Da Agostino ad Heidegger, perché è così difficile “pensare” il tempo?

Fin dai presocratici la filosofia ha cercato di “pensare” il tempo. I greci coniarono una mappa di cinque termini. Charles Péguy lo mise al centro di “Véronique”
 
(Il Sussidiario, 29.10.18)
 
Scrive Péguy facendo parlare Clio, la musa della storia: “Negare l’eternità, amico mio, e fondare ogni cosa su di me miserabile, è cosa così volgare che si è resi avvertiti, prevenuti, vaccinati contro una così grossolana operazione. Ma negare invece la temporalità, la materia, la volgarità stessa, l’impurità, negare me, rinnegarmi, me, il temporale, ecco qui il colmo della raffinatezza, la purezza assoluta, la sublime incontaminazione…”.

Ecco, non si può negare il tempo perché significa rinnegare la nostra stessa essenza, il nostro aggancio alla realtà e la nostra umanità più profonda.

Ma cos’è il tempo? Scrive Agostino nell’XI libro delle Confessioni: “Io so che cosa è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo”. Un punto di partenza questo importante anche per Heidegger quando tratterà del rapporto fra tempo ed esserci e che diventerà per il filosofo tedesco oggetto di conferenze e lezioni universitarie. Ma il tempo è sfuggevole anche perché esistono più tempi che da un punto di vista cognitivo possono sovrapporsi e intrecciarsi.

Del resto, il tempo non è un oggetto ma qualcosa che ha a che fare con la percezione e soprattutto con il modo in cui concettualizziamo il mondo, con cui vi entriamo dentro. Dunque il tempo è qualcosa che è aperto alle interpretazioni ma è anche il modo in cui una cultura costruisce il suo profilo, si autodefinisce. In questo senso è un costrutto sociale, in quanto permette che i diversi appartenenti a una cultura riescano a organizzare e a coordinare fra loro una serie di comportamenti e di attività. Naturalmente questo non significa dire che il tempo non esiste o è un’illusione, è invece vero che gli esseri umani hanno creato dei sistemi di significato per poterlo circoscrivere, sistemi che sono diversi da cultura a cultura e che è difficile tradurre. Questa non coincidenza, questa intraducibilità nell’intendere il tempo è particolarmente problematica quando confrontiamo lingue e culture lontane, sia nello spazio che nel tempo. Continua a leggere

Dostoevskij, il mondo salvato dal «sottosuolo»

4234037166_45494466_300

di Alessandro D’Avenia
 
Il primo Dostoevskij è come il primo Van Gogh: ci racconta l’uomo in modo romantico, quasi melodrammatico, il mondo dei poveri. Lo guarda con la compassione di colui che è già salvo, infatti lo fa dall’esterno. In Siberia è stato a contatto con i poveri, è stato lui stesso spogliato di tutto. E dopo esser tornato alla vita, scrive le Memorie del sottosuolo, in cui quello che fa è proprio quello che hanno fatto Dante con la Divina Commedia e Agostino con le Confessioni.

Ha scoperto il principio trasformante della vita, a partire da sé, la prima compassione l’ha sperimentata su di sé. Leggendo il Vangelo, ha scoperto che Cristo ha passato trent’anni della sua vita a essere uno qualunque, a lavorare, a fare il falegname. Scopre che ogni storia umana può diventare quella narrazione divina, perché Dio si è fatto carne e ha assunto, come Dio, tutta la condizione umana: pianto, sudore, incomprensione, dolore, fatica, sorriso, gioia, festa.   Continua a leggere