Bere in adolescenza provoca cambiamenti duraturi nel centro emotivo del cervello

DRINK FOR DRUNK (massimo jose monaco)

(dal blog Orme svelate)
 
Binge drinking in adolescenza ha dimostrato di avere effetti duraturi sul cablaggio del cervello ed è associato ad un aumento del rischio di problemi psicologici e di disturbi dell’alcool più avanti nella vita.
Ora, i ricercatori dell’Università dell’Illinois del Chicago Center for Alcohol Research in Epigenetics hanno dimostrato che alcuni di questi cambiamenti duraturi sono il risultato di cambiamenti epigenetici che alterano l’espressione di una proteina cruciale per la formazione e il mantenimento delle connessioni neurali nell’amigdala – la parte del cervello coinvolta nell’emozione, nella paura e nell’ansia. I loro risultati, che sono basati sull’analisi del tessuto cerebrale umano postmortem, sono pubblicati sulla rivista Translational Psychiatry. L’epigenetica si riferisce alle modifiche chimiche al DNA, all’RNA o alle proteine specifiche associate ai cromosomi che modificano l’attività dei geni senza modificare i geni stessi. Le modificazioni epigenetiche sono coinvolte nel normale sviluppo del cervello, ma possono essere influenzate da fattori ambientali o anche sociali, come l’alcol e lo stress. Questi tipi di alterazioni epigenetiche sono stati collegati ai cambiamenti nel comportamento e nella malattia. I ricercatori hanno esaminato il tessuto dell’amigdala umano postmortem ottenuto dal Centro Risorse per i tessuti cerebrali del New South Wales a Sydney, in Australia. L’amigdala è la parte del cervello coinvolta nella regolazione emotiva. Continua a leggere

Nuovo studio: l’educazione religiosa è un antidoto contro le dipendenze

dal sito UCCR
 
Di questi tempi educare i figli non è facile, si sa. Lo è ancor di più se l’ambito da educare è quello religioso. Molti, per questa difficoltà, non lo fanno. Anzi, per una sorta di velo di laicità e vago rispetto della libertà del figlio – dicono – delegano allo stesso la scelta di orientarsi, se orientarsi, lasciando così una sorta di “vuoto” educativo che un giorno riempirà da sé, se lo vorrà.

Senza entrare nel merito della questione, in questo senso, ci limitiamo a domandarci: se un genitore educa i propri figli insegnando loro il meglio di ciò che è e sa – segnandolo inevitabilmente nel processo decisionale dello sviluppo, cosa che non appare un problema in tutti gli ambiti, a quanto pare! – perché non lo dovrebbe fare anche nell’ambito religioso? Continua a leggere