Prendersi cura di Alfie non è accanimento terapeutico

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Sulla dolorosa vicenda di Alfie Evans – come nel caso di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup – la propaganda della cultura della morte si è dimostrata molto efficace nel generare confusione.
 
Differenza tra cura, palliazione e accanimento terapeutico
 
Abbiamo più volte cercato di fare chiarezza, su un tema che è oggettivamente molto delicato, perché all’atto pratico in molti casi, il confine tra l’accanimento terapeutico e la cura è oggettivamente molto sottile. E in questo caso bisognerebbe potersi  fidare della “scienza e coscienza” dei medici, sperando che la coscienza degli stessi sia rettamente formata e non già plagiata dalla propaganda mortifera di cui sopra.

Certamente, però, dispiace che le autorità morali che dovrebbero contribuire alla formazione della suddetta retta coscienza  contribuiscano a loro volta a creare la confusione in questione: i giudici inglesi hanno usato anche le parole di Papa Francesco per giustificare la loro sentenza di morte.

Da ultimo, per esempio, Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha rilasciato un’intervista a Tempi in cui sembrerebbe che la “sospensione dei trattamenti” non sia eutanasia: come se tutte le persone che girano per la strada col carrellino e il respiratore fossero vittime di accanimento terapeutico….

Nel tentativo di fare chiarezza riportiamo alcuni passi di un articolo di un medico e sacerdote, don Roberto Colombo,  che è stato citato da Costanza Miriano nel suo blog: spiega bene qual è la situazione del piccolo Alfie e sul perché il respiratore che lo aiuta a vivere non è uno strumento di accanimento terapeutico, anche secondo la lettera del Papa usata dai giudici a supporto della loro scelta eugenetica e mortifera. Continua a leggere