciono e volgono altrove lo sguardo di fronte allo stravolgimento istituzionale che incombe il prossimo 24 settembre. Quando, cioè, la Corte costituzionale introdurrà in Italia l’eutanasia per sentenza, disciplinando la vita e la morte di tutti noi, per la prima volta esplicitamente sostituendosi al legislatore. Come si legge da quasi un anno nell’ordinanza 207/18”. E’ quanto si legge in una nota del comitato spontaneo ‘Polis pro persona’, che riunisce oltre trenta associazioni no profit mobilitate contro l’eutanasia.

“Lo strano silenzio su questo scenario eversivo – si legge ancora – è imperdonabile distrazione o sintomo che alla politica in fondo va meglio così? Di certo l’attuale chiasso di tutti su (quasi) tutto copre l’evidente imbarazzo, di fronte alle decisioni più essenziali, dei leader e delle Camere, che stanno per abdicare verso il nuovo legislatore composto dai giudici costituzionali. Pertanto, di fronte alle scelte da assumere nei prossimi giorni le forze politiche hanno innanzitutto il dovere di rispondere a questa domanda, dirimente per la stessa democrazia: ‘Esiste ancora la sovranità del Parlamento, eletto dal popolo?’. Se la risposta sarà ‘SI’ – osservano le associazioni -, le forze politiche e le istituzioni parlamentari dovranno affrontare la crisi politica in atto innanzitutto pretendendo dalla Corte costituzionale il rispetto delle attuali esigenze di Camera e Senato e dunque il dovuto rinvio dell’udienza del 24 settembre. Viceversa – concludono -, il perdurare del silenzio sarà comunque una risposta a questa nostra domanda. La risposta di chi sta ponendo fine alla repubblica parlamentare”. Continua a leggere

CERVELLO/ Cosa c’entrano i neuroni specchio con Aristotele ed Edith Stein?

La relazione con l’altro è un caposaldo per lo studio del cervello: siamo cablati “ per essere sociali”. E tuttavia siamo “più” del nostro cervello
 

“Con ciò l’apparizione del mondo si dimostra come dipendente dalla coscienza individuale, mentre il mondo che appare – mondo che resta comunque e a chiunque appaia – si dimostra come indipendente dalla coscienza. Imprigionato nelle barriere della mia individualità, non potrei andare al di là del ‘mondo come mi appare’, e in ogni modo si potrebbe pensare che la possibilità della sua esistenza indipendente – che potrebbe essere data ancora come possibilità – resti sempre indimostrata. Non appena, però, con il sussidio dell’empatia oltrepasso quella barriera e giungo a una seconda e terza apparizione dello stesso mondo, che è indipendente dalla mia percezione, una tale possibilità viene dimostrata. In tal modo l’empatia, come fondamento dell’esperienza intersoggettiva, diviene la condizione di possibilità di una conoscenza del mondo esterno esistente”. (Edith Stein, Il problema dell’empatia).

Non sarebbe concepibile oggi studiare il cervello mettendo tra parentesi l’altro. È quindi necessaria l’intersoggettività, la relazione con l’altro per capire la mente del singolo. È questa la tesi che Vittorio Gallese, professore ordinario di psicobiologia dell’Università di Parma, ha argomentato in modo esaustivo all’incontro dal titolo “La meraviglia del cervello umano”, in un appassionante dialogo con Mauro Ceroni ed Egidio D’Angelo, svoltosi nella seconda giornata del Meeting di Rimini.

Le neuroscienze hanno conosciuto uno sviluppo notevole negli ultimi decenni. Dall’indagine in merito al contributo del cervello nella creazione di mappe spaziali, all’esplorazione delle modalità attraverso cui la nostra mano riesce ad afferrare un qualunque oggetto, alla scoperta delle proprietà visive, oltre che motorie, dei neuroni. La prova più eclatante di queste ultime è costituita dai neuroni specchio, scoperti agli inizi degli anni Novanta, proprio dal team del professor Giacomo Rizzolatti, di cui faceva parte il relatore, quei neuroni cioè che si attivano non soltanto quando il singolo afferra un oggetto ma anche quando vede un suo simile compiere il medesimo movimento. Continua a leggere

Imparare la filosofia dalla corsa

Sport, partecipazione politica, giovani: il filosofo Luca Grion lancia a In Terris un nuovo “umanesimo”
 
“La fatica non è mai sprecata” soleva ripetere Pietro Mennea. E così accade che lo sport, più di altre attività umane, possa indurci a riflettere sulle caratteristiche dell’esistenza. Ne è convinto Luca Grion, Professore associato di Filosofia Morale presso l’Università degli studi di Udine, presidente dell’Istituto Jacques Maritain e direttore della rivista di filosofia Anthropologica. Podista amatore, per Grion la corsa è l’occasione per soffermarsi a pensare a se stessi, ai limiti certo, ma anche ai traguardi che si ottengono puntando a quello che lui stesso chiama “bene arduo”. In un mondo sempre più dominato da una visione economico-commerciale dello sport, egli ne sonda il potenziale umano, che può insegnare ai bambini tanto quanto agli adulti. Grion ha deciso di mettere nero su bianco le sue riflessioni da filosofo-podista nel libro “La filosofia del running spiegata a passo di corsa” edito da Mimesis Edizioni: Perché correre? Cosa possiamo imparare dai chilometri che ogni giorno percorriamo sotto la pioggia o alle prime luci del mattino? A In Terris Luca Grion ha provato a dare una risposta a questi e altri interrogrativi, per una riflessione che riguarda il nostro stare al mondo.

Luca, come sei arrivato a studiare filosofia morale?
“Fin da adolescente, ero sempre molto curioso rispetto alla domanda di senso Perché vivere? Che senso ha la vita? e nella filosofia cercavo queste risposte. Inizialmente, queste domande sono state deluse – c’è stato un momento, nei primi anni dei miei studi, in cui pensavo che avrei fatto altro – perché ho incontrato erudizione e scetticismo davanti a queste domande che mi stavano a cuore. Ma poi, come spesso capita nella vita, ho trovato un insegnante speciale che è stato un po’ il mio maestro: il compianto Prof. Paolo Gregoretti mi ha mostrato che si poteva stare in università in un modo diverso, serbando attenzione verso gli studenti, capace di assecondare le loro domande, e questo mi ha fatto crescere la voglia di essere un po’ come lui. Per me lui è stato l’esempio concreto di come l’università possa essere luogo di incontro e di crescita e non solo rifugio per ego ipertrofici e teatro di sterili rivalità. Questo ha, senz’altro, fatto emergere in me la vocazione di fare ricerca in un certo modo”. Continua a leggere

Siamo fatti per cercare…

C’è un’ora in cui il sole allenta la morsa, il sale diventa più gentile sulla pelle, il respiro delle cose è meno avido di vita. In quell’ora si fanno le scoperte migliori. Io per esempio in quest’ora scopro sempre di più che la felicità non è una condizione di pienezza, ma di desiderio. La felicità non è nel “pienessere” ma nell’apertura, non nel prendere ma nel perdere. Posso guardare ogni sera un tramonto e non sarà mai mio, per averlo lo devo perdere ogni sera. Posso leggere un libro bellissimo e nel farlo lo perdo. E ciò che cerco è sempre oltre le cose. Siamo fatti per cercare più che per possedere. E tutta quella malinconia che ci prende quando le cose finiscono o ci sfuggono è soltanto una benedizione, che ci ricorda che c’è altro, più in là, più oltre… e questa ricerca continua intensifica la vita e la rende, questa volta sì, piena.
 
Alessandro D’Avenia
 

Il grande cuore di Re Roger

Roger Federer è riconosciuto come il più grande tennista di tutti i tempi. Il campione ha dimostrato di essere anche un grande uomo, avviando un progetto d’istruzione per i bambini africani. Il campione di tennis svizzero ha investito ben 12 milioni di euro in un progetto che consiste nella costruzione e nella manutenzione delle scuole in alcuni Paesi africani.
 
Roger Federer, il campione e l’uomo

C’è qualcosa di speciale nel vedere giocare Roger Federer, come se nel suo tennis ci fosse una scintilla di divino. Il campione svizzero è riuscito ad emozionare il pubblico di Wimbledon anche quest’anno, regalando loro la finale più bella di tutti i tempi contro Novak Djokovic. Una prova di classe e resistenza che non gli ha consegnato il nono trofeo britannico, ma che ha confermato a tutti che lui è il più grande di tutti i tempi.

Fuori dal campo da tennis, Roger è un uomo alla mano, capace di autoironia e disponibile con tutti – splendida la risposta al bimbo che gli ha chiesto di rimanere in attività finché non diventerà professionista – come se le pressioni a cui è sottoposto da oltre un ventennio non scalfissero minimamente il suo animo. La percezione, nel sentirlo parlare, è che ci trovi dinnanzi ad un uomo dalle grandi qualità umane. Tale sentimento è confermato in parte da quanto ha fatto in questi anni Federer per i bambini in Africa.
 
Il regalo di Re Roger ai bambini africani

Non tutti sanno che nel 2011 Roger Federer ha avviato un progetto umanitario attraverso la sua Foundation. Si tratta di un piano quindicennale che si concluderà nel 2026 che consiste nel donare ai bambini africani gli strumenti per studiare e provare a migliorare le loro condizioni di vita società. Solamente dal 2011 al 2015 il campione svizzero ha speso 12 milioni di euro per la costruzione di 81 scuole e la ristrutturazione ed il mantenimento di alte 400. Continua a leggere

Paola Bonzi: strumento di un miracolo

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(da tempi.it)
 
Nel tardo pomeriggio di ieri è morta Paola Bonzi, creatrice, anima e fino all’ultimo direttrice del Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli di Milano, il “Cav” che i lettori di Tempi conoscono bene.

A dare la notizia è stato Avvenire:

«Paola Marozzi Bonzi è scomparsa nel tardo pomeriggio di venerdì in ospedale a Brindisi, dove si trovava in vacanza con il marito Luigi, dopo una breve malattia che l’ha portata rapidamente e inaspettatamente in coma. Aveva 76 anni, era madre di due figli e nonna di quattro nipoti. A Milano nel 1984 aveva fondato il primo Centro di aiuto alla vita che abbia mai potuto trovare sede in un ospedale, in quella clinica Mangiagalli in cui passano migliaia di donne ogni anno, tante con un carico di difficoltà e di dolore».

Impossibile rendere in poche righe l’enormità della presenza che è stata e che continuerà a essere Paola Bonzi nella vita di tante persone. Quello che si può sicuramente dire è che Paola Bonzi è stata strumento di un miracolo. Meglio, migliaia di miracoli. La stessa nascita del Cav all’interno della Mangiagalli, e cioè nella la clinica che fu l’epicentro della battaglia a favore dell’aborto in Italia, è una piccola storia grandiosa che andrebbe ricordata come merita. Qualche prezioso accenno si trova in questa intervista a Giorgio Pardi, il primo medico a eseguire un’interruzione di gravidanza legale in Italia che poi, anche grazie all’incontro con Paola Bonzi, pur continuando a difendere la legge 194 assunse posizioni molto distanti da quelle dei paladini dell’aborto come “diritto”.

Paola Bonzi e gli eroici volontari del suo Cav hanno fatto nascere in 35 anni 22.702 bambini che senza di loro sarebbero stati abortiti. Ventiduemilasettecentodue. Ognuno dei quali aveva per Paola un valore infinito. Quanto fa 22.702 volte infinito? Fa tantissimo, tutto, troppo. Troppo per mollare anche solo un centimetro. Per questo Paola Bonzi nei 35 anni di servizio al Cav ha sempre combattuto quando c’è stato da combattere. Con impareggiabile serenità, con grande discrezione, con eleganza di gran signora perfino, tuttavia ha sempre gridato quando bisognava gridare, stretto la cinghia quando ha dovuto stringerla, preso gli sputi e gli insulti dei nemici quando era meglio lasciarli sfogare il loro odio ideologico. Era pronta a tutto, Paola Bonzi, per dare un aiuto a quelle mamme in difficoltà e una chance di vita a quei bambini. Continua a leggere

Caso Lambert. Don Colombo: hanno procurato la morte di un uomo malato

Paradossale la fine procurata del paraplegico francese in un reparto specializzato
 
di Roberto Colombo*
 
La morte di Vincent Lambert è avvenuta quando erano trascorsi dieci giorni dall’avvio del processo di eutanasia per omissione di idratazione e nutrizione. Sappiamo cosa è avvenuto nella camera dell’unità di cure palliative del policlinico universitario di Reims: al tetraplegico francese in stato di coscienza minima, un disabile motorio e neurologico, è stato tolto – per atto intenzionale del medico, avallato da sentenza inappellabile della Cassazione – l’apporto di fluidi e di sostanze alimentari che consente la vita di ogni paziente e quella di ciascuno di noi. Così la sua morte è stata voluta e provocata.

Lambert è ora nelle mani di Dio e della preghiera di tutti, come scritto dai suoi genitori. Il silenzio della stampa e delle voci pubbliche, con poche eccezioni, ha coperto impietosamente un dramma umano che non è senza responsabilità, che poteva e doveva essere evitato con una giusta resistenza alle richieste ingiuste di chi ha voluto la morte di Vincent al di là ogni considerazione delle sue condizioni umane e cliniche.

Non si è trattato – è necessario ripeterlo senza ombre né reticenze – di lasciare che sopravvenisse per cause patologiche la morte ormai prossima di un paziente nell’ultimo stadio di evoluzione della sua malattia inguaribile (Lambert era clinicamente stabilizzato e niente affatto morente) sospendendo trattamenti sanitari invasivi, sproporzionati o futili.

Non è quello che è accaduto: se così fosse stato, la scienza e la coscienza di tanti medici, la retta riflessione etica e la sapienza evangelica della Chiesa non sarebbero contrarie. Lo ha ribadito papa Francesco: «Non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte» (7 novembre 2017). Ciò che si è consumato in questi giorni a Reims è stato proprio interrompere la vita, procurare la morte di un uomo malato. Continua a leggere