La formula del buonumore e i rimedi contro la tristezza

di Giovanni Fighera
 
Siamo talvolta convinti che l’importante sia la sostanza e non la forma. Viviamo in un contesto culturale così ideologico che si privilegia l’idea all’evidenza, il virtuale al reale, il giudizio critico all’arte. Quando si parla di forma sembra che si stia parlando di qualcosa di sovrapposto alla sostanza. Ci siamo scordati che forma e sostanza creano un unicum indissolubile, che i contenuti della poesia non si possono slegare dai versi e dallo stile che lo veicolano, che la profondità di una persona si colgono dal suo sguardo e dalla sua voce.

Ci siamo dimenticati che forma significa carnalità, sorrisi, abbracci, calore umano, cordialità, affabilità. La forma spesso è sostanza, come in una statua in cui la forma dell’opera veicola lo stesso contenuto rappresentato, coincide con esso in modo indissolubile. La parola forma era in latino sinonimo di «bellezza» tanto che formosa voleva dire «bella».

Per questo è bello leggere un libro come La formula del buonumore. Con i 5 rimedi contro la tristezza (Ares edizioni) di Carlo De Marchi, sacerdote che ha studiato l’affabilità in san Tommaso, Tommaso Moro e san Francesco di Sales. In un’opera geniale intitolata Le lettere di Berlicche in cui C. S. Lewis inventa l’espediente di un colloquio epistolare tra demoni, lo zio Berlicche e il nipote Malacoda, scopriamo che denigrare la dimensione allegra della vita e il riso sia una modalità del diavolo di allontanarci dal gusto di vivere. Anche trascurare i piaceri veri, quelli che davvero hanno a che fare con la nostra persona in nome dei piaceri che vanno più di moda, è un espediente adottato dal diavolo perché l’uomo non vada verso Dio, dal momento che l’uomo è portato verso Dio proprio dalle sue vere passioni e dai suoi talenti. Continua a leggere