La prescrizione è una norma di civiltà e va salvata

La prescrizione è una norma di civiltà e va salvata

di Alfredo Mantovano 

(centrostudilivatino.it)
 
Nel nostro sistema giudiziario una quantità impressionante di processi termina con quella ammissione di sconfitta da parte dello Stato che è la prescrizione. Di fronte alla proposta del ministro della Giustizia di fermarne il corso dopo la sentenza di primo grado non ha senso, come più d’uno ha fatto nella discussione che ne è seguita, ricordare quante prescrizioni maturano in Cassazione: appena l’1,2% dei fascicoli ivi pendenti. Il tempo negli uffici giudiziari in realtà decorre inutilmente o già nella fase delle indagini preliminari, o durante il giudizio di appello. Nel primo caso la prescrizione è il modo ordinario col quale più d’un p.m. trasforma in discrezionale quell’azione penale che la Costituzione impone come obbligatoria: talora schiacciato dalla mole dei procedimenti, il p.m. iscrive nel registro l’informativa di reato e la lascia morire senza trattarla. Nel secondo caso la prescrizione matura perché la fase dell’appello è diventata il collo d’imbuto dell’ordinamento, e non sempre i singoli distretti adottano misure organizzative tali da scongiurare esiti disastrosi: ricordiamo tutti la recente estinzione per prescrizione di due gravi violenze sessuali in un’importante Corte di appello del Nord, avvenuta non perché i termini per quel delitto siano brevi, ma perché si erano lasciati passare rispettivamente 20 e 17 anni senza giungere alla conclusione. Sospendere i termini dopo il primo grado scongiurerebbe certe sciatterie?

Usciamo da una discussione – more solito – dai toni ideologici. Esprimere riserve per l’emendamento del ministro Bonafede non equivale in automatico a schierarsi per l’impunità. Salviamo le intenzioni di tutti: quelle di evitare che i colpevoli approfittino del tempo che scorre per restare impuniti, e quelle di scongiurare che la sottoposizione a un processo penale diventi una condizione esistenziale perenne. Continua a leggere

Intervento di Alfredo Mantovano alla manifestazione del 20 giugno 2015

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Intervento di Alfredo Mantovano alla manifestazione del 20 giugno 2015 in Piazza San Giovanni, Difendiamo i nostri figli.

(dal sito Comunità Ambrosiana)
 

Care amiche e cari amici!

Una giornalista poco fa mi chiedeva di riassumere in poche parole-chiave il messaggio che il popolo delle famiglie manda all’Italia da piazza San Giovanni in questa splendida serata.

Le parole chiave sono tre: forza – coraggio – speranza

Questa piazza dà forza: la forza non di una massa senza identità, ma di centinaia di migliaia di persone consapevoli che il futuro dell’Italia passa dal futuro della famiglia, e consapevoli che fare male alla famiglia significa fare male all’intera Italia. Continua a leggere

Perché questo silenzio sul caso dell’infermiera che fa obiezione di coscienza?

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 Accade la discriminazione ai danni di una giovane donna perché rispetta la deontologia sanitaria che impone di agire per la vita e non per la morte, e non ne parla nessuno
 
di Alfredo Mantovano
 
Voghera, una sera di inizio ottobre. Due fidanzati si presentano allo sportello del pronto soccorso. Incontrano Margherita, 31 anni, da quattro anni infermiera di ruolo, vincitrice di concorso. Le chiedono come fare per avere il Norlevo, la “pillola del giorno dopo”; è un prodotto comunemente qualificato “contraccettivo post-coitale”, se ne raccomanda l’assunzione entro 72 ore dal rapporto “non protetto” e – così è scritto nella descrizione data – ha la funzione, fra l’altro, «di impedire e rendere più difficoltoso l’annidamento dell’embrione». Se è avvenuta la fecondazione dell’ovulo e si sta formando l’embrione, impedirne l’annidamento significa abortire; dunque, può definirsi un prodotto eventualmente abortivo. Continua a leggere

Così il governo seppellisce il matrimonio

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di Alfredo Mantovano
 
E due! Per il divorzio il governo Renzi segue il “metodo-droga”. Fra marzo e maggio, cogliendo l’occasione di una sentenza della Consulta e mentre l’attenzione relativa ai temi eticamente sensibili era concentrata sul “d.d.l. Scalfarotto”, esso varò un decreto legge che, come su questo giornale abbiamo ripetutamente documentato, fa tornare indietro di trent’anni, depenalizzando di fatto la detenzione e lo spaccio di strada: i tempi ristretti di conversione del decreto hanno impedito l’approfondimento che sarebbe stato indispensabile; il doppio voto di fiducia in entrambi i rami del Parlamento hanno precluso il confronto sull’essenziale.

Ci risiamo sul divorzio: il Consiglio dei ministri di venerdì scorso ha licenziato un decreto legge e sei disegni di legge in materia di giustizia. Il decreto legge, non ancora uscito sulla Gazzetta Ufficiale, le cui norme avranno vigore dal momento dalla pubblicazione, è stato enfaticamente denominato “taglia-liti” e punta a snellire i ruoli dei giudici civili, introducendo forme alternative – non del tutto nuove – di risoluzione delle controversie. Continua a leggere

Laicità e laicismo

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Nell’intervista a Mario Monti su “Repubblica” del 23.12.12, Eugenio Scalfari, tra le altre cose, afferma: “Io non credo che la religione si debba occupare di politica e di partiti. Purtroppo vedo che se ne occupa ma non credo sia sopportabile”.
A tal proposito vorrei ricordare che “laicità” non è “laicismo”. C’è una bella differenza tra una sana laicità (“laicità positiva”) e il “laicismo” che è invece un’esasperazione, una deviazione patologica della laicità che si traduce in dittatura del relativismo, un approccio deleterio per una società che aspiri ad essere giusta e abbia a cuore il bene comune. Continua a leggere