Anna voleva abortire. Papa Francesco la chiama e la convince a non farlo

La donna, divorziata, era rimasta incinta di un uomo che aveva già una famiglia. Dopo la gravidanza indesiderata ha iniziato a pressarla…
 
Non doveva proseguire la gravidanza. Perché l’uomo che l’aveva lasciata incinta non avrebbe riconosciuto il figlio. Di fronte a lei la soluzione che si prospettava era l’aborto.
Poi una chiamata, inattesa, improvvisa. Dall’altro capo del telefono c’è Papa Francesco, che come un buon padre la fa ragionare e le spiega perché vale la pena di portare avanti la gravidanza. Anna, originaria di Arezzo, riceve la chiamata che le cambia la vita. Accetta il consiglio di Francesco e decide di non interrompere la gravidanza. Una favola a lieto fine.
 
La richiesta dell’uomo

Anna è una donna divorziata. Racconta Credere (22 maggio), che dopo aver perso il lavoro, decide di trasferirsi da Roma in Toscana. Qui scopre di essere incinta di un uomo che però ha già una famiglia. E non intende riconoscere il bambino. Lui la pressa, lei è debole, e cede alla sua richiesta: abortire.
Prima di farlo, però, decide di scrivere una lettera a una persona speciale. Mette nero su bianco tutta la sua storia; sulla busta l’indirizzo è semplice: «Santo Padre Papa Francesco, Città del Vaticano, Roma». imbuca la lettera senza pensarci troppo. Poi, pochi giorni dopo il telefono inizia a squillare.
 
“Ho letto la tua lettera”

Sul display un numero sconosciuto, con il prefisso di Roma. Risponde e resta pietrificata: «Pronto Anna, sono papa Francesco. Ho letto la tua lettera. Noi cristiani non dobbiamo farci togliere la speranza, un bambino è un dono di Dio, un segno della Provvidenza». Continua a leggere

Giuseppe Noia. «Una società senza più aborti? Ecco perché non è un’utopia»

«Una società senza più aborti? Ecco perché non è un'utopia»

Giuseppe Noia: nel 1978 la vita prenatale era quasi ignota. Oggi si può agire su problemi e cause, con effetti impensabili
 
La possibilità di arrivare un giorno non lontano a una società senza aborti non è utopia, né pretesa infondata. Sembra un proclama assurdo nel quarantesimo anniversario della ‘194’, una legge che nasce segnata da due grandi assenze, i diritti del bambino e la sofferenza della donna. Ma proprio chi da 40 anni lavora per la salute della donna e del bambino, come Giuseppe Noia, si dice convinto che i margini per ridurre – se non azzerare completamente – l’aborto terapeutico esistono e vanno perseguiti con coraggio e determinazione.

Nessuno obiettivo ideologico. Sarebbe fuori posto per una persona che è tra le massime autorità scientifiche sul fronte della vita prenatale, docente e ricercatore, oltre che direttore dell’hospice prenatale del «Gemelli » di Roma. Quindi solo rispetto della realtà. A cominciare dai dati. Oggi solo il 10% degli oltre 80mila aborti cosiddetti ‘terapeutici’ («ma che terapia è un intervento che uccide il figlio e danneggia gravemente la madre?») praticati in Italia è motivato da abbandono terapeutico, amplificazione del rischio o ignoranza della possibilità di intervenire con efficacia per ridurre il danno in fase prenatale. Poi c’è un 50% determinato da cause sociali (povertà, solitudine, dinamiche familiari sfavorevoli) e un altro 40% da cause ‘culturali’ (pretesa di autodeterminazione assoluta, volontà di rifiutare la presenza del figlio).

Come e dove è possibile incidere? «Dobbiamo e possiamo intervenire sulle cause sociali e culturali ma innanzi tutto – osserva il professor Noia – dobbiamo diffondere una più corretta conoscenza medica, a partire da tutto quello che sappiamo sulla relazione fortissima tra madre e figlio fin dal concepimento. Già nel novembre 2000, quindi 18 anni fa, il British medical journal, spiegava in un editoriale che dalla relazione biologica tra madre e bambino deriva il benessere futuro della persona. Come ignorare per esempio il fatto che il figlio manda alla madre cellule staminali terapeutiche? Tutte queste conoscenze scientifiche che si vorrebbero silenziare si traducono in una grande perdita di umanità». Continua a leggere

L’anniversario. Quarant’anni di 194, l’ora di andare oltre

Realismo e tenacia per agire su mentalità, scelte ed errori determinati dalla legge
 
di Carlo e Marina Casini

(Avvenire 22 maggio 2018)
 
Se potessimo scegliere tra due ipotesi astratte – una società con norme che legittimano l’aborto, ma in cui peraltro l’aborto non avviene mai, e una società con leggi che proibiscono sempre l’interruzione volontaria di gravidanza, ma dove nonostante la regola, l’aborto è di fatto frequente – quale dovremmo dichiarare preferibile?

È evidente che la preferenza dovrebbe andare alla prima. Questa è una delle ragioni per cui nel pensiero di alcuni il problema della legge ingiusta viene messo in disparte e si lavora soltanto per superare la legge iniqua con il solo metodo dell’aiuto alle gravidanze difficili o non desiderate. Ma le ipotesi sopra formulate sono astratte: non esistono nella realtà. È provato che le leggi permissive aumentano il numero degli aborti. Questo è tanto più vero oggi quando la prevenzione dell’aborto è divenuta largamente un effetto dello stato di coscienza individuale e sociale. La legge è percepita come un’indicazione di valori, una guida all’azione. Essa contribuisce potentemente a formare la mentalità del popolo e dei singoli. (…) La rimozione della legge ingiusta è un obiettivo ineliminabile.

Ma, realisticamente, le difficoltà sono enormi perché la legge 194 in Italia è divenuta la bandiera di importanti formazioni politiche attualmente maggioritarie. Sembra, dunque, che il criterio della gradualità quale espressione di tenacia operosa debba essere accettato. Gradualità non significa legittimare l’ingiustizia, nemmeno in piccola parte, ma guadagnare spazi di giustizia il più largamente possibile in vista di un risultato finale. Un’azione diretta al cambiamento della legge 194, in una logica di realismo e di gradualità, dovrebbe almeno rimuovere le equivocità e le insincerità che sono presenti nella legge stessa, la più grave delle quali maschera sotto l’apparenza di un aborto ammesso in casi particolari l’applicazione del principio di autodeterminazione. Continua a leggere

Voto sull’aborto in Irlanda. Pro-life: «Fb e Google ci censurano»

Le due piattaforme bloccheranno qualsiasi inserzione, anche dall’estero, in vista del referendum del 25 maggio sulla legalizzazione dell’aborto
 
In Irlanda i giganti del Web dicono no alla pubblicità elettorale per il referendum sulla legalizzazione dell’aborto del prossimo 25 maggio. Con una decisione senza precedenti, dopo i mesi di polemiche sullo scandalo di Cambridge Analitica, Google ieri ha annunciato di voler rifiutare tutte le inserzioni riguardanti la campagna elettorale, da qualsiasi parte del mondo provengano, compresa la stessa Irlanda. Nulla verrà pubblicato in merito sulla propria piattaforma di notizie.

Una misura che viene bollata dalle associazioni pro-life come una forma di «censura ». E che non tiene conto della legge in vigore del Paese, che vieta l’uso di finanziamenti esteri nelle proprie campagne elettorali ma consente ovviamente di utilizzare quelli che provengono da donatori nazionali. Solo il giorno prima, Facebook aveva infatti annunciato di bloccare qualsiasi forma di pubblicità elettorale dall’estero relativa alla campagna referendaria, per scongiurare il pericolo di infiltrazioni di componenti politiche che potessero orientare in un modo specifico gli ultimi giorni prima della delicatissima consultazione.

Il 25 i cittadini della Repubblica d’Irlanda sono chiamati infatti a esprimersi sulla rimozione dell’ottavo emendamento nell’articolo 40 della Costituzione. Introdotto nel 1983, equipara i diritti della madre e del bambino che ha in grembo vietando di fatto di interrompere una gravidanza e rendendo qualsiasi forma di aborto illegale e perseguibile penalmente, a eccezione delle situazioni di rischio per la madre e il bambino, regolamentate da un provvedimento del 2013. L’ultimo sondaggio di Millward Brown, domenica scorsa, dava una situazione di recupero del fronte che si schiera contro l’abolizione del divieto: il 45% degli irlandesi è per l’abrogazione dell’emendamento ma il 34% è per il no (era il 28% poche settimane fa) e il 4% non si esprime. La battaglia si gioca su quel fronte consistente di indecisi che si attesta sul 18%. E che ora rischia di essere tagliato fuori da qualsiasi informazione alternativa a quella tradizionale, quasi del tutto schierata con il «sì». Maria Steen, di Iona Institutethink tank per la famiglia, attivamente impegnato nella campagna referendaria sul fronte per la vita, ha dichiarato ieri pomeriggio in conferenza stampa che «Google ha il dovere di informare su come la campagna sia stata già pesantemente compromessa». Steen si riferisce alla rimozione del 50% delle inserzioni pubblicitarie stradali dei pro-life che secondo una stima fatta dall’organizzazione sarebbero state illegalmente tolte dai fautori del «no», peraltro con un danno economico stimato attorno ai 100mila euro. Continua a leggere

Argentina, 2 milioni in piazza contro l’aborto: “Tutta la vita ha valore”

Argentina, la marcia (vista dall’alto) «per la vita», e, quindi, «contro la proposta di liberalizzare l’aborto»

Con questo slogan manifestazioni in tutto il Paese 

Una marcia con una moltitudine di gente come non se ne vedevano da tempo in un paese avvezzo alle grandi marce ha portato decine di migliaia di argentini in strada per manifestare «per la vita», e, quindi, «contro la proposta di liberalizzare l’aborto» che subito dopo Pasqua entrerà in discussione nel parlamento nazionale.

Probabilmente gli stessi organizzatori non si aspettavano tanta gente, anche perché i mezzi di comunicazione hanno dato ben poca eco ai preparativi, peraltro abbastanza improvvisati, che hanno avuto come veicolo le reti sociali. Invece nella soleggiata domenica porteña – così sono chiamati i cittadini di Buenos Aires – un rigagnolo ininterrotto di partecipanti è confluito nel primo pomeriggio verso una delle strade giugulari della capitale, calle Sarmiento, per poi riversarsi lungo la celebre Avenida del Libertador, l’arteria che attraversa Buenos Aires dal nord al sud.

Famiglie con bambini, prevalentemente, giovani, tanti, ma anche cittadini di condizione più umile. Nessuno slogan di natura politica, nessuno striscione riconducibile a partiti, movimenti o organizzazioni di un qualche colore. Bandiere argentine, tante, scritte a favore della vita, del suo pieno sviluppo in ogni momento; nessuna criminalizzazione delle madri che abortiscono, vittime della loro stessa decisione e spesso abbandonate dalle strutture pubbliche, «la vita di entrambi» deve essere tutelata era scritto su molti striscioni. «Ni una menos», non una di meno si poteva leggere su tanti altri, in allusione alle campagne contro il femminicidio che anche in Argentina ha numeri ascendenti. Continua a leggere

Lettera dei vescovi. «Irlanda, non cancellare il diritto alla vita»

Un Paese diviso voterà sull’aborto il 25 maggio. La Chiesa si fa carico della sofferenza delle gravidanze difficili ma inviata a garantire un punto determinante per tutta la società
 
di Francesco Ognibene
 
«Respingiamo l’idea che chiunque possa decidere quando è il momento per un’altra persona di morire». Liberata da ogni altra considerazione, l’essenza del giudizio etico sull’aborto è questa. Nella società che ha ormai adottato come una seconda pelle il primato del diritto di scegliere ci vuole un notevole coraggio civile e intellettuale a sfidare così il nuovo dogma dell’autodeter-minazione. Ma i vescovi irlandesi sanno che è questo il ‘tempo opportuno’ per dire a un Paese diviso – e a cattolici che si stanno ritrovando dopo anni tormentati – parole chiare sulla questione che domina il dibattito pubblico.

Tre anni dopo il referendum che diede il via libera alle nozze gay, gli irlandesi vengono infatti consultati su un tema nevralgico: il 25 maggio– casualmente, tre giorni dopo il 40° della nostra legge 194 – toccherà all’ottavo emendamento (l’articolo 40.3.3 della Costituzione), che equipara il diritto alla vita dell’unborn (‘non nato’: il concepito, o nascituro), con le relative tutele di legge, a quello della madre. Una garanzia che suona scandalosa a una cultura per la quale l’unborn non è nessuno, certamente non una persona. E invece è proprio sugli argomenti che oggi sembrano indiscutibili, e che alimentano la campagna referendaria per l’abrogazione dell’emendamento, che si concentra la lunga lettera diffusa in questi giorni dalla Conferenza episcopale irlandese «Due vite, un amore».

Consapevole che la battaglia si annuncia tutta in salita, ma anche confortato dall’inattesa mobilitazione della base che ha portato in piazza ancora ieri a Dublino 100mila persone a difesa della Costituzione, l’episcopato invita a «considerare con attenzione la realtà di ciò che accade nella vita di ogni essere umano tra il concepimento e la nascita». Non c’è infatti «momento tanto evolutivamente significativo» quanto quello «della fecondazione, quanto a definizione degli inizi dell’esistenza personale». La riflessione ricorre ad argomenti razionali: «Non c’è base logica o scientifica per considerare, da un lato, un bambino nato come una persona con tutti i diritti che ciò comporta e, dall’altro, un bambino non nato come una non-persona. L’identità distinta di un individuo umano è già presente una volta che la fecondazione ha avuto luogo. Tutto il resto è semplicemente il processo di crescita e di sviluppo di una persona che si è già imbarcata nel viaggio della vita». Continua a leggere

In Mississipi varata legge pro vita di portata storica, per gli USA

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Il Mississippi è diventato il primo stato negli Stati Uniti a vietare l’aborto dalla 15ª settimana.

Ieri, il governatore del Mississippi Phil Bryant ha firmato la legge  che  protegge la vita più di qualsiasi altra legge degli stati federati americani.

La legge HB 1510 aiuterà a far divenire  il Mississippi  «il posto più sicuro in America per un bambino non ancora nato», ha detto il Governatore.

La legge consente di derogare al termine di 15 settimane solo in caso di minaccia alla vita della madre e  “menomazione sostanziale e irreversibile di una importante funzione corporea” del bambino o “grave anormalità fetale”, definita come una condizione fisica che rende il bambino nato “incompatibile con la vita al di fuori dell’utero“. Non fa eccezioni per stupro o incesto.

Quindi anche l’aborto eugenetico è fortemente limitato: la sindrome di Down – per esempio – non sarà un motivo sufficiente per abortire.

Le motivazioni che hanno indotto i legislatori al grande passo (grande, se si pensa che in America  l’aborto in via di principio è consentito fino alla nascita e per qualsiasi motivo, cioè anche senza un valido motivo) è che già a  dodici  settimane di gestazione il bambino ha assunto “la forma umana in tutti gli aspetti più rilevanti“, e perché la letteratura scientifica attesta che il bambino sente dolore fin dalla 14ª settimana. Continua a leggere

“Allarme pillola del giorno dopo. Overdose di vendite”

da Noi Famiglia&Vita, supplemento mensile di Avvenire – Febbraio 2018
 
di Antonio Casciano
 
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della legge 194, che, come noto, ha introdotto nel nostro ordinamento, era il 1978, la disciplina dell’aborto volontario (Ivg). Come prescritto dall’articolo 16 del testo normativo, il ministro della Salute presenta ogni anno al Parlamento una relazione concernente lo stato di attuazione della legge, sulla base dei dati forniti dalle regioni, raccolti dal Sistema di sorveglianza operante presso l’Istituto superiore di Sanità ed elaborati dall’Istat. La relazione di quest’anno si apre inanellando una serie di dati a conferma dell’andamento decrescente del numero di aborti praticati in Italia. Si legge infatti: «Per il terzo anno di seguito il numero totale delle Igv è stato inferiore a 100.000 [esattamente 84.926 nel 2016, di cui 59.423 a carico di cittadine italiane], più che dimezzato rispetto ai 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia». Il ricorso all’aborto appare in diminuzione in ogni fascia d’età, ancorché la percentuale delle minorenni che vi accedono pare essere rimasta invariata negli ultimi anni. Per ciò che riguarda istruzione, occupazione e condizione familiare, si può rilevare che il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito nel 2016 era in possesso di licenza media superiore, il 47.4% era occupato, il 57,8% nubile, il 43,9% non aveva ancora avuto prole. Diverse le criticità che emergono a una disamina attenta del documento. Infatti, la diminuzione degli aborti è molto meno evidente in termini percentuali se si tiene conto della diminuzione della popolazione femminile in età fertile. Inoltre nella relazione si accenna solo timidamente alla pesante incidenza che, sulla riduzione del numero di Ivg, ha avuto il ricorso all’aborto precoce da farmaci che ostacolano l’annidamento dell’embrione nell’utero materno. Continua a leggere

Mamma a 12 anni: “Il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi”

In occasione della 40esima Giornata Nazionale per la Vita, Aurora Leoni ha dato la sua testimonianza durante la Festa diocesana per la Vita organizzata dall’arcidiocesi di Udine.  Avvenire racconta la storia di questa mamma, oggi 19enne, che sente l’urgenza di dire alle donne di non farsi ingannare, di non credere che l’aborto sia la soluzione, perché abortire vuol dire uccidere il proprio figlio.
 
(Avvenire, 2.02.18)

«Far nascere questo figlio sarebbe la tua rovina, la tua vita finirebbe qua». Stefano era alto 7 centimetri e già era un pericolo pubblico, insomma, da annientare prima che combinasse danni irreversibili. Ma sveglio com’era (era l’agosto del 2011 quando lo scoprirono rannicchiato nel piccolo utero di sua madre) sfoderò il primo dei suoi assi nella manica: «Per settimane non ci accorgemmo che ero incinta, perché al primo mese ebbi ugualmente il ciclo», spiega Aurora Leoni, «così io e nonna Valentina lo scoprimmo con un mese di ritardo. Vivevo con lei da sempre, perché mia mamma se n’era andata quando avevo un anno e mio padre non l’ho mai conosciuto, per questo ero sotto i servizi sociali di Forlì e ovviamente ci rivolgemmo a loro: avevo 12 anni, ero una bambina e aspettavo un figlio. Tutto il mondo degli adulti si mosse per ‘aiutarmi’, ma aiutarmi ad abortire, invece quel fagiolino era già mio e io non avevo mai provato la felicità che sentivo da quando lo avevo dentro».

Matura come una madre e acerba come l’adolescente che è, Aurora (oggi 19 anni) oscilla tra le sue due anime e prova ad armonizzarle, certa soltanto di una cosa: «Allora ero ribelle e trasgressiva, un colpo di testa dopo l’altro… ma il mio bambino è stato il colpo in testa mandato dal Cielo per salvarmi. Senza di lui oggi sarei sicuramente alla rovina». L’esatto opposto di quanto le diceva l’assistente sociale, cioè, che provava a farla ragionare: «Se lo tieni cosa dirà la gente? Anche i giornali ne parleranno». Continua a leggere

Fake-news per condizionare l’opinione pubblica sull’aborto

Manifestanti pro-aborto in Irlanda

Manifestanti pro-aborto in Irlanda

La maggioranza dei medici favorevole a questa pratica? Un giornale irlandese costretto a scusarsi: sondaggio falso
 
In Irlanda a fine maggio si terrà il referendum per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, introdotto nel 1983 attraverso un altro referendum, che protegge la vita fin dal concepimento.

L’attesa si fa intanto incandescente, con i pro e i contro l’interruzione di gravidanza volontaria sugli scudi. Come segnala Notizie ProVita, il quotidiano The Irish Examiner aveva lanciato  l’8 febbraio, in prima pagina, il titolo “Il 75% dei medici è a favore dell’aborto entro le 12 settimane”. Il sottotitolo diceva: “Un sondaggio su 400 medici ha rilevato il loro sostegno alla liberalizzazione dell’aborto”, e continuava nel dire che “tre su quattro medici generici e operatori sanitari sono favorevoli a consentire l’accesso illimitato all’aborto fino a 12 settimane di gestazione”. Il giornale poi sottolineava che il sondaggio era stato condotto dall’Irish Medical Times. La notizia era stata ripresa anche dall’Irish Times e dal Journal.

Peccato, però, che il sondaggio non è mai esistito. O meglio, non nella forma in cui è stato presentato dal quotidiano irlandese. Alle domande, poste su Facebook e Twitter, potevano rispondere tutti, medici e non. La fake news – rivela Notizie ProVita – è stata riportata da diversi media, ma la reazione sui social media, quando si è scoperta la menzogna, è stata gigantesca. La direttrice del Journal, Susan Daily, ha ammesso  pubblicamente di aver frainteso la metodologia e quindi la notizia è stata  rimossa dal giornale e da tutti i social media ad esso relativi. Continua a leggere

Per Gori la Lombardia ha un problema: troppa libertà educativa e pochi aborti

da Tempi.it

Giorgio Gori ha le idee chiare in fatto di diritto allo studio: per il candidato Pd alla presidenza della Regione Lombardia chi oggi crede nella libertà educativa non è abbastanza povero per potersela permettere. Infatti vuole fare piazza “quasi” pulita del Buono Scuola, ritenendo necessaria una modifica dell’attuale sistema lombardo «che corregga la redistribuzione delle risorse disponibili in modo da preservare il principio della libertà di scelta, ponendo come priorità il sostegno alle famiglie che hanno una situazione economica più fragile». Non gli va giù che il Buono Scuola (destinato alle famiglie che mandano i figli a scuole che applicano una retta) venga redistribuito «solo tra coloro che frequentano le paritarie (circa il 10 per cento degli studenti lombardi) e hanno un reddito Isee inferiore ai 40 mila euro annui», e intende porre fine a questa impresentabile disuguaglianza. Quindi, a pagina 135 della bozza del suo programma, propone di limitare «il beneficio alle famiglie con un indicatore Isee inferiore ai 30 mila euro annui», «incrementare il valore del contributo per gli studenti con reddito Isee inferiore a 15.494 euro» e appostare i risparmi dovuti alla modifica sulla misura “Acquisto libri di testo”: una misura a lui molto più congeniale, in quanto rivolta indifferentemente ad alunni di scuola pubblica e paritaria, e per la quale intende «raddoppiare le risorse», «estendendo la platea dei beneficiari anche agli alunni che frequentano il triennio di scuola superiore e incrementando il valore del buono annuale in base alle attuali fasce reddituali». Tradotto in italiano, secondo Gori per tutelare il principio della libertà di scelta bisogna svuotare di senso lo strumento nato per darne applicazione e riadattarlo come sostegno generalistico alle famiglie con basso reddito.

Lecito chiedersi se il problema non sia piuttosto la scuola paritaria: come segnalato da la Verità l’11 febbraio, la giunta comunale di Bergamo guidata dal sindaco Gori ha appena richiesto il versamento degli arretrati Ici e Imu accumulati dal 2012 a una ventina di scuole paritarie bergamasche (e due cliniche): piccoli asili parrocchiali, materne, il collegio Sant’Alessandro, gli istituti delle Orsoline e delle Sacramentine. Si va da poche migliaia di euro fino a 60 mila euro all’anno richiesti a scuole con una retta media annuale pari a 1.800 euro, la cui funzione di pubblica utilità senza possibilità di lucro «è riconosciuta perfino dal Comune, il quale finanzia gli istituti tramite una convenzione. Eppure l’amministrazione ha deciso di chiedere gli arretrati dell’Imu. Curioso», nota la Verità, ricordando che la stessa amministrazione esonera l’Imu per le strutture della Curia che svolgono funzione di pubblica utilità ospitando i migranti. Continua a leggere

Abortiscono, ma un gemello nascosto viene alla luce: ottengono il risarcimento danni

Foto da Pixabay

Due donne, una decisa ad abortire, l’altra vittima di aborto spontaneo, mettono alla luce un gemellino di cui nessuno aveva loro parlato. Chiedono risarcimento danni per nascita indesiderata
 
Si sono già letti sulle pagine di cronache casi in cui alcuni medici non avevano “diagnosticato” problematiche al feto durante la gravidanza, scoprendo poi dopo la nascita che il bambino era affetto da qualche problema insomma per la mentalità comune “un handicappato”. Casi che hanno visto i genitori ricorrere al tribunale per ottenere risarcimenti perché “il medico non si era accorto che quel bambino andava abortito”. E’ risaputo anche che il bambino non “perfetto” da ogni punto di vista venga normalmente eliminato tramite interruzione di gravidanza. E’ il caso dei down, che ormai quasi non vengono più fatti nascere. Adesso spuntano agli onori delle cronache due casi simili e ugualmente incredibili nel loro svolgimento. A Genova una mamma si è recata ad abortire, ma nessuno si era accorto che la signora aspettava una coppia di gemelli, cosa di cui si è venuti a conoscenza solo quando dopo l’aborto la donna si accorge di essere ancora incinta, ma non può più abortire perché è passato il tempo concesso per legge. Nasce una bambina perfettamente sana ma i genitori chiedono un risarcimento perché, in sostanza, non hanno fatto bene il loro lavoro, lasciando una delle due gemelle in vita. Ad Alessandria invece una donna ha un aborto spontaneo, ma i medici, secondo l’accusa, non effettuano bene il raschiamento e salta fuori che anche questa signora era incinta di una coppia di gemelli. Continua a leggere

La madre di Andrea Bocelli: «Mi dissero abortisci, tuo figlio sarà cieco»

Il racconto a «Domenica In» di Edi Aringhieri, madre del tenore: «Mi dissero che sarebbe nato con una malattia congenita che l’avrebbe portato a perdere la vista. Mi consigliarono di abortire ma non lo feci»
 
di Annalisa Grandi
 
(Corriere della Sera, 22.01.18)
 
«Mi dissero di abortire perché mio figlio sarebbe diventato cieco». Suo figlio, è diventata una delle voci più famose al mondo. Perché quella madre, a cui i medici consigliarono di interrompere la gravidanza, era la mamma di Andrea Bocelli. A raccontarlo è proprio lei, Edi Aringhieri, ospite di “Domenica In”.

Ha raccontato della vita del figlio, di come abbia perso la vista a dodici anni. Ma soprattutto di quella scelta fatta in ospedale, molti anni prima. «Mi ricordo quando mi dissero: abortisci, tuo figlio sarà cieco» racconta la donna. «Arrivai in ospedale a causa di forti problemi al ventre» spiega la madre di Bocelli. In quel momento le dissero che Andrea sarebbe nato con un glaucoma congenito, che lo avrebbe reso ben presto cieco. Ma la mamma del tenore racconta anche di quando, in un ospedale di Torino, il figlio «conobbe un uomo russo grande amante della musica sinfonica, che ascoltava tutto il giorno durante il suo ricovero. Fu allora che Andrea si rese conto di essere ammaliato da quel genere, arrivando persino a non rendersi conto di trovarsi in una clinica. Non si ricordava più di essere in cura, era affascinato dalla musica».

Edi però decise di portare a termine la gravidanza, nonostante il parere contrario dei medici. «Ho voluto raccontare questa storia – ha spiegato – per dare forza alle famiglie che affrontano situazioni simili a quella vissuta da me e dalla mia famiglia».
 

Eminem chiede perdono al suo bambino mai nato

Eminem_aborto

Eminem, il celebre rapper americano, noto per le sue rabbiose diatribe contro la società, nel suo nuovo album “Revival”, ha pubblicato un singolo che parla di una esperienza dolorosa che ha vissuto: l’aborto di suo figlio ed i traumi che ne sono seguiti.

I media, accorti nel cogliere, all’interno dell’album, le varie tematiche politiche, hanno trascurato quel brano che senza dubbio ha più toccato la sfera intima dell’artista, oltre che un vero e proprio dramma sociale mascherato, spesso, da conquista.

È proprio intorno a questo inganno – racconta un articolo di LifeNews – che si costruisce il testo di “River”: una dolorosa confessione del suo crimine ed un potente grido di perdono rivolto al piccolo ed alla madre.

Eminem è senza veli nella descrizione di tutta la storia. Ammette di essere un imbroglione seriale, un «tossicodipendente» che dopo aver avuto una relazione con una donna, Suzanne, l’ha abbandonata ed allontanata dalla sua vita. Ciò che, di lui, però, non poteva abbandonarla era il figlio concepito insieme e della cui vita Eminem non voleva prendersi cura. Continua a leggere

Stati Uniti. L’Ohio ferma gli aborti dei nascituri Down. Legge antidiscriminazione

Mamme in attesa (Siciliani)

La norma vieta l’interruzione di gravidanza volontaria se gli esami prenatali rivelano che il bambino è affetto dall’anomalia genetica. In Islanda invece si applica l’eliminazione sistematica.
 
Ricordate il bando islandese per la sindrome di Down? I numeri sulle nascite rivelarono l’estate scorsa che sull’isola tutte le gravidanze con diagnosi del cromosoma in più vengono interrotte anzitempo. Sull’estremità opposta si pone ora l’Ohio, dove il governatore John Kasich ha firmato il «Down Syndrome non discrimination Act», la legge votata dal Parlamento dello Stato nel nord degli Usa che vieta l’aborto quando gli esami prenatali abbiano rivelato che il bambino è affetto dall’anomalia genetica.

Come ha spiegato Sarah LaTourette, relatrice della legge alla Camera della capitale Columbus, «non è una legge anti-aborto ma un provvedimento contro la discriminazione», criterio che però non ha disarmato gli oppositori, fermi nel condannare quella che giudicano un’interferenza nel diritto delle donne di decidere in modo libero: «Non dovremmo mai costringere una donna a diventare madre contro la sua volontà – è il duro commento di Gary Daniels, direttore locale dell’American Civil Liberties Union, influente lobby i cui giudizi sono fatti propri dai media liberal americani –. Non conosciamo le circostanze della scelta, i nostri legislatori dovrebbero vergognarsi». Un giudizio sul quale di certo pesa anche la politica: il governatore Kasich infatti è una delle figure di spicco del Partito Repubblicano, a lungo rivale di Trump nell’ultima campagna per la nomination alla Casa Bianca, interprete dell’anima moderata del partito. Continua a leggere

Giulia Michelini ha scelto per la vita

L’attrice Giulia Michelini, nota ai più per il ruolo interpretato in Squadra antimafia, ha rilasciato una forte dichiarazione in favore della vita, raccontando la sua storia di ragazza madre. Una testimonianza controcorrente, che di certo è una buona notizia!

Questi i fatti. Napoletana d’origine, a diciannove anni Giulia Michelini si trovava a Roma e aveva una relazione con un uomo di otto anni più grande di lei. Tutto sembrava andare bene, vedeva il successo a portata di mano e aveva in mano la sua vita come ogni ragazza appena maggiorenne desidererebbe che fosse, in quell’impeto adolescenziale che molto ha di fantasioso e poco di reale.

Un giorno, però, Giulia scopre che una nuova vita ha preso corpo dentro di lei. La sua famiglia le spinge verso l’aborto e lei stessa sa che la relazione con il padre del bambino non è destinata a durare. Anche le altre persone attorno a lei le dicono che «un figlio a questa età ti rovina la vita».

L’attrice fissa quindi l’appuntamento per andare ad abortire: «All’appuntamento – afferma l’attrice a Vanity Fair – sono andata da sola. È stata chiamata una ragazza, poi un’altra. Non so neanch’io cosa mi ha portato ad alzarmi; so solo che a un certo punto sono andata via».

Uscita da quel luogo di morte, Giulia si ritrova sola: la sua famiglia, infatti, per i primi sei mesi di gravidanza taglia ogni rapporto con lei e – come si diceva – il rapporto con il padre del bambino non era quello destinato a durare una vita. Continua a leggere

Noi siamo accanto a Flavia. Da Milano risposta all’appello per una giovanissima mamma

Da Milano risposta all'appello per una giovanissima mamma

Caro direttore, abbiamo letto su ‘Avvenire’ di lunedì 23 ottobre il toccante e puntuale articolo di don Maurizio Patriciello sulla storia di Flavia
 
di Paola Bonzi
 
Caro direttore,
abbiamo letto su ‘Avvenire’ di lunedì 23 ottobre il toccante e puntuale articolo di don Maurizio Patriciello sulla storia di Flavia. Siamo le donne e gli uomini che animano il Centro di aiuto alla vita Mangiagalli di Milano e, senza falsi pudori, le diciamo che quell’articolo avremmo potuto scriverlo noi, esattamente con le stesse parole, gli stessi sentimenti, le stesse emozioni e qualche volta la stessa civilissima rabbia. È proprio così: la legge 194 non viene attuata nella parte positiva; viene presa per la «legge dell’aborto», ma è anche quella stessa legge che vuole proteggere la maternità difficile.

E quest’ultima parte positiva è assolutamente disattesa. Il nostro modo di accogliere le donne in difficoltà è davvero quello di ascoltarle attivamente, di stare in silenzio davanti ai loro drammi, di non esprimere nessun tipo di giudizio negativo, ma semplicemente offrire noi stessi, «servi inutili» perché la vita che è in ognuna di loro possa essere accettata e, quindi, fiorire. Ha ragione Flavia di voler stringere tra le braccia il suo bambino. Si tratta della libertà di far nascere, cosa che troppe volte non viene presa in nessuna considerazione. Libertà di abortire invece sì, e la si proclama la «libertà della donna»: questo è il pensiero corrente; ma la libertà di diventare madre sembra non interessare a nessuno tra quelli che hanno potere. Noi siamo con Flavia. Per lei e per il suo bambino. Continua a leggere

Il Congresso USA limita l’aborto

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La Camera dei deputati americana bandisce l’aborto dopo la 20ª settimana di gravidanza.

Ora la legge, “Pain Capable Unborn Child Protection Act”, deve passare al Senato e alla firma di Trump che in passato si è già dichiarato favorevole alla limitazione dell’aborto.

La House of Rapresentatives ha approvato il disegno di legge con 237 voti contro 189.

La medicina ha attestato che il sistema neurologico dei bambini si forma molto presto. Quindi i bambini sono in grado di percepire il dolore anche prima delle 20 settimane (dottor Maureen Condic, professore associato di neurobiologia e professore aggiunto di pediatria presso l’Università dell’Utah, School of Medicine, ha testimoniato davanti al Congresso che il bambino è in grado di reagire al dolore già da 8-10 settimane), ma dalla  20ª settimana in poi non può esserci alcun dubbio.  Oltretutto l’aborto tardivo è particolarmente disumano perché richiede lo smembramento del bambino (procedura descrita dal disegno qui sopra, chiamata D & E, con una sigla, per non far troppa impressione…)

Alcuni Stati federati avevano già approvato localmente il divieto di aborto tardivo (Ohio, Texas, Nebraska, Idaho, Oklahoma, Alabama, Georgia, Louisiana, Arkansas, North Dakota, Dakota del Sud, West Virginia, Wisconsin, Carolina del Sud, Kentucky e Kansas), ma a livello nazionale la legge, approvata dal Congresso già nel 2013  e poi nel 2015,  non è entrata in vigore perché il Partito Democratico allora controllava il Senato e perché Obama (che considera l’aborto un totem inviolabile) aveva dichiarato che avrebbe opposto il suo veto presidenziale. Continua a leggere

“L’aborto è guerra, io ho detto stop”

Il ginecologo Massimo Segato è un medico abortista. La pratica delle interruzioni di gravidanza, però, lo ha indotto a un profondo ripensamento. In un libro racconta tormenti e difficoltà della 194
 
Non ci sono credi. Non ci sono ideologie. Non ci sono bandiere. C’è solo il respiro profondo della vita: uno sguardo, un sorriso, un bambino che corre come una promessa di felicità.

E poi c’è lui: il medico abortista che fa il suo lavoro da tanti anni, con scrupolo, con dedizione, senza fanatismi ma con la consapevolezza che il primo dovere di un camice bianco è aiutare le donne in difficoltà. E quando una ragazza si presenta con la pancia nello studio di un ginecologo, qualche volta chiede proprio quello: interrompere la gravidanza. Continua a leggere

Roma. Le 8.301 nuove culle dei Centri aiuto alla vita

Le 8.301 nuove culle dei Centri aiuto alla vita

Tanti sono i bambini nati nel 2016 grazie al sostegno solidale dei volontari nei 349 Cav di tutta Italia al fianco di madri che stavano considerando la scelta drammatica dell’aborto.

Se su 1.265 donne incerte o intenzionate ad abortire, ben 955 (ossia il 75%) hanno poi dato alla luce il bambino grazie a un supporto psicologico, morale, ma anche a un aiuto economico, allora la strada per combattere l’aborto, e in qualche modo anche la denatalità del nostro Paese, non è poi così difficile. I dati presentati alla Camera dei Deputati alla conferenza stampa sull’attività svolta nel 2016 dai 349 Centri di aiuto alla Vita sparsi su tutto il territorio nazionale lo dimostrano con chiarezza: la prima causa d’aborto è la crisi economica (49%), il dato sale al 75% se si sommano le difficoltà per mancanza di lavoro o di alloggio. Eppure, se le donne vengono ascoltate, aiutate e supportate, il trend si inverte: grazie ai Cav, nel 2016 sono nati 8.301 bambini, 13mila sono state le donne gestanti assistite durante il periodo della gravidanza, e oltre 17mila le mamme aiutate con varie tipologie di servizi. Le donne in difficoltà hanno per lo più tra i 25 e 34 anni (55%), sono prevalentemente casalinghe (40%) o senza lavoro (35%). Continua a leggere

Vicariato di Roma su pillola Ru486 nei consultori, “sconcerto e preoccupazione, decisione che lascia sola la donna”

“Suscita profondo sconcerto e forte preoccupazione la notizia della prossima distribuzione della pillola abortiva Ru486 nei consultori familiari della Regione Lazio e delle motivazioni che si adducono per giustificarla”. Lo afferma il Vicariato di Roma con una nota emessa oggi. “Tale decisione veicola il messaggio dell’aborto facile in un contesto di finta umanizzazione e rappresenta un passo ulteriore nella diffusione di una cultura della chiusura all’accoglienza della vita umana e della deresponsabilizzazione etica”. “La triste realtà è che i consultori sono ormai quasi privi di personale – prosegue la nota – e molti versano in stato di abbandono. Essi sono ben lontani dall’offrire la dichiarata ‘assistenza multidisciplinare’ e faticano ad assolvere al loro compito di sostegno, informazione e presa in carico della donna di fronte a una decisione sempre drammatica. Con questa scelta i consultori verranno ridotti a uffici di mera distribuzione di farmaci abortivi, acuendo nel loro personale le questioni relative all’obiezione di coscienza”. Tutto ciò “nega nei fatti uno degli obiettivi della legge 194/78, quello della tutela sociale della maternità e della pianificazione di strategie di prevenzione che agiscano sulle cause culturali, economiche e psicologiche del ricorso all’aborto. Strategie che proprio nei consultori dovrebbero trovare un luogo elettivo di realizzazione”. Continua a leggere

Giornata mondiale persone Down. «Quel terrore prima del parto. Ma ha vinto la bellezza»

La piccola Maritè con la madre Veronica

La storia di Maritè e della sua mamma Veronica: la tentazione dell’aborto, la svolta e un inno alla vita condensata in un libro.
 
Maritè non è un nome moderno, è un diminuitivo di Maria Antonietta. Maritè è una bambina di cinque anni e vive a Napoli. Maritè è la più piccola della famiglia e ha due sorelline. Maritè frequenta la scuola materna, ama la danza e pratica il nuoto. Maritè ha la sindrome di Down. Ventinove luglio 2011. Manca circa un’ora al parto, epilogo di una gravidanza già molto complicata, quando Veronica Tranfaglia viene informata delle condizioni di salute di chi porta in grembo. «Terrore, ecco, ho provato terrore – racconta –, perché era la prima volta che mi approcciavo al mondo Down e per la schiettezza con cui i medici mi presentarono la situazione, dicendomi: ‘C’è una trisomia del cromosoma 21’. Lì capii che la mia sarebbe stata una missione che non avevo scelto, per tutta la vita…».

La mamma di Maritè, sino all’estate di sei anni fa, aveva le idee molto chiare sulle «difficoltà enormi di crescita» per un feto con simili caratteristiche, tanto da considerare «normale» che «nel 96% dei casi si decide consapevolmente di non portare avanti la gravidanza». Ma la farmacista di origini salernitane si spinge oltre: «Sarò sincera, la Veronica di quei tempi, se avesse saputo in tempo utile, avrebbe accampato qualche scusa e di certo abortito». Continua a leggere

Parlamento Ue. Soldi Ue per gli aborti a Belgio, Olanda, Svezia e Danimarca

Soldi Ue per gli aborti a Belgio, Olanda, Svezia e Danimarca

Il video denuncia della Ong Culture of Life Africa: «Molti Paesi occidentali hanno deciso di riunirsi per raccogliere soldi per l’aborto ma non fondi per il cibo in Africa»
 
Quattro Paesi europei esortano a prendere il posto degli Stati Uniti sul fronte del finanziamento all’aborto nei Paesi in via di sviluppo, ma gli africani li avete ascoltati?

Questo è imperialismo culturale e neocolonialismo. È il duro messaggio lanciato in un video il cui titolo dice tutto: «La dittatura dei ricchi donatori», che si espande nel mondo proprio mentre oggi Belgio, Olanda, Danimarca e Svezia organizzano al Parlamento europeo una conferenza sull’iniziativa internazionale «She decides» («Decide lei», ne fanno parte anche Stati di altri continenti, ad esempio il Canada). L’iniziativa è stata lanciata a gennaio dal ministro olandese per il Commercio estero Lilianne Ploumen per raccogliere fondi a livello internazionale allo scopo di finanziare programmi di aborto nell’ambito della cooperazione allo sviluppo dopo che il decreto del neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva vietato di erogare soldi pubblici alle ong che includano l’aborto nei loro programmi di aiuti. Continua a leggere

Lazio. Grave violazione all’obiezione di coscienza e alla legge 194

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di  Centro Studi Livatino
 
 Il concorso bandito dalla Regione Lazio, finalizzato esclusivamente al servizio di interruzione volontaria della gravidanza, i cui vincitori “verranno assegnati al settore del Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della legge 194” si pone in contrasto diretto col diritto costituzionale alla libertà di coscienza e con le norme a tutela dell’azione contenute nella stessa legge n. 194/1978.

È quanto osserva il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari ed avvocati, presieduto dal prof. Mauro Ronco.

Stando a quanto affermato dal direttore generale del San Camillo-Forlanini, Fabrizio d’Alba, “se chi ha vinto il concorso farà obiezione nei primi sei mesi dopo l’assunzione, potrebbe rischiare il licenziamento, perché sarebbe inadempiente rispetto al compito specifico per cui è stato chiamato” e, dopo il periodo di prova, l’obiezione di coscienza potrebbe portare “alla mobilità o addirittura alla messa in esubero”. Continua a leggere

Il racconto. «Stavo già per essere abortito… Invece sono qui grazie a un film»

«Stavo già per essere abortito... Invece sono qui grazie a un film»

«Una verità che purtroppo un giorno mi è sbattuta sulla faccia». Oggi Luca accoglie 70 persone fragili, tra cui 32 donne che volevano abortire: «Sono nati 32 bambini»
 
di Lucia Bellaspiga

(da  Avvenire, 5.02.17)
 
Se sua madre quella sera non fosse andata al cinema, o se in cartellone ci fosse stato un qualsiasi altro film, Luca Mattei oggi non sarebbe vivo. E nessuno (eccetto forse lei) lo piangerebbe morto: non sarebbe neanche nato. Venuto al mondo per il rotto della cuffia, Luca era già pronto in rampa di lancio per essere abortito, uno dei 100mila desaparecidos che ogni anno in Italia spariscono in silenzio. La storia è sempre quella: un uomo che volta le spalle, una donna sola, la maternità vista come un peso impossibile, l’illegalità di chi per legge (la 194) dovrebbe garantirle ogni supporto e invece emette un frettoloso certificato di morte. «Mio padre se ne andò di casa appena seppe che mia madre mi aspettava – racconta Luca, nato in Piemonte 35 anni fa –, così io crebbi senza di lui e a 7/8 anni cominciai a sentirne forte la mancanza. Notavo che con mia sorella maggiore, che lo aveva avuto in casa fino a 5 anni, per lo meno aveva un rapporto, con me nulla, il che mi rendeva un bambino molto triste, anche se mia madre invece mi ricolmava di attenzioni.  Continua a leggere